L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Last Dance


But don’t forget who’s takin’ you home

And in whose arms you’re gonna be
So darling, save the last dance for me

TRAMA: La stagione 1997-1998 della squadra di basket dei Chicago Bulls, ultimo campionato di Michael Jordan con la franchigia dell’Illinois, attraverso immagini in parte inedite di una troupe cinematografica della NBA Entertainment che nell’arco dell’intero torneo ha avuto la possibilità di seguire tutte le attività del team.

RECENSIONE:

Gli Stati Uniti sono una nazione giovane.

Ciò comporta, oltre a non poter vantare una storia antica esclusa quella con protagonisti uomini dalla pelle color mattone, la contemporanea assenza di una mitologia classica: la mancanza, cioè, di quella serie di racconti tramandati nei secoli incentrati su figure mitiche e le loro eroiche imprese.

Gli Stati Uniti non hanno Gilgameš.

Gli Stati Uniti non hanno Achille.

Gli Stati Uniti non hanno Sigfrido.

“Ulisse schernisce Polifemo”, di William Turner (1829)

Che fare, quindi, per munirsi di una propria epica, non potendone disporre attingendo da quella cultura ancestrale che invece mantengono i popoli rimasti stanziali nel Vecchio Continente?

Semplice: se non si va a pescare dal passato, distogliere l’occhio dai tempi che furono e puntarlo sulla modernità.

Utilizzare come colonna vertebrale per la costruzione del proprio èpos i gladiatori delle nuove battaglie, sicuramente meno sanguinose di quelle mitiche, ma i cui araldi sono altrettanto popolari tra le masse.

Gli sportivi.

The Last Dance prende spunto proprio da questo elemento, esaltando volontariamente i Chicago Bulls degli anni ’90 e traendo informazioni e testimonianze da chi quella storia sportiva l’ha vissuta, per affrescare una Cappella Sistina densa tanto di successi quanto di momenti iconici legati ad essi.

Il protagonista indiscusso della vicenda è ovviamente Michael Jeffrey Jordan.

La serie mostra omericamente per immagini la sua pantagruelica fame di vittorie, l’istinto da killer nel sopraffare l’avversario piccolo o grande, gli affronti verbali talvolta semplicemente scherzosi ed innocui vissuti come onte da lavare nell’arena… tutto ciò che riguarda il 23 di Chicago diventa epitome di un istinto insaziabile.

L’atleta dalla mentalità esasperatamente vincente è spinto come una vela dal vento di una ricerca ossessiva della superiorità, del successo, della posizione apicale come unica raison d’être.
L’eroe deve vincere per lo stesso principio naturale che vede il leone al vertice della catena alimentare africana: per chi combatte così strenuamente per la vetta la sconfitta è paragonabile ad una morte sportiva, vuol dire polvere e vuol dire oblio.

Questa foto contiene 19 titoli NBA.

Michael Jordan non è infatti un Ettore, che combatte allo stremo delle sue limitate forze mortali perché a causa di un’avventatezza del fratello si ritrova da un giorno all’altro attraccato sulle patrie spiagge l’esercito più potente del globo.
Non ha lo sguardo dolente di chi è conscio delle difficoltà di una lotta che lui non ha né causato né voluto.

Jordan è un Achille, un semidio che poco ha a che spartire con coloro che lo affiancano nelle sue battaglie: il suo puntiglio nella competizione, il suo illimitato agonismo e la vir nel raggiungimento dei propri obiettivi derivano dalla sua sete di gloria, dalla volontà che nei secoli a venire si parli ancora delle sue gesta.
Jordan cerca la lotta, vuole il conflitto, ed è pronto a spazzare via dalla sua strada coloro che lo ostacolino in questo obiettivo.

Durante la sua carriera sportiva, il numero 23 dovette affrontare non solo i nemici sul parquet, il cui focus di contesa è un pallone, un canestro o un anello, ma anche avversari esterni al campo.

Il gioco d’azzardo, la passione per le scommesse e le amicizie rivedibili offrono un lato umano dell’eroe che lo rende perciò un Übermensch nietzschiano solo sul campo da basket; al di fuori di esso egli viene colpito dalla sua stessa hybris, che sì lo condiziona portandolo a risultati sportivi più che ragguardevoli, ma gli fa anche compiere dei passi falsi agli occhi del pubblico se andiamo a considerare l’elemento squisitamente umano ed empatico.

