L'amichevole cinefilo di quartiere

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TOP/FLOP 2018

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 2012201320142015, 2016, e 2017, torna il mio breve riassunto dell’ultima annata cinematografica, con il top e il flop di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2018.

Per ogni pellicola il link alla recensione (in blu se presente).

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

 

TOP 2018:

La ballata di Buster Scruggs di Joel ed Ethan Coen.

Efficace antologia di fiabe nere inserite nel peculiare mondo del selvaggio West, sei episodi che vanno a pennellare ritratti di Copley raffiguranti varie anime in cerca di redenzione, di amore, di realizzazione personale.

Nonostante varie incursioni nel grottesco, l’atmosfera che si respira e nera e sulfurea come polvere da sparo, caratterizzata da uno spiccato fatalismo che, in connubio con un’impronta parabolica e quasi assurdamente pedagogica, rende le peripezie degli uomini crude favole degli sterminati Grimm che sono gli Stati Uniti.

 

Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson.

Elegante e sofisticato come un abito di alta sartoria, un film che riesce al contempo nella non facile impresa di raffigurare un ritratto di coppia intenso sotto l’alone opacizzante delle formalità.

Day-Lewis solito fuoriclasse per quella che è la sua ultima apparizione sulle scene e costumi premiati giustamente con l’Oscar per una trama fitta di piccole accortezze, che come minute cuciture vanno ad ornare il reticolato di stoffa che è la vita.

 

L’isola dei cani di Wes Anderson.

La summa di tutto ciò che è Wes Anderson: gli stilemi, le tecniche narrative, la tipologia di personaggi… il tutto unito ad un’efficace rappresentazione delle discriminazioni, delle paure e della forza dell’amicizia trasposte nel rapporto tra un ragazzo ed il suo compagno a quattro zampe.

Cast a cinque stelle, una pellicola che scalda il cuore ad amanti degli animali e non, simpatica e commovente.

 

Roma di Alfonso Cuarón.

Il ritratto di una famiglia borghese nella torrida Città del Messico del 1971 per un affresco in movimento di rara potenza emotiva.
Un Amarcord in salsa messicana si dipana con una città in tumulto sullo sfondo, in cui violenza e passione vengono simboleggiate da immagini ora metaforiche, ora concrete e sanguigne.

Un film di donne, di madri, di persone semplici ma combattive.

 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh.

Commedia nera che rappresenta la rabbia di una madre in furiosa e determinata ricerca di risposte, una pellicola amara in cui un’intera cittadina con le sue debolezze, mancanze e rancori funge da corollario al dramma di un singolo.

Eccezionale il terzetto McDormand – Harrelson – Rockwell per un pugno nello stomaco diretto alla comfort zone dello spettatore, un dramma fuori dagli schemi.

 

MENZIONE SPECIALE: Bohemian Rhapsody di Bryan Singer.

Atto d’amore verso una delle più grandi band della storia della musica, pur non attenendosi fedelmente alle reali vicende del gruppo riesce a giostrare il comparto musical-emozionale in modo estremamente azzeccato, risultando un’esperienza multimediale non limitata al mero cinema.

Sugli scudi un cast identico agli originali.

 

FLOP 2018:

Cinquanta sfumature di rosso di James Foley.

Inseguimenti in auto, ricatti, tentativi di omicidio ed altre amenità per il film che, abbia pietà Nostro Signore, sancisce la conclusione di questa discesa in picchiata verso gli abissi della follia umana, orpellata dalle solite patetiche pruriginate per intrigare la casalinga di Voghera.
Ovviamente terzo miglior incasso in Italia del 2018, avanti così.

Uno dei franchise più orribilmente imperdonabili nella storia della cinematografia, chi ne ha promosso la diffusione dovrebbe avere la decenza di vergognarsi.

 

211 – Rapina in corso di York Shackleton.

Puttanata da un’ottantina di minuti che Nicolas Cage passa a latrare come un vecchio bulldog ferito, immerso in una tristissima accozzaglia di stereotipi, così esagerati da risultare francamente offensivi per l’intelligenza dello spettatore.

Ogni tanto si spara ma senza grinta, ogni tanto si parlotta ma senza acume, ogni tanto si cazzeggia semplicemente per tirare avanti il brodo. Un pimpante tedio mortale come solo Nick Gabbia può regalarci.

 

Hurricane – Allerta uragano di Rob Cohen.

La sagra dell’assurdo: una pellicola catastrofica nel senso letterale del termine, con effetti speciali raccapriccianti, una recitazione che mi sentirei sporco anche al solo commentare ed un inseguimento finale che farebbe impallidire per scempiaggine quello dell’aeroporto di Fast & Furious 6.

Cosa ci facciano qua dentro degli onesti mestieranti come Toby Kebbell e Leslie Bibb è un mistero.

 

Pupazzi senza gloria di Brian Henson.

Se vi ha fatto ridere prenotate un intervento di vasectomia.

Pago io.

 

Slender Man di Sylvain White.

Benvenuti nel 2012, signore e signori: se realizzare una pellicola fuori tempo massimo su di una creepypasta divenuta poi videogioco non vi sembra un’idea sufficientemente stronza, sappiate che questo film è pure un’abominevole cazzata.

Unite ogni stereotipo immaginabile riguardante le zoccolette high school carismatiche quanto scarpiere e gli horroracci da quattro soldi: avrete come risultato un’atroce robaccia che non dovrebbe trovarsi sul piano dell’esistente.

 

MENZIONE SPECIALE: Malevolent – Le voci del male di Olaf de Fleur Johannesson.

