L'amichevole cinefilo di quartiere

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Il primo re

“Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione.
Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino: il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente: gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.
Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra.
È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura».
In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore”.

Tito Livio, Ab Urbe condita, I, 6-7.

TRAMA: Due fratelli in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi.
Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.

RECENSIONE:

Film crudo, selvaggio e tribale, Il primo re di Matteo Rovere è una pellicola caratterizzata da un potente connubio tra mondi contrapposti: l’opera è infatti una riuscita amalgama di immanente e trascendente, presente e futuro, costruzione e distruzione.

La presenza di più contrapposizioni manichee va perciò a creare un’interessantissima ragnatela di tematiche intelligenti e ben dipanate attraverso un paio di ore di grande cinema: lo spettatore si trova catapultato in una realtà italica rurale e protolatina (eccellente lavoro linguistico in tal senso) in cui i due pastori Romolo e Remo diventano pedine di un destino che loro stessi contribuiscono shakespearianamente a lastricare.

Ogni elemento è curato nei minimi dettagli.

Il primo fattore che balza subito all’occhio, anzi, all’orecchio, è la lingua, che come già accennato si basa con i sottotitoli in italiano su una versione pre-arcaica del latino, che è stata parzialmente ricreata grazie all’aiuto di semiologi dell’Università della Sapienza, con l’ausilio di ibridazioni per espressioni mancanti con altri ceppi idiomici di simile connotazione storico-geografica.
Apparentemente semplice finezza artistico-espositiva, il parlato è invece fondamentale per l’immersività dello spettatore all’interno dell’opera, poiché l’uso della lingua attuale in un contesto tanto primigeno come quello del centro Italia secoli prima di Cristo avrebbe costituito imperdonabile stonatura, che avrebbe vanificato gli sforzi compiuti sul versante ambientale e scenico, creando un’opera incompleta e zoppa.

Grandissima cura è riscontrabile infatti anche sulle scenografie.
Girato nelle zone naturalistiche di Lazio e Umbria, Il primo re catapulta il pubblico nell’ambientazione scenica senza inutili preamboli: ci si ritrova in un mondo spietato, in cui l’unica legge è il ferro e gli invisibili dei vegliano muti e inamovibili sulle gesta degli uomini.
Piccola curiosità: il cervo che appare per pochi secondi in una scena di circa metà opera proviene direttamente dalla Romania, perché appartenente ad una sottospecie presente in Italia nell’VIII secolo a. C.

Estremamente importante ai fini dello svolgimento della vicenda è proprio il rapporto tra umano e divino.

Le figure mistiche e trascendenti tipiche di un periodo storico ben ancorato alla natura diventano guide lontane al percorso materiale del guerriero, del pastore, del sacerdote.
Il fuoco sacro, da temere e venerare, ora barriera ora arma, incarna appieno la potenza vivida e incontrollabile del dio, e la sacerdotessa è perfetto tramite tra i due mondi: come donna esula dai ruoli prefissati di coltivatore o difensore della tribù, diventando punto di riferimento per l’ambizioso e crudele Remo, traviato dal potere conquistatosi per proteggere il fratello ammalato.

Alessandro Borghi eccezionale come secondo gemello, che passa da guerriero suo malgrado a crudele despota assetato di quel potere che metterebbe lui ed il fratello al riparo dalle tante difficoltà patite nelle loro vite.
Barbuto, irsuto, furioso e talvolta più bestia che uomo, incarna vividamente la concretezza di chi si sporca le mani; esemplificativo in tal senso il suo rapporto con gli dei, da lui ascoltati e tollerati solo quando favorevoli, ed apertamente sfidati quando successivamente gli volgono le spalle, in un delirio di proto-umanesimo in cui è l’uomo che rivendica un ruolo da chiave di volta del mondo.

Più mite ed assennato Romolo, che comprende le necessità diplomatiche tra le genti tanto quanto l’importanza della spiritualità come guida nel proprio cammino, utilizzabile inoltre come strumento per mantenere fondamentali pace ed equilibrio interni, così da focalizzare energie e combattività sui nemici esterni.

Il rapporto tra i due è rappresentato efficacemente grazie anche ad un ribaltamento dei ruoli di dominanza/sottomissione che li vede protagonisti: se inizialmente è Romolo quello ferito e malato e Remo colui che ha come unico obiettivo la sopravvivenza propria e del congiunto, fatalmente tale relazione verrà capovolta dallo scorrere degli eventi, con i due fratelli pedine di un gioco incomprensibile ma essi stessi importante quanto involontario ruolo nella propria sorte.

Pellicola eccellente, fulgido esempio della bravura italiana in campo cinematografico, che negli ultimi anni sembra aver ritrovato gli smarriti fasti autoriali di tempi passati.

Amici come prima


Con Cinepanettone si indicano alcuni film comico-demenziali di produzione italiana destinati a uscire nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio.
Il neologismo, comparso stabilmente nei media in lingua italiana sul finire del 1997, fu originariamente coniato in senso dispregiativo dai critici cinematografici per indicare quei film natalizi – da cui il riferimento a uno dei dolci italiani tradizionali per questa festività, il panettone – di grande diffusione pubblica e ritenuti al tempo a vocazione principalmente commerciale; in special modo le commedie della coppia Boldi-De Sica, che si caratterizzano per una certa tendenza a ripetersi nella trama e nelle situazioni, per il tipo di comicità a buon mercato, per una greve volgarità nonché, ciononostante, per i grandi incassi nelle sale italiane.
Ben presto, tuttavia, il neologismo è diventato di uso comune e ha perso in parte la sua connotazione negativa, al punto che gli stessi attori e autori hanno preso a indicare le loro opere con questo nome.