Tra compagni di squadra trattati palesemente a pesci in faccia, atti di stizza, reazioni in un caso violente (chiedere al viso di Steve Kerr per conferma), un’inchiesta giornalistica piuttosto severa nei suoi confronti ed un atteggiamento talvolta ruvido ed ermetico, Jordan è, come tutti i campioni, perfettamente consapevole delle proprie capacità, e per questo sa che deve costantemente dimostrarle tanto al pubblico quanto ad avversari e alleati.

Il lutto per la morte del padre è fonte di immenso dolore quanto di radicale cambiamento: Jordan abbraccia uno sport, il baseball, che praticò solo in gioventù come coronamento del sogno postumo dell’ascendente, con risultati sopra la media ma inevitabilmente offuscati dal fulgore delle precedenti battaglie di pallacanestro.

Il suo (primo) ritorno è un Ulisse che riapproda finalmente ad Itaca e deve difendere l’amata Penelope dalla corte dei Proci: l’eroe ritrova una patria a cui deve riabituarsi, che deve riconquistare avendo perduto, causa l’assenza, quel diritto conquistatosi con anni di lotte e battaglie.

Per quanto talvolta la docu-serie deflagri comprensibilmente sul proprio focus umano principale e si trasformi in un Vita, morte e miracoli di Michael Jordan, essa riesce però a non dimenticarsi di offrire uno spazio, seppur talvolta minimo, alle figure di contorno della star dei Bulls.

Il primo è Scottie Pippen, perfetto Robin per il Batman vestito del 23. Il suo contratto poco oneroso rispetto ai compagni, che porta al crearsi di tensioni con la dirigenza è il casus belli che rende il denaro un segno di rispetto e di riconoscenza per le trionfali cavalcate al successo.
Pippen è la difficoltà del secondo, l’inscalfibile certezza di avere qualcuno accanto che è e sarà sempre migliore di te, unita alla consapevolezza di dover svolgere al meglio il proprio ruolo per il bene comune.

C’è Dennis Rodman, personaggio unico ed inimitabile: capelli dai colori improponibili, piercing ed un carattere complesso. Apparentemente ruvido all’esterno, questa sua superficiale bizzarria è uno scudo per proteggere un animo fragile e bisognoso di svago, ben evidenziato nella serie dal racconto del suo periodo triste a Detroit e la vena comica legata ai suoi viaggi di piacere.

“Viaggi di piacere” accompagnato da questa signorina qui.

C’è spazio anche per Toni Kukoč , spilungone croato la cui pedina sulla scacchiera dell’epopea dei Bulls attraversa vari cambiamenti di ruolo, talvolta inconsapevoli: da star indiscussa nel Vecchio Continente, l’europeo diventa Pomo della Discordia tra la dirigenza dei Tori e i giocatori già sotto contratto (con doppio scontro gladiatorio durante le Olimpiadi 1992), capitanati come accennato dall’insoddisfatto Pippen, sentitosi rimpiazzato.

Viene concessa doverosa luce anche agli apparenti comprimari: John Paxson prima e Steve Kerr poi non sono meri Patroclo sacrificati sul polveroso campo di battaglia per portare al ritorno in battaglia del pelide Jordan, ma tasselli senza i quali il puzzle non avrebbe potuto completarsi.
La dimostrazione vivente che per ritagliarsi il proprio momento di gloria basta talvolta farsi trovare pronti al posto giusto e nel momento giusto.

E non c’è eroe senza antagonisti, non c’è Bellerofonte senza Chimera: in tal senso i Bulls e Jordan ebbero avversari a non finire.

Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird come vecchi eroi del passato, due cowboy del West che devono giocoforza piegarsi all’arrivo nelle aride pianure nordamericane della ferrovia di Jordan; un passaggio di testimone necessario come tributo di sangue all’implacabile Padre Tempo, ma che a posteriori ha creato una rispettosa amicizia reciproca in nome delle innumerevoli battaglie reciproche e non.

I Detroit Pistons, i Ragazzacci brutti, sporchi e cattivi che avevano nel fumantino Isiah Thomas la loro stella (pur costandogli il suo carattere l’Oro olimpico): dei guastafeste che con le loro regole speciali per urtare fisicamente le stelle avversarie fanno capire a Jordan la necessità di unire il talento al fisico, in modo che il suo corpo possa irrobustirsi ed essere in grado di dare battaglia anche quando all’elegante fioretto si sostituiscono le brutali clave.

