L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – Smetto quando voglio – Masterclass

smetto-quando-voglio-locandinaSmart drug: sostanza con proprietà psicotrope, per lo più stimolanti, che legalmente non viene però considerata una droga.

TRAMA: Dopo l’originale esperienza nei panni di produttori e spacciatori di droghe sintetiche, Pietro Zinni e i suoi amici sono contattati dai tutori della legge: vengono infatti convinti a mettere di nuovo in piedi la banda per formare una task force che contribuisca a fermare il traffico di stupefacenti.
Seguito di Smetto quando voglio (2014).

PREGI:

– Non un calo qualitativo rispetto al primo episodio: Nonostante fosse allettante idea di limitarsi ad un mero sfruttamento della pellicola originale, qualche anno fa buon successo di pubblico e critica, Masterclass è un film divertente e dal ritmo frizzante, che riprende ciò che di buono è apparso nell’opera del 2014 evolvendo la trama con l’ovvia aggiunta di nuovi personaggi e sottotrame.

Non si ha quindi l’effetto “seguito de I pirati dei Caraibi“, bensì si cerca di mantenersi su un livello più che soddisfacente, dimostrando un rispetto per il pubblico che troppo spesso manca.

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– Nuovi personaggi: Come accennato nel punto precedente, in Masterclass vengono inserite ulteriori figure utili per il prosieguo del plot, tenendo anche conto che contemporaneamente a questa pellicola è stata girata anche la terza parte della trilogia, dal titolo provvisorio Smetto quando voglio – Ad Honorem.

Tra i tanti strani ricercatori universitari che non hanno trovato sbocchi professionali legati al loro percorso di studi, molto divertente in particolare il Lucio Napoli interpretato da Giampaolo Morelli, ingegnere partenopeo riciclatosi a promoter della vendita di armi ai guerriglieri nigeriani.

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– Trilogia alla Matrix… in Italia? Fa piacere che un progetto ad ampio respiro venga messo in pratica anche nel nostro Paese, soprattutto considerandolo all’interno di un genere come la commedia, troppo spesso impantanato tra riciclo all’infinito delle stesse idee (cinepanettoni) o degli stessi interpreti (comici di Zelig, tormentoni).

– Divertimento su più livelli: Oltre ad essere genuinamente spassoso Smetto quando voglio – Masterclass ha, come del resto il suo predecessore, il notevole merito di intrattenere lo spettatore in più modi diversi, sfruttando le diversità dei personaggi o delle varie situazioni che vano a succedersi lungo le due orette di durata.

Un linguaggio che è un misto tra verace volgarità (e qui un buon assist lo dà l’inflessione romana) e termini ricercati (molti degli stravaganti membri della banda usano spesso un lessico forbito), azione sconclusionata à la Blues Brothers e l’intreccio che non guasta mai tra dinamiche “lavorative” e familiari creano sommate tra loro un melting pot ironico molto leggero e stimolante.

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– Colonna sonora: Azzeccata in ogni frangente senza avere però la sensazione che abbiano ficcato a forza canzoni per riempire buchi sonori.

DIFETTI:

– È un “Capitolo Due”: Più che una pecca, una nota per gli eventuali futuri spettatori.

Per goderselo appieno andrebbe decisamente visto prima il film del 2014, in modo da non fare confusione tra i vari personaggi e sapere già quali siano le caratteristiche personali di ognuno. Inoltre, bisogna tenere conto che la parte iniziale di questo seguito contiene moltissimi riferimenti al finale del primo.

Consigliato o no? Sto già aspettando il terzo.

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Pillole di cinema – Il racconto dei racconti – Tale of Tales

il racconto dei racconti locandina itaPeter Pan non lotta più, ha venduto il suo pugnale
Capitan Uncino manda Wendy a battere sul viale
L’Isola incantata è già stata lottizzata
E Alice nelle bottiglie cerca le sue Meraviglie.

TRAMA: Tre diversi episodi liberamente tratti dalla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636), e narrati intrecciati fra loro: La regina, La pulce e Le due vecchie.

