L'amichevole cinefilo di quartiere

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Polar

Pur presentando una MAREA di ingenuità narrative e basandosi su una storia di non iperbolica originalità (criminale vecchio lupo grigio affronta ricambio generazionale forzato causa masnada di agguerriti sbarbatelli), “Polar” è un film Netflix che centra il bersaglio offrendo un intrattenimento basilare ma non fiacco.

Diretta da tale Jonas Åkerlund, ex batterista svedese (ok…) e regista di videoclip, la pellicola presenta una discreta amalgama tra decente introspezione psicologica dei personaggi, sequenze d’azione piuttosto brevi ma non disprezzabili ed un uso abbastanza compiaciuto della violenza visiva, la cui unione ha come risultato due ore interessanti e godibili.

Centro di gravità permanente del film è ovviamente Mads Mikkelsen, il cui sguardo torvo unito ad una postura da grizzly infiacchito renderebbero inquietante pure l’Albero Azzurro.
Ruolo secondario per l’ex “High School Musical” Vanessa Hudgens, che generando nello spettatore una sorpresa pari ad un’apparizione di Medjugorje pare quasi in grado di recitare.

Menzione speciale per le ambientazioni di Toronto, che forniscono a “Polar” quella temperatura affettivo-emotiva di -20° C azzeccata per la storia.

Consigliato.

Rogue One: A Star Wars Story

rogue-one-poster-ita“Zero, uno, uno, due, tre, cinque, otto, tredici” is for boys.

“Quattro, cinque, sei, uno, due, tre, sette, tre e mezzo” is for nerd.

TRAMA: Un gruppo di spie ribelli si unisce per rubare i piani della Morte Nera all’Impero Galattico.
Primo film della serie Star Wars Anthology, una collezione di film a sé stanti ambientati nell’universo di Guerre stellari.

RECENSIONE: Le grandi tappe storiche dell’emancipazione femminile nel mondo:

– 1791: In Francia, la drammaturga Olympiè de Gouges pubblica la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in cui si afferma l’uguaglianza sociale tra uomini e donne.

– 1906: Il Granducato di Finlandia è il primo Stato europeo a riconoscere il diritto di voto alle donne.

– 2015-16: Escono al cinema CONSECUTIVAMENTE due film della saga di Guerre Stellari con protagoniste femminili.

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Per la regia del britannico Gareth Edwards, Rogue One: A Star Wars Story è un buon spin-off sull’universo di Guerre Stellari, che si posiziona cronologicamente poco prima dell’episodio IV, Una nuova speranza.
Tale collocamento temporale è utile soprattutto per accorciare le enormi distanze di trama tra l’ultimo segmento della prequel trilogy e il primo dei grandi classici a cavallo tra anni ’70 e ’80.

In pratica costituire il trait d’union tra il trio di abominevoli robacce e i veri Star Wars.

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Pur con le ovvie e notevoli differenze tecniche, Rogue One ha l’apprezzabile pregio di essere molto più simile appunto ad Una nuova speranza, con cui condivide il tema principale.

Hope è infatti il termine chiave di questa pellicola.

La speranza è un concetto astratto che va qui a coincidere con la Forza stessa, e che diventa perciò un’aura che avvolge ogni essere e gli consente di compiere azioni straordinarie.

La speranza di un futuro migliore e di aiutare i ribelli contro un Impero che è juggernaut apparentemente inarrestabile spinge i protagonisti del film, una banda piuttosto raffazzonata e male in arnese, all’estrema determinazione e combattività tanto bellica quanto specialmente morale.

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Nello specifico emerge la protagonista Jyn Erso, interpretata da una buona Felicity Jones, la quale si incastra perfettamente in uno dei leit motiv principali dell’intera saga: il rapporto tra genitori e figli.

Come Luke e Leia nella trilogia originale, Kylo Ren nell’Episodio VII e lo stesso Anakin Skywalker nei prequel (pur non avendone uno biologico, egli è combattuto tra padri spirituali: i jedi Qui-Gon e Obi-Wan nel Lato Chiaro e Darth Sidious in quello Oscuro), anche la tosta Jyn deve decidere se gettare i propri semi nei solchi tracciati dall’aratro del genitore.

