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Locke

lockeAttento, Jack, perché l’Isola ha molte insidie e…
Ah, non è quel Locke?

TRAMA: Un ingegnere edile sposato e padre di famiglia viaggia di sera verso Londra per assistere al parto di una donna con cui ha avuto una scappatella mesi prima. Nel frattempo cerca di organizzare una colossale colata di calcestruzzo che avrà luogo la mattina seguente.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore anche del bel La promessa dell’assassino di Cronenberg), Locke è un film ben congegnato, che risulta un’opera originale e interessante.
La caratteristica che lo distingue dalle altre pellicole, infatti, è che per la sua intera durata (circa 85 minuti) il film mostra il protagonista al telefono con qualcuno mentre sta guidando.

Bene, la recensione continuerà qui sotto per tutti coloro che dopo aver letto l’ultima frase non abbiano cliccato la “X” in alto a destra.

Potrei ammorbarvi con frasi un po’ antipatiche e ad alto tasso di retorica come la regina dei semi-insulti-che-però-non-lo-sono-o-forse-sì, ossia “questo film non è per tutti”, ma credo che piuttosto di scolpire nella roccia sentenze tanto manichee sia più utile parlare del film in sé.

E non solo perché Locke è una buona pellicola, ho utilizzato questo metodo anche con Twilight, un film stupido come fermare con la testa una moneta che cade rasente a un muro.

Capisco comunque che la caratteristica principale di Locke possa essere vista da parte del grande pubblico come uno spaventoso abominio.

Un po’ come vedere una donna guidare un SUV.

Le tematiche del film sono molte, e la maggior parte di esse si trovano in rapporti di simmetria tra loro.

Abbiamo infatti la contrapposizione tra il lavoro e la famiglia (entrambi pericolosamente in bilico), quella tra l’errore di una notte di sesso e il rigore dell’organizzazione della colata, quella tra la famiglia attuale e quella che potrebbe arrivare e la solitudine dell’automobile che porta verso luoghi alieni con la compagnia data dalle voci al telefono.

Sopra a tutti questi temi abbiamo il tòpos del viaggio, come metafora di spostamento fisico attraverso cui si compie un’analisi della propria vita.

Locke – Tom Hardy

Essendo confinata nello spazio di una vettura, la regia non può presentare invenzioni visive mirabolanti.

Anche se tale affermazione è scontata come Sean Bean che crepa abbiamo comunque continui stacchi dai vari punti di vista.
Si passa così da inquadrature frontali a laterali, utilizzando primi piani sul protagonista o mostrando la strada che sta percorrendo; la telecamera butta inoltre un occhio agli elementi veri e propri dell’auto, come lo specchietto retrovisore, il sedile del passeggero, il telefono viva voce e il cruscotto (lieve product placement della BMW, ma era impossibile non inquadrare il logo).

La sceneggiatura, insieme alla già menzionata regia, crea una buona atmosfera di tensione e partecipazione emotiva, rendendoci partecipi del travaglio del protagonista, che si ritrova tra l’incudine della sua vita privata che va a rotoli e il martello dell’importante lavoro la cui preparazione dipende da lui.

Il protagonista si arrabatta in tutti i modi per cercare di far andare tutto in porto, mostrando un’abnegazione verso i suoi doveri che lo rende all’occhio dello spettatore un povero diavolo per cui in fondo simpatizzare.
Tale aspetto è molto importante, essendo lui l’unica presenza umana fisica sullo schermo, non vedendo mai i soggetti con cui dialoga, semplici voci che si perdono nell’aria.

locke scena2

L’inglese Tom Hardy (ex Bane de Il cavaliere oscuro – Il ritorno) è molto bravo e compie uno sforzo enorme, reggendo totalmente il film (per i motivi che abbiamo già visto) e catalizzando ottimamente l’attenzione dello spettatore su di lui.

Il doppiaggio italiano di Fabrizio Pucci (per quanto bravo doppiatore) ovviamente fa perdere qualcosa in fase recitativa, e personalmente non l’ho trovata una voce molto adatta all’attore; non avendo però Hardy un doppiatore italiano fisso bisogna tenere conto anche di questo.

Un buon film, originale e diverso dai soliti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il tema “uomini soli” (no, i Pooh non c’entrano) In linea con l’assassino (2002) di Joel Schumacher, Buried – Sepolto (2010) di Rodrigo Cortés e 127 ore (2010) di Danny Boyle.

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