Pregi:

– Appartiene ad un genere poco esplorato in Italia: Così come Il ragazzo invisibile di Salvatores, a tema supereroistico, anche Il racconto dei racconti fa parte di una tipologia narrativa, in questo caso il fantasy, poco frequente nel cinema tricolore.

Se si escludono infatti alcune pellicole, che sono comunque più attinenti al genere mitologico o facenti parte del cosiddetto peplum (a.k.a. “sandaloni”, ne ho accennato anche QUI), per evidenti motivazioni legate ai costi di realizzazione, oltre che ovviamente per la poca propensione culturale a tale genere, si contano poche opere italiane di fantasy puro, e l’originalità de Il racconto dei racconti costituisce quindi già di per sé un punto a favore.

Comparto visivo: Il racconto dei racconti è un film veramente ben realizzato, e che sfrutta in particolar modo la bellezza dei costumi, delle scenografie e degli ambienti naturali esterni, oltre che la maestosità delle costruzioni medievali come rocche e palazzi.

Sì, in Italia non c’è solo la roba da mangiare, se qualcuno se lo fosse chiesto.

Attori principali: L’ossessiva Hayek, l’ingenuo Jones e il grifagno Cassel interpretano tre regnanti diversi ma allo stesso tempo simili nelle loro debolezze caratteriali e comportamentali, dando un respiro maggiormente internazionale all’opera.

Mantenuto lo spirito delle “vere” favole: Purtroppo, quando si parla di fiabe, a molti vengono in mente visioni LSDiache come granchi parlanti, candelabri francesi o animaletti che ballano.
In realtà le favole europee erano storie narrate con l’obiettivo di insegnare ai bambini qualcosa in un modo che potessero ben comprendere, ossia cercando di spaventarli; esse erano quindi piuttosto truculente e non lesinavano sangue, ferite gravi e morti violente.
Nel film viene riproposto tale elemento.

Difetti:

Film elegante ma… un po’ fine a se stesso? Come già detto, Il racconto dei racconti non è una pellicola realizzata male, ma forse a conti fatti risulta un’opera un po’ “algida”, che difficilmente può appassionare il pubblico.
Un po’ come un quadro molto bello, che però non trasmetta emozioni.

O tipo Monica Bellucci.

Ritmo lento: Soprattutto nei segmenti dei tre episodi che servono ad introdurre i personaggi, il ritmo del film è piuttosto compassato, mancando del brio forse indispensabile a questo genere narrativo.

Il lungo piano sequenza con una figura di spalle che cammina: Ammetto che come elemento stilistico possa essere efficace in determinate scene, ma quando viene usato tre, quattro, cinque volte diventa ridondante e monotono.

Accuratezza espositiva altalenante: Alcune sezioni della trama vengono spiegate per filo e per segno, mentre altre sono lasciate un po’ alla discrezione del pubblico. In alcune scene ciò diventa un problema, perché si rischia di soffermarsi sull’ovvio e non esplorare maggiormente dinamiche più interessanti.

Consigliato o no? Non è affatto un film mal realizzato, anzi, però non so quanto possa piacere ad un pubblico italiano abituato a ben altri generi narrativi e che in questi ultimi anni ha come punto di riferimento per il fantasy la serie televisiva Game of Thrones, con i suoi Stark, Lannister e Kardashian.
Temo si corra il rischio di andare al cinema aspettandosi una cosa e ritrovarsene davanti un’altra.

La grande bellezza

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Bello: agg. sing. m. 1 Che, per aspetto esteriore o per qualità intrinseche, provoca impressioni gradevoli. 2 Vistoso, cospicuo, grande. 3 Buono.
Vocabolario della lingua italiana Zingarelli.

TRAMA: Jep Gambardella è un giornalista che per anni è stato un membro imprescindibile della mondanità romana. Compiuti i sessantacinque anni tenta di comprendere quale sia stato, finora, il senso della sua vita.

RECENSIONE: Film del 2013 scritto e diretto da Paolo Sorrentino, La grande bellezza è un notevole affresco metropolitano-esistenziale che racconta senza falsa retorica un popolo, un mondo e un’inquadratura mentale, sapendo essere critico nella rappresentazione dei personaggi ma circondando il tutto da un alone di patetismo.

