L'amichevole cinefilo di quartiere

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Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Cristo, la cavalleria è proprio morta: così tante belle fanciulle e niente rose?

Solo pistole?

Benvenuti nella giungla…

TRAMA: Dopo aver abbandonato il Joker, Harley Quinn e altre tre donne in lotta contro il crimine, Black Canary, Huntress e Renee Montoya, uniscono le forze per salvare la vita di una bambina minacciata da un malvagio signore della droga.

RECENSIONE:

Diretto dell’esordiente cinese Cathy Yan, al suo primo lungometraggio ad alto budget…



No, come inizio è troppo classico…



Dopo Suicide Squad ritorna Margot Robbie nei (pochi) panni di…



Nah, troppo banale…



Ok, ragazzi, la butto sull’informale: questo film è una boiatona.

Suicide Squad era una roba da cavarsi gli occhi con un cacciavite arrugginito.
E ovviamente hanno dovuto dargli un sequel.

Margot Robbie si sta creando una carriera basata su personaggi sfaccettati ed interessanti.
E ovviamente ritorna a fare il punching ball del Joker.

Ghostbusters, Ocean’s 8 e Charlie’s Angels hanno floppato più del Betamax.
E ovviamente Hollywood propina al pubblico un’altra inutile pellicola action con cast femminile.

OVVIAMENTE.

Birds of Prey e un titolo che sarebbe piaciuto a Lina Wermüller fallisce sotto ogni singolo punto di vista, non offrendo un prodotto apprezzabile né per umorismo, né per azione e tantomeno non per la sua costruzione narrativa, che risulta insipida e banale.

La sceneggiatura, probabilmente scritta percuotendo una tastiera con degli assorbenti usati, è infatti basata per una buona prima metà su piani temporali intrecciati che rendono l’esposizione non complessa in sé, ma inutilmente contorta.
Essa non è inoltre arricchita dall’umorismo, visto che la sua presumibile brillantezza Quinncentrica stanca troppo presto: la presentazione di situazioni sopra le righe che facciano da traino per le gag è infatti estremamente ripetitiva, troppo focalizzata sulle espressioni da MoNelLa PaXXXeReLla della Robbie e sul meccanismo “È matta, quindi fa quel cazzo che le pare”.


Se ciò riesce a provocare nello spettatore un solco lungo il viso come una specie di sorriso nel primo paio di occasioni, un così scontato meccanismo non è assolutamente sostenibile per una (luuuunga… leeeeenta…) ora e quaranta di pellicola, che risulta ripetitiva in maniera stomachevole, anche vista la scarsa fantasia delle sequenze più movimentate.

Asia Argento, sei proprio tu…?

Le scene d’azione hanno schemi di combattimento così lineari e impiegatizi da renderle letteralmente eterne, basandosi unicamente su interi, stancanti minuti di fanciulle che menano le mani in modo assai poco coreografico contro bestioni grossi il doppio di loro.

Oltre a mostrare più calci contro le palle in questo film che nell’ultima Finale di Champions League, gli scontri di Birds of Prey e la prossima volta scegliete un titolo più corto offrono dannatamente poco, sia perché relativi su personaggi che non dispongono di particolari abilità se non quella di usare calci e pugni (escludendo Black Canary, sfruttata poco sorprendentemente con il buco del culo), sia per il loro minutaggio tedioso e affossante.

In pratica Birds of Prey e l’inarrestabile discesa dei miei coglioni è The Raid con le sue cose.

Posh me la ricordavo diversa…

Pregevole inoltre che un film teoricamente basato sull’empowerment femminile e sull’affermazione di indipendenza delle donne, che possono spaccare i culi dei maschietti quando più lo desiderino, abbia una trama che trae le sue origini fondanti dalla possibilità di trattare Harley Quinn come un pezzo di carne perché non ha più la protezione di Joker.

Harley è rispettata solo perché ha un partner suonato, violento e sadico, che potrebbe verosimilmente porre in atto tremende vendette contro chi faccia del male ad una sua proprietà (ovviamente più per affermare il proprio alphismo nei confronti di possibili rivali che non per difendere “l’amata”).
E quindi una volta che la separazione acquisisce dominio pubblico, Quinn diventa il bersaglio di tutti coloro a cui abbia fatto torti in passato: minacciata da una lista infinita di figure in cerca di vendetta, passa metà del tempo a scappare e l’altra metà prigioniera o in pericolo.

IL MODELLO FEMMINILE, signore e signori.

Con la nuova serie di coltelli Miracle Blade…

Caratterizzazione dei personaggi così inesistente che in confronto le Spice Girls sono personaggi di Dostoevskij.

