L'amichevole cinefilo di quartiere

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Speakers’ Corner – Escape Room


Saw – L’enigmista
passato dalla mutua, Escape Room è una dimenticabile cazzata che cerca di sfruttare beceramente una forma di intrattenimento (?) esplosa nell’ultimo paio d’anni.

Personaggi dall’utilità di un eskimo in Costa d’Avorio e piacevoli quanto una chiave inglese nel retto si barcamenano da una stanza all’altra sfoltendosi di volta in volta nel più prevedibile degli schemi, con la trama che è infatti una sequela di situazioni già viste altre decine di volte.
«Ma Cube – Il cubo lo abbiamo visto solo in quattro stronzi?» e l’unica domanda che scaturisce dall’osservazione del solito branco di stereotipi ambulanti (ragazza timida, ragazza tosta, businessman arrivista…) che non aggiungono perciò nulla a quanto già mostrato, grazie anche ad innumerevoli seguiti, dalla già citata saga di James Wan e dal Final Destination del quasi omonimo James Wong.

La regia operaia di Adam Robitel, che inquadra qualsiasi cosa accada in modo da essere sicuro che persino l’osservatore meno normodotato intellettualmente riesca a seguire la machiavellica complessità del plot, è paradossalmente mortifera per l’attenzione del pubblico, che della sorte dei protagonisti se ne sbatte più che presto i coglioni.

Due menzioni (dis)onorevoli:
–  Il riciclatissimo personaggio del giovane nerd che OVVIAMENTE la figa non sa nemmeno se sia verticale o orizzontale, il cui unico scopo è quello di spiegare le regole del gioco non tanto agli altri protagonisti, quanto agli spettatori paganti metti caso siano cerebralmente morti.
– Il finale, che è una puttanata invereconda.

Un film che non dovrebbe trovarsi sul piano dell’esistente.

Speakers’ Corner – Love, Death & Robots


Serie animata antologica per adulti, scritta e diretta dal Tim Miller di Deadpool e prodotta da David Fincher, Love, Death & Robots è una raccolta di racconti principalmente sci-fi ma che abbracciano anche altri generi tra cui l’horror, il thriller e la commedia.

Piccolo gioiello di creatività ed arte visiva, la serie è composta da diciotto episodi non collegati tra loro, che alternando come già accennato i registri comico, drammatico ed horrorifico riescono a soddisfare i gusti più disparati, centrando il bersaglio che di volta in volta si prefiggono e dimostrando un livello medio complessivo decisamente alto.
Utile per la fruizione degli episodi è inoltre la loro durata ridotta (da 6 a 17 minuti ciascuno), che rende la serie adatta sia per una maratona complessiva non stop quanto per optare invece il guardarsi qualche episodio nei ritagli di tempo.

Per meglio capire la portata dell’opera, essendo formata da segmenti molto diversi uno dall’altro, invece di buttarsi in un’analisi complessiva è molto più utile esaminare brevemente gli episodi uno ad uno.

Il vantaggio di Sonnie (Sonnie’s Edge)
Combattimenti tra umani in simbiosi telepatica con dei mostri.
Episodio di apertura, Sonnie’s Edge è anche quello che più ho apprezzato, e ragionando a posteriori sulla serie come unicum sono contento che sia stato scelto come primo, perché credo che oltre ad essere uno di quelli di qualità oggettivamente migliore sia molto emblematico del focus della serie.
Animazione in CGI di qualità eccellente, che mostra i muscoli soprattutto nella sequenza di lotta tra le creature, ciò non mette in secondo piano una trama ovviamente breve ma intensa, con una protagonista interessante ed un arco narrativo ben gestito.

Tre robot (Three Robots)
Tre robot vagano per un mondo post-apocalittico commentando l’estinzione degli umani.
Dopo il dramma dell’episodio 1 si passa ad un tono molto più leggero e sarcastico, con i tre protagonisti che, trovandosi di fronte ad infrastrutture tipicamente umane, cercano di comprenderne l’utilizzo; a ciò si accompagnano sferzanti critiche alla stupidità della nostra specie e all’innata indole di autodistruzione insita nell’homo sapiens.
Segmento basato sull’infondere nello spettatore la classica risata unita al «È vero: è proprio così», Three Robots è un carino divertissement.
Simpatico il finale.

La testimone (The Witness)
La casuale testimone di un omicidio scappa inseguita dall’assassino.
Con un mood ansiogeno generato non solo dalla trama in sé, ma anche da uno stile grafico ricco di primi piani ed animazioni rapide, The Witness è una corsa verso la salvezza, inframmezzata da sequenza sessualmente esplicite che fungono da una sorta di pausa contemplativa per un’esistenza, quella umana, in cui il pendolo oscilla tra la inconcludente fretta ed un piacere effimero.
Ottima scelta quella di dare molto risalto a livello uditivo all’ansimare dei personaggi, con la frequente aggiunta dell’appannamento della camera durante i primi piani, come se i characters avessero realmente un obiettivo puntato in faccia.

Tute meccanizzate (Suits)
Agricoltori combattono un’invasione aliena.
Per citare un amico, «”Redneck con i mecha” è una delle cose che non sapevate ancora di volere»; battute a parte, episodio che ricade nel classico “uomo vs mostro” riuscendo però a non essere banale e noioso, grazie ad uno stile di animazione che ricorda quello dei videogiochi della casa di sviluppo Telltale Games e che ben si addice a quanto viene mostrato.
Relativamente leggero nonostante l’argomento, il tono è smorzato anche dall’uso di una colorazione vivace e quasi da pennarello, che esalta piacevolmente le figure.