Una visione moderna e tramutata in negativo de La dolce vita (1960) di Fellini, uno dei più grandi capolavori della storia del cinema; il dottor Henry Jeckyll della fama, dello splendore e dell’universo mondano patinato degenera qui in un Edward Hyde di squallore, mediocrità e materialismo, simboli di un appassimento sia dei valori astratti che del microcosmo umano stesso.
La cafonaggine raggiunge quindi livelli esponenziali, scolpendo una distinzione profonda e manichea tra la bellezza umana (futile e quasi grottesca quella estetica, inesistente quella interiore e morale) e artistica (àncora di salvataggio immutabile e durevole nel tempo).

La volgarità, il kitsch, e l’essere sopra le righe diventano quindi la raison d’être degli individui, che cercano di distinguersi gli uni dagli altri nascondendo sotto un tappeto le proprie debolezze e meschinità, non rendendosi conto di quanto ciò li renda vuoti e ridicoli dal punto di vista di un osservatore esterno.

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Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, è spettatore e allo stesso tempo coprotagonista del sottobosco di degrado della intellettualità romana, la quale solo in apparenza si erge sulla gretta normalità, creando infatti solo una pallida luce lunare che tenti di nascondere la fragilità esistenziale dei suoi membri.

Sorrentino mostra una Roma che in quanto madre-padrona, esposta in tutta la sua (grande) bellezza, diventa all’occhio dello spettatore il palcoscenico su cui si aggira una varia umanità, per la quasi totalità pessima nei suoi bassi desideri.
Le poche anime oneste cercano infatti di arrabattarsi con i loro sogni e le loro speranze, venendo poi però irrimediabilmente masticate dal marciume che le circonda, finendo successivamente digerite e sputate impoverite e corrotte.

La meraviglia scaturente dalla dimensione artistica accresce ancor di più il divario con le già citate meschinità e bassezze umane; viene quindi a nascere un senso di inadeguatezza tra ciò che siamo e ciò a cui assistiamo, come se noi fossimo troppo volgari e troppo inferiori rispetto alla culla che ci ospita, fatta di storia, arte e cultura.
E realizzata da persone molto migliori di ciò che siamo diventate noi ora.

Uno dei messaggi del film? 

Roma è la città più bella del mondo, capitale del Paese più bello del mondo, abitata purtroppo dal popolo più zotico. E ignorante. E superficiale. Di tutto il mondo.

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La fotografia di Luca Bigazzi e la scenografia di Stefania Cella rendono al meglio questo contrasto, essendo entrambe focalizzate sull’esaltazione (sia in positivo che in negativo) delle caratteristiche principali di cose, persone e ambienti.
Grazie anche al loro contributo vengono ad esistere scene talmente eccessive da risultare quasi caricaturali, dando alla pellicola una dimensione disorganica ed eterogenea, facendo tenere alta allo spettatore l’attenzione, non potendosi egli appoggiare pigramente sui rassicuranti binari delle storie classiche.

Un altro elemento importante del film è la critica negativa a tutto ciò che è costruzione umana: i rapporti personali, la religione e le convenzioni sociali (feste, funerali ecc…) diventano qui dimostrazioni della caducità della nostra vita e della poca traccia che essa lascia su questa terra.
Tutto ciò che l’uomo crea è dunque artefatto e fittizio, frutto di un atavico bisogno di dare importanza alla forma più che al contenuto e agli orpelli più che alla sostanza, nonché del continuo bramare la sicurezza di essere considerati fighi e “in” piuttosto che degli scarti indesiderati.

Sorrentino inserisce anche la morte come elemento di sottotesto, sempre presente per volerci ricordare che, come scriveva Virgilio, tempus fugit e che non bisogna quindi sprecare la propria vita in futilità.
In fondo noi non siamo altro che viaggiatori fragili ed erranti (nel doppio significato del termine) in mezzo a nostri simili altrettanto fragili ed erranti.

la grande bellezza scena2

Detto fuori dai denti potremmo quindi usare il nostro tempo in modo migliore piuttosto che per rompere i coglioni alla gente e giudicarli per il loro aspetto e non per ciò che sono.
Troppo difficile?