Ed è proprio questo il fattore che rende l’universo narrativo di Guerre Stellari così peculiare e amato dai fan: oltre a spade laser, astronavi e bizzarri alieni, che soddisfano l’occhio e la fantasia di grandi e piccoli, il nucleo portante sono le persone, e la famiglia come punto focale delle vicende.

Del resto, qual è una delle battute più famose della saga?

Sul versante da tecnico nulla di cui lamentarsi: ottima in particolare la fotografia, che riesce a caratterizzare attraverso luci e colori ognuno dei (parecchi) pianeti su cui si sposta man mano la vicenda; riallacciandosi al lato umano, dovizia di primi piani sugli espressivi volti di un cast abbastanza sugli scudi, pur mantenendo una generale coralità da cui spicca solo la Jones.

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Ironia presente sì ma senza essere esasperata, con piccoli inserti comici utilizzati cum grano salis, e aventi veicolo principale un K-2SO il cui aspetto minaccioso di droide imperiale è ben mitigato in italiano dal funzionale doppiaggio di Christian Iansante (voce tra gli altri di Bradley Cooper e del Rick Grimes di The Walking Dead).

Probabilmente non avrà il florido merchandising del BB-8 de Il risveglio della forza, ma un personaggio che nel suo piccolo fa il proprio dovere.

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Da segnalare l’uso della computer grafica (la quale si nota, ma non in maniera fastidiosa) per ricreare alcuni volti. Non una brutta pensata e che contribuisce ad inserire il tassello 3,5 in una trama già imbastita e con determinati canoni.

Peccato forse che l’antagonista principale non possegga quel carisma tale da garantirgli memorabilità futura: pur cavandosela, Ben Mendelsohn finisce schiacciato da un character poco incisivo, già visto troppe volte (un capo militare ed amministrativo che ha a sua volta dei capi che lo mettono sotto pressione) e che quindi smorzano eventuali peculiarità.

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Parlando più specificatamente del cast, come già detto soddisfacente apporto generale con una crew artistica multietnica e caratterizzata in maniera sufficiente pur con il poco tempo a disposizione di ogni personaggio singolarmente.

Oltre alla ovvia protagonista Felicity Jones, la cui Jyn Erso ricorda per certi versi un incrocio tra la ostinata determinazione della Rey di Daisy Ridley e l’umanità della Leia di Carrie Fisher, spiccano in ruoli minori Mads Mikkelsen e Donnie Yen.

Il primo è un attore ottimo per ruoli sofferenti, data la sua espressività granitica e un volto che pare solcato da secoli di esperienza (utilizzando un paragone abbastanza pop mi ricorda un vampiro o un elfo, esseri ultralongevi pur mancando di aspetto senile); il secondo è un monaco pervaso di Forza che funge da allacciamento più diretto con gli episodi I-III.

Un più che discreto film per gli amanti della serie, probabilmente piacevole anche per spettatori che ne siano digiuni.

Doctor Strange

strange-locandinaSalagadula Marvelcabula bibbidi-bobbidi-bu.

TRAMA: Il noto neurochirurgo Stephen Strange resta vittima di un grave incidente che gli compromette l’uso degli arti superiori e minaccia di impedirgli di condurre una vita normale.
Alla ricerca di una soluzione e della guarigione, inizia un viaggio che lo conduce in Tibet, a incontrare l’Antico.

RECENSIONE: Breve riassunto del personaggio per chi non lo conosca:

Il dottor Strange è un uomo bravissimo nel suo lavoro, ma arrogante ed egoista…

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…subisce un incidente che lo mutila gravemente…

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…e questo lo fa maturare rendendolo un araldo delle forze del Bene.

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Cominciamo bene.

Per la regia di Scott Derrickson, director di pellicole horror memorabili come…. come…. beh, qualcuna mi verrà in mente, Doctor Strange è un pimpante spettacolo di fuochi d’artificio che riesce però in aggiunta a proporre un plot che, seppur ordinario, non renda il film un pretesto per una banale orgia di computer grafica.

Pur essendo infatti la classica storia di origini (e non poteva essere altrimenti, visto che Strange non è mai comparso nel Marvel Cinematic Universe fino ad ora), la trama riesce a sostenere un ritmo discreto e a non farsi incagliare da stilemi espositivi come gli ovvi “prova dei poteri”, “cambiamento psicofisico” o “conosciamo cosa vuole fare il cattivo”, superandoli invece con relativa regolarità.