Il succhia-anime (Sucker of Souls)
Spedizione scientifica risveglia qualcosa che avrebbero dovuto lasciar dormire.
Tra tutti, forse questo è l’episodio che personalmente mi ha convinto di meno. Non che non sia di intrattenimento, anzi, la sua violenza esagerata è paradossalmente divertente, ma ho avuto la sensazione che c’entrasse poco con gli episodi fin lì visti, e penso che non abbia quel quid per risultare memorabile e di impatto che magari altri segmenti possiedono.
Si guarda e via.

Il dominio dello yogurt (When the Yogurt Took Over)
I batteri dello yogurt diventano senzienti e conquistano il pianeta.
Su una trama del genere mi rendo conto che poco ci sia da dire. Utilizzando uno stile cartoonesco tipico dei programmi indirizzati ai più piccoli, When the Yogurt Took Over è indubbiamente l’episodio che sfocia maggiormente nell’assurdo; anche qui comunque è riscontrabile una pesante e benvenuta critica alla stupidità umana in genere, a cui ben si sposa una narrazione documentaristica alla Adam McKay / Michael Moore.

Oltre Aquila (Beyond the Aquila Rift)
Il salto spaziale di un’astronave ha un problema ed essa finisce lontana molti anni luce rispetto al previsto.
Inquietante. Molto.
Beyond the Aquila Rift è un gioiello di costruzione narrativa, semplice nelle sue apparenti premesse ma molto più complesso nel loro sviluppo. Una trama avvincente ed interessante, che riesce a montare la tensione gradualmente in un climax finale che rende un senso all’intero episodio.
Alcune scelte sono una palese strizzata d’occhio ad un film ormai classico nel genere sci-fi, ma che non posso menzionare per non fare spoiler sulla conclusione.

Buona caccia (Good Hunting)
Nella Cina della Rivoluzione Industriale, il rapporto tra un uomo ed una kitsune.
Ideale passaggio di consegne tra il mondo magico e quello materiale, Good Hunting riesce a costruire una storia poetica e romantica, di un romanticismo però non solo meramente amoroso, ma che comprende più ad ampio respiro l’elogio per un mondo destinato inevitabilmente a scomparire.
Grazie alla tecnologia, però, la magia naturale ed animista diviene qualcosa di diverso ma altrettanto irreale e mistico, a testimonianza della ciclicità degli eventi e di una circolarità inaspettata ma narrativamente ben congegnata.

La discarica (The Dump)
Un ufficiale comunale deve sfrattare un vecchio che vive in una discarica.
Dopo un paio di episodi seriosi, Love, Death & Robots ritorna sul terreno dell’ironia, con una tipica storia di paura aneddotica raccontata con un po’ di alcool nelle vene.
Simpatico ed esagerato, The Dump ha un posizionamento strategico per stemperare la tensione e la drammaticità precedenti, con la presenza del tema “vecchio che se ne frega della modernità e vuole solo essere lasciato in pace” che suscita naturale simpatia.
Un paio di piccole chicche faranno sbellicare lo spettatore attento.

Mutaforma (Shape-Shifters)
Nella guerra in Medio Oriente, l’esercito americano si serve di soldati particolari.
Come il già visto Sucker of Souls, anche questo episodio c’entra ben poco con il tema generale della serie, ma gli è superiore grazie ad una breve storia di amicizia e di accettazione del sé che lo eleva rispetto ad una stereotipata lotta violenta contro una minaccia ignota.
Da segnalare una CGI anche qui ben fatta ma più legnosa di Beyond the Aquila Rift e di Secret War (che vedremo poi), per il resto non molto da dire senza cadere negli spoiler.

Dare una mano (Helping Hand)
Un’astronauta si ritrova alla deriva.
Episodio che riprende la tematica di Gravity di Cuarón, Helping Hand è uno degli episodi incentrati sull’ansia. Carenza di ossigeno, aiuti che non arrivano e concreta possibilità di morire nello sconfinato vuoto in cui “nessuno può sentirti urlare”, altro fattore citato, per un segmento in cui anche la capacità di sacrificio per rimanere attaccati alla vita dimostra la sua importanza.

La notte dei pesci (Fish Night)
Due venditori porta a porta rimangono in panne con la macchina nel deserto nordamericano.
Episodio maggiormente onirico della serie, Fish Night sfrutta una trama semplice ed apparentemente priva di spunti per mostrare animazioni coloratissime e ben realizzate, virando la storia su un confronto generazionale alla Cat Stevens con il maturo calmo e riflessivo che ha accanto il giovane intrepido ed avventato.
Stile visivo che ricorda vagamente il cel-shading del videogioco XIII, tratto dall’omonimo fumetto franco-belga.

Dolci tredici anni (Lucky 13)
Il rapporto di “amicizia” tra una pilota militare ed un’aeronave nota per portare sfortuna. 
Legame uomo-macchina contornato di superstizione, desiderio di rendersi utili e determinata volontà di oltrepassare i propri limiti; aggiungete il tema dell’ammasso di ferraglia che pur vecchio dimostra ancora la sua (stile Herbie, il maggiolino tutto matto) venendo di conseguenza preferito da un’umana “romantica” ai nuovi ritrovati tecnologici e si ottiene una trama classica impreziosita dalle consuete scene militari.
Più profondo di quanto potrebbe sembrare.

