L'amichevole cinefilo di quartiere

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La forma dell’acqua

The foreman over there hates the gang,
The poor people on the farms get it so rough,
Truck drivers drive like the devil,
The policemen they’re acting so tough.
They need water,
Good water,
They need water.

TRAMA: Nel 1963, in un laboratorio governativo ad alta sicurezza nell’America segnata dalla guerra fredda, lavora la solitaria Elisa, muta dalla nascita e intrappolata in un’esistenza di silenzio e isolamento.
La sua vita cambia però in maniera inevitabile quando scopre un esperimento classificato come segreto…

RECENSIONE: Diretto da Guillermo del Toro, celebre per Il labirinto del fauno, Blade II, Hellboy e purtroppo Pacific Rim, La forma dell’acqua è una interessante e delicata love story favolistica con qualche spruzzata sci-fi spionistica che però non ne intacca l’essenza, mantenendo un ottimo focus sui personaggi preferendoli ai meri eventi.

Cosa distingue in particolare la storia dei due protagonisti da quella di un classico romantic-movie?

Beh, semplice.

IL MOSTRO NON È RICCO E LA BELLA NON È BELLA.

Prima che mi aspettiate sotto casa con un grosso bastone come Roosevelt, mi spiego meglio.

Molto spesso si inquadra l’amore, o più in generale i sentimenti, in un’ottica di stratificazione e aggiunta, ossia il legame affettivo tra due persone (e per “legame” non intendo necessariamente quello specificatamente amoroso, può anche essere famigliare o di amicizia) viene arricchito dalle esperienze comuni passate dai soggetti nel corso del tempo e da vari altri fattori più o meno di contorno.

Quindi, se noi prendiamo l’incorporeo concetto di “feeling” mentale e ad esso sommiamo la normale e biologica attrazione fisica, gli interessi condivisi, tutti i piccoli momenti speciali trascorsi insieme, ogni parola detta di sfogo, affetto o stima, il ponte passato al mare lontani da tutti, le vacanze, le serate letto + Netflix, le conversazioni infinite su Whatsapp, andiamo a sommare tantissimi piccoli mattoncini che vanno a edificare una costruzione sentimentale.

Ma è esattamente il contrario.

Il sentimento è sottrazione.

Proprio perché concetto astratto, per individuarlo bisogna considerare la situazione di coppia nel suo complesso ed eliderla di tutte le sovrastrutture.

Escludendo tutti quegli elementi che prima ho citato, ciò che resta costituisce necessariamente il nucleo fondamentale del rapporto, ossia il basilare sentimento sussistente.

Perché, anche volendo, non vi è altro.

Ne La forma dell’acqua, assistiamo al legame tra due organismi che più diversi non potrebbero essere (non hanno in comune nemmeno la specie biologica), ma che riesce a svilupparsi rimanendo estremamente ancorato a quel “feeling” di cui prima parlavo, quella scintilla, quel raggio di sole che entra nella nostra vita quando si conosce qualcuno da cui siamo magneticamente attratti.

Immaginate ciò che avete provato la prima volta che vi siete innamorati di qualcuno. Il battito del cuore che aumenta leggermente, il respiro più accelerato, la generale sensazione di benessere o sollievo quando lo vedete o vi parlate.

Estendetelo per tutta la durata del vostro rapporto.

Fatico a trovare le parole giuste per esprimerlo (e sto scrivendo un articolo, dai che siamo a cavallo), ma questa pellicola traspone su schermo un innamoramento in modo incredibilmente delicato negli strumenti ma altrettanto potente in ciò che veicola: un pettirosso da combattimento che riesce ad essere tutt’altro che fragile o futile, irrompendo nella mente dello spettatore come un rapace inflessibile.

L’acqua diventa un mezzo ricchissimo di molti significati: dall’ovvia fonte di vita, alla metafora per la multiformità cangiante dell’amore, all’habitat a cui apparteniamo e in cui aneliamo essere lasciati, l’acca-due-o scorre per le circa due ore di durata della pellicola assumendo connotazioni diverse ma sempre azzeccate nei modi.

Dalla pioggia salvifica al confinamento del prigioniero in una cisterna o nella piscina artificiale, dall’oceano come enorme massa insondabile alla vasca da bagno in cui ci lasciamo andare ad una liberatoria masturbazione, il liquido è parte integrante del film come dell’esistenza stessa.

Il tutto viene espresso mediante un linguaggio che non è un linguaggio, balzando dalle differenze relative alla diversificazione dello stesso (la Guerra Fredda con la partita a scacchi bellico-scientifico-tattica tra statunitensi e sovietici) ed approdando anche in questo caso alla fondamentalità più basilare, quella lingua dei segni in cui i “segni” non sono solamente quelli di mani e braccia ma anche i piccoli gesti di gentilezza o di avvicinamento all’altro che dimostrano l’Umanità dell’umano ma anche del non umano.