TRAMA:
Quando parte delle quote societarie di un hotel milanese di lusso vengono cedute a un gruppo cinese, lo storico direttore dell’albergo viene licenziato in tronco dalla figlia del proprietario della struttura.

Rimasto senza un lavoro e senza risparmi, travestendosi da donna riesce a farsi assumere sotto mentite spoglie proprio come badante del suo ex datore di lavoro.

RECENSIONE:


Vi ripeto, signori, che la vostra inchiesta è inutile.


Trattenetemi qui per sempre, se volete; rinchiudetemi o giustiziatemi, se proprio vi occorre una vittima per propiziare l’illusione che chiamate giustizia, ma non posso dichiarare più di quanto abbia già fatto.

Ho raccontato in perfetta sincerità tutto quello che ricordo: non ho cambiato né nascosto niente, e se c’è qualcosa che rimane nel vago è perché la mia mente è obnubilata: l’esperienza che ho avuto è orribile e l’orrore è ancora avvolto nel mistero.

Vi ripeto che non so che cosa sia successo a Serenate, anche se credo – spero – che egli si trovi ormai nella pace dell’oblio, ammesso che una simile condizione esista.


È vero che per quasi trent’anni sono stato il suo più caro amico e ho condiviso con lui, almeno in parte, le terribili ricerche nel campo del cinema; non negherò, sebbene la mia memoria sia incerta e lacunosa, che il vostro testimone possa averci visti insieme su un’auto, alle nove e mezza di quella terribile notte, diretti alla multisala.

Ma di quello a cui abbiamo assistito poi, e del motivo per cui, la mattina dopo, mi hanno trovato solo sul bordo della strada, devo insistere che non so niente a parte quello che ho già ripetuto tante volte.

Dite che nessun film, nel presente o nel passato, corrisponde alla pellicola da me descritta; vi rispondo che so soltanto quello che ho visto.


Sarà stato un incubo, un’apparizione: spero che si riduca tutto a questo, ma è esattamente ciò che ricordo da quando ci immergemmo nel buio della sala.
Sono stati momenti terribili, e non so assolutamente perché Serenate non sia tornato… Lui o la sua ombra, o quel film orrendo che non posso descrivere…

Come ho già detto, gli eccentrici interessi di Serenate mi erano noti e in parte familiari. Possedeva una vasta raccolta di libri rari su argomenti cinematografici. Quanto alla natura dei suoi studi… devo dire ancora una volta che non li capivo fino in fondo? Ora mi sembra una grazia, perché si trattava di cose terribili in cui mi addentravo più per una sorta di riluttante fascinazione che per trasporto naturale. Ricordo il gelo che provai, la notte prima della disgrazia, nel vedere la sua espressione quando mi espose la teoria del perché nel cinema certi filoni non si corrompono, ma rimangono floridi e redditizi nelle sale anche per decenni.


Adesso non mi sorprende più, perché penso che abbia conosciuto orrori che non riesco nemmeno a immaginare.


Adesso temo per lui.


Ancora una volta ripeto che non ho un’idea precisa di quale fosse il nostro scopo quella notte. Certo aveva a che fare col blog che Serenate gestiva, l’antico sito web in caratteri indecifrabili che aveva iniziato a redigere ormai sei anni prima, ma giuro che non so che cosa si aspettasse di scoprire.

Il luogo era un cinema così pieno di pubblico occasionale che metteva i brividi. Su tutto regnava un odore indefinibile che le mie assurde fantasie associavano alla putrefazione della materia cerebrale. Dappertutto si vedevano i segni dell’abbandono e della decrepitezza, e avevo l’impressione che Serenate ed io fossimo i primi esseri senzienti a invadere un regno di idiozia che durava da decenni.


Il mio primo atto nella terribile sala, a quanto ricordo, fu di fermarmi con Serenate davanti a una barista semidimenticata. Non ci fu bisogno di parlare, perché il luogo e il compito che ci aspettava sembravano noti, e senza aspettare prendemmo i popcorn e cominciammo a chiacchierare.

Dopo averne mangiati l’intera scatola, che consisteva in un’immenso bicchiere di cartone, facemmo qualche attimo di silenzio per esaminare le pareti zeppe di poster nel loro complesso, e penso che Serenate facesse alcune riflessioni mentali.

Poi tornò al blog sul cellulare e, usando le dita come piccoli martelletti, cercò di preparare la base della recensione che prendeva forma sullo schermo, cercando una metafora portante che facesse da colonna vertebrale all’articolo. Non ci riuscì e mi pregò di aiutarlo. Finalmente le nostre forze unite trovarono un’idea, di cui discutemmo e che mettemmo da parte.


Intanto i piccoli schermi del locale rivelarono i trailer, da cui si spanse un’imbecillità così disgustosa che distogliemmo lo sguardo inorriditi. Dopo un momento, tuttavia, lo guardammo di nuovo e scoprimmo che la loro deficienza era meno insopportabile.