Troppo difficile.

Toni Servillo sontuoso nel sostenere ottimamente il film riuscendo a recitare sottotraccia.
Il centro di gravità della pellicola è lui, con il suo barcamenarsi tra le figure che lo circondano; la profondità interiore del personaggio è enorme ma non viene riversata sul pubblico come una cascata, prediligendo invece brevi espressioni, atteggiamenti e frasi che acquistano una dimensione complessiva solo a film ultimato.
Carlo Verdone, Carlo Buccirosso e Sabrina Ferilli sono maschere più o meno tormentate. Verdone in particolare interpreta un personaggio fragile e dolente, molto lontano dalla sua solita dimensione comica, mentre la Ferilli riesce a dimostrare che in contesti giusti può essere un’attrice vera e propria e non solo due bellissime e giunoniche tette su un calendario.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Gli altri tre film del sodalizio Sorrentino-Servillo e La dolce vita (1960).

Fuga di cervelli

fuga di cervelli 1Peccato che i corpi siano rimasti.

TRAMA: Per conquistare una ragazza partita per Oxford a studiare, un ragazzo la segue in Inghilterra accompagnato dai suoi amici.

RECENSIONE: L’uomo saggio è colui che riconosce i propri errori. Per cui ho delle scuse da fare.

La prima è quella nei confronti di Alex l’arieteper averlo considerato come il punto più basso della storia del cinema.
La seconda è verso Checco Zalone e Sole a catinelleper aver detto che è la dimostrazione della deriva della commedia italiana.
La terza a Nicolas Cage e in particolare a Segnali dal futuro e Con Air, per… per… 
Per.

Cercherò di essere il più chiaro e diretto possibile, in modo che la comprensione di questo concetto sia univoca e lampante. Quando si esprime una propria opinione è giusto essere precisi per non dare adito a interpretazioni sbagliate.

Fuga di cervelli è il rifiuto organico più rancido, ributtante e putrescente che sia mai sgorgato nella umida cloaca della storia del cinema italiano.

Non c’è una sola cosa di questo film che non sia ATROCE. Non è una pellicola, è una calamità naturale alla pari del terremoto, delle cavallette e della pioggia di rane la cui visione, se si ama un minimo la Settima Arte, ti rende cattivo e omicida come le commesse dei negozi di abbigliamento femminile.
A cui hanno abbassato lo stipendio.
Durante le mestruazioni.

La regia di Paolo Ruffini è paragonabile per inventiva e brillantezza a quella delle diapositive delle vacanze della classica zia vecchia e ricca. Assistere a Fuga di cervelli provoca un’apertura nel tessuto spazio-temporale per cui i 90 minuti di durata sembrano 90 anni. Mettere uno scadente presentatore televisivo dietro a una macchina da presa vuol dire volersi male, e i risultati sono a dir poco nefasti; suppongo che per girarlo ci abbiano messo non più di una settimana, visto che il comparto tecnico è il vuoto cosmico. Nessun guizzo, nessun’idea. Niente.

La sceneggiatura è scopiazzata dal film spagnolo Fuga de cerebros, del quale Fuga di cervelli è un remake (ma neanche il minimo sforzo di modificare un po’ il titolo?) e al cui confronto American Pie è un film introspettivo turco. Un’ora e mezza con i classici “twentysomething” che si comportano da preadolescenti idioti mettendo insieme una gag più fiacca, stupida e irritante dell’altra per far felice un pubblico di preadolescenti idioti.

Questo sarebbe un film comico, per cui dovrebbe fare ridere. Perché il condizionale? Perché le battute sono di una tristezza pari a un funerale con sottofondo di Johnny Cash mentre il prete legge Schopenhauer flagellandosi.
Per fare un breve elenco abbiamo volgarità, doppi sensi, gag ripetitive, gag scatologiche, apologia di reato e giochi di parole da fase anale freudiana, per una pellicola che più che proseguire verso una meta arranca con la velocità di una tartaruga zoppa che scala l’Everest ricoperto di Nutella.

