L'amichevole cinefilo di quartiere

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Aquaman

Il supereroe che vi farà bagnare.

TRAMA: Dopo gli eventi raccontati in Justice League Aquaman deve fare ritorno ad Atantide per assumere il suo ruolo di sovrano. Ma il Protettore degli Oceani viene chiamato a una nuova sfida, dovendo difendere il suo trono e la Terra dall’attacco congiunto del suo fratellastro principe Orm e di Black Manta.

RECENSIONE:

Concorso di Mister Canotta Bagnata intorno al quale è stato inspiegabilmente costruito un film, Aquaman è una delle pellicole più raffazzonate e baraccone dell’ultimo biennio: sfociando più che sovente nel trash (in)volontario fallisce nel tentativo di offrire uno spettacolo che non sia solo visivamente apprezzabile, ma anche narrativamente consistente.

Nello specifico il film presenta infatti una sceneggiatura troppo pigra e debole, che si limita ad inanellare ogni cliché possibile ed immaginabile tra quelli appartenenti al filone narrativo dei film supereroistici, uniti al classico viaggio dell’eroe.

Vorrei far notare che questo qui indossa dei pantaloni di pelle attillati in fondo al mare.

Possiamo notare, perciò, il protagonista recalcitrante al ritorno in un mondo che odia pur essendo in parte suo, il parente ambizioso e malvagio, lotte intestine di potere con la presenza sullo sfondo di una guerra imminente… tutti elementi cardine della tipologia narrativa di riferimento, con in aggiunta l’aggravante di una banale semplicità espositiva che si tenta però di ammantare di un fastidioso alone di complessa solennità, deleteria per un fumettone muscolare e scanzonato come questo.

Aquaman è infatti un film coattissimo.

«Aquamenne è er fijo da’a reggina de Atlantide e ‘sti pezzenti non je vojono da’ er trono! A’NFAMI-I!»

Equivalente cinematografico del cugino Carmine che in piedi sul Tagadà canta L’Amour Toujours con canottiera bianca, pantaloni Adidas stile Freddie Mercury a Wembley ’86 e petto peloso ornato da crocifisso con Cristo di due chili, la pellicola vede le vicende di un simpatico bietolone che divide equamente il proprio tempo tra il menare cazzotti, elargire battute di dubbio gusto e farsi insultare un po’ da chiunque altro.

Incrocio tra lo Steve Reeves icona dei sandaloni e Bud Spencer, questo colosso con gli shatush piglia a cartoni tutto ciò che gli capita a tiro, mandando tanti saluti a temi di vaga introspezione psicologica quali “anche se sono cattivi, non dobbiamo accopparli”, “svisceriamo il rapporto tra i supereroi e i normali esseri umani” e “perché Kevin Costner ha deciso di crepare nell’uragano?”

Input psicologici emergono da elementi scontati quanto la colomba pasquale il sei luglio: il solito flashback scorreggione sul nostro prode che da infante viene emarginato dai bulletti, solita incapacità di adattamento al mondo in cui ci si trova a causa sia delle proprie abilità quanto per il proprio lignaggio, solita contrapposizione tra chi lo odia, chi lo teme e chi ammira come una celebrità.

«Aspetta un attimo, sarò mica finito in una vergognosa cazzatona…?»

Personaggio che piacerebbe molto a zio Spartaco che gestisce una macelleria al Testaccio ascoltando gli stornelli mentre legge la formazione da’a Maggica, l’Aquaman di Jason Momoa è un tizio veramente enorme.

Ponendo la sua fisicità da Übermensch al servizio di un character ahinoi banalotto, escludendo l’ovvio fascino da bisteccone esercitato su un pubblico femminile con discreta fame, questo Arthur Curry è un semplice pupazzone dall’introspezione abbozzata, che vaga per il mondo con il sorriso ebete di colui che si è appena fumato il calumet della pace con Toro Seduto mentre in fondo al mar con il granchio Sebastian ci sta il suo fratello, sosia sfigato di Eminem a dare battaglia a destra e manca.

Jason Momoa alle prese con la tipica reazione delle fan in sua presenza.

Non basta a sollevare le sorti di Aquaman una discreta capacità registica per quanto riguarda le scene sottomarine che, abbondando di mostri vari, strizzano anche l’occhio alla fantascienza di svariati decenni or sono.
Apprezzabile e ben reso il gioco portante tra le differenze di fisica subacquea e superficiale, ma tale elemento, pur in un cinecomic, dovrebbe essere un contorno visivamente piacevole, e non l’asse portante di un film che, perdonate il facile gioco di parole, fa acqua un po’ da tutte le parti.

Amber Heard solita ultrafigona bidimensionale che con i suoi capelli rossi e l’essere quasi sempre zuppa d’acqua offre un sottotesto porno che presumo di non dover spiegare: poco sorprendentemente il suo personaggio funge da mero (o Mera) satellite amoroso del protagonista, potendo essere sostituito con un cartonato a forma di vagina senza alterare il risultato narrativo.

Ok.

Willem Dafoe come mentore potrebbe anche essere una scelta azzeccata, se non fosse che pure il suo ruolo possieda la profondità narrativa di una pozzanghera. Dolph Lundgren senza spiezzare in due nessuno con annesso imbarazzante crine rubicondo pare a suo agio in un cinecomic più o meno quanto il formaggio sugli spaghetti allo scoglio.

E i cattivi?

Beh, entrambi minestre più che riscaldate: uno è un Black Manta di rara piattezza che funge da mero veicolo per la vendetta unita ad una rivalsa generazionale buttata abbastanza a casaccio.

Ho detto Black MANTA, non MAMBA…

L’altro è l’Ocean Master di Patrick Wilson, aficionado di Wan con cui è alla quinta collaborazione e che, oltre a possedere uno dei nomi più ridicoli nella storia del fumetto americano, imbastisce con Momoa il rapporto che sussisterebbe tra Edmund e Edward del Re Lear se il Bardo avesse scritto tale opera sotto effetto di pesanti oppiacei.

Ogni tanto si parlano, poi si menano, poi si parlano mentre si menano…

Un film che è una burinata unica.

Consigliato però se siete in possesso di una vagina funzionante.

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