A questo punto ricordo il nostro scambio verbale: Serenate mi apostrofò a lungo, con la sua voce per niente turbata dal film spaventoso che ci attendeva. «Mi dispiace doverti chiedere di restare fuori dalla sala» disse «ma sarebbe un crimine permettere a qualcuno che ha nervi fragili come i tuoi entrare qui. Né le tue esperienze, né quello che ti ho raccontato possono darti un’idea di quello che dovrò vedere. È un lavoro da masochisti, e dubito che possa esser fatto da uno che non abbia nervi d’acciaio senza perdere la ragione o addirittura la vita; non voglio offenderti, lo sa il cielo se non mi farebbe piacere averti accanto, ma in un certo senso la responsabilità è mia e non posso portare un fascio di nervi come te a quella che sarebbe la morte o la pazzia. Ti dico che non immagini di che si tratta! Prometto di tenerti informato di ogni mossa attraverso il telefono: come vedi ho abbastanza campo da poter arrivare al centro della terra e tornare indietro!»


Ricordo ancora quelle parole pronunciate con freddezza e ricordo le mie proteste. Ero disperatamente ansioso di accompagnare il mio amico nelle profondità dell’idiozia audiovisiva, ma lui fu inflessibile. Una volta minacciò di abbandonare la serata se avessi insistito: minaccia che si rivelò efficace perché lui aveva le chiavi dell’automobile.


Ricordo molto bene tutto questo, anche se non so più cosa fosse ciò a cui puntavamo.


Dopo essersi assicurato che, mio malgrado, non lo avrei seguito, Serenate prese il suo biglietto e preparò il cellulare. A un suo cenno presi il telefono e sedetti su una vecchia sedia scolorita, vicino al ragazzo che strappava i biglietti.
Poi mi strinse la mano, si mise il cellulare in tasca e scomparve nell’indescrivibile nugolo di persone in fila per lo strappo del foglietto stampato. Per un attimo continuai a vedere il profilo della sua testa; ma la figura scomparve all’improvviso e il contatto visivo finì presto: probabilmente aveva voltato un angolo.

Ero solo, ma collegato con le profondità dell’abisso attraverso la connessione internet il cui simbolo si stagliava sul mio schermo telefonico sotto le luci della sala d’attesa, giallastre. Nel silenzio la mia mente concepiva le più macabre fantasie, e i grotteschi cartonati sembravano assumere una loro orribile personalità, una vita senziente.


Ombre amorfe si annidavano nei recessi più scuri dell’antisala dalle piastrelle e s’aggregavano, in una specie di processione rituale, dietro i banconi del bar; ombre che, fra l’altro, non potevano essere proiettate da fari così intensi. Ogni tanto consultavo l’orologio alla luce dei neon e accostavo l’orecchio, più ansioso che mai, al telefono, ma per più di un quarto d’ora non sentii niente. Poi sentii una debole vibrazione e chiamai il mio amico con voce tesa.


Per apprensivo che fossi, non ero preparato alle parole che uscirono dal ricevitore né al tono di Serenate, il più allarmato e incoerente che gli avessi mai sentito. L’uomo che poco prima mi aveva lasciato con tanta impassibilità, ora mi parlava in un balbettio a fior di labbra che faceva più effetto di un urlo: «Dio, se potessi vedere quello che sto vedendo io!». Non riuscii a rispondere: senza parole, non mi restava che aspettare. Poi tornarono le sillabe spezzate: «È terribile… mostruoso… incredibile!».


Stavolta la voce non mi tradì e feci una serie di domande concitate. Ma soprattutto continuavo a ripetere: «Serenate, che cos’è? Che cos’è?». La voce del mio amico era rauca dalla paura e ora, credetti, incrinata di disperazione: «Non posso dirtelo! È troppo al di là di quello che possiamo concepire… Non oso dirtelo, nessuno può saperlo e continuare a vivere! Gran Dio, non avrei mai immaginato QUESTO!».

Di nuovo silenzio, a parte il mio torrente di domande incoerenti e paurose. Poi la voce di Serenate, nell’abisso della più nera costernazione: «Per l’amor di Dio, alzati e scappa finché sei in tempo! Presto, lascia perdere tutto e corri via da qui… è la tua unica possibilità! Fai come ti dico e non chiedermi di spiegarti!».


Avevo sentito, eppure non riuscii a far altro che ripetere le mie domande concitate. Ero circondato dalle locandine, dai tavolini e dalle sedie; al di là di quella sala d’attesa covava un pericolo che andava oltre il potere dell’immaginazione umana. Ma il mio amico correva rischi maggiori dei miei, e nonostante la paura provai il rimorso che potesse giudicarmi capace d’abbandonarlo in quelle circostanze. Altri disturbi, poi un grido pietoso di Serenate: «Squagliatela! Per l’amor di Dio, metti giù quella lastra e squagliatela!».


C’era qualcosa, nello slang infantile di quell’uomo evidentemente fuori di sé, che stimolò le mie facoltà. Presi una decisione e gridai: «Serenate, coraggio! Vengo anch’io!». Ma a questa proposta il suo tono degenerò nella disperazione: «Non farlo, non puoi capire! È troppo tardi ed è colpa mia. Alzati e scappa… non c’è nient’altro che tu o chiunque altro possa fare!».

Il tono cambiò di nuovo, acquistando stavolta toni più moderati; sembrava rassegnato, al di là di ogni speranza, ma ancora capace di preoccuparsi per me. «Fai presto, finché sei in tempo!» Cercai di non dargli retta, di vincere la paralisi che mi stringeva e mantenere la promessa di aiutarlo. Ma il suo prossimo bisbiglio mi trovò ancora imprigionato dalle catene dell’orrore. «Fai presto! È tutto inutile… devi andare… Meglio uno che due… il blog…» Una pausa, altri disturbi e poi la voce debolissima di Serenate: «Ormai è quasi finita… non rendere le cose più difficili… alza quel maledetto culo e salvati la vita… Stai perdendo tempo… Addio, non ci rivedremo più».