Reggie “The KIller” MIller, il nuovo che avanza: colui che portò alla creazione dell’appellativo “Gesù Nero” per il numero 23 (che rispose in questo modo alla provocazione della futura stella di Indiana “Ehi, sei tu Michael Jordan, quello che cammina sulle acque?”); con Miller ritorna anche Bird in versione allenatore, con l’avversario che incrocia di nuovo la strada dell’eroe ma in altre vesti, pur con lo stesso cipiglio battagliero e lo stesso rispetto reciproco.

Scilla e Cariddi si sono trasferite dallo stretto di Messina alle montagne dello Utah: John Stockton e Karl Malone furono coloro che meglio cercarono di arginare lo strapotere dei Bulls in due tirate finali consecutive.
“Il Muto” e “Il Postino” formarono una delle coppie più affiatate dell’intera storia NBA, ma gli assist del primo e la costanza realizzativa del secondo non bastarono a fermare Jordan e soci.

A sinistra il secondo miglior marcatore della storia NBA. A destra il migliore della storia per assist e palle rubate.

Come il mito classico, The Last Dance è perciò una serie di macro-temi e vari archetipi narrati attraverso le tipologie caratteriali dei personaggi presenti, che incarnano quindi uno o più elementi utili per la narrazione complessiva.
La differenza con l’epopea antica è che qui non abbiamo un aedo a narrare queste gesta, ma vi sono in sua vece le immagini e le parole degli stessi protagonisti; assistere ad achei e troiani narrare le gesta avvenute durante la guerra per Ilio permette di eliminare le distanze tra racconto e suo pubblico, immergendo maggiormente lo spettatore nel mood e nell’ambiente in cui si svolsero le vicende.

Ovviamente non siamo di fronte ad un prodotto oggettivamente storiografico, ma non è questo l’obiettivo della serie targata ESPN: chi si lamenta della presenza di svariate lacune o dello spazio dato o tolto a determinati personaggi è paragonabile a chi assista al duello tra Amleto e Laerte a teatro e critichi l’assenza di veleno sulle spade degli attori.

The Last dance è comunque una serie caldamente consigliata non solo per gli amanti della palla a spicchi, ma anche per chi voglia conoscere più da vicino i retroscena di un’impresa sportiva; chi voglia meglio comprendere quanta fatica ci sia e quanto sia lungo il cammino prima di poter tagliare la striscia di stoffa del traguardo.

Perché i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione.

Captain Marvel


TRAMA: Anni Novanta. La Terra viene coinvolta in una guerra galattica fra due razze aliene. Carol Danvers, pilota dell’aeronautica degli Stati Uniti, indossa il costume di Captain Marvel e diventa uno dei supereroi più potenti del pianeta.

 

 

 

 

RECENSIONE:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Macchine mortali

Maledetti diesel Euro 2…

TRAMA: La razza umana ha cambiato radicalmente stile di vita dopo che il mondo civilizzato è stato spazzato via da un cataclisma: non sono più le persone a spostarsi, ma le città, che ora sono in grado di viaggiare da un capo all’altro della Terra distruggendosi a vicenda nei loro spostamenti…

RIFLESSIONI SPARSE:

Esteticamente è un film più che buono: la CGI, pur ultra-invasiva riesce a fornire una piacevole resa degli agglomerati urbani su ruote, piccoli o grandi, in perenne caccia tra loro come leoni e gazzelle nella savana su National Geographic.

Spettacolari in particolare le sequenze iniziali e finali, in cui la pellicola mostra i muscoli riuscendo ad intrattenere con azione ad ampio respiro e una sana dose di esplosioni random: siamo di fronte ad un fantasy-action, in fin dei conti quello si chiede al film.

Wroom Wroom scooteroni.

– La storia si basa su elementi che personalmente credo di aver già visto un numero di volte molto vicino a quello di Avogadro: caratterizzazione dei personaggi, svolgimento della trama, relazione tra le varie figure umane… decisamente nulla di nuovo sotto il sole.

Tutto già deciso, tutto già scritto, ogni pisquano che compare su schermo porta sul capo un’insegna al neon con l’indicazione o meno della sua futura morte… ciò rende l’opera ben poco interessante, soprattutto nelle sequenze di dialogo o introspezione di quel o quella tizio/a che ovviamente servono come il pane ad intervallare le parti action.