Zima Blue (id.)
Una giornalista deve intervistare un pittore le cui opere sono caratterizzate da una particolare tonalità di azzurro.
Ritorno alle origini in salsa artistico-fantascientifica, Zima Blue è uno degli episodi più delicati e poetici: da esso emerge infatti la circolarità tra progresso e regresso, per cui se l’obiettivo è aspirare alle vette più alte dello scibile umano, la via migliore è paradossalmente quella di alleggerirsi mentalmente e fisicamente, fino a far riemergere la propria vera essenza.
Interessante anche il tema del triplice rapporto su cui si basa l’arte: artista-opera, artista-pubblico e opera-pubblico.

Punto cieco (Blind Spot)
Una banda di ladri assalta un veicolo blindato fortemente difeso.
Azione pura: bastano due semplici parole per definire questo episodio, in cui si abbandonano quasi totalmente elementi filosofico-introspettivi, dalla grande rilevanza in altri segmenti, per imbastire invece un train heist adrenalinico e su più livelli di pericolosità.
Il fattore veramente importante non è ciò che il gruppo tenti di rubare, ma i vari ostacoli che compaiono via via lungo il tragitto.
Coloratissimo ed avvincente.

L’era glaciale (Ice Age)
Una coppia scopre che nel nuovo freezer esiste un microscopico mondo umano in evoluzione.
Episodio in live action (protagonisti Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead), anche qui il tema principale è quello del ciclo: pur se il tempo scorre convenzionalmente in una sola direzione, non è detto che con il passare di ere troppo grandi per la concezione umana esso non ritorni a presentare daccapo lo stesso corso evolutivo.
Pur non essendo disprezzabile, Ice Age è forse un pesce fuor d’acqua nella serie, un po’ per la sua assenza di animazione, un po’ per la ripetitività di un concetto già visto.
Comunque discreto.

Alternative storiche (Alternative Histories)
Sei possibili scenari storici di cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto prima di fondare il Partito Nazista.
Alternative Histories è la sagra dell’assurdo: grazie ad uno stile visivo minimale nelle forme e vivacissimo nei colori, vengono delineati universi paralleli basati sul nonsense e sull’esagerazione, in cui il futuro Führer viene ucciso nei modi più bislacchi ed improbabili, portando a conseguenze altrettanto fuori di testa.
Divertentissimo e leggerissimo, una serie di allegri WTF da gustare senza anticipazioni.

Guerra segreta (Secret War)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un plotone di soldati russi viene inviato ad eliminare una minaccia sconosciuta.
Si ritorna al realismo, alla crudezza e all’ambientazione militare per questa conclusione di serie: Secret War offre una CGI di pregevole fattura, che ben si sposa appunto con la serietà delle tematiche.
Pure qui uomo contro mostro, ma con un paio di elementi estetico-narrativi che rendono anche questo episodio interessante ed avvincente.

Deadpool

deadpool poster itaI ❤ chimichangas.

TRAMA: Wade Wilson, ex agente operativo delle Forze Speciali e mercenario, si sottopone a un terribile esperimento per guarire dal cancro, acquisendo l’eccezionale potere del fattore rigenerante…

RECENSIONE: Per la regia di Tim Miller, Deadpool è un film che…

Eh-ehm… non ci stiamo dimenticando di qualcosa?

No, ma temo sia una domanda retorica.

Dai, io sono te, sai cosa voglio. Deadpool è un personaggio famoso per avere personalità multiple, voci nella testa e roba varia, quindi potremmo cogliere la palla al balzo e recensirlo ripetendo il ménage à deux di quella vecchia volta.
Non lo trovi un intelligente riferimento all’argomento dell’articolo, nonché un frizzante e costruttivo espediente narrativo?

No, la trovo una puerile perdita di tempo. Sono già in ritardo a scrivere la recensione, per cui se potessi costruttivamente levarti dalle palle…

LA RECENSIONE! Fermi tutti, è arrivato Roger Ebert!
Capirai che roba, la tua “recensione”:”Bla bla bla, battutine del cazzo, le pellicole sui supereroi fanno schifo perché li rendono personaggi piatti conditi da umorismo spicciolo, battutine del cazzo, bla bl…”

Veramente a me questo film è piaciuto.

Ecco, sei il solito preven… no aspetta, cosa?!?

deadpool face

I supereroi spesso sono figure idealizzate in maniera esagerata: maschioni eroici che sfidano indomitamente le forze del male agghindati con costumi francamente improbabili.
Troppo perfetti, troppo valorosi, troppo… TROPPO.

Deadpool invece mi è piaciuto come film perché il suo protagonista non è così, lui è…

Lui.

deadpool gif 2

Alt, alt, alt, forse ho capito dove vuoi arrivare. Tu critichi negativamente i Guardiani della galassia perché li consideri personaggi stupidi e poi esalti Deadpool… per lo stesso motivo?

Sì, perché c’è una differenza fondamentale tra le due tipologie di character: Deadpool è intrinsecamente stupido e sopra le righe.