Qui i sussurri di Serenate si trasformarono in un lamento, poi il lamento diventò un urlo carico del terrore di tutti i tempi… «Maledizione a quelle cose infernali… legioni… Mio Dio! Squagliatela, squagliatela, squagliatela!»


Poi fu il silenzio.

Non so per quanti secoli rimasi impietrito dov’ero, borbottando o gridando al telefono. Più volte, in quel periodo interminabile, sussurrai, implorai, urlai: «Serenate! Serenate, rispondimi, sei là?».

Poi venne l’orrore supremo, la cosa inconcepibile e quasi irriferibile.


Ho detto che dopo l’ultimo urlo di Serenate sembrarono passare secoli e che solo le mie grida rompevano l’orribile silenzio. Ma dopo un poco il ricevitore trasmise un’altra vibrazione e io tesi le orecchie per ascoltare. Gridai ancora: «Serenate, sei là?» e in risposta sentii la frase che mi ha oscurato il cervello.

Signori, non cercherò di spiegare cosa fosse, a chi appartenesse quella voce, né cercherò di descriverla bene, perché le prime parole mi fecero perdere conoscenza e crearono un vuoto mentale che si dissolse un poco solo quando mi ripresi in ospedale.


Dirò che era profonda, rauca, tremolante, remota, ultraterrena, inumana, scorporata? A che servirebbe? Fu la fine della mia esperienza, come è la fine di questa storia.


La sentii e persi contatto con il mondo, la sentii mentre stavo pietrificato in quel cinema conosciuto, fra i cartonati cadenti e i poster rovinati, i bicchieri di Pepsi marciti e la puzza di popcorn.


La sentii con chiarezza, dal profondo della maledetta sala aperta, mentre guardavo ombre amorfe e necrofaghe danzare sotto un’orribile falce di luna. E questo è ciò che disse:




«MA CHE È ‘STA CAFONATA?!»

Pillole di cinema – Smetto quando voglio – Masterclass

smetto-quando-voglio-locandinaSmart drug: sostanza con proprietà psicotrope, per lo più stimolanti, che legalmente non viene però considerata una droga.

TRAMA: Dopo l’originale esperienza nei panni di produttori e spacciatori di droghe sintetiche, Pietro Zinni e i suoi amici sono contattati dai tutori della legge: vengono infatti convinti a mettere di nuovo in piedi la banda per formare una task force che contribuisca a fermare il traffico di stupefacenti.
Seguito di Smetto quando voglio (2014).

PREGI:

– Non un calo qualitativo rispetto al primo episodio: Nonostante fosse allettante idea di limitarsi ad un mero sfruttamento della pellicola originale, qualche anno fa buon successo di pubblico e critica, Masterclass è un film divertente e dal ritmo frizzante, che riprende ciò che di buono è apparso nell’opera del 2014 evolvendo la trama con l’ovvia aggiunta di nuovi personaggi e sottotrame.

Non si ha quindi l’effetto “seguito de I pirati dei Caraibi“, bensì si cerca di mantenersi su un livello più che soddisfacente, dimostrando un rispetto per il pubblico che troppo spesso manca.

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– Nuovi personaggi: Come accennato nel punto precedente, in Masterclass vengono inserite ulteriori figure utili per il prosieguo del plot, tenendo anche conto che contemporaneamente a questa pellicola è stata girata anche la terza parte della trilogia, dal titolo provvisorio Smetto quando voglio – Ad Honorem.

Tra i tanti strani ricercatori universitari che non hanno trovato sbocchi professionali legati al loro percorso di studi, molto divertente in particolare il Lucio Napoli interpretato da Giampaolo Morelli, ingegnere partenopeo riciclatosi a promoter della vendita di armi ai guerriglieri nigeriani.

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– Trilogia alla Matrix… in Italia? Fa piacere che un progetto ad ampio respiro venga messo in pratica anche nel nostro Paese, soprattutto considerandolo all’interno di un genere come la commedia, troppo spesso impantanato tra riciclo all’infinito delle stesse idee (cinepanettoni) o degli stessi interpreti (comici di Zelig, tormentoni).

– Divertimento su più livelli: Oltre ad essere genuinamente spassoso Smetto quando voglio – Masterclass ha, come del resto il suo predecessore, il notevole merito di intrattenere lo spettatore in più modi diversi, sfruttando le diversità dei personaggi o delle varie situazioni che vano a succedersi lungo le due orette di durata.

Un linguaggio che è un misto tra verace volgarità (e qui un buon assist lo dà l’inflessione romana) e termini ricercati (molti degli stravaganti membri della banda usano spesso un lessico forbito), azione sconclusionata à la Blues Brothers e l’intreccio che non guasta mai tra dinamiche “lavorative” e familiari creano sommate tra loro un melting pot ironico molto leggero e stimolante.

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– Colonna sonora: Azzeccata in ogni frangente senza avere però la sensazione che abbiano ficcato a forza canzoni per riempire buchi sonori.

DIFETTI:

– È un “Capitolo Due”: Più che una pecca, una nota per gli eventuali futuri spettatori.

Per goderselo appieno andrebbe decisamente visto prima il film del 2014, in modo da non fare confusione tra i vari personaggi e sapere già quali siano le caratteristiche personali di ognuno. Inoltre, bisogna tenere conto che la parte iniziale di questo seguito contiene moltissimi riferimenti al finale del primo.

Consigliato o no? Sto già aspettando il terzo.