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Per quanto concerne il comparto tecnico, ovvio fiore all’occhiello dei superhero movies, già nei suoi primi cinque minuti la pellicola concede allo spettatore un assaggio di quelle che saranno le sue potenzialità visive, e ciò sgrava di ulteriore peso l’ordinario inizio narrativo.

Tale aspetto è di sottovalutata importanza: se già il film anticipa quali siano i fattori stimolanti per l’intrattenimento, il pubblico accetta che vengano rispettati i canoni espositivi, un po’ come un bambino che mangia tutta la verdura perché ha intravisto una torta appoggiata sulla mensola.

Nello specifico, il pregio migliore degli effetti speciali di Doctor Strange risiede nella loro capacità di ammaliare lo spettatore provocando la sua oblianza dei macro-concetti di tempo e spazio per come egli li conosca e sia abituato a relazionarcisi.

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Il tempo diventa in Doctor Strange percorso sì lineare, ma bidirezionale, che può essere quindi percorso nei due versi; non si è quindi vincolati al procedere esclusivamente verso un destino dinanzi a noi, ma si può anche tornare sui propri passi sfruttando un tracciato scritto.
La dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi viene piegata da artefatti magici ed arti occulte, creando interessanti e addirittura intelligenti paradossi che pur concettualmente semplici danno maggiore brio alla trama.

Lo spazio è malleabile plastilina da manipolare a proprio piacimento, con un quasi totale dominio di gravità e baricentri, ottimamente supportato da un comparto tecnico che sul grande schermo mostra i muscoli.
Simile in alcuni segmenti alla dimensione onirica di Inception, pareti, mura ed addirittura interi paesaggi urbani vengono modificati dalle abilità dei personaggi, contribuendo all’intrattenimento generale.

Marvel's DOCTOR STRANGE..L to R: Mordo (Chiwetel Ejiofor) and Doctor Strange (Benedict Cumberbatch)..Photo Credit: Film Frame ..©2016 Marvel. All Rights Reserved.

Altra nota lieta è l’ironia, che presente in buone quantità segue il classico leitmotiv Marvel senza però scadere nella fastidiosità emersa da altre opere, mantenendo perciò un sottile e benefico garbo.

Pur andando persi nel doppiaggio italiano alcuni giochi di parole “Strange = strano”, i piccoli momenti di ironia alleviano la narrazione senza sostituirsi ad essa e mantenendo un positivo apporto ancillare senza strafare.

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Uno dei più grandi pregi della Marvel è senza dubbio il casting: per dare volto fisico alla folta schiera di supereroi facenti parte di questa casa fumettistica, sono stati infatti scelti interpreti sempre adeguati.

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Ok, quasi sempre.

Uno dei punti di forza anche di questo Doctor Strange è l’interpretazione dell’ottimo Benedict Cumberbatch.

Esteticamente molto simile alla controparte cartacea, l’attore inglese riesce al meglio a rappresentare cinematograficamente il personaggio creato da Steve Ditko nel 1963: per quanto inizialmente simile al già stravisto Tony Stark, Cumberbatch lo connota limando molto la sbruffoneria smargiassa del miliardario per adattarsi meglio a colui che abbia subito una grave perdita.

L’arroganza viene mitigata dalla determinazione, così come la volontà di primeggiare viene incanalata verso il desiderio di apprendere.

Attraverso in particolare il suo continuo studio, il personaggio offre al pubblico un costante miglioramento del proprio sé, e tale aspetto contribuisce in modo rilevante alla sua profondità psicologica, rendendolo piacevole e suscitando empatia nei suoi confronti.

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Stuzzicante interpretazione di Mads Mikkelsen come antagonista, anche se purtroppo il suo personaggio è dotato di scarso approfondimento e avrebbe forse meritato maggiore tempo in scena.
Buon apporto anche di un’androgina Tilda Swinton come Antico (nonostante le polemiche successive al suo casting a causa del famigerato whitewashing) e Chiwetel Ejiofor nei panni di Mordo.

Nonostante io sia particolarmente critico nei confronti di questa casa di produzione, devo dire che Doctor Strange è veramente un buon film, che non si lascia andare ad alcune facilonerie cercando di intrattenere il pubblico attraverso una buona qualità complessiva.

Uno dei migliori film del Marvel Cinematic Universe.

IL migliore.

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