Il suo essere un concentrato di esagerazione fa parte della natura del personaggio: non è comico perché figo, ma è figo perché comico.

Per legarmi all’esempio che hai fatto tu, un procione parlante che spara mitragliate alla gente è un elemento “affascinante”, che può portare di conseguenza a gag, battute o scene comiche.

Deadpool invece ha la comicità insista nel personaggio: se gli si toglie questa caratteristica, ci si ritrova con un mercenario armato fino ai denti che, per quanto possa avere carisma, è un archetipo stravisto in molti media fumettistici e non.

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Deadpool è per prima cosa un tizio comico ed esagerato, e dopo un antieroe d’azione.

Capito?

Sinceramente no ma ti vedo convinto, per cui mi fido.

La tua stima mi commuove. Quello che dicevo prima viene evidenziato nel film da continui sfondamenti della quarta parete:  essi sono ripresi dai fumetti, dato che il “merc with a mouth” è fortemente connotato dall’essere l’unico personaggio Marvel con la consapevolezza di trovarsi in un’opera d’intrattenimento.

Non è l’unico, anche She-Hulk sa di essere il personaggio di un comic book.

Chi??

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Tipica sobrietà Marvel… quale sarebbe il senso di questo personaggio, rendere sessualmente appetibili le culturiste maggiorate con la pelle verd…

Ripensandoci, preferisco non saperlo.

Stai perdendo il filo, mi chiedo come facciano le persone a leggerti.

Io mi chiedo perché queste cose alle fashion blogger non capitino…

Dicevo, essendo comunque Deadpool un superhero movie la regia e il montaggio enfatizzano decisamente l’elemento action, alternando sequenze adrenaliniche di pura azione con altre più posate e comiche; in particolare il montaggio risulta ottimamente funzionale alle parti più frenetiche, sapendo utilizzare anche lo slow motion per esaltare determinati passaggi.

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Il punto focale della pellicola è ovviamente l’umorismo, che rende il film incredibilmente divertente.

I tantissimi riferimenti alla cultura pop (fumettistica e non), il sarcasmo imperante ed un linguaggio sboccatissimo e sessualmente esplicito rendono l’opera decisamente spassosa, con battute a mitraglia che si susseguono eliminando i tempi morti dei dialoghi.

Ciò maschera una trama che tolto tale elemento risulterebbe banale e “canonica”, ma che da questo fattore viene quindi piacevolmente arricchita superando il classico schema narrativo riguardante l’origine di un personaggio.

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“Il film è bello perché è divertente”? Wow, dici che i lettori riusciranno a raccapezzarsi tra questi termini così squisitamente tecnici e incredibilmente oggettivi?

Ok, allora diciamo che Deadpool è un personaggio carismatico perché incarnazione materiale dell’astrazione teorica di individuo che abbandona le regole tipiche dello stato sociale, ritornando ad una dimensione naturale e para-anarchica in cui possa sfogare senza limiti positivi gli eccessi della sua personalità.

Ciò corrisponde ad una concezione intrinsecamente istintuale della vita, che affascina e solletica i profondi appetiti delle persone perché costituisce una sublimazione catartica del concetto stesso di “libertà”, contribuendo alla fuoriuscita visiva del nucleo fondante dell’animale uomo.

Meglio così?

“Divertente” va benissimo.

Ti ringrazio.

Deadpool disegno

All’umorismo si unisce la violenza, molto esplicita sia nei comic book che nel film. Essa però non pesa negativamente sull’opera, perché legata indissolubilmente alla tipologia di personaggio rappresentata dal protagonista, quindi non “forzata” solo per il gusto dell’omicidio.

Anche in questo caso, si ha un quid che migliora il film rispetto ad altre pellicole simili: un protagonista ammazzatutti le cui azioni hanno un senso di esistere all’interno dell’opera artistica, senza appiattirsi su personaggi alla Steven Seagal che si limitano a sterminare bidimensionalmente per un’ora e mezza tutti i maderfacchers che attraversino il loro campo visivo.

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Violenza e comicità risaltano grazie anche alla presenza di figure di contorno piuttosto sopra le righe, che ben si armonizzano con l’atmosfera del film e contribuiscono a creare divertenti gag e siparietti comici.

È una mia impressione o a te i personaggi secondari piacciono solo quando sono strambi?

No, non mi piacciono gli elementi di contorno strani in sé, ma quelli che riescano a ritagliarsi uno spazio più o meno importante nella vicenda, in modo da aumentare il respiro dell’opera e non stancare lo spettatore concentrandosi solo su protagonista e antagonista.

Se così fosse, non si avrebbe davanti agli occhi un film, ma un incontro di pugilato.

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Ok, ok, va bene. ‘Sti tizi sarebbero?

Beh, nei panni della fiamma del protagonista abbiamo una sexy e tosta Morena Baccarin, aficionada delle serie tv; Colosso, l’X-Man russo (“In Soviet Russia metal forges you”), è interpretato con la tecnica del motion capture da Andre Tricoteux per quanto riguarda il fisico, mentre il viso è di Greg LaSalle, supervisore di tale tecnica di recitazione.
La semi-esordiente Brianna Hildebrand è Negasonic Mutant Warhead, la lottatrice Gina Carano (Fast & Furious 6) è Angel Dust, mentre Ed Skrein (già visto ne I vichinghi) veste i panni di Ajax.

deadpool ajax

“Ajax” come quello di Cruijff?

