L'amichevole cinefilo di quartiere

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Light of My Life


And you light up my life

You give me hope to carry on
You light up my days and fill my nights with song

TRAMA: In un futuro non meglio precisato, una pandemia ha ucciso la metà della popolazione mondiale.
Dieci anni dopo, non ci sono più donne.

Un padre e una figlia camuffata da ragazzo viaggiano in questo mondo desolato, in cui il senso dell’umanità viene messo costantemente alla prova.

RECENSIONE:

Diretto ed interpretato da Casey Affleck (Oscar al migliore attore protagonista nel 2017 per Manchester by the Sea), Light of my Life rappresenta, come da titolo, una luce di umanità in un mondo spento.

Grazie soprattutto ad una chiara ispirazione narrativa presa da La strada di Cormac McCarthy (già trasposto in uno splendido film di John Hillcoat con Viggo Mortensen), la pellicola avanza lenta e cadenzata lungo una storia la cui colonna portante è la fiochezza dello spirito umano di fronte alle intemperie della vita.

Attraverso una fotografia terrea, ben sposata ad un’atmosfera deprimente che obbliga un forzoso ritorno alla natura, la società umana che fa da corollario alla vicenda è infatti monca: essa manca dell’elemento femminile, con i maschi a scoprirsi deboli e fragili non potendo più contare sulla presenza delle compagne di vita, che possano insieme a loro perpetrare il prosieguo della specie.

Il presente crudo si mischia con i dolorosi ricordi di un passato che è portatore della gioia dell’innocenza come della drammatica consapevolezza di quanto il corso della vita abbia colpito duro: uno sleale colpo sotto la cintola che lascia senza fiato i sopravvissuti, incapaci di accettare razionalmente quanto avvenuto.

E allora la felicità diventa mestizia, perché più si ripensa a quanto si era lieti prima meno si riesce ad ottenere la forza (mentale, fisica, morale) per andare avanti verso un orizzonte che probabilmente sarà altrettanto caustico, ma che costituisce comunque una direzione propositiva.

Ogni passo è una pena, ogni radura nei boschi o casa abbandonata in cui i due protagonisti cerchino riparo offre una protezione effimera ed instabile a confronto con la perenne sensazione di pericolo e accerchiamento a cui l’unicità della giovane li sottopone.

Consueto e innaturale, famigliare e collettivo, trivialità e società si fondono in un complesso calderone che è il rapporto tra due esseri umani in crescita e cambiamento.

Casey Affleck offre un’ottima performance, dalla straordinaria varietà di registro.
Babbo protettivo che si trova suo malgrado a dover sostenere un peso ben al di là di quanto già il suo complesso ruolo sociale di padre comporti, cerca di tenere al sicuro la figlia nel miglior modo possibile, senza però dimenticarsi che si tratta pur sempre di un individuo in crescita psicologica e fisica.

L’uomo vive infatti sulla propria pelle la difficoltà estrema di essere genitori, dovendo coniugare la tremenda situazione post-apocalittica in cui si trova con la necessità di crescere la propria figlia come un essere umano.

La giovane Anna Pniowsky molto brava in un ruolo basato sull’androginia per necessità e non per virtù; quasi un obbligato tomboy alle prese con la dolente necessità di doversi nascondere dietro una maschera in piena luce.

Rag, ragazzina apparentemente tra le pochissime portatrici rimaste del cromosoma XX, è quindi incarnazione della vera e propria Speranza: sia per l’individuo padre di poter prima o poi tornare ad un’esistenza quasi normale, sia per la specie umana per il futuro del mondo e della stirpe tutta.

Light of My Life è un film doloroso, ma che senza sfociare in una depressione fine a se stessa racconta una storia a suo modo delicata e dalle celate complessità, senza crogiolarsi però in un pigro patetismo.

Consigliato.

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