Pillole di cinema – Il racconto dei racconti – Tale of Tales

il racconto dei racconti locandina itaPeter Pan non lotta più, ha venduto il suo pugnale
Capitan Uncino manda Wendy a battere sul viale
L’Isola incantata è già stata lottizzata
E Alice nelle bottiglie cerca le sue Meraviglie.

TRAMA: Tre diversi episodi liberamente tratti dalla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636), e narrati intrecciati fra loro: La regina, La pulce e Le due vecchie.

Pregi:

– Appartiene ad un genere poco esplorato in Italia: Così come Il ragazzo invisibile di Salvatores, a tema supereroistico, anche Il racconto dei racconti fa parte di una tipologia narrativa, in questo caso il fantasy, poco frequente nel cinema tricolore.

Se si escludono infatti alcune pellicole, che sono comunque più attinenti al genere mitologico o facenti parte del cosiddetto peplum (a.k.a. “sandaloni”, ne ho accennato anche QUI), per evidenti motivazioni legate ai costi di realizzazione, oltre che ovviamente per la poca propensione culturale a tale genere, si contano poche opere italiane di fantasy puro, e l’originalità de Il racconto dei racconti costituisce quindi già di per sé un punto a favore.

Comparto visivo: Il racconto dei racconti è un film veramente ben realizzato, e che sfrutta in particolar modo la bellezza dei costumi, delle scenografie e degli ambienti naturali esterni, oltre che la maestosità delle costruzioni medievali come rocche e palazzi.

Sì, in Italia non c’è solo la roba da mangiare, se qualcuno se lo fosse chiesto.

Attori principali: L’ossessiva Hayek, l’ingenuo Jones e il grifagno Cassel interpretano tre regnanti diversi ma allo stesso tempo simili nelle loro debolezze caratteriali e comportamentali, dando un respiro maggiormente internazionale all’opera.

Mantenuto lo spirito delle “vere” favole: Purtroppo, quando si parla di fiabe, a molti vengono in mente visioni LSDiache come granchi parlanti, candelabri francesi o animaletti che ballano.
In realtà le favole europee erano storie narrate con l’obiettivo di insegnare ai bambini qualcosa in un modo che potessero ben comprendere, ossia cercando di spaventarli; esse erano quindi piuttosto truculente e non lesinavano sangue, ferite gravi e morti violente.
Nel film viene riproposto tale elemento.

Difetti:

Film elegante ma… un po’ fine a se stesso? Come già detto, Il racconto dei racconti non è una pellicola realizzata male, ma forse a conti fatti risulta un’opera un po’ “algida”, che difficilmente può appassionare il pubblico.
Un po’ come un quadro molto bello, che però non trasmetta emozioni.

O tipo Monica Bellucci.

Ritmo lento: Soprattutto nei segmenti dei tre episodi che servono ad introdurre i personaggi, il ritmo del film è piuttosto compassato, mancando del brio forse indispensabile a questo genere narrativo.

Il lungo piano sequenza con una figura di spalle che cammina: Ammetto che come elemento stilistico possa essere efficace in determinate scene, ma quando viene usato tre, quattro, cinque volte diventa ridondante e monotono.

Accuratezza espositiva altalenante: Alcune sezioni della trama vengono spiegate per filo e per segno, mentre altre sono lasciate un po’ alla discrezione del pubblico. In alcune scene ciò diventa un problema, perché si rischia di soffermarsi sull’ovvio e non esplorare maggiormente dinamiche più interessanti.

Consigliato o no? Non è affatto un film mal realizzato, anzi, però non so quanto possa piacere ad un pubblico italiano abituato a ben altri generi narrativi e che in questi ultimi anni ha come punto di riferimento per il fantasy la serie televisiva Game of Thrones, con i suoi Stark, Lannister e Kardashian.
Temo si corra il rischio di andare al cinema aspettandosi una cosa e ritrovarsene davanti un’altra.

La grande bellezza

La-grande-bellezza-locandina1

Bello: agg. sing. m. 1 Che, per aspetto esteriore o per qualità intrinseche, provoca impressioni gradevoli. 2 Vistoso, cospicuo, grande. 3 Buono.
Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

TRAMA: Jep Gambardella è un giornalista che per anni è stato un membro imprescindibile della mondanità romana. Compiuti i sessantacinque anni tenta di comprendere quale sia stato, finora, il senso della sua vita.

RECENSIONE: Film del 2013 scritto e diretto da Paolo Sorrentino, La grande bellezza è un notevole affresco metropolitano-esistenziale che racconta senza falsa retorica un popolo, un mondo e un’inquadratura mentale, sapendo essere critico nella rappresentazione dei personaggi ma circondando il tutto da un alone di patetismo.

Una visione moderna e tramutata in negativo de La dolce vita (1960) di Fellini, uno dei più grandi capolavori della storia del cinema; il dottor Henry Jeckyll della fama, dello splendore e dell’universo mondano patinato degenera qui in un Edward Hyde di squallore, mediocrità e materialismo, simboli di un appassimento sia dei valori astratti che del microcosmo umano stesso.
La cafonaggine raggiunge quindi livelli esponenziali, scolpendo una distinzione profonda e manichea tra la bellezza umana (futile e quasi grottesca quella estetica, inesistente quella interiore e morale) e artistica (àncora di salvataggio immutabile e durevole nel tempo).

La volgarità, il kitsch, e l’essere sopra le righe diventano quindi la raison d’être degli individui, che cercano di distinguersi gli uni dagli altri nascondendo sotto un tappeto le proprie debolezze e meschinità, non rendendosi conto di quanto ciò li renda vuoti e ridicoli dal punto di vista di un osservatore esterno.

la grande bellezza scena
Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, è spettatore e allo stesso tempo coprotagonista del sottobosco di degrado della intellettualità romana, la quale solo in apparenza si erge sulla gretta normalità, creando infatti solo una pallida luce lunare che tenti di nascondere la fragilità esistenziale dei suoi membri.