No, “Ajax” come i due dell’Iliade.

Ah, bello, è mica il film dove Brad Pitt spacca i culi sulla spiaggia?

Farò finta di non aver sentito… fortunatamente la recensione è andata.

Visto musone che non è stato difficile? Dai, alla fine la Marvel ti ha sputato fuori una robetta mica male, cosa vuoi di più?

Beh, se mi facessero un film decente su di lui non mi dispiacerebbe…

the punisher 2

Lo han messo nella serie tv su Daredevil.

Ho detto “film”.

Non ne hanno già fatti due?

Ho detto “decente”…

Mad Max: Fury Road

mad max locandina“Ti ho mai detto qual è la definizione di follia, sì? Follia è fare e rifare la stessa cazzo di cosa, ancora e poi ancora, sperando che qualcosa cambi. Questa è follia.”

TRAMA: La storia di Max, uomo di poche parole, si intreccia con quella di Furiosa, donna in fuga dal terribile Immortan Joe, signore della guerra adirato perché gli è stato sottratto qualcosa di particolarmente prezioso.

RECENSIONE: Per la regia di George Miller, Mad Max: Fury Road è il reboot della celebre saga cinematografica australiana, composta da tre capitoli dal 1979 al 1985.

E, ve lo dico da subito, è una vera bomba.

mad max inquadratura

Uno degli elementi che poteva tranquillizzare sia i fan della serie nello specifico sia gli amanti del cinema in generale è la presenza in cabina di comando di Miller, regista e sceneggiatore anche della trilogia originale.

Ciò è rassicurante, perché nonostante il lungo arco di tempo trascorso tra la fine di una serie ed il suo restarting, avere la presenza dell’autore originario rende impossibile creare vaccate.

A parte ovviamente Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma.

A parte ovviamente Blues Brothers: Il mito continua.

A parte ovviamente Prometh…ok, ok, a volte vengono fuori degli aborti comunque, ma queste sono rarità.

Più o meno.

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Per spiegare le caratteristiche del film facciamo lo stesso discorso di Cinquanta sfumature di grigio.

Qual è l’elemento fondamentale in un film action?

Robot giganti che si menano in un product placement vergognoso con sottofondo di Linkin Park?

No.

Omaccioni pompati vestiti come fantini omosessuali che sconfiggono il cattivone di turno lanciando battutine a spron battuto?

No.

Ippopotami in tutù che ballano insieme a dei coccodrilli sulle note della “Danza delle ore” di Ponchielli?

No.

Eh?!?

Il fattore essenziale in un film d’azione è la tensione.

E qui ne abbiamo a pacchi.

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Questo non è un road movie, questo è un chase movie. I protagonisti vengono costantemente braccati, l’azione è quasi senza respiro e allo spettatore viene trasmessa ottimamente la sensazione che hanno i personaggi di avere una spada di Damocle pendente sulla testa in modo ineluttabile.
O, per usare un francesismo, la sensazione di avere sempre qualcuno attaccato al culo.

Il film ne guadagna tantissimo in termini di ritmo (grazie anche ad un montaggio sapiente che non fa altro che acuire maggiormente tale sensazione), e in divertimento, risultando sinceramente godibile e non rendendo affatto pesanti i suoi 120 minuti di durata.

mad max hardy

Un altro elemento ottimo del film è l’ambientazione.

Essa è infatti molto ben caratterizzata, grazie alla fotografia di John Seale che gioca molto con i colori (rossastri di giorno, grigio-verdi di notte) riuscendo a fornire ciò che spesso manca alle pellicole di questo genere, ossia uno stile visivo ed estetico ben definito.

All’interno di questo ambiente viene rappresentata una paleosocietà anch’essa ben scolpita, in cui ha molto rilievo la scala gerarchica dei componenti con una ovvia ed enorme differenza tra i ricchi padroni e la povera massa.
La classe dei guerrieri risalta per quanto concerne il legame con le rispettive vetture, grezze portatrici di morte su ruote usate per distruggere ed uccidere i nemici.

Come le Wacky Races, ma con più morti ammazzati.

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I characters secondari del film sono uno più fuori di testa dell’altro, e quando vengono presentati agli occhi del pubblico è una goduria constatare quanto possano essere sopra le righe ed esaltati, rendendo il film frizzante e divertente.

Come Sarabanda, ma con più morti ammazzati.

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Tom Hardy non sfigura interpretando un Max di poche parole e molti fatti; un guerriero ferito nello spirito che cerca di trovare la propria strada sopravvivendo all’ostile mondo che lo circonda.
Il personaggio è stato ben trasposto dal cinema degli anni ’80 a quello attuale, raccogliendo degnamente il testimone da Mel Gibson, che nonostante alcune sue uscite alla Mercenari 3, per naturali motivi anagrafici oggi più che Interceptor – Il guerriero della strada potrebbe fare Voltaren – Il guerriero della bocciofila.

Mel Gibson in 1985's "Mad Max Beyond Thunderdome," left, and Tom Hardy in "Mad Max: Fury Road," premiering next spring.

Charlize Theron, Furiosa di nome e di fatto come quando in Biancaneve e il cacciatore le hanno detto che Kristen Stewart è più bella di lei nel reame, impersona bene i panni di guerriera cazzuta e rasata, menando spesso le mani e facendosi dimenticare come gnoccona della pubblicità Martini.