Una trama noiosa con al centro dei personaggi noiosi caratterizzati in modo noioso, mostrati attraverso scelte registiche noiose che sviluppano temi noiosi tramite un montaggio noioso per un film noioso, ideale per la posologia nella cura dell’insonnia.

Un’ora e mezza della mia vita che non avrò indietro mai più.

 

RECENSIONI 2018 PIÙ LETTE (collegamento cliccando sul titolo):

  1. Jurassic World – Il regno distrutto
  2. Avengers: Infinity War
  3. Animali fantastici – I crimini di Grindelwald
  4. Sono tornato
  5. Bohemian Rhapsody
  6. Venom
  7. Tre manifesti a Ebbing, Missouri
  8. Solo: A Star Wars Story
  9. Cinquanta sfumature di rosso
  10. La forma dell’acqua

 

Come sempre, un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2018 cinematografico e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.

E di buon cinema.

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L’isola dei cani

Vorrei vivere in un film di Wes Anderson
Inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks
Vorrei l’amore dei film di Wes Anderson
Tutto tenerezza e finali agrodolci.

TRAMA: Giappone. un ragazzo è alla ricerca del suo cane smarrito, finito su un’isola piena di rifiuti e abitata da alcuni cani randagi.

RECENSIONE: Nono lungometraggio di Wes Anderson, con cui ha vinto l’Orso d’argento per il miglior regista all’ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino, L’isola dei cani è un carinissimo gioiello in stop-motion (sua seconda opera girata mediante questa tecnica, dopo Fantastic Mr. Fox), in cui il regista texano può inserire tutti i suoi tipici crismi creando un’opera come suo solito simpatica, raffinata ed elegante.

Dietro ad un ben orchestrato impianto favolistico si cela infatti una storia ricca di sentimenti, che andando a toccare temi portanti dei rapporti personali (l’amicizia, l’altruismo, il lottare per i propri ideali) imbastisce una costruzione narrativa piacevolmente più profonda di quanto l’infantile apparenza possa erroneamente suggerire.

Ciò è importante per offrire allo spettatore una pellicola “per famiglie” nel senso più stretto della definizione, senza però dimenticarsi la classica particolarità para-hipster andersoniana, che ormai ha inquadrato il suo cinema come genere artistico a sé stante.

La regia è infatti quella che i cinefili hanno ben imparato a conoscere.

Una simmetricità che sarà sicuramente sollievo per i malati di OCD, in cui ogni fotogramma è costruito secondo regole geometriche tanto rigide quanto efficaci nella resa artistica degli stessi, gli zoom su oggetti di uso comune o sulla loro preparazione, le inquadrature dall’alto o con campi larghi o l’indugiare su procedure apparentemente superflue ai fini della specifica trama sono elementi che anche ne L’isola dei cani risultano facilmente individuabili, fornendo tanto un senso di piacevole abitudinarietà per i fan quanto i soliti gradevoli espedienti per i neofiti.

Si ha perciò anche qui l’impressione, probabilmente ancor più che in altri casi vista la tecnica con cui è stata realizzata la pellicola, di entrare in un particolare microcosmo che si sviluppi nelle atmosfere ovattate di una casa delle bambole, un mondo alle cui vicende noi spettatori assistiamo con leggerezza ed interesse.

Come in molte opere di Anderson (sì, lo so, il concetto viene ripetuto parecchio in questa recensione) anche ne L’isola dei cani abbiamo ragazzini che si comportano da adulti, spinti dalle proprie emozioni ed alla ricerca di ciò che è giusto; gli adulti, talvolta più deboli di loro, li trattano da pari, e ciò comporta una riduzione delle distanze psicologiche e ruolistiche dei soggetti: non si è “adulti” o meno in base ad una maturità anagrafica, ma ad uno sviluppo emotivo ed intellettuale.

Evidente anche il tema della fuga, qui per sfuggire all’ottusità di un ingiusto ordine costituito, mezzo attaverso cui perseguire il proprio obiettivo emotivo: ritrovare il proprio cane, o in senso lato un proprio amico, da cui si è stati obbligati a separarsi per l’incapacità dell’autorità di attuare provvedimenti maturi ed efficaci per la risoluzione di un gravoso problema.

Cast vocale di primissimo piano, in cui trovano spazio molti degli aficionados di Anderson, da Jeff Goldblum a Edward Norton, da Bill Murray a Tilda Swinton; simpatica la scelta di non doppiare i personaggi umani giapponesi, bensì di servirsi (come esplicitato dopo i titoli di testa) di “traduttori” particolari in occasione di dichiarazioni televisive o altro.

Tale fattore aumenta il senso di incomunicabilità tra le persone, unita alla distanza culturale tra popolazioni totalmente diverse come asiatici ed occidentali, che porta spesso ad avere come conseguenza situazioni spiacevoli che sarebbero state facilmente risolvibili o evitabili attraverso il dialogo.

Scelto per la versione italiana il cast vocale corrispettivo dei diversi attori, che deo gratia almeno non sono stati sostituiti da “talent” di dubbio senso.

Quindi ad esempio Stefano de Sando in luogo di Bryan Cranston (da lui già doppiato nella serie televisiva Breaking Bad) e Sandro Acerbo torna a prestare la voce ad un personaggio di Jeff Goldblum dopo lo Ian Malcolm de Il mondo perduto (“Mammina è molto arrabbiata”); Scarlett Johansson, Edward Norton e Liev Schreiber doppiati come consuetudine dai bravi Domitilla D’Amico, Massimo De Ambrosis e Pino Insegno.

Un film simpatico, agrodolce e di ottima qualità, come il buon Wes sa offrire al pubblico.

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