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Ruffini hai 35 anni, Cristo!

Dulcis in fundo l’originalissima idea del secondo manifesto del film, con un elegante nonché sottile giuoco di parole che non si vedeva da W la foca del 1982 con Lory del Santo. E no, non è un complimento.

Il cast è composto da personaggi televisivi e dell’internet, i quali dimostrano grazie alla loro fama quanto in basso sia caduto il livello socio-culturale della penisola italica. Oltre al disgraziato Ruffini (pietoso nei panni di un cieco), abbiamo dalla Scuola di Comicità Deprimente di Colorado i PanPers (e non faccio la battuta su quale funzione corporale stimoli la visione di questo aborto perché darei loro una soddisfazione) e la tristemente doppiata Olga Kent, già presente in Vacanze di Natale a Cortina (2011) ed evidentemente desiderosa di un film di disimpegno dopo quella grande prova culturale.

Dalla Rete invece approdano sullo schermo Guglielmo “Willwoosh” Scilla (no comment sul suo rifacimento di Lebowski), che se alle ragazzine in esplosione ormonale non piacesse tutto ciò che è minimamente carino dal punto di vista estetico farebbe la fame sotto a un ponte e Frank Matano (pietoso nei panni di un Frank Matano), uno che è salito alla ribalta scorreggiando a nastro sulle persone e che ora alcuni (poveri minorati mentali) definiscono come il nuovo Massimo Troisi.

Un film con questi tizi? No, ma stiamo scherzando?

Ora, la televisione e la Rete sono due cose DISTINTE che devono rimanere DISTINTE.
Il problema dell’enorme successo su YouTube di persone come WillWoosh, Matano o Andrea Diprè è che essi creano un ponte tra il piccolo schermo e YouTube, per cui c’è un passaggio da un mezzo all’altro che è deleterio non tanto dal secondo al primo, ma dal primo verso il secondo.
Internet non è la televisione, e non deve diventarlo. Non deve essere il regno dei raccomandati, della stupidità e della ripetitività, ma quello dove tutti hanno la possibilità di esprimere una propria opinione, fare qualcosa che piaccia loro e divertirsi.
Se iniziamo ad avere gente che salta da un mezzo all’altro o ad importare sulla Rete personaggi del genere, anch’essa verrà corrotta dall’imbarbarimento e abbassamento culturale (verticale aggiungerei) che la tv ha portato nel corso dei decenni.

Ovviamente il successo di pubblico è assicurato, per un film piacevole come la dissenteria a spruzzo e bello come la guerra civile.

L’epifania dell’orrido.

Per avere un altro parere oltre al mio ci dica, Fantozzi, lei che ne pensa?

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: L’autolesionismo, la coprofagia, il liscio.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Classifica degli incassi stagione 2012 – 2013

Ovvero la mazzata annuale che mi fa perdere la poca fiducia che ho nei confronti del grande pubblico italiano, purtroppo composto da molti caproni ignoranti.

Di solito non me ne curo più di tanto e la ignoro.

Quest’anno no.

PARTIAMO DAI DATI (fonte il mensile Ciak):

  1. MADAGASCAR 3; INCASSO 21.9 milioni di euro
  2. BREAKING DAWN – PARTE 2; INCASSO 18.6 milioni di euro
  3. L’ERA GLACIALE 4; INCASSO 16.5 milioni di euro
  4. LO HOBBIT; INCASSO 16.4 milioni di euro
  5. IRON MAN 3; INCASSO 16 milioni di euro
  6. IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO; INCASSO 14.6 milioni di euro
  7. IL PRINCIPE ABUSIVO; INCASSO 14.3 milioni di euro
  8. FAST & FURIOUS 6; INCASSO 12.8 milioni di euro
  9. 007 SKYFALL; INCASSO 12.8 milioni di euro
  10. UNA NOTTE DA LEONI 3; INCASSO 12.4 milioni di euro
  11. DJANGO UNCHAINED; INCASSO 12 milioni di euro
  12. THE CROODS; INCASSO 11.5 milioni di euro
  13. TED; INCASSO 11 milioni di euro
  14. COLPI DI FULMINE; INCASSO 10 milioni di euro
  15. LA MIGLIORE OFFERTA; INCASSO 9 milioni di euro

Questa classifica è indecente.