Sorrentino mostra una Roma che in quanto madre-padrona, esposta in tutta la sua (grande) bellezza, diventa all’occhio dello spettatore il palcoscenico su cui si aggira una varia umanità, per la quasi totalità pessima nei suoi bassi desideri.
Le poche anime oneste cercano infatti di arrabattarsi con i loro sogni e le loro speranze, venendo poi però irrimediabilmente masticate dal marciume che le circonda, finendo successivamente digerite e sputate impoverite e corrotte.

La meraviglia scaturente dalla dimensione artistica accresce ancor di più il divario con le già citate meschinità e bassezze umane; viene quindi a nascere un senso di inadeguatezza tra ciò che siamo e ciò a cui assistiamo, come se noi fossimo troppo volgari e troppo inferiori rispetto alla culla che ci ospita, fatta di storia, arte e cultura.
E realizzata da persone molto migliori di ciò che siamo diventate noi ora.

Uno dei messaggi del film? 

Roma è la città più bella del mondo, capitale del Paese più bello del mondo, abitata purtroppo dal popolo più zotico. E ignorante. E superficiale. Di tutto il mondo.

la grande bellezza servillo

La fotografia di Luca Bigazzi e la scenografia di Stefania Cella rendono al meglio questo contrasto, essendo entrambe focalizzate sull’esaltazione (sia in positivo che in negativo) delle caratteristiche principali di cose, persone e ambienti.
Grazie anche al loro contributo vengono ad esistere scene talmente eccessive da risultare quasi caricaturali, dando alla pellicola una dimensione disorganica ed eterogenea, facendo tenere alta allo spettatore l’attenzione, non potendosi egli appoggiare pigramente sui rassicuranti binari delle storie classiche.

Un altro elemento importante del film è la critica negativa a tutto ciò che è costruzione umana: i rapporti personali, la religione e le convenzioni sociali (feste, funerali ecc…) diventano qui dimostrazioni della caducità della nostra vita e della poca traccia che essa lascia su questa terra.
Tutto ciò che l’uomo crea è dunque artefatto e fittizio, frutto di un atavico bisogno di dare importanza alla forma più che al contenuto e agli orpelli più che alla sostanza, nonché del continuo bramare la sicurezza di essere considerati fighi e “in” piuttosto che degli scarti indesiderati.

Sorrentino inserisce anche la morte come elemento di sottotesto, sempre presente per volerci ricordare che, come scriveva Virgilio, tempus fugit e che non bisogna quindi sprecare la propria vita in futilità.
In fondo noi non siamo altro che viaggiatori fragili ed erranti (nel doppio significato del termine) in mezzo a nostri simili altrettanto fragili ed erranti.

la grande bellezza scena2

Detto fuori dai denti potremmo quindi usare il nostro tempo in modo migliore piuttosto che per rompere i coglioni alla gente e giudicarli per il loro aspetto e non per ciò che sono.
Troppo difficile?

Troppo difficile.

Toni Servillo sontuoso nel sostenere ottimamente il film riuscendo a recitare sottotraccia.
Il centro di gravità della pellicola è lui, con il suo barcamenarsi tra le figure che lo circondano; la profondità interiore del personaggio è enorme ma non viene riversata sul pubblico come una cascata, prediligendo invece brevi espressioni, atteggiamenti e frasi che acquistano una dimensione complessiva solo a film ultimato.
Carlo Verdone, Carlo Buccirosso e Sabrina Ferilli sono maschere più o meno tormentate. Verdone in particolare interpreta un personaggio fragile e dolente, molto lontano dalla sua solita dimensione comica, mentre la Ferilli riesce a dimostrare che in contesti giusti può essere un’attrice vera e propria e non solo due bellissime e giunoniche tette su un calendario.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Gli altri tre film del sodalizio Sorrentino-Servillo e La dolce vita (1960).

Fuga di cervelli

fuga di cervelli 1Peccato che i corpi siano rimasti.

TRAMA: Per conquistare una ragazza partita per Oxford a studiare, un ragazzo la segue in Inghilterra accompagnato dai suoi amici.

RECENSIONE: L’uomo saggio è colui che riconosce i propri errori. Per cui ho delle scuse da fare.

La prima è quella nei confronti di Alex l’arieteper averlo considerato come il punto più basso della storia del cinema.
La seconda è verso Checco Zalone e Sole a catinelleper aver detto che è la dimostrazione della deriva della commedia italiana.
La terza a Nicolas Cage e in particolare a Segnali dal futuro e Con Air, per… per… 
Per.

Cercherò di essere il più chiaro e diretto possibile, in modo che la comprensione di questo concetto sia univoca e lampante. Quando si esprime una propria opinione è giusto essere precisi per non dare adito a interpretazioni sbagliate.

Fuga di cervelli è il rifiuto organico più rancido, ributtante e putrescente che sia mai sgorgato nella umida cloaca della storia del cinema italiano.

Non c’è una sola cosa di questo film che non sia ATROCE. Non è una pellicola, è una calamità naturale alla pari del terremoto, delle cavallette e della pioggia di rane la cui visione, se si ama un minimo la Settima Arte, ti rende cattivo e omicida come le commesse dei negozi di abbigliamento femminile.
A cui hanno abbassato lo stipendio.
Durante le mestruazioni.

