L'amichevole cinefilo di quartiere

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Le iene – Cani da rapina

Come una vergine.

TRAMA: Joe Cabot e il figlio Eddie organizzano una banda per compiere una rapina. I sei criminali non si conoscono tra loro e Cabot impone loro una regola ferrea: nessuno deve sapere niente dell’altro, neppure il nome. Tra loro, però, c’è un infiltrato e le cose non filano lisce come dovrebbero…

RECENSIONE: Nato con un budget di 30.000 dollari, poi aumentato grazie al contributo degli attori stessi, questo film del 1992 diretto da Quentin Tarantino (al suo primo lungometraggio) è probabilmente una delle pellicole più famose al mondo.

E a differenza di Avatar ciò non è un male.

Il regista del Tennessee inaugura quindi la sua gloriosa carriera con un film che ha come assoluto punto di forza i dialoghi scoppiettanti, che alternano cultura pop, misoginia, violenza efferata e turpiloquio.
In particolare i primi dieci minuti sono poesia per le orecchie, e in questo aspetto il più famoso Quentin del mondo riesce nel fondamentale obiettivo di rendere le battute realistiche: lo spettatore non osserva dei ragazzacci che parlano o cazzeggiano, ma dei veri dialoghi tra vere persone, risultando partecipe delle loro azioni e non avendo l’impressione di un muro di granito tra lui e “quelli dietro lo schermo”.
Grazie anche ad una quarta parete di carta velina, le lunghe scene parlate non diventano noiose, e l’uso della scenografia come palcoscenico di un teatro (con gli attori che letteralmente vi entrano ed escono) non fa altro che accentuare questo effetto.

Bravissimi tutti gli attori.
Harvey Keitel mantiene sempre serietà e impegno in ogni scena, apparendo come una colonna che sorregge la trama, peccato che negli ultimi anni Moonrise Kingdom escluso si sia un po’ buttato via; noi comunque rimaniamo fiduciosi nel suo ritorno in pompa magna, o almeno in cose di cui non ci si debba vergognare.
Tim Roth è un mostro di bravura e di sofferenza che ritroverà Tarantino due anni dopo in Pulp Fiction e che non era disprezzabile nella recente serie tv Lie to me.
Steve Buscemi e Michael Madsen sono… beh… Steve Buscemi e Michael Madsen: il simil-intelligente sarcastico ma un po’ sfigato e lo psicopatico a cui manca ben più di un venerdì. D’altronde con quelle facce fanno ciò che gli riesce meglio, lunga vita anche a loro!

Elencare tutti i riferimenti di questa pellicola sarebbe una fatica di Sisifo, ma come curiosità si può ricordare che l’idea dei colori al posto dei cognomi è stata presa dal film del 1974 Il colpo della metropolitana – Un ostaggio al minuto.

Uno dei rari film in cui non è presente neanche una battuta pronunciata da un membro del gentil sesso, ma la cosa non pesa ai fini della resa cinematografica: Tarantino dimostrerà il suo amore per l’altra metà del cielo in Jackie Brown, oltre che nella celeberrima coppia di opere con protagonista una vendicativa Sposa.

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Moonrise Kingdom – Una storia d’amore

Love is in the air.

TRAMA: Estate del 1965, in una piccola cittadina del New England. Sam e Suzy, due dodicenni innamorati, fuggono insieme gettando nel caos la piccola e pacifica comunità in cui vivono.

RECENSIONE: Per la regia di Wes Anderson (regista anche del cult I Tenenbaum, e de Il treno per il Darjeeling), che qui è anche sceneggiatore, un film bello e originale, un po’ “Stand by me” e un po’ “Bonnie & Clyde”; molto bravi e adatti alla parte i due giovani e sconosciuti protagonisti, il tondeggiante Jared Gilman e l’obliqua Kara Hayward, con un efficace coro di personaggi strampalati e stravaganti, elemento tipico della filmografia di Anderson; tra i personaggi secondari spiccano il poliziotto di Bruce Willis, che il divo in canottiera interpreta in modo molto pacato e sotto le righe, non avendo in mano armi pesanti o da scalare grattacieli pieni di criminali (“Hippy ya ye, motherfucker”), il ghostbuster Bill Murray come padre apatico e depresso, ed Edward Norton esaltato e metodico capo scout. L’efficacia del film sta nel passare in modo molto fluido e allo stesso tempo curato attraverso vari stati d’animo, creando una buona alternanza tra momenti divertenti, tristi, intensi e grotteschi, mantenendo comunque un sottotesto leggero e favolistico; questo elemento può ricordare, vagamente, la comicità e lo stile del famoso gruppo comico inglese “Monty Python”, soprattutto per quanto riguarda il lato esagerato e scanzonato. La fotografia è di Robert Yeoman, compagnone di Anderson, che si sbizzarrisce negli spazi aperti e nella impressionante natura del New England, luogo ideale per gli scout, qui in veste satirica e militareggiante; la colonna sonora, molto presente e inserita nel film, è di Alexandre Desplat (4 nomination agli Oscar). Una piccola chicca.

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