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Beh, quasi.

In generale un film ottimo, che merita sicuramente una visione e che sa tenere incollati alla poltrona senza annoiare.

Consigliato.

American Sniper

american sniperOne shot, one kill.

TRAMA: Il Navy SEAL Chris Kyle, inviato più volte in missione in Iraq, diviene una leggenda tra i tiratori scelti delle Forze Armate statunitensi.

RECENSIONE: Per la regia di Clint Eastwood, American Sniper è un’opera cruda e molto asciutta, in cui vengono mostrate le esperienze di un uomo inserito in un contesto estremamente difficile e permeato di morte.

Tratto dall’autobiografia di Kyle (American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History), nella pellicola non è presente il lirismo talvolta stucchevole di molte opere dedicate all’unico svago dei potenti a cui i sudditi prendono parte, ma si preferisce mostrare la realtà per quella che è, senza quindi dilungarsi in orpelli inutili o sviolinate melense.

American Sniper è un film profondamente virile e profondamente americano, non solo perché i suoi protagonisti sono uomini statunitensi, ma anche (e soprattutto) perché virili e americani sono i valori che li muovono: la difesa della propria patria da un nemico lontano, gli Stati Uniti come “nazione più bella del mondo”, gli altri soldati che diventano fratelli acquisiti con cui coprirsi le spalle a vicenda e la famiglia come cosa più importante da proteggere ad ogni costo.

american sniper soldati

Il tiratore scelto è un elemento ambivalente, poiché nonostante faccia ovviamente parte dell’esercito è anche individuo a sé stante: non solo fisicamente (sta prevalentemente da solo, o al massimo supportato da uno spotter), ma anche per il suo potere decisionale (egli deve sovente scegliere autonomamente sul da farsi) e psicologicamente (l’orrore di abbattere bersagli su bersagli da grosse distanze, che possono anche non stare sparando direttamente contro di lui o essere civili usati per scopi di guerriglia).

american sniper scena

Lo sniper ha inoltre sulle spalle la responsabilità della vita dei commilitoni, dovendo proteggerli e supportarli; in tale aspetto vi sono alcune similitudini tra questo film e The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, vincitore dell’Oscar come Miglior film nel 2010 e incentrato sulla figura dell’artificiere.
In entrambe le pellicole, infatti, il protagonista è un individuo la cui attività si può definire borderline, essendo caratterizzata dal già citato elemento di supporto.

American Sniper Movie

Il regista dagli occhi di ghiaccio lascia che siano le immagini a parlare per lui, non ha bisogno di abbandonarsi ai ghirigori della macchina da presa; tolti pochi movimenti di camera (solitamente ad enfatizzare elementi psicologici) o un montaggio che evidenzi alcune simmetrie tra le due fazioni del conflitto, lo stile si mantiene il più concreto e oggettivo possibile.

In questo modo il film ha il sapore della sabbia, del metallo e del sangue, e non ci si abbandona a voli pindarici sulla giustizia o meno dei conflitti bellici.

american sniper cecchino

Tale elemento è in parte esaltato dalla fotografia di Tom Stern, verdastra nei campi stretti e negli interni militari, cupissima nelle scene notturne e giallo-sabbia di giorno, aumentando realismo ed intensità emotiva delle scene mostrate.
Ciò è fondamentale in quanto il soldato è un individuo che data la partecipazione a situazioni molto drammatiche può suscitare una grande gamma di emozioni nello spettatore, che vengono in tal modo accentuate.

Bradley Cooper è un protagonista piuttosto granitico, sia fisicamente (per interpretare questo ruolo è diventato enorme) sia psicologicamente.
Kyle svolge il proprio dovere mosso da nobili ideali, e facendo questo tende a chiudersi ermeticamente nei confronti dei suoi cari in modo da non far trasparire paura, tensione e inquietudine, nonostante ne abbia da vendere.
Questo tipo di personaggio si riallaccia alla già più volte citata concretezza a livello narrativo, che spinge lo spettatore a “scavare” in ciò che vede e a non adagiarsi troppo su da dialoghi ridondanti o eccessivamente didascalici.

sniper cooper kyle

In un film dal machismo imperante, l’unico ruolo femminile degno di nota è quello della moglie del protagonista, interpretata da Sienna Miller, che però, pur non essendo bidimensionale, non riesce a ritagliarsi granché spazio, incarnando un po’ troppo gli stereotipi da moglie del soldato.

American-Sniper sienna miller

A parte i due protagonisti, poco spazio viene dato ad altri personaggi, dato che comunque ci si trova di fronte ad una biografia e in quanto tale il focus deve essere il protagonista.
In generale un film di buona fattura, che può a volte peccare nel non essere molto amalgamato nelle sue varie sequenze (prediligendo quindi un racconto più di tipo episodico) e in una concretezza che può sfociare nello sbrigativo.

Sin City – Una donna per cui uccidere

Sin_City_-_Una_donna_per_cui_uccidere_3D_Teaser_Poster_Italia_mid“A sin for him, desire within desire within / Fall in love with your deep dark sin.”

TRAMA: Quattro storie che hanno comune denominatore in (Ba)Sin City, città del vizio popolata da criminali, politici corrotti e donne di malaffare, dove il sangue scorre a fiumi e la violenza è l’unica via.
Tratto dalla graphic novel omonima di Frank Miller.

