L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pupazzi senza gloria

Le luci sono pronte
è tempo di iniziar.
È tempo per filmacci
vi faranno vomitar.

TRAMA: Los Angeles. In un presente alternativo a quello che conosciamo, esseri umani e pupazzi convivono tranquillamente.
Due detective devono indagare sulla misteriosa catena di omicidi che, negli ultimi tempi, ha coinvolto i membri della “Happytime Gang”, protagonista di un famoso show televisivo per bambini.

RECENSIONE:

Capitano dei momenti, nella vita di un uomo, in cui ci si trova faccia a faccia con qualcosa che ci spinge a fermarci per riflettere sui propri limiti.

Sulle proprie mancanze.

Sulle proprie debolezze.

Io di fronte a questo film ci ho provato, attraverso una profonda meditazione introspettiva.

Vi giuro, ho tentato di capire.

Mi sono impegnato.

Mi sono sforzato di comprendere.

Mi sono quasi… costretto.

Mentalmente.

Ma anche fisicamente.

Ma non ci sono riuscito.

Ho tentato.

Ed ho fallito.

Io non ho idea di come possano piacervi queste puttanate.

Dalla mia esperienza cinematografica, costituita da più di 1700 film visionati, non mi pento di definire Pupazzi senza gloria una delle troiate più ignobili a cui abbia mai avuto la disgrazia di assistere in quasi trent’anni.

Pellicola senza il più remoto barlume di idea e con una dolorosa assenza di qualsivoglia brio narrativo, visivo, realizzativo, accusativo o vocativo, siamo indubbiamente al cospetto di una ignominiosa vaccata col fischio.

Un film che vede come sue colonne artistiche pupazzi di stoffa che scopano, eiaculano, dicono oscenità e propongono sesso orale al prossimo.

Ok il contrasto tra il fantoccio come simbolo dell’infanzia e la volgarità adulta.

Ok l’assurdo generato dalla diametralità tra contesto e contenuto.

Ok i personaggi colorati e sopra le righe.

Ma questo film è un cesso, è che sia stato girato, pensato e prodotto da Brian Henson, figlio del Jim creatore dei Muppet è uno schifo.

Meno male che sei morto da trent’anni.

Pupazzi volgari che convivono con gli esseri umani è un’idea che avrebbe potuto risultare simpatica solo per un caustico ed immediato corto, ed infatti tale geniale pensata perde inesorabilmente la sua carica narrativa una volta che il pubblico viene immerso nel contesto dell’opera, un qualcosa di terrificante, gradevole quanto un lecca lecca al gusto di sperma e che, oltretutto, annoia terribilmente.

Questo film dura novantun minuti.

Che sono ottantuno di troppo.

Un fantoccio vuoto e senza vita. E un pupazzo blu.

Pure il titolo italiano, scelto da una persona che andrebbe impiccata in pubblica piazza quale nemica del popolo, contribuisce all’estrema finezza di mood dell’opera, rimandando a capolavori avanguardisti dell’ars comica quali 3cientoLo spaventapassere ed altre pellicole parodistiche così frizzanti da farmi vergognare che siano state portate sulla sfera del visibile da esseri viventi appartenenti alla mia specie.

Pietra angolare del nostro capolavoro è l’abruzzese Marcello Macchia (in arte “Maccio Capatonda”), che, se può far sghignazzare nei suoi sketch comici nonsense, come voce di un pupazzo detective privato in stile sbirro duro e cinico anni ’20 alla Robert Mitchum non ci azzecca una mazza.

«Sputtanarsi!»

Capisco che ormai in ambito comico-famigliare il cinema sempre più spesso ricorra ai cosiddetti “talent” (termine ossimorico, in quanto sovente dei cani atroci), ma ormai parecchie scelte risultano abbastanza toppate: questa è una di esse, con un connubio vocalità-immagine inesistente.

Tipo far doppiare un ragazzino a Bruno Pizzul.

Continuiamo così, facciamoci del male.

Protagonista una Melissa McCarthy sempre più svogliata e la cui filmografia anno dopo anno rafforza la sua candidatura come degna sostituta del waterboarding a Guantanamo; peccato per la nostra Francesca Guadagno, con cui forma un’accoppiata voce-volto eccellente, ma il suo partecipare ad una quantità abnorme di film dalla qualità esecrabile contribuisce ad inflazionare il personaggio.

