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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Il Missouri prende il nome dalla tribù indiana Siouan dei Missouri, che significa “canoa”.

TRAMA: Sono trascorsi molti mesi dall’omicidio della figlia e nulla è stato scoperto in merito, così una donna decide di fare una cosa improvvisa e originale, sfidando lo sceriffo della sua città.

RECENSIONE: Scritto e diretto dal britannico Martin McDonagh (suo anche il gioiellino In Bruges), Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una commedia nerissima e sulfurea, un pezzo di carbone estratto dalla miniera ancora caldo e fumante che racconta i tormenti di una persona dal carattere combattivo e spigoloso.

Focus della pellicola è una piccola guerra urbana basata sull’estremo desiderio di giustizia di una donna lacerata interiormente, il cui dolore è alimentato da una rabbia sotterranea ma inestinguibile come magma, che porta la Mildred di Frances McDormand a gesti estremi.

La tipica cittadina del midwest americano dimostra tutte le proprie debolezze, scoperchiando tramite la sapiente mano del regista e sceneggiatore le piccole grandi problematiche dei suoi abitanti, venendo a formarsi un microcosmo di maschere infelici e rancorose; sotto una patina di pub conviviali, vie residenziali ordinate e case di campagna in mezzo ad ampi prati si dipanano quindi piccolezze umanissime che rendono i personaggi vivi e veri.

Tra poliziotti razzisti, interessi amorosi non corrisposti e piccole vendette, Tre manifesti sfrutta una vicenda che spesso sfocia nel surreale per un racconto caustico ed efficace, che riesce a presentare personaggi ben più sfaccettati di quanto sembrino senza scadere nel consueto errore di donare alla sua protagonista un’aura di bontà e perfezione.

La stessa Mildred infatti non è il classico character bidimensionale verso cui lo spettatore patteggia immediatamente ed indefessamente per le intere due ore di durata del film, ma viene tratteggiata con una caratterizzazione molto più realistica, che aumenta la veridicità della storia.
Non ci si fa problemi nel mostrarla rancorosa sproporzionatamente, testarda ai limiti della maniacalità o mentre esterna la sua rabbia nei confronti di una generalità indistinta di persone, e ciò la dota di un’umanità estremamente cruda ma realistica.

Il dramma individuale si fonde con la situazione cittadina globale, creando legami bizzarri e facendo emergere opinioni contrastanti sulla bontà o meno dello sputtanamento dell’ordine costituito.
La polizia stessa è sottoposta ad un’ottica non di autorevole tutrice di uomini sotto un’ala di rigore, ma corpo formato da uomini banali e contraddittori, che sotto il distintivo sono persone esattamente come tutti gli altri e che come gli altri possono lasciarsi prendere da rabbia e odio.

La regia usa sapientemente la macchina da presa, non lasciando neanche la scena dialogata più banale al caso ed esibendosi in un efficacemente stilistico piano sequenza che impreziosisce la crudezza anche espositiva del film come un diadema.

Pur essendo McDonagh britannico (e notandosi in parte nello stile tagliente dei dialoghi), la sua opera risente degli echi dei fratelli Coen, sia per un’ambientazione mostrata in maniera molto diretta e veritiera, sia per la già citata caratterizzazione dei personaggi, le cui vicende si incastrano alla perfezione nel grande puzzle dell’intreccio.

Ottimo tutto il cast, in cui spiccano particolarmente la McDormand, ottima nel rappresentare una figura apparentemente ostinata e granitica ma da cui emerge in alcuni frangenti la grande umanità e Sam Rockwell, poliziotto razzista e mammone la cui falcata claudicante da troll unita al pancione alcolico rendono una perfetta maschera che possa veicolare tanto comicità involontaria quanto disprezzo o pietà.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una pellicola fondata sulla rabbia.

Sulle conseguenze che essa possa avere.

E su cosa possa farla placare.

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