Nel parco squinzie, oltre all’Arlecchino del nudo frontale di The Wolf of Wall Street, spiccano infatti:

– Black Canary, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Huntress, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Renee Montoya, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Cassandra Cain, che è un odioso, piccolo mostriciattolo insopportabile.

Eh, già: se buona parte della trama di un film viene incentrata sul difendere un pischello, magari non scriverlo simpatico quanto carta igienica vetrata potrebbe essere un’idea vincente.

Vista la scrittura pedestre dei personaggi, ovvio che il cast di contorno assuma un’importanza risibile, sia mai che non risplenda abbastanza l’ex psichiatra di Arkham.

Tra le vagine da esposizione fa specie se non altro Mary Elizabeth Winstead, che ormai suppongo possieda un dipinto che invecchi al posto suo.

Solo ❤ per MEW

Ella Jay Basco, la giovane interprete di Cassandra Cain (Dante Basco è suo zio, mi è venuto in mente solo ora di controllare) ha un’unica espressione basata sui suoi imbolsiti occhi a mandorla (ma come già scritto ha in mano un personaggio osceno, quindi non me la sento di gettarle la croce addosso).

Due personaggi sulla carta interessanti come Black Canary e Victor Zsasz averli o meno sarebbe stato indifferente: bidimensionale pheega tosta la prima, che nel caso ve lo stiate chiedendo no, non c’entra quasi un’ostia con la sua controparte originale fumettistica, mentre il secondo offre un apporto inferiore persino a quello nel videogioco Batman: Arkham Asylum.

In cui lo stendevi saltandogli addosso…


Però Serenate cinematografiche è un blog crudo ma anche onesto, in cui viene dato a Cesare quel che è di Cesare.

Posso essere ironico o sarcastico ai limiti del socialmente accettabile, ma quando trovo qualcosa che mi sorprenda non mi faccio problemi a riconoscerlo.

Grande attore che a causa di ricatti, avidità o turbe psichiche accetta di recitare in un troiaio” non è l’idea di un prossimo episodio di Black Mirror.



È lui.

 

Sarò sincero.

Ewan McGregor non ho davvero capito cosa cazzo ci faccia qua dentro.

Villain oscuro e tormentato dell’Uomo pipistrello, qui il buon Black Mask è una patetica e tristanzuola macchietta.
L’ex rampollo miliardario Roman Sionis, che in un impeto di furia verso l’alta società che tanto disprezza uccide i genitori per poi indossare una maschera realizzata con l’ebano della bara del padre, qui è poco più che un cazzone dalla lingua lunga, la fissa per l’igiene (?), uno sfumato sottotesto omosex (???) e la minacciosità discutibile.


E lo diamo da interpretare ad uno degli attori più talentuosi della sua generazione.

Ma perché???

È finita, Ewan. Sto più in alto di te…

Come in Suicide Squad, colonna sonora senza alcun senso logico se non proporre un’accozzaglia in stile compilation stagionale di Hot Party che non riesce a dotare di uno stile definito il lato acustico di questa sòla.

Birds of Prey e se fosse stato un porno almeno sarebbero stati contenti i segaioli è purtroppo un filmetto da quattro soldi, caratterizzato da uno sfruttamento superficiale e becero del materiale di partenza, ironia insulsa, combattimenti noiosi ed un mancato senso del ritmo espositivo che lo rende una palla immane.

Questo film è spazzatura.

Evitatelo come i monatti.

Doctor Sleep (2019)


– In effetti, come film non è pesante. L’unica cosa è che si può sentire un forte senso di isolamento durante la visione.

– Be’, se può farle piacere è quello che stavo cercando: un po’ di isolamento. Perché… perché sono lì-lì per partorire una recensione e quindi due ore e mezza di film sono proprio quello che ci vuole.
– Mmh, sono contento, Serenate. Mi preoccupavo perché per molte persone l’isolamento e la solitudine, a volte, possono rappresentare un problema.
– Non per me.

TRAMA: Dopo i fatti dell’Overlook Hotel, Dan Torrance ha provato a vivere una vita normale. L’incontro con una ragazza dotata come lui del potere della luccicanza, però, rimette in discussione ogni cosa.
Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King e sequel di Shining.

RECENSIONE:

A distanza di sei anni dalla sua pubblicazione, anche questo romanzo del Re ottiene una trasposizione cinematografica: Doctor Sleep è un film dalla discreta fattura, che non tenta voli pindarici sul lato tecnico/narrativo ma riesce a mantenere un profilo di buona qualità nei suoi (talvolta prolissi) centocinquanta minuti di durata.