Non fare quella faccia, almeno a te pagano.

E a provocarmi un esaurimento nervoso inesorabile.

Personalmente mi dispiace per Elizabeth Banks, che più volte si è dimostrata discreta attrice in ruoli brillanti, oltre ad essere un tòcco di figa assurdo una regista in erba, qui veramente buttata allo sbaraglio in un ruolo di tre scene (TRE) incisivo quanto scorreggiare in un tornado.

Mi sono appena innamorato.

Nonostante farà sicuramente piacere agli araldi del “tanto per passare un’oretta e mezza leggera”, tronfi battenti lo stendardo del “ma sì, si guarda”, a cui bisognerebbe voltairianamente rispondere ma “si guarda” un cazzo, questa pellicola ha come difetto principale la sua appartenenza al regno dell’esistente.

Pupazzi senza gloria, un film che è come una canzone dei Thegiornalisti.

Fa schifo e non ha senso.

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Weekend con il morto

weekendconilmortoCiao Bernie!

TRAMA: Due amici e colleghi di lavoro scoprono il cadavere del loro capo. Pensando erroneamente di essere responsabili della sua morte, cercheranno di far credere a tutti che egli è ancora vivo.

RECENSIONE: Per tutti quelli che non conoscono questa pellicola, e che quindi hanno avuto un’infanzia arida, diciamo subito che è un film del 1989 diretto da Ted Kotcheff, che poi sarebbe diventato produttore e coregista del telefilm crime di enorme successo Law & Order.
Se devo essere sincero non ho mai capito a fondo perché questo film mi piaccia così tanto: la regia e la recitazione sono nella media, non ci sono nomi di spicco nel cast che possano risollevare la qualità dell’opera e la sceneggiatura detto in soldoni è costituita  da un scia di semplici gag di tipo slapstick o basate su equivoci, concatenate una all’altra.

Però mi fa morire dal ridere.

L’avrò visto sei o sette volte, e ad ogni occasione mi si stampa sulla faccia il sorriso ebete tipico degli ubriachi, dei dormienti e di chi sta assistendo ad uno striptease femminile.
Osservare i poveri disgraziati Larry e Richard tentare di spacciare il corpo di Bernie per un vivente è veramente uno spasso, e anche se visto nel 2013 puzza di gli anni ’80 stanno finendo, tuffiamoci nei favolosi ’90 lontano un miglio, riesce ancora ad intrattenere lo spettatore per un’ora e mezza ad impatto cerebrale zero.

Come già accennato, non c’è molto da dire sul cast tecnico.
La regia di Kotcheff è piuttosto operaia, senza grandi spunti e invettiva, lasciando molta corda agli attori. Le gag vengono mostrate con occhio diretto, senza uno stile visivo particolare e senza virtuosismi, che d’altronde distoglierebbero l’attenzione dalle scene stesse.
Uno dei punti forti del film è costituito dalla coppia di attori principali, ossia Andrew McCarthy, stereotipo del coglione che ha sempre voglia di divertirsi e possibilmente inzuppare il savoiardo, e Jonathan Silverman, il cui personaggio smussato con l’accetta è il classico bravo ragazzo che cerca la storia seria con la fanciulla angelicata.
Nonostante i due peones non abbiano una faccia che buchi lo schermo (e infatti apparizioni televisive a parte si sono entrambi persi per strada) riescono a essere facile oggetto di immedesimazione da parte dello spettatore e possono incarnare il giovane lavoratore comune.

Immagino che la difficoltà maggiore per l’interprete di Bernie, Terry Kiser, sia stata quella di non scoppiare a ridere ogni minuto, venendo sballottato a destra e sinistra da chiunque gli capitasse a tiro.

Gag semplici basate sugli equivoci, un killer che cerca di uccidere Bernie (più volte) e un’ambientazione balnere frizzante riescono a dare l’acqua della vita al film, che può diventare in questo modo un bel ricordo dei tempi che furono.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i film tragicomici, in particolare quelli che schiacciano più il pedale sul divertimento, ridendo di un argomento tabù come la morte: un esempio è Funeral Party del 2007.
Oppure una commedia diversa ma con la morte come denominatore comune: La signora ammazzatutti del 1994 di John Waters.

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