Piccola nota di demerito: se mi capita ancora un film in cui vengano pronunciate tutte e tre le battute «Che Dio ci aiuti…», «Io sono il futuro, tu sei il passato» e «Cosa avete fatto…?» vomito.

Hugo Weaving molto meglio come antagonista: vuoi per il suo profilo sopraccigliare che rimanda vagamente a Jack Nicholson, vuoi una presenza scenica potente, credo offra prestazioni decisamente migliori quando cerchi di ammazzare Neo piuttosto che nel presenziare il concilio di Granburrone.

«Fatemi controllare se mi sono allontanato abbastanza da “Wolfman”…»

– Mi fa piacere constatare che Robert Sheehan ogni tanto riesca a vincere un casting contro il suo succedaneo Brenton Thwaites (dai, sono lo stesso tipo di interprete).
Non che il nostro Bobby sia un fulmine di guerra su schermo, ma lo vedrò sempre con simpatia dopo Misfits ([indossando occhiali improbabili berciando urla incomprensibili] «Indovinate chi sono! […] Vi do un indizio, sono un coglione fastidioso! […] Sono Bono!»).

– Cast in generale discretamente partecipe: al di là di un numero spropositato di interpreti con gli occhi azzurri (tutta invidia perché i miei sono nocciola), c’è pure Stephen Lang massacrato dalla computer grafica nei panni di un simil-androide.
Cosa volete di più?

[…]

Ah, già, un altro attore di peso oltre Weaving…

Tirando le somme, Macchine mortali è un film che batte la ultra-abusata bandiera del “ma sì, dai, si guarda” senza però riuscire a rendersi memorabile o spiccare per un elemento in particolare.

Un costoso giocattolone da 100 milioni di dollari che il “papi” regala al figlio viziato ed annoiato.

The Hateful Eight

the hateful eight locandinaTu sei… The Hateful Eight, giusto, è il tuo film? Sono il signor Serenate, scrivo recensioni.

TRAMA: Alcuni anni dopo la fine della Guerra Civile americana, otto loschi personaggi si ritrovano in una baita sui monti del Wyoming, bloccati da una tempesta di neve.

RECENSIONE: Ottavo lungometraggio diretto da Quentin Tarantino, The Hateful Eight è uno sporco e ruvido affresco del selvaggio ovest, caratterizzato in particolare da uno spiccato elemento social-politico che veicola in parte un atto di critica nei confronti dell’America e del suo concetto di giustizia.

L’ambientazione temporale lo rende infatti un crogiolo di conflitti di varia natura: in primis l’ovvio contrasto razziale, con il difficile rapporto tra bianchi e neri che viene acuito dal contrasto presente inoltre anche tra bianchi (dell’Unione) e altri bianchi (Confederati).

Coloro che prima erano fratelli uniti sotto la medesima bandiera e la stessa aquila diventano perciò nemici mortali, combattenti in un conflitto interno di sanguinose proporzioni sia materiali che morali, il quale crea una profonda spaccatura sociale dall’impervio risanamento.

the hateful eight scena

Ottimo l’aspetto prettamente tecnico: regia e montaggio riescono ad enfatizzare ogni scena sapendo dove porre l’occhio e come aggregare le immagini tra loro in modo da favorire lo scorrimento del film nelle varie sequenze.
Ritmo lento e posato durante i dialoghi di spiegazione che fungono da background, esplosivo nei passaggi maggiormente improntati sull’azione.

Notevole fotografia di Robert Richardson, soprattutto per quanto riguarda le scelte di luce con il prosieguo della trama e l’esaltazione del sangue o di alcuni dettagli.

the hateful eight scena 2

In The Hateful Eight sono ovviamente presenti gli elementi tipici della filmografia del regista nato in Tennessee: personaggi dalla caratterizzazione quasi stereotipica ma dal tratteggio efficace e dialoghi tanto frizzanti quanto caustici che si prestano ad un ampio citazionismo vengono immersi in una copiosa dose di violenza.

I personaggi di questo film sono i classici characters à la Tarantino: come in un Cluedo brusco e polveroso, ognuno di essi incarna a suo modo una tipica figura del genere western, risultando intrigante senza però costituire un banale copia-incolla di cose straviste, ma scolpendo individui interessanti che lo spettatore possa facilmente individuare.