3D o meno non è umanamente concepibile che il podio di incassi in Italia, terra che storicamente al cinema ha sempre dato tanto, sia costituito da ennesimi seguiti di serie che non hanno avuto più nulla da dire dopo il primo episodio. Addirittura non dei semplici sequel, ma un terzo, un quarto e un QUINTO capitolo. Due saghe a cartoni animati per bambini e una serie che sembra la versione minus habens di Buffy (senza offesa per un godibile telefilm), con una delle protagoniste più idiote e diseducative che siano mai state trasposte su pellicola. Evidentemente va ancora di moda portare i propri pargoli al cinema a rincoglionirli con delle puttanate piuttosto che passare un po’ di tempo assieme a loro nel week end, così come va di moda l’immedesimazione in un mondo irreale e moralmente sbagliato, in cui la sciacquetta moroso-dipendente di turno è corteggiata da due figoni bidimensionali per motivi incomprensibili.

Con Lo Hobbit al quarto posto si dimostra che la saga de Il Signore degli Anelli tira ancora al botteghino e finalmente parliamo di una pellicola ben realizzata. Visti i miliardi e il favore della critica dei primi tre film gli incassi erano praticamente assicurati, e quindi Peter Jackson & co avrebbero potuto attuare la cosiddetta “Manovra alla Harry Potter”, ossia fregarsene della qualità e sfornare una pellicola mediocre, come quelle dell’albionico mago dal numero tre in poi.

Si ricade nel Tartaro (non quello dei denti, magari!) con Iron Man 3, opera marveliana che sfiora l’inguardabile e che vista la pesante impronta sul film della neo padrona della Marvel, ossia la Disney, mi fa tremare pensando a quanto possano far scendere di qualità le prossime pellicole con protagonisti gli eroi in calzamaglia. Di lui ho già aperto il mio cassetto mentale per gli improperi qui.

Incassa molto, ma non così tanto, l’atto conclusivo dell’epica trilogia di Nolan dedicata all’uomo pipistrello, che ahimè verrà riesumato in un cross-over con Superman per mano del solito Zach Snyder (per maggiori informazioni c’è l’articolo di Venendo Presto qui). Se c’è una saga che è riuscita a far acquisire un po’ di dignità ad un genere tanto bistrattato è proprio questa, grazie ai suoi toni dark, alla notevole regia e a degli attori ottimamente nelle rispettive parti.

Alla posizione numero 7 il temibile Alessandro Siani, l’uomo che fa ruotare nella tomba Massimo Troisi come una pala eolica tutte le volte che a lui viene paragonato, unico italiano nella TOP 15 insieme a Christian De Sica, che in questo film gli fa da spalla e che ha piazzato il proprio lavoro al quattordicesimo posto. Una posizione sotto troviamo il buon Giuseppe Tornatore che riesce a strappare la posizione numero 15 nonostante La migliore offerta sia un film impegnato e culturale, cosa che al pubblico italiano fa lo stesso effetto dell’aglio a Nosferatu.

Qualitativamente è molto povero il contributo tricolore a questa classifica, poiché a parte il già citato Tornatore scendendo l’Abominio abbiamo I 2 soliti idioti dei miracolati Biggio-Mandelli, Tutto tutto niente niente Benvenuto presidente dalla posizione 16 alla 18. Indifendibile la coppia di MTV, penso che Albanese e Bisio siano due ottimi cabarettisti, ma che a parte qualche rara eccezione come Si può fare del secondo che ho citato il cinema non sia il loro pane.

Con Fast & Furious 6 Una notte da leoni 3 il cerchio è completo, Obi Wan. Si ritorna ai seguiti stiracchiatissimi e utili come un tostapane sulla luna, che hanno aperto questa gloriosa classifica facendomi bestemmiare come un saraceno.