La regia di Paolo Ruffini è paragonabile per inventiva e brillantezza a quella delle diapositive delle vacanze della classica zia vecchia e ricca. Assistere a Fuga di cervelli provoca un’apertura nel tessuto spazio-temporale per cui i 90 minuti di durata sembrano 90 anni. Mettere uno scadente presentatore televisivo dietro a una macchina da presa vuol dire volersi male, e i risultati sono a dir poco nefasti; suppongo che per girarlo ci abbiano messo non più di una settimana, visto che il comparto tecnico è il vuoto cosmico. Nessun guizzo, nessun’idea. Niente.

La sceneggiatura è scopiazzata dal film spagnolo Fuga de cerebros, del quale Fuga di cervelli è un remake (ma neanche il minimo sforzo di modificare un po’ il titolo?) e al cui confronto American Pie è un film introspettivo turco. Un’ora e mezza con i classici “twentysomething” che si comportano da preadolescenti idioti mettendo insieme una gag più fiacca, stupida e irritante dell’altra per far felice un pubblico di preadolescenti idioti.

Questo sarebbe un film comico, per cui dovrebbe fare ridere. Perché il condizionale? Perché le battute sono di una tristezza pari a un funerale con sottofondo di Johnny Cash mentre il prete legge Schopenhauer flagellandosi.
Per fare un breve elenco abbiamo volgarità, doppi sensi, gag ripetitive, gag scatologiche, apologia di reato e giochi di parole da fase anale freudiana, per una pellicola che più che proseguire verso una meta arranca con la velocità di una tartaruga zoppa che scala l’Everest ricoperto di Nutella.

fuga di cervelli 2

Ruffini hai 35 anni, Cristo!

Dulcis in fundo l’originalissima idea del secondo manifesto del film, con un elegante nonché sottile giuoco di parole che non si vedeva da W la foca del 1982 con Lory del Santo. E no, non è un complimento.

Il cast è composto da personaggi televisivi e dell’internet, i quali dimostrano grazie alla loro fama quanto in basso sia caduto il livello socio-culturale della penisola italica. Oltre al disgraziato Ruffini (pietoso nei panni di un cieco), abbiamo dalla Scuola di Comicità Deprimente di Colorado i PanPers (e non faccio la battuta su quale funzione corporale stimoli la visione di questo aborto perché darei loro una soddisfazione) e la tristemente doppiata Olga Kent, già presente in Vacanze di Natale a Cortina (2011) ed evidentemente desiderosa di un film di disimpegno dopo quella grande prova culturale.

Dalla Rete invece approdano sullo schermo Guglielmo “Willwoosh” Scilla (no comment sul suo rifacimento di Lebowski), che se alle ragazzine in esplosione ormonale non piacesse tutto ciò che è minimamente carino dal punto di vista estetico farebbe la fame sotto a un ponte e Frank Matano (pietoso nei panni di un Frank Matano), uno che è salito alla ribalta scorreggiando a nastro sulle persone e che ora alcuni (poveri minorati mentali) definiscono come il nuovo Massimo Troisi.

Un film con questi tizi? No, ma stiamo scherzando?

Ora, la televisione e la Rete sono due cose DISTINTE che devono rimanere DISTINTE.
Il problema dell’enorme successo su YouTube di persone come WillWoosh, Matano o Andrea Diprè è che essi creano un ponte tra il piccolo schermo e YouTube, per cui c’è un passaggio da un mezzo all’altro che è deleterio non tanto dal secondo al primo, ma dal primo verso il secondo.
Internet non è la televisione, e non deve diventarlo. Non deve essere il regno dei raccomandati, della stupidità e della ripetitività, ma quello dove tutti hanno la possibilità di esprimere una propria opinione, fare qualcosa che piaccia loro e divertirsi.
Se iniziamo ad avere gente che salta da un mezzo all’altro o ad importare sulla Rete personaggi del genere, anch’essa verrà corrotta dall’imbarbarimento e abbassamento culturale (verticale aggiungerei) che la tv ha portato nel corso dei decenni.

Ovviamente il successo di pubblico è assicurato, per un film piacevole come la dissenteria a spruzzo e bello come la guerra civile.

L’epifania dell’orrido.

Per avere un altro parere oltre al mio ci dica, Fantozzi, lei che ne pensa?

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: L’autolesionismo, la coprofagia, il liscio.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Classifica degli incassi stagione 2012 – 2013

Ovvero la mazzata annuale che mi fa perdere la poca fiducia che ho nei confronti del grande pubblico italiano, purtroppo composto da molti caproni ignoranti.

Di solito non me ne curo più di tanto e la ignoro.

Quest’anno no.

PARTIAMO DAI DATI (fonte il mensile Ciak):

  1. MADAGASCAR 3; INCASSO 21.9 milioni di euro
  2. BREAKING DAWN – PARTE 2; INCASSO 18.6 milioni di euro
  3. L’ERA GLACIALE 4; INCASSO 16.5 milioni di euro
  4. LO HOBBIT; INCASSO 16.4 milioni di euro
  5. IRON MAN 3; INCASSO 16 milioni di euro
  6. IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO; INCASSO 14.6 milioni di euro
  7. IL PRINCIPE ABUSIVO; INCASSO 14.3 milioni di euro
  8. FAST & FURIOUS 6; INCASSO 12.8 milioni di euro
  9. 007 SKYFALL; INCASSO 12.8 milioni di euro
  10. UNA NOTTE DA LEONI 3; INCASSO 12.4 milioni di euro
  11. DJANGO UNCHAINED; INCASSO 12 milioni di euro
  12. THE CROODS; INCASSO 11.5 milioni di euro
  13. TED; INCASSO 11 milioni di euro
  14. COLPI DI FULMINE; INCASSO 10 milioni di euro
  15. LA MIGLIORE OFFERTA; INCASSO 9 milioni di euro

Questa classifica è indecente.