Non abbiamo i colori ad indicare gli uomini (White, Blonde, Pink…), ma le professioni (Boia, Cacciatore di taglie, Sceriffo, Veterano…) e ciò consente quindi al pubblico di avere davanti agli occhi un gruppo di personaggi piuttosto nutrito ma che non richiede loro eccessivo sforzo di memoria. Tale fattore ha l’importante funzione di diminuire le distanze mentali tra audience e movie, rendendo l’opera più immediata per chi vi assista.

Se vi dicessi che in una magione ci sono sei personaggi sospettati dell’omicidio di un dottore, probabilmente avreste paura di faticare a tenerli presente tutti, ma se io ve li chiamassi Colonnello Mustard, Miss Scarlett, Reverendo Green e via a seguire, lo sforzo svanirebbe.

the hateful eight cast

Dai personaggi si passa ai dialoghi, probabilmente l’elemento più celebre di questo regista e sceneggiatore.

Aspre, offensive, velenose e sarcastiche, le parole che escono dalle bocche dei personaggi sono un florilegio di durezza tagliente così pregna di ironia nera da risultare quasi poetiche, e contribuiscono a tratteggiare alla perfezione le rispettive caratterizzazioni personali.

Non posso citarne onde evitare di fare spoiler, ma alcuni dei racconti esposti durante la pellicola sono difficilmente dimenticabili. Magari non aspettatevi un Ezechiele 25. 17, una filosofia basata sul non lasciare mance o il dilemma dell’essere o meno persuasi, essendo The Hateful Eight come già detto un’opera maggiormente socio-politica, ma sicuramente la sceneggiatura centra l’obiettivo e lascia il segno.

the hateful eight

La violenza, infine, è quella già presentata nelle altre pellicole dalla medesima provenienza: gli esseri umani sono palloncini formati per il 90% da sangue, che zampilla vermiglio da fontane di carne diventate meri contenitori di fluido.

In un’ambientazione fissa che ricorda molto Le iene e che segna nettamente il “dentro” e il “fuori” si hanno otto personaggi in cerca non d’autore ma di guai, ognuno con una storia alle spalle che lo contraddistingue e lo mette in relazione coi suoi compari di abitazione rendendo l’atmosfera elettrica.
Un barile di polvere da sparo dalla miccia sempre più corta che può deflagrare senza preavviso scatenando conseguenze inaspettate.

the hateful eight

Per questo progetto, l’abitante di Taranto ha riunito un ricco cast formato prevalentemente da assidui interpreti delle sue opere e attori-feticcio.

Spicca sicuramente tra gli altri un Samuel L. Jackson particolarmente sulfureo e a cui si devono i maggiori riferimenti alla storia e alla cultura statunitense del passato. Partendo da essi possono essere fatti numerosi collegamenti con la società attuale e la sua idea di giustizia, ed è qui che si vede il tocco di uno sceneggiatore: raccontare il passato per criticare il presente (coff coffManzonicoff coff).

Kurt Russell grizzlesco con la sua figura possente, i suoi occhi glaciali ed i suoi baffi da tricheco, riesce ad infondere un’aura di potenza e di timore intorno a lui, molto efficace per la caratterizzazione del suo Boia.

Ottima prova di una Jennifer Jason Leigh quasi stregonesca, spesso con uno sguardo psicopatico, sfuggente e spiritato che la rende continua fonte di imprevedibilità.

the hateful eight jennifer

Presenti inoltre Tim Roth, che per Tarantino è stato Mr. Orange ne Le iene e Pumpkin in Pulp Fiction, il “solito” dolente Michael Madsen (Victor “Mr. Blonde” Vega e Budd in Kill Bill) e l’ottimo Walton Goggins, nei panni di un Chris Mannix che risulta uno dei personaggi più interessanti del film.

Nel complesso un ottimo film, che riesce ad unire in un efficace connubio una trama interessante, i tratti distintivi del regista e stoccate al fosforo nei confronti di una società che forse, in alcuni aspetti, non è cambiata molto nell’arco di centocinquant’anni.

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

la battaglia delle cinque armate locandina“Vedo nei vostri occhi la stessa rottura di palle che potrebbe afferrare il mio cuore.

Ci sarà un giorno in cui il coraggio dei recensori cederà, in cui abbandoneremo i nostri princìpi e leccheremo il culo a ogni blockbuster, ma non è questo il giorno!

