L'amichevole cinefilo di quartiere

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Spider-Man: Homecoming

A forza di reboot, mi sarei aspettato zio Ben interpretato da Tobey Maguire.

TRAMA: Dopo il suo incontro con gli Avengers, Spider-Man/Peter Parker è tornato a New York e sotto la guida del suo nuovo mentore, il miliardario Tony Stark, tenta di trovare un equilibrio tra i suoi impegni di supereroe e la vita di un normale adolescente.

RECENSIONE: Tornate a casa dopo una giornata di lavoro.

Siete fuori da dieci-dodici ore ed avete addosso una stanchezza da mettere K.O. un alce.

Entrate. Vi togliete le scarpe. Vi sistemate.

E bevete un bicchiere d’acqua fresca.

Vi svolta la giornata? Vi ristora tutto di un colpo dalla vostra fatica? Vi sentite persone nuove e rinvigorite?

No.

Però è piacevole e vi dà sollievo.

Spider-Man: Homecoming è un bicchiere d’acqua fresca.

Non è un capolavoro. Ha dei difetti. Il rapporto con la fonte artistica originaria è talvolta piuttosto “conflittuale”.

Ma è un film carino.

E tanto basta.

Il tanto discusso ringiovanimento di Peter Parker fa sì che ad un personaggio immediatamente apprezzabile dal pubblico (il bravo ragazzo sfigatello dal cuore d’oro che salva la gente sotto mentite spoglie) si aggiunga il grande tema del cambiamento adolescenziale.

Niente inizio classico con la morte di zio Ben e grandi responsabilità derivanti da grandi poteri, ma un giovane uomo in divenire che cerca di trovare il proprio posto del mondo mettendo a disposizione le proprie capacità in favore del prossimo; compiendo errori, agendo con avventatezza, facendo “pratica” con le sue stesse potenzialità e non valutando talvolta appieno le conseguenze delle proprie azioni, ma sempre con il Bene come obiettivo.

La pellicola riesce a cavalcare questi temi con metodo, alternando ordinatamente le diverse fasi narrative mantenendo un giusto equilibrio.
Sequenze scolastiche in cui Peter attraversa esperienze comuni per un ragazzo della sua età (la cotta, i bulli, le materie, il rapporto con il migliore amico) si susseguono a quelle più tradizionalmente supereroistiche (scoperta delle potenzialità del costume, combattimenti, salvataggio delle persone) riuscendo a centrare il bersaglio su entrambe, non stancando troppo lo spettatore affossandosi su una di esse ma dando loro la giusta consistenza nello storytelling.

Nonostante, come già accennato, vengano bypassate le origini del personaggio, in Homecoming il superhero movie viene a fondersi efficacemente con il viaggio di formazione, mostrando quindi lo sbocciare, attraverso esperienze brillanti e negative, dell’uomo quanto dell’eroe.

Passando ad elementi più classici, l’azione è adrenalinica ed efficace, sfruttando tutte e tre le dimensioni dello spazio grazie alle peculiari abilità di eroe ed antagonista: vengono perciò a crearsi duelli aerei ben orchestrati da regia e montaggio, che riescono a rendere l’altezza parte integrante degli scontri.

Una fotografia colorata e vivida contribuisce inoltre alla piacevolezza dell’opera, e dato che, ovviamente, in questa tipologia di pellicole l’occhio vuole la sua parte il risultato generale è in tal senso più che accettabile.

L’ironia tipica della Marvel è presente, seppur in quantità positivamente minore e più focalizzata sull’imbranato/scanzonato protagonista che sul farcire la pellicola di vagonate di battutine più o meno sceme; si ride perciò meno ma si (sor)ride meglio, con gag e momenti brillanti maggiormente omogenei e che causano reazioni molto meno sguaiati rispetto ad opere precedenti.

Forse un po’ troppo abusato da Hollywood il ruolo piuttosto sterile del “ciccione buontempone” qui incarnato dal Ned di Jacob Batalon, ma come spalla ilare tutto sommato ci può anche stare.

I difetti del film risiedono principalmente nei cambiamenti che esso ha portato rispetto alla visione ultra-classica dell’universo narrativo dell’Uomo Ragno.

Capisco che ringiovanendo il protagonista anche la carta d’identità di zia May ne guadagni, ma la cinquantatreenne Marisa Tomei, pur in versione ingenua e protettiva, è forse troppo giovanile per il ruolo, elemento accennato inoltre dal fatto che raramente venga chiamata con il suo ruolo di parentela, ma molto spesso semplicemente per nome.
Stona inoltre il Flash Thompson guatemalteco interpretato dal remissivo Zero di Grand Budapest Hotel Tony Revolori, presenza più stupida che intimidatoria quale dovrebbe essere.

Buona prova per Michael Keaton nei panni di Adrian “Avvoltoio” Toomes, ben doppiato da Luca Biagini.
L’attore della Pennsylvania, già “animale volante” nei due Batman di Burton e nel meraviglioso Birdman di Iñárritu, riesce a conferire una buona rappresentazione di uno dei cattivi più sfigati ed inutili minori dello spara-ragnatele senza risultare macchiettistico o banale.