La regia di Mike Flanagan, già incrociato a King per Il gioco di Gerald e che si è distino positivamente in film come Oculus e Hush (oltre alla fortunata serie Netflix Haunting), riesce a staccarsi dai crismi tipici del maestro Kubrick (ed era piuttosto prevedibile) riuscendo però al contempo a riproporne qualche dettaglio, che aumenta decisamente il legame tra le due opere aggiungendo piacevolmente continuità alla narrazione.

Se Shining è infatti un film eccellente, comunemente considerato tra i picchi del genere grazie alla sua complessa profondità tematica e alla raffigurazione di una lenta ma inesorabile discesa nel delirio che culmina in una contrapposizione famigliare tra il padre degenere da un lato e moglie succube/figlio puro dall’altro, Doctor Sleep riprende lo stesso tema di confronto generazionale ma in una versione di più ampio raggio.

Il contrasto qui è infatti tra una gioventù dotata ed ancora ingenua relativamente alle proprie potenzialità e un clan di adulti parassiti, che attraverso pratiche cannibalesche si nutrono del potere altrui per preservare la propria bellezza e forza.
La metafora è quasi classista, con i soloni disposti anche ad aggrapparsi disperatamente a pratiche empie onde mantenere il proprio status quo a discapito di individui più rampanti e positivi, in una battaglia tra vecchi ruderi vetusti e nuovo che avanza, con una lotta che impoverisce il gruppo sociale nella sua totalità, non permettendo di svilupparsi e progredire efficacemente.

Appropriarsi dell’energia vitale altrui per rinsaldare la propria è un concetto ovviamente legato al vampirismo, una delle pratiche orrorifiche per antonomasia che trae la sua paura essendo devianza mostruosa del più generico furto, in cui l’estraneo assume quindi connotazione di sospetto, sfiducia e tradimento.

Altro tema portante della pellicola è la forza della mente.

Se come diceva il famoso illusionista Harry Houdini “il cervello è la chiave che mi rende libero”, in Doctor Sleep la mente è un mondo a parte dentro di noi, che può risultare arma, bunker o archivio in base a come ognuno di noi decida di utilizzarla.
La semplicità o complessità del nostro animo, la bontà o malvagità delle nostre intenzioni e il modo in cui ci relazioniamo con le altre persone derivano dal regno esistente nella nostra testa, la cui potenza ci permette tanto di essere utili per il prossimo, quanto di resistere o abbattere quelli altrui.

La lotta non è perciò solo fisica, ma anche interiore e psicologica, con un battaglia legata a quanto possa essere salda la mente di un individuo, portando il confronto su un piano tanto apparentemente immateriale e fuggevole quanto in realtà squisitamente profondo e complesso.

Cast capitanato da un Ewan McGregor che offre una prova solida e sfaccettata, risultando credibile sia come personaggio a sé stante in questo lungometraggio sia considerandolo la versione adulta del piccolo Danny.

Tormentato e dubbioso nel segmento iniziale quanto risoluto seppur a malincuore con il susseguirsi degli eventi, Dan sa quale sia la cosa giusta da fare: non come un eroe o un Übermensch calato dall’alto a guisa di angelo, ma come individuo che a sua volta conobbe malvagità e corruzione, e per questo desideroso di proteggere una giovane che, come lui a suo tempo, si trova di fronte un male apparentemente al di sopra delle proprie possibilità.

Rebecca Ferguson nei panni dell’antagonista offre una prova decisamente buona; alla luce di questa performance cresce l’idea che l’attrice svedese dovrebbe magari considerare una direzione di carriera più definita qualitativamente, invece di cadere troppo frequentemente nelle scempiaggini (vedere alle voci Men in Black: International, Life, Hercules: il guerriero).

Brava anche la giovane Kyliegh Curran, della quale si nota in positivo anche un doppiaggio italiano efficace e sul pezzo da parte dell’altrettanto in erba Ginevra Pucci.

Curiosità sul cast: uno degli antagonisti secondari, Nonno Smilzo, è interpretato dell’olandese Carel Struycken, celebre per aver prestato il suo altissimo fisico al maggiordomo Lurch nelle due trasposizioni di Sonnenfeld de La famiglia Addams.

Doctor Sleep è in definitiva un film che, pur non potendo ovviamente competere con Shining, riesce a ritagliarsi un senso di esistenza grazie ad una costruzione narrativa interessante unita ad un’accoppiata regia-recitazione sul pezzo.

Consigliato.

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