Ottimo tutto il cast, a cominciare ovviamente dalla straordinaria Sally Hawkins come donna “incompleta”, non solo nell’handicap che la caratterizza ma anche affettivamente, anima sola con il desiderio di aiutare un altro spirito affine al suo.

Vederla tentare di esprimere emozioni così strabordanti ed imponenti utilizzando convulsamente solo le mani la fa sembrare quasi un vulcano in attesa di eruzione, un’entità castrata della manifestazione esterna del suo interno.

Ottimo anche Michael Shannon come oscura ed implacabile mano del governo e strumento della potenza militare, uomo tutto d’un pezzo nella sua ottusa volontà di supremazia e indefesso nel perseguire gli obiettivi.

Altra ottima prova per l’attore natìo del Kentucky, che personalmente apprezzo moltissimo in ogni cosa che fa.

Ok, quasi in ogni cosa.

La forma dell’acqua si afferma come opera d’amore intensa e non banale, dotata di un particolare spirito e di una delicatezza intrinseca rara se confrontata alla tendenza banalizzante del suo genere di appartenenza.

Assolutamente consigliato.

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Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

Moonlight

moonlight-locandinaWe get it almost every night
When that moon is big and bright
It’s a supernatural delight
Everybody’s dancing in the moonlight

TRAMA: Il giovane afroamericano Chiron vive in un quartiere di Miami segnato da droga e violenza. Attraverso le tre età della vita, infanzia, adolescenza e età adulta, egli lotta quotidianamente per trovare la sua strada, scoprendo se stesso, la sua sessualità e il complicato amore per il suo migliore amico.
Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney.

RECENSIONE: Per la regia di Barry Jenkins, Moonlight è un affresco di vita tanto delicato nei temi e nei modi rappresentativi quanto vibrante e potente a livello contenutistico.

La crescita del protagonista, da un lato prettamente fisica attraverso tre fasi della sua vita e al contempo psicologica, legata al percorso di formazione del proprio carattere, porta infatti lo spettatore ad avere davanti agli occhi una sorta di vero quadro in movimento, un cangiante tableau vivant dalla costante evoluzione.

Con i tre stadi caratterizzati da una divisione netta e per atti (ovvia eredità dell’origine teatrale dell’opera), si ha una vicenda in cui il protagonista incontra via via nuove figure che lo influenzeranno, positivamente o meno, per le scelte future e per la scoperta del proprio posto nel mondo.

L’infanzia di “Little”, soprannome identificativo non solo del fisico minuto, ma dell’inferiorità rispetto agli altri in cui lui stesso si adagia, è segnata dalla sua timidezza: oltre ad affrontare i propri demoni e combattere la diabolica ingenuità del bullismo da parte dei propri coetanei è schiacciato dalla personalità di una madre-matrona cruda ed abusiva.

moolight-bambino

Durante l’adolescenza cresce l’individuo e con esso i problemi, e ci si immerge nel delicatissimo passaggio tra il mondo dei bambini e quello dei grandi. Vengono compiute scelte che indirizzano definitivamente il proprio cammino di vita e si pongono le basi per quello che sarà il proprio modo di trascorrere l’esistenza.

moonlight-adolescenza

Da adulti i nodi vengono al pettine: il percorso di maturazione è giunto al culmine, alae iacta est e si deve cercare di fare pace con gli spettri del passato, che ritornano per risolvere ciò che è rimasto in sospeso.

moonlight-adulto

Una fotografia notturna torbida come inchiostro di seppia fornisce alle sequenze ambientate dopo il tramonto ulteriore intensità emotiva, permettendo quindi alla storia di ottenere maggiore impatto sul pubblico.

Ad esse si alternano fasi diurne relativamente brevi in cui i filtri sono notevolmente più vivaci e definiti, ma che danno la sensazione di essere solamente dei riempitivi tra una notte e l’altra, come se fossero le tenebre le coperte adatte per la vicenda, e ogni giorno fosse solo attesa della notte che starà per giungere.

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Ottimo tutto il cast.

I tre attori che interpretano Chirion offrono una prova convincente e vivida, rappresentando efficacemente su schermo i diversi problemi delle varie fasi della vita; si ha in particolare la credibile sensazione che al di là delle differenze anagrafiche ci si trovi realmente davanti sempre alla stessa persona, ed in tal senso è stata positiva la scelta estetica dei tre interpreti.

Buona prova anche di Naomie Harris come sulfurea e gorgonica madre, incarnazione della debolezza e del male, e del padre putativo Juan incarnato da Mahershala Ali che cercherà di dare una mano al giovane Chiron, entrambi nominati agli Oscar.

moonlight-harris

Nonostante non sia tutto oro ciò che luccichi (non siamo infatti di fronte ad uno dei film più originali del mondo, limitandosi strettamente all’analisi di ciò che avviene durante la vicenda) Moonlight è un’ottima pellicola che riesce a soddisfare il palato del pubblico e ad offrire una storia intensa e toccante.

Decisamente consigliato.

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