Niente male Skyfalladrenalinico e di buona fattura. L’agente segreto al servizio di Sua Maestà inanella un ulteriore episodio, con Daniel Craig che si ricongiunge spiritualmente a Sean Connery e Roger Moore (evitando grazie a Dio George Lazenby) spargendo qua e là piccoli o grandi riferimenti alle pellicole precedenti.

Gran film Django Unchainedmeritato vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura originale e omaggio di Tarantino ad un genere, lo spaghetti-western, che ha segnato il cinema italiano da metà anni ’60 a fine ’70.

The Croods altro cartone animato, Ted brutto prodotto dal papà de I Griffin, con poche luci e molte ombre.

Oscar e dintorni: Continuiamo così, facciamoci del male. Per quanto riguarda i film che hanno avuto risalto nell’ultima tornata dell’Academy abbiamo Vita di Pi (miglior regia) numero 19 con 8.3 milioni; Lincoln ventisettesimo (Hotel Transylvania è più in alto, tanto per dirne uno) con 6.5 milioni; Il lato positivo è trentaduesimo con 5.2 milioni; Argo (miglior film) occupa la posizione numero 41 con 4.1 milioni, nonostante sia stato rimandato in sala dopo la vittoria del premio; Les Misérables addirittura al numero 73 (!) con 1.9 milioni.

Questa era la classifica della stagione attuale. Ci rivediamo all’anno prossimo, stronza.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Ennio Morricone

MorriconeOvvero, il Maestro.

È molto difficile per un ignorante come me scrivere un articolo che non sia la solita, banale ruffianata fatta nei confronti di un uomo considerato unanimemente “grande” nel suo campo.

Già il fatto di battere sulla tastiera del mio pc può essere considerata a ragione come una volgare mancanza di rispetto. L’ode a un gigante composta da un onesto cialtrone.

Da semplice cinefilo quello che posso dire è che Ennio Morricone è per il cinema un grande accompagnatore. Anzi, IL grande accompagnatore. Uso questo termine perché mentre i registi mostrano (come diceva un altro Maestro, Fellini) e gli attori animano il film, colui che compone la colonna sonora e le musiche si occupa di portare, o quasi cullare lo spettatore, le sue orecchie, attraverso l’opera cinematografica stessa.

Lo spettatore vede ciò che accade sullo schermo, è questo ciò che il pubblico medio fa, ma allo stesso tempo ascolta, spesso inconsapevolmente, ciò che il compositore ha creato attraverso la sua arte per traghettarlo e accompagnarlo alla scena successiva, all’azione successiva, alla battuta successiva.

Se lo spettatore vede un paesaggio naturale sconfinato attraverso l’allontanarsi della macchina da presa, o assiste ad un combattimento all’ultimo sangue tra l’eroe senza macchia e il cattivo o sente scorrergli nel corpo l’adrenalina data da una inquadratura buia chiedendosi che cosa succederà nel prossimo istante, prova su se stesso la potenza della musica e ciò che essa gli trasmette.

Morricone nel corso dei decenni ha contribuito attraverso la sua arte a rendere immortali grandi capolavori del cinema italiano come i film di Sergio Leone, i cui western sono stati associati per antonomasia al compositore a causa del grande successo delle loro colonne sonore. Senza dimenticare, tra i moltissimi lavori, Uccellacci e uccellini di Pasolini, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Petri, il sodalizio con Dario Argento, l’epopea Novecento di Bertolucci e Nuovo Cinema Paradiso La leggenda del pianista sull’oceano di Tornatore. Opere che grazie alle musiche sono state completate nel loro senso artistico e hanno guadagnato un enorme valore aggiunto.

Il Premio Oscar alla carriera ricevuto nel 2007 dalle mani di Eastwood è una delle pagine più belle e toccanti dell’Academy, nonostante sia l’unico premio datogli dopo cinque nomination. “Non un punto di arrivo ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio anche della mia personale estetica sulla musica applicata”.

Parole di chi la musica e il cinema li ama.

http://www.youtube.com/watch?v=HJDN1e_OIKw

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