RECENSIONE: Diretto dallo stesso Miller e da Robert Rodriguez (che ci ha dato recentemente Machete Kills), Una donna per cui uccidere è il seguito di Sin City, film uscito nel lontano 2005.

Nove anni fa.

Alla buon’ora, ostia!

Tralasciando una fase di creazione piuttosto “complicata”, per usare un eufemismo (riunire un cast del genere non deve essere stato semplice una volta, figuriamoci due), e una post-produzione durata due anni (chi hanno chiamato per farla, Terrence Malick?), questo film è un seguito inferiore alla prima opera, ma che riesce comunque ad essere godibile e ad avere elementi interessanti.

Thriller noir condito da una violenza molto accentuata e da atmosfere erotiche piuttosto torbide, la sua struttura a episodi gli permette di essere più appetibile rispetto ad un lungometraggio unico, perché avendo una dimensione più globale e particolareggiata rende meglio idea della città e soprattutto della varia umanità che la popola.

Sin+City+A+Dame+to+Kill+For+Trailer

Sin City riesce nel suo intento anche grazie alla storia principale tra le quattro, veramente ben fatta sia come atmosfere dark (ma come anche le altre, del resto) sia nella creazione di personaggi tratteggiati in maniera efficace e che, pur basati su stereotipi come la donna manipolatrice, l’uomo che viene usato eccetera, si arricchiscono di particolari che li rendono polidimensionali e non li fanno scadere nella macchietta.

La regia del cugino spirituale di Tarantino e di Miller esalta molto le già citate atmosfere noir, con un funzionale uso del bianco e nero che fa somigliare la fotografia ad un’insieme di tavole fumettistiche. Le inquadrature sono indirizzate molto spesso agli occhi, che vengono esaltati o rendendoli l’unico elemento di colore in mezzo ai toni di grigio o indirizzandogli contro una striscia di luce orizzontale che li faccia spiccare non solo dal resto del corpo, ma anche dalla rimanente parte del volto.

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Oltre a questo elemento abbiamo anche la scelta, come in Sin City, di far risaltare alcuni oggetti o personaggi dando loro colore, facendoli quindi brillare come fari nell’inquadratura. Un’automobile, un soprabito o direttamente una persona focalizzano in tal modo l’attenzione dello spettatore, dandogli un punto luce direttamente in scena.

La sceneggiatura è divisa in quattro, come i Cavalieri dell’Apocalisse, le Tartarughe Ninja e i formaggi sull’omonima pizza.

Denari: Una donna per cui uccidere è la sottotrama principale, e quella che dà il titolo al film stesso. Personaggi ottimi, buon sviluppo narrativo e attori ispirati, risulta essere la migliore del mazzo, anche grazie ovviamente al maggior spazio temporale concessole. Protagonisti un’illegale Eva Green e Josh Brolin (Gangster Squad), che sostituisce Clive Owen nei panni di Dwight, precedendo ciò che viene narrato nel primo Sin City.

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Bastoni: Solo un altro sabato sera è la più breve e quella più disimpegnata, quasi un divertissement. Apre il film dando al pubblico Mickey Rourke che prende a calci qualche tizio in allegria, tanto per far capire subito allo spettatore cosa lo aspetti per la successiva ora e mezza.

sin city rourkeSpade: Quella lunga, brutta notte è delle quattro quella meno collegata alle altre, e quindi la più autonoma narrativamente. Essa vede il lanciatissimo Joseph Gordon-Levitt (Don JonIl cavaliere oscuro – Il ritorno) nei panni di un personaggio che sprizza carisma da ogni poro e con un obiettivo bene in testa. Qualche buon dialogo e un paio di camei simpatici la rendono però comunque godibile.

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Coppe: La grossa sconfitta chiude l’opera, ed è il diretto seguito degli avvenimenti visti nel primo filmJessica Alba e ancora Rourke (il suo Marv è l’unico personaggio a comparire in tutte e quattro le storie) proseguono l’arco narrativo di Quel bastardo giallo, che segna l’ulteriore evoluzione del personaggio di Nancy.

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In un cast di eccezionale qualità spicca ovviamente la madama del titolo: Eva Green (già in un’altra opera derivata da Miller, 300 – L’alba di un impero) è perfetta nel ruolo della femme fatale, grazie al suo fisico prosperoso, che mostra in maniera decisamente generosa per la gioia di ogni maschietto, al suo sguardo magnetico e alla sua presenza scenica.

Come una moderna sirena, la sua bellezza senza pari si unisce ad una pericolosità non manifesta esternamente ma comunque percepibile, che impone di rimanere costantemente all’erta per non cadere nelle sue spire: se non fa attenzione, infatti, l’uomo cade in un piacere tanto breve quanto estremo, che da battito d’ali di farfalla diventa morso di serpente velenoso…

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Che occhi grandi che hai…

Che poeta, ragazzi, altro che recensioni…

In generale un buon film.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi: Tutto ciò che il buon Frank Miller ha creato. Sì, dai, anche 300.

300 – L’alba di un impero

300 l'abla di un impero“Questa è blasfemia! Questa è pazzia!”
“QUESTO! È! CI-NEMA!!!”