Ci sarà l’ora della Marvel, e dei maroni frantumati quando l’era di Michael Bay verrà alla luce, ma non è questo il giorno!

Quest’oggi recensiamo… Per tutto ciò che ritenete caro di questa bella Arte vi invito a resistere!”

Zaan Zaan Za-za-zaaaaan…

TRAMA: Dopo essere giunti a Erebor, Thorin e gli altri nani hanno due problemi: eliminare il drago Smaug e difendere la propria montagna, prima che altri giungano a reclamarne le ricchezze…

RECENSIONE: Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien e terzo capitolo della relativa trilogia cinematografica, La battaglia delle cinque armate è la classica mattonata fantasy di due ore e mezza con cui, se Dio vuole e ha pietà di noi, si conclude la saga de Lo Hobbit.

sam you don't mean non intendi

Prima che mi aspettiate sotto casa coi bastoni, mi spiego meglio.

Nonostante io non sia amante, per usare un eufemismo, del cosiddetto “High Fantasy” (= elfi, nani, draghi, ambientazione medievale, serie tv pretenziose basate su tette e morti ammazzati), apprezzo tantissimo la trilogia de Il Signore degli Anelli: ritengo tutte e tre le pellicole molto ben realizzate globalmente, e penso che dimostrino una grande cura di tutte le loro componenti.
Ogni loro aspetto è di ottima qualità (dalla colonna sonora ai costumi, dalla fotografia al trucco), e nonostante al grande pubblico di tali elementi non gliene possa fregare di meno, i numerosi Oscar tecnici vinti in tali categorie credo siano stati più che meritati.

THE HOBBIT: THE BATTLE OF THE FIVE ARMIES

Il problema è che, dopo quel grande successo di pubblico e critica, in cabina di comando si sono lasciati prendere la mano, diluendo in tre opere (ciascuna oltretutto di lunghezza notevole) un libro dai toni favolistici molto più scarno di come sia stato poi rappresentato sul grande schermo.
Tale manovra, oltre ad essere una commercialata spaventosa dettata da una pantagruelica avidità, fa accomunare la trilogia de Lo Hobbit con altre galline dalle uova d’oro letterarie/cinematografiche come Twilight Hunger Games.

Risultando quindi un’opera fatta solo per soldi e utile come un costume da bagno sull’Everest.

hobbit katniss hunger games

Oltretutto a parte nani, elfi e uomini “high as fuck, fighting a dragon and shit”, non posso fare a meno di notare che questa serie sia divisa in un primo capitolo dal ritmo piuttosto lento in cui i personaggi principali si conoscono ed iniziano la loro avventura, un secondo atto caratterizzato da un grande scontro intermedio in cui la trama è riassumibile in due righe ed un episodio finale con grandi battaglie campali tra enormi eserciti.

Cioè pari pari a ISDA, nonostante le due opere letterarie di riferimento siano totalmente diverse.

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Tralasciando il pistolotto necessario data la conclusione di questa trilogia (i cui primi due film sono Un viaggio inaspettato La desolazione di Smaug), La battaglia delle cinque armate è un finale di saga portato a compimento con ordinarietà da ragioniere, e che pare una copia sbiadita de Il ritorno del re.

Sbiadita perché nonostante lo scontro menzionato nel titolo sia imponente e ben realizzato visivamente, il film dà sempre l’idea di un rifacimento in tono minore di ciò che si è visto anni fa, e ciò va ovviamente ad inficiare in pejus sulla qualità complessiva dell’opera.

Giudicare questa pellicola è quindi piuttosto difficile, perché sì, è fatta molto bene oggettivamente, ma rende una sensazione di “secondario” e di “tono minore” troppo marcata.

nani

Il cast tecnico è lo stesso de ISDA, e ciò garantisce alta qualità: come già accennato elementi quali la fotografia, i costumi, gli effetti speciali e la colonna sonora sono veramente ottimi, e contribuiscono a far immergere lo spettatore in un mondo lontano e incredibile, rendendo visivamente realistico ciò che oggettivamente non lo è.

Peccato solo che alcune scene di combattimento (specialmente quelle uno contro uno) siano state coreografate da qualcuno che aveva fatto il pieno di peyote un’ora prima e che si è fatto un po’… diciamo… “prendere la mano” con la spettacolarità.

