L'amichevole cinefilo di quartiere

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La La Land

la-la-land-poster-itaBeverly Hills, that’s where I want to be!
Living in Beverly Hills…
Beverly Hills, rolling like a celebrity!
Living in Beverly Hills…

TRAMA: Mia e Sebastian sono due giovani, innamorati e sognatori, che lavorando come cameriera e musicista in un piano bar tentano di soddisfare le proprie aspirazioni artistiche e di arrivare dignitosamente alla fine del mese.

RECENSIONE: Concettualmente parlando, rappresentare una storia d’amore sul grande schermo non è difficile.

Basta prendere un attore caruccio ed un’attrice caruccia, inserirli in una città famosa o comunque facilmente identificabile, circondarli di comprimari tutti più o meno inutili o fastidiosi (i genitori dei due, l’amico gay, l’amica ninfomane, l’anziano/a saggio/a…) e annacquare la brodaglia per la classica novantina di minuti tattica.

Cos’è allora che incide il solco all’interno del genere romantico tra il compitino cinematografico ed il buon film?

L’atmosfera.

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Come scrissi recensendo l’Anticristo, essendo il film un’opera visiva l’atmosfera che riesce a creare è estremamente importante: attraverso di essa infatti si può passare da un’intrattenimento esclusivamente passivo, in cui il pubblico subisce le immagini e la trama derivante, ad un’immedesimazione dello spettatore nel mondo narrativo che si sta dispiegando davanti ai suoi occhi.

Lo spettatore si dimentica di essere davanti a delle immagini in sequenza proiettate in una sala buia.

Si dimentica di assistere a personaggi fittizi interpretati da attori doppiati in una lingua non loro.

Si dimentica della finzione.

E in un film romantico, soprattutto quando esso racconti una storia verosimile senza alcun elemento fantasioso, fantascientifico o irreale, è un aspetto fondamentale, perché la love story è un’esperienza umana generica, può toccare tutti, e quindi azzerando le distanze tra audience e pellicola avviene la sublimazione del rapporto tra l’arte e chi la sta ammirando.

E La La Land ci riesce in maniera ottima.

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Attraverso una trama ordinata ma non noiosa, Damien Chazelle racconta una storia fatta di sogno e speranza, che vede protagonisti due giovani innamorati che cercano di far fronte a varie difficoltà legate alle loro ambizioni artistiche.

Il tutto ammantato di un’alone musicale efficace perché gestito in modo consequenziale: non si assiste a stacchi danzerecci fuori contesto o spuntati dal nulla, ma ogni canzone o balletto si inserisce nella storia come diretto passaggio successivo al segmento parlato precedente.
I numeri musicali sono ottimamente orchestrati ed hanno il grande merito di conferire alla pellicola una costante idea di gioia e movimento, a cominciare dalla canzone di apertura eseguita in piano sequenza.

La La Land non è un film statico, in cui si assiste alla costruzione monolitica della narrazione, ma un’opera estremamente cinetica, in cui anche nella sequenza più banale ed ordinaria si percepisce un costante movimento (della camera, dei personaggi, della storia stessa).
Il film quindi non annoia, e scorre costante senza battute a vuoto.

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Sapiente anche la fusione tra il sempiterno fascino rétro delle coreografie (oltre ai numerosi rimandi a cinema, musica e ricordi) e la modernità tecnologica conseguente all’ambientazione odierna: va quindi a crearsi un crogiolo il cui sapore ricorda quasi una sorta di opposto estetico dello steampunk, in cui viceversa elementi moderni sono inseriti in ambientazione storica.

Unendo passato e presente alla proiezione nel futuro dei due protagonisti, che inseguono sogni, speranze e progetti, La La Land nonostante contenga precisi riferimenti temporali risulta paradossalmente acronico: conseguenza di tale scelta è che la storia vada infatti a trascendere i limiti del tempo, sdoganandosi da una normale costrizione cronologica ed assumendo una connotazione temporale molto più fluida.

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Detto che le musiche sono azzeccatissime e si integrano ottimamente alla trama, in una love story vestono un’importanza fondamentale gli attori.

Ryan Gosling ed Emma Stone affiatatissimi (alla terza collaborazione in cinque anni dopo Crazy, Stupid Love Gangster Squad), la loro chimica contribuisce enormemente al realismo della pellicola, facendo loro perdere lo status di giovani e famosissimi attori per diventare Sebastian e Mia, aspiranti artisti squattrinati nella città d’oro dell’intrattenimento statunitense.

Gosling (che per prepararsi alla parte ha imparato a suonare il piano in soli tre mesi) grazie alla sua interpretazione dell’appassionato jazzista riesce a far trasparire l’ardore del musicista che crede fermamente nel potere della musica e nelle emozioni che essa veicola.
Sovente in completo, la sua eleganza vestiaria diventa quella del cavaliere galante, che nel mondo delle attuali cafonaggini si trova a medievaleggiare attraverso uno stile musicale da lui stesso definito “morente”, ma che adora in maniera viscerale tanto quanto ama la propria donna.

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Emma Stone è qui di una carineria infinita, ornata di frizzanti abitini monocromatici che risaltano la sua struttura esile.
Tanto dolce ed un po’ svanita quanto determinata a diventare una grande attrice, la rappresentazione dei suoi fallimenti è fonte di grande empatia da parte del pubblico, che la prende quindi facilmente in simpatia.
Sorprendente la maturazione artistica di questa interprete.

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La La Land è un film veramente ottimo sotto ogni punto di vista, che contribuisce a rinverdire un genere abbastanza stantio con un’iniezione endovenosa di brio e classe.

Sognante ma non ingenuo, canterino ma non a sproposito, romantico ma non sciropposo.

Consigliato a tutti.

Les Misérables

Gran bel film, parbleu!