TRAMA: Il film racconta gli eventi avvenuti durante la battaglia marittima di Capo Artemisio tra i Greci (comandati dall’ateniese Temistocle) e i Persiani di re Serse I, svoltasi quasi contemporaneamente alla battaglia delle Termopili.
Ispirato in parte alla graphic novel Xerxes di Frank Miller.

RECENSIONE: Sequel (ma sarebbe più corretto midquel) di una delle pellicole più virili e allo stesso tempo omosessuali della storia del cinema (300 di Zack Snyder, uscito nel 2007), questo film segue un’opera i cui meriti principali sono l’aver aumentato di un buon 20-30% le iscrizioni nelle palestre e aver creato una manica di esaltati, che per caricarsi prima di qualsiasi incombenza (partita di calcetto, gara di shottini, fila alle Poste) sbraitano discorsi motivazional-guerreschi con la stessa energia di Mussolini dal balcone di Piazza Venezia.

Al posto di Snyder, che ha declinato il progetto per dirigere L’uomo d’acciaio (complimenti, bella scelta) e che qui è in veste di sceneggiatore e produttore, abbiamo in cabina di regia Noam Murro, regista con molta esperienza pubblicitaria ma con alle spalle un unico lungometraggio (Smart People, 2008).

Purtroppo si vede.

300 – L’alba di un impero è infatti un film piuttosto scialbo, che si limita a sfruttare l’onda lunga del suo predecessore senza fare aggiunte degne di note alla struttura cinematografica dell’opera stessa.
Il risultato è una copia carbone mediocre di una pellicola di sette anni fa che hanno visto praticamente tutti.
Beh dai, buono.

300 temistocle

No, Temmy, non mi guardare così…

Ma andiamo con ordine: recensire questo film senza fare un paragone con la pellicola precedente è praticamente impossibile, e dato che 300 è un’opera arcinota i cui elementi costitutivi sono ben delineati, tale confronto è molto utile per valutare appunto il sequel.

Nel primo film la regia puntava molto sull’azione, esaltandola grazie ad un uso massiccio della slow motion (che abbracciava circa un terzo del film e senza la quale 300 sarebbe durato più o meno tre quarti d’ora); la fotografia era caratterizzata da colori saturi e filtri molto decisi, e la colonna era basata su musica metal.
Qui è lo stesso. Murro si limita al compitino (ma proprio -ino -ino) ed è ulteriormente penalizzato da una sceneggiatura (come già detto, di Snyder stesso) che ricalca in maniera pedissequa gli avvenimenti del primo film, cambiandone eventualmente solo alcuni piccoli dettagli.
Il risultato è che se 300 vi è piaciuto moltissimo non sarà forse un problema per voi rivedere le stesse scene quasi identiche una seconda volta, ma i più potrebbero stufarsi ed avere una fastidiosa sensazione di déjà vu perenne.

Anche il background narrativo è bene o male lo stesso: nell’opera precedente c’erano 300 uomini che combattevano contro lo sterminato esercito del re/dio/drag-queen, costituendo quindi un archetipo “pochi contro tanti” somigliante ad un realistico e iperviolento “Asterix e Obelix”; qui anche se abbiamo due eserciti veri e propri il numero dei Persiani è comunque nettamente superiore a quello degli ellenici, quindi…
Sì, insomma, sempre la solita solfa.

Una differenza tra le due pellicole è che in 300 i gusti sessuali… ehm… “difficilmente inquadrabili” degli antichi greci erano celati (anche grazie ad alcune brevi scene di nudo femminile), ma nonostante ciò alcuni segmenti sfioravano il ridicolo (in)volontario; qui invece l’eterosessualità è più marcata, grazie anche alla presenza di un personaggio femminile sexy e provocante con uno spazio narrativo maggiore.

"Inginocchiati davanti ai miei piedi." Eh-ehm...

“Inginocchiati davanti ai miei piedi.” Ok, vi lascio soli…

Dal punto di vista strettamente tecnico si notano i costumi di Alexandra Byrne (Oscar nel 2008 per Elizabeth: The Golden Age) e il fatto che gli sfondi siano talmente realistici da sembrare dipinti su un muro: integrazione con le figure umane quasi zero.

L’australiano Sullivan Stapleton (doppiato in italiano da Simone Mori e apparso in Gangster Squad) sostituisce Gerard Butler (voce di Roberto Pedicini e visto negli ultimi anni in Giustizia privata Comic Movie) come attore protagonista.
Il suo Temistocle è un guerriero diverso da Leonida: più stratega e scacchista e meno ossessionato dalla morte e dall’uccidere, si comporta come un vero generale più che come un comandante.
Eva Green come assetata di sangue Artemisia interpreta un personaggio femminile forte anche se troppo stereotipato, e la sua prorompente sessualità (traduzione per il volgo: è tanta, ma tanta roba) non riesce a salvarla dall’effetto macchietta.
Il brasiliano Rodrigo Santoro torna negli imponenti e sessualmente ambigui panni (anche pochi, a dir la verità) del sovrano divinizzato Serse, una specie di Shaquille O’Neal gay con il vocione da oltretomba di Alessandro Rossi.
David Wenham e Lena Headey riprendono i personaggi di Delios e Gorgo.

300 artemisia

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: 300 (2007) e in generale tutti i film di guerra antica con protagonisti dei culturisti improbabili.
O anche Almodóvar e Özpetek…

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