Nonostante la complessiva qualità la pellicola trasmette poco, e devo ammettere che l’impressione di avere a che fare con un soprammobile di due ore e mezza tanto bello quanto vuoto sia stata piuttosto vivida.

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Ne La battaglia delle cinque armate viene portato a compimento il tema dell’avidità, che era stato introdotto nel capitolo precedente con la comparsa del drago e che ovviamente svolgeva un ruolo molto importante anche ne ISDA (“The thieves, the thieves, the filthy little thieves, they stole it from us, our precious”).

L’avidità del rettile sputafuoco, simbolo per antonomasia dell’accumulo e dell’amore smisurato nei confronti di ori e gioielli.

L’avidità di Thorin, la cui mente deve combattere contro le tentazioni e i tormenti che tale quantità di ricchezze provoca.

L’avidità dei produttori di questo film, ormai genuflessi alla categoria dei lettori e che farebbero mettere su pellicola anche le Pagine Gialle se ne avessero un importante ritorno economico.

thorin gold

Un’ulteriore pecca de LH è legata ai personaggi.
Se ne ISDA ci sono molti personaggi secondari dalla costruzione psicologica interessante (come Boromir, Faramir ed Éowyn, tanto per citarne tre), qui molti supporting characters sono bidimensionali (come lo stesso drago, che a parte la già citata bramosia trasmette poco altro), difficilmente identificabili poiché troppo piatti (molti dei nani sono interscambiabili tra loro) o non hanno senso di esistere se non quello di piegarsi ai cliché cinematografici (l’elfa Tauriel, inserita perché per accontentare il pubblico ignorante è obbligatorio mettere la bellona monoespressiva).

sam patate

Per le sottotrame poco da dire. Sono tante, si intersecano tra loro e parecchie vertono sulla conquista della montagna: una specie di Risiko con nani, elfi, orchi e chi più ne ha più ne metta.

Menzione particolare per la storia d’amore tra l’elfa e il nano, una delle dinamiche narrative più campate per aria e attaccate con lo sputo che io abbia mai visto in un film.

tauriel love

LH è inoltre una saga Bilbocentrica, e nonostante tale personaggio sia molto più “attivo” rispetto a quel sottobicchiere di Frodo l’idea di un soggetto umile inserito in conflitti più grandi di lui risulta un po’ troppo stucchevole, rendendo semplice spettatore di eventi colui che dovrebbe essere il protagonista dell’opera.

Attualmente giungono inoltre voci sulla possibilità di trasporre o meno in un film anche Il Silmarillion, altra opera di Tolkien.

Cosa ne penso di quest’idea?

boromir male che non dorme evil sleep

Per concludere lo ripeto un’ennesima volta in modo che sia chiaro: La battaglia delle cinque armate NON è il flagello di Isildur, ma un film oggettivamente buono; ciò che lo affossa è la palese poca scintilla artistica presente in esso, che lo fa risultare piatto e poco interessante.

Meglio tornare agli antichi fasti…

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

lo hobbit smaug“Suvvia, Magò, hai detto “niente draghi”.”
“Ho forse detto “niente draghi viola”?”

TRAMA: Dopo essere miracolosamente scampati a un’imboscata degli orchi, Gandalf, Bilbo e la compagnia di nani si rimettono in viaggio alla volta della Montagna Solitaria, un tempo sede della capitale del regno di Erebor e ora dimora del terribile drago Smaug.

RECENSIONE: Seguito de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, con lo stesso cast tecnico e artistico. La storia ormai è nota: far sì che i nani tornino nella propria terra natia abbandonata a causa di un drago, e per farci una trilogia di film da quasi tre ore ciascuno la si prende allo stesso modo in cui Amleto si approccia alla vendetta, ossia alla lontana.
Molto alla lontana.
Troppo alla lontana.

Il problema nel giudicare questa pellicola è che oggettivamente è realizzata molto bene, confermando l’elevata qualità della serie. Ciò non era scontato, perché visti gli enormi incassi delle quattro pellicole tolkeniane precedenti avrebbero anche potuto girare un film mediocre o peggio, confidando nel fatto che moltissimi sarebbero andati comunque a vederlo.
Quello che hanno fatto con Harry Potter Twilightpraticamente.