TRAMA: Jean Valjean è un uomo onesto ridotto in miseria. Costretto a rubare per sfamare la sorella viene imprigionato, ma evade e cerca vendetta.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, a sua volta adattato per un musical di Broadway, il film è diretto da Tom Hooper, che fece jackpot agli Oscar del 2011 vincendone quattro (film, regia, Colin Firth come attore protagonista e sceneggiatura originale).
A questa pellicola otto nomination con il ritorno di un musical nella categoria “miglior film” a dieci anni di distanza da Chicago, eletto immeritatamente vincitore al posto di Gangs of New York di Scorsese o Il pianista di Polanski da un’Academy al momento della votazione probabilmente con lo stesso tasso alcolico di una riunione di alpini.

Per quanto riguarda la realizzazione, essendo il film facente parte di un genere piuttosto dispendioso la Working Title Films, casa di produzione, si è parata il posteriore stanziando un budget di 61 milioni di dollari: fortunatamente le palanche non sono finite tutte nei cachet degli attori, come succede in filmacci tipo Twilight, dove i personaggi corrono con gli stessi effetti speciali della prima serie di Smallville (datata 2001) e i lupi mannari sono disegnati con Paint, ma si è dato il giusto peso alle scenografie.
Esse infatti sono sempre molto ricche, sia come presenza di oggetti materiali sia come intensità emotiva, cosa che deve sempre essere presente in un film dove si comunica attraverso le canzoni; questo dà un alone di magnificenza che contribuisce a rendere il tutto molto elegante e allo stesso tempo complesso.

Le canzoni in generale sono toccanti e fanno sì che lo spettatore si immedesimi ai personaggi, portando lo spirito teatrale nella sala cinematografica e rendendolo un film di uomini, non un semplice spettacolo di marionette; per quanto riguarda le ugole se la cavano bene in particolare sia Hugh Jackman, nei panni di un tosto e dolente Jean Valjean, sia Anne Hathaway come sciupata Fantine, probabilmente il personaggio più disgraziato e allo stesso tempo empatico del film.
Un po’ di fatica in più per Russell Crowe, che rende l’ossessione per Valjean talvolta troppo marcata, dando in certi punti l’impressione di avere a che fare con una versione seriosa e francese di Zenigata, l’arcinemico di Lupin III. Sguaiati e pittoreschi, per usare un eufemismo, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, che indubbiamente si saranno divertiti interpretando i coniugi Thénardier e che tornano assieme in un musical dopo Sweeney Todd.

Un gran bel film sia come realizzazione che come interpretazione; per i non amanti del musical potrebbe essere irritante vedere Wolverine e Massimo Decimo Meridio in versione canterina, ma sempre meglio di come si è ridotto Zorro (“Èco Rossita le mie ffète bìsscotàte”).

Rock of Ages

I wanna rock!

TRAMA: Los Angeles 1987. Sherrie, una ragazza originaria dell’ Oklahoma, arriva in città in cerca di fortuna. Nel celebre locale Bourbon Room conosce e si innamora dell’aspirante rockstar Drew, mentre qualcuno in città trama per eliminare la musica rock.

RECENSIONE: Musical corale per la regia di Adam Shankman, che ritorna al musical dopo Hairspray (2007), la cui immagine di John Travolta grasso e vestito da donna ha accompagnato i miei incubi; il fatto che Shankman oltre a regista sia anche ballerino e coreografo è utile ai fini dei numeri musicali, qui curati e ben fatti, con attori principali e comparse che contribuiscono a creare delle sorte di quadri viventi ancheggianti e rockeggianti che per lo spettatore risultano carini ed entusiasmanti.

La sceneggiatura di Justin Theroux, che ha sceneggiato anche il sottovalutato Tropic Thunder (2008), è un canovaccio tipicamente da musical, cioè formato da varie tappe che mostrano l’evoluzione dei personaggi, come succede ad esempio nell’ highlander Grease (1978) o nel più recente Mamma mia (2008), il musical che ha incassato di più della storia del cinema, mica pizza e fichi: i personaggi hanno un carattere basic e lo implementano evolvendolo con le esperienze fatte all’interno della storia.
In questo caso Theroux e gli altri sceneggiatori creano una trama fluida e snella, contribuendo con battute, gag e situazioni surreali a divertire lo spettatore, che si ritrova immerso in un mondo di locali, grande musica e donnine (come minimo) allegre.

Come già detto il cast è molto nutrito e vede la presenza di Diego Boneta e Julianne Hough, giovani e freschi protagonisti con esperienze musicali, circondati da uno stuolo di personaggi secondari.
Oltre alla divertente coppia Alec Baldwin e Russell Brand, gestori del locale, spiccano un Paul Giamatti viscido e baffuto e una Malin Ackerman sexy e profonda. Menzione d’onore per Catherine Zeta-Jones, il cui ultimo film degno di tale nome è The Terminal (2004), nel ruolo della bigotta e scassapalle moglie del sindaco determinata a far chiudere il locale e scacciare la satanica musica rock da Los Angeles, e Tom Cruise, meraviglioso e divertentissimo nei panni del rocker Stacee Jaxx, alcolizzato, drogato, sessuomane, decadente e scimmia-munito (mica male). Essendo un classe ’62 dovrebbe forse iniziare a concentrarsi più su personaggi non eroici e abbatti – palazzi alla Mission Impossible ma a piccole caricature, come ha fatto in maniera più che buona in Magnolia (1999) Collateral (2004) e Tropic Thunder (2008).

Colonna sonora cantata dagli attori con (tra gli altri) Def Leppard, la cui canzone Pour some sugar on me è bene interpretata da Cruise, Pat Benatar, Poison, Twisted Sisters e Joan Jett.

Nel complesso un buon film.

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