3D o meno non è umanamente concepibile che il podio di incassi in Italia, terra che storicamente al cinema ha sempre dato tanto, sia costituito da ennesimi seguiti di serie che non hanno avuto più nulla da dire dopo il primo episodio. Addirittura non dei semplici sequel, ma un terzo, un quarto e un QUINTO capitolo. Due saghe a cartoni animati per bambini e una serie che sembra la versione minus habens di Buffy (senza offesa per un godibile telefilm), con una delle protagoniste più idiote e diseducative che siano mai state trasposte su pellicola. Evidentemente va ancora di moda portare i propri pargoli al cinema a rincoglionirli con delle puttanate piuttosto che passare un po’ di tempo assieme a loro nel week end, così come va di moda l’immedesimazione in un mondo irreale e moralmente sbagliato, in cui la sciacquetta moroso-dipendente di turno è corteggiata da due figoni bidimensionali per motivi incomprensibili.

Con Lo Hobbit al quarto posto si dimostra che la saga de Il Signore degli Anelli tira ancora al botteghino e finalmente parliamo di una pellicola ben realizzata. Visti i miliardi e il favore della critica dei primi tre film gli incassi erano praticamente assicurati, e quindi Peter Jackson & co avrebbero potuto attuare la cosiddetta “Manovra alla Harry Potter”, ossia fregarsene della qualità e sfornare una pellicola mediocre, come quelle dell’albionico mago dal numero tre in poi.

Si ricade nel Tartaro (non quello dei denti, magari!) con Iron Man 3, opera marveliana che sfiora l’inguardabile e che vista la pesante impronta sul film della neo padrona della Marvel, ossia la Disney, mi fa tremare pensando a quanto possano far scendere di qualità le prossime pellicole con protagonisti gli eroi in calzamaglia. Di lui ho già aperto il mio cassetto mentale per gli improperi qui.

Incassa molto, ma non così tanto, l’atto conclusivo dell’epica trilogia di Nolan dedicata all’uomo pipistrello, che ahimè verrà riesumato in un cross-over con Superman per mano del solito Zach Snyder (per maggiori informazioni c’è l’articolo di Venendo Presto qui). Se c’è una saga che è riuscita a far acquisire un po’ di dignità ad un genere tanto bistrattato è proprio questa, grazie ai suoi toni dark, alla notevole regia e a degli attori ottimamente nelle rispettive parti.

Alla posizione numero 7 il temibile Alessandro Siani, l’uomo che fa ruotare nella tomba Massimo Troisi come una pala eolica tutte le volte che a lui viene paragonato, unico italiano nella TOP 15 insieme a Christian De Sica, che in questo film gli fa da spalla e che ha piazzato il proprio lavoro al quattordicesimo posto. Una posizione sotto troviamo il buon Giuseppe Tornatore che riesce a strappare la posizione numero 15 nonostante La migliore offerta sia un film impegnato e culturale, cosa che al pubblico italiano fa lo stesso effetto dell’aglio a Nosferatu.

Qualitativamente è molto povero il contributo tricolore a questa classifica, poiché a parte il già citato Tornatore scendendo l’Abominio abbiamo I 2 soliti idioti dei miracolati Biggio-Mandelli, Tutto tutto niente niente Benvenuto presidente dalla posizione 16 alla 18. Indifendibile la coppia di MTV, penso che Albanese e Bisio siano due ottimi cabarettisti, ma che a parte qualche rara eccezione come Si può fare del secondo che ho citato il cinema non sia il loro pane.

Con Fast & Furious 6 Una notte da leoni 3 il cerchio è completo, Obi Wan. Si ritorna ai seguiti stiracchiatissimi e utili come un tostapane sulla luna, che hanno aperto questa gloriosa classifica facendomi bestemmiare come un saraceno.

Niente male Skyfalladrenalinico e di buona fattura. L’agente segreto al servizio di Sua Maestà inanella un ulteriore episodio, con Daniel Craig che si ricongiunge spiritualmente a Sean Connery e Roger Moore (evitando grazie a Dio George Lazenby) spargendo qua e là piccoli o grandi riferimenti alle pellicole precedenti.

Gran film Django Unchainedmeritato vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura originale e omaggio di Tarantino ad un genere, lo spaghetti-western, che ha segnato il cinema italiano da metà anni ’60 a fine ’70.

The Croods altro cartone animato, Ted brutto prodotto dal papà de I Griffin, con poche luci e molte ombre.

Oscar e dintorni: Continuiamo così, facciamoci del male. Per quanto riguarda i film che hanno avuto risalto nell’ultima tornata dell’Academy abbiamo Vita di Pi (miglior regia) numero 19 con 8.3 milioni; Lincoln ventisettesimo (Hotel Transylvania è più in alto, tanto per dirne uno) con 6.5 milioni; Il lato positivo è trentaduesimo con 5.2 milioni; Argo (miglior film) occupa la posizione numero 41 con 4.1 milioni, nonostante sia stato rimandato in sala dopo la vittoria del premio; Les Misérables addirittura al numero 73 (!) con 1.9 milioni.

Questa era la classifica della stagione attuale. Ci rivediamo all’anno prossimo, stronza.

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