Non si può sorvolare però sul fatto che la divisone in più parti dello scarno romanzo Lo Hobbit sia stata frutto di una precisa e remunerativa scelta commerciale, la quale incontra difficoltà proprio nella brevità del romanzo da cui la pellicola è tratta. Per riuscire a farne una serie di film così lunghi si è annacquato il brodo talmente tanto da non sentire quasi più il profumo della carne e degli aromi usati per insaporirlo. Per tutta la pellicola si ha un continuo aprire parentesi, nella quasi totalità non chiuse, e ciò alla lunga infastidisce.

Si pecca inoltre nell’esagerato numero di personaggi secondari, che se ne Il Signore degli Anelli poteva essere un valore aggiunto, essendo un romanzo dai toni epici e dall’ampio respiro, qui zavorra eccessivamente il ritmo narrativo, con bruschi tagli da una scena all’altra e la perenne sensazione che questo film sia solo un riempitivo per arrivare alla terza pellicola.              

La desolazione di Smaug non è affatto un brutto film, quindi. Peccato sia utile come un pettine senza denti.

Dopo questa doverosa introduzione, che dire?

Se nella trilogia de Il Signore degli Anelli lo scopo della truppa era quello di distruggere un monile, la connotazione negativa della ricchezza è anche qui presente: il rettile sputafuoco infatti è sempre stato allegoricamente la rappresentazione dell’avarizia e della bramosia di ricchezze, caratteristica incarnata anche dai nani.
E dai produttori di questo film.

Dal precedente capitolo rimangono i personaggi principali. Bilbo è sempre interpretato da Martin Freeman, bene nella parte e con un personaggio estremamente più interessante rispetto al nipote Frodo, irritante nel suo continuo sfiorare la morte. Ottimi anche Ian McKellen come serafico Gandalf e Richard Armitage nei panni di Thorin. Il terzetto si conferma convincente quanto lo era nell’episodio precedente, e la loro personalità acquisisce nuove sfaccettature. Thumb up.

Per quanto riguarda le new entries abbiamo Bard, interpretato da Luke Evans, ex villain in Fast & Furious 6Lee Pace nei panni dell’etereo re elfico Thranduil e la coppia formata dal redivivo Legolas di Orlando Bloom e dalla Tauriel dell’ex “perduta” Evangeline Lilly, il cui personaggio è stato creato ex novo per rimpolpare il cast femminile della pellicola, dato che nei romanzi di Tolkien le donne sono frequenti quanto i barbieri aperti di lunedì.
Per ora è proprio quest’ultimo personaggio a risultare totalmente campato per aria, ma per dare un giudizio definitivo è necessario attendere l’ultima parte della storia.
Che arriverà tra un anno, mannaggia all’avidità.

Il drago Smaug è interpretato attraverso la tecnica del motion capture da Benedict Cumberbatch, che dopo aver sbancato la televisione con il suo Sherlock Holmes sta progressivamente conquistando anche il grande schermo (era l’antagonista in Into Darkness – Star Trek). Doppiato dallo stesso Cumberbatch nella versione originale, in italiano la creatura ha la voce di Luca Ward, scelta azzeccata e l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere uno dei migliori doppiatori nella storia di questa professione.

Cumberbatch e la motion capture

Cumberbatch e la motion capture

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Recitare in posizione prona per meglio interpretare un personaggio quadrupede.

Il drago è forse l’unica ragion d’essere del film, essendo stato realizzato veramente molto bene sia dal punto di vista estetico sia per quanto riguarda l’uso che ne viene fatto. Alcune scene sono da mozzare il fiato per quanto sia maestoso fisicamente questo rettile, e l’attesa di vederlo in azione è stata quindi ripagata.

Sul lato tecnico niente di ulteriore da dire. Le musiche di Howard Shore sono eccezionali (peccato però non ci sia più il tema principale de Un viaggio inaspettatoossia Misty Mountains), così come la fotografia di Andrew Lesnie; è un vero peccato che il grande pubblico badi così poco a questi elementi, che uniti ai costumi e alle scenografie (ottimi entrambi) formano il background artistico che porta ad avere prodotti dalla elevata qualità visiva.
Traduzione: pensate anche agli attori, non solo ad essi.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: personalmente Il Signore degli Anelli è l’unica opera che mi piaccia all’interno del genere “fantasy medievale”, per cui dico molto banalmente le precedenti pellicole di Jackson tratte da opere di Tolkien.

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