Spider-Man: Homecoming è in conclusione un buon film, che permette a Peter Parker di ritornare alla casa madre dopo il pessimo secondo Amazing; scommessa fin qui vinta, per una pellicola che delle sei finora dedicate al personaggio si pone qualitativamente sotto solo al secondo film di Raimi.

Carino lo stile registico dell’inizio, così come la sequenza dei titoli di coda.

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RoboCop

robocopVivo o morto, tu leggerai questa recensione.

TRAMA: Detroit, 2028. Dopo essere stato gravemente ferito, un agente delle forze dell’ordine viene trasformato da una multinazionale nel settore tecnologico in un super poliziotto mezzo uomo e mezzo macchina.
Remake e reboot di RoboCop – Il futuro della legge di Paul Verhoeven (1987)

RECENSIONE:
Domande che teoricamente questo film dovrebbe far nascere:
-Fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere le nostre strade?
-È eticamente giusto disumanizzare una persona, pur se per fini superiori?
-Nel futuro prossimo, quale sarà il rapporto tra la macchina in quanto mezzo e l’uomo come suo fruitore e controllore?

Domanda che effettivamente questo film fa nascere:
-Cosa ha fatto di male Verhoeven per meritarsi un altro sputtanamento di un suo film dopo Basic Instinct 2 (2006) e Total Recall – Atto di forza (2012)?

Premessa: Paul Verhoeven non è un regista che amo particolarmente, anzi probabilmente gli unici suoi due film che apprezzo sono proprio RoboCop Atto di forza (1990, famoso per avere la donna con tre seni e il mitico Schwarzy che “portava il culo su Marte”).
Per citare alcuni suoi lavori, in Basic Instinct (1992) se si toglie la splendida e torrida Sharon Stone che tirava più di un carro di buoi in discesa e un Michael Douglas sopra la media o poco più non rimane molto; Showgirls (1995) è un filmaccio in cui si vedono più seconde di seno al vento che recitazione; Starship Troopers (1997) L’uomo senza ombra (2000) penso che nonostante le buone premesse avrebbero potuto essere migliori.

Pur quindi non amando troppo questo regista olandese mi chiedo quale sia il senso di riesumare dopo decenni alcune sue creature (il poliziotto meccanizzato, l’operaio in realtà leader della ribellione e la patata di Sharon Stone) con film squallidi solo per raccattare soldi al botteghino, facendo oltretutto rimpiangere le opere originali.

Ma da dov’è che eravamo partiti…?
Ah già, RoboCop.

robocop vecchio e nuovo

Nero? Lo avete fatto… NERO?!

L’originale era caratterizzato fondamentalmente da tre cose: violenza, ironia e introspezione.

Qui ve le potete scordare.

La violenza, che nel primo episodio era volutamente esagerata, sopra le righe e caratterizzata da un numero impressionante di fiotti di sangue, qui è molto (troppo) standard, essendo paragonabile a quella di un qualsiasi film d’azione.
Le persone muoiono come potrebbero trapassare in un videogame PEGI 16 e ciò va ad inficiare il realismo e l’estrema crudezza della pellicola, che ne risulta quindi rabbonita.

Se la violenza è presente, ma in dosi e caratteristiche visive di minore impatto, gli altri due elementi sono semplicemente inesistenti.
Male, perché l’ironia assente e la caratterizzazione dei personaggi banale e didascalica tolgono quel minimo di profondità che un film di questo genere dovrebbe avere, conferendogli quindi lo spessore del domopak.

Il regista José Padilha (quello dei due Tropa de Elite, del 2007 e 2010 sulle favelas di Rio) non riesce a dare uno stile visivo chiaro al film, penalizzato anche da una non eccelsa fotografia di Lula Carvalho.
In particolare le scene d’azione sono girate in modo confuso, con un uso spropositato e quasi fastidioso dei muzzle flashes (gli effetti luminosi degli spari) uniti ad un montaggio che rende difficile la comprensione delle scene stesse allo spettatore.

Dead Man Downancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Joel Kinnaman

E gli attori? Il protagonista Joel Kinnaman non è molto espressivo, ma il suo ruolo non lo richiede quindi gliela si può far passare. Un elemento che nei film mi fa sempre molta tristezza è però un altro, ossia i grandi attori sprecati, come qui Gary Oldman, Michael Keaton e Samuel L. Jackson (o anche Commissario Gordon, Batman vecchio e Nick Fury, se siete più terra terra).
L’ex Dracula Oldman ha un personaggio a cui è dato uno spazio veramente eccessivo, Keaton non aggiunge molto ai soliti tycoon cattivoni e Jackson, visto recentemente in Django Unchainedè protagonista di intermezzi non solo inutili ai fini della trama, ma che rallentano anche il ritmo del film con la stessa grazia con cui un’automobile è rallentata da un muro di cemento.

In soldoni ci si chiede se fosse davvero necessario riportare sul grande schermo la versione grossa e cazzuta del robot Emiglio.

Secondo me no.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Blade Runner (1982), RoboCop – Il futuro della legge (1987) e Atto di forza (1990).

Che poi un poliziotto mezzo robotizzato si era già visto

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