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Il primo re

“Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione.
Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino: il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente: gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.
Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra.
È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura».
In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore”.

Tito Livio, Ab Urbe condita, I, 6-7.

TRAMA: Due fratelli in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi.
Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.

RECENSIONE:

Film crudo, selvaggio e tribale, Il primo re di Matteo Rovere è una pellicola caratterizzata da un potente connubio tra mondi contrapposti: l’opera è infatti una riuscita amalgama di immanente e trascendente, presente e futuro, costruzione e distruzione.

La presenza di più contrapposizioni manichee va perciò a creare un’interessantissima ragnatela di tematiche intelligenti e ben dipanate attraverso un paio di ore di grande cinema: lo spettatore si trova catapultato in una realtà italica rurale e protolatina (eccellente lavoro linguistico in tal senso) in cui i due pastori Romolo e Remo diventano pedine di un destino che loro stessi contribuiscono shakespearianamente a lastricare.

Ogni elemento è curato nei minimi dettagli.

Il primo fattore che balza subito all’occhio, anzi, all’orecchio, è la lingua, che come già accennato si basa con i sottotitoli in italiano su una versione pre-arcaica del latino, che è stata parzialmente ricreata grazie all’aiuto di semiologi dell’Università della Sapienza, con l’ausilio di ibridazioni per espressioni mancanti con altri ceppi idiomici di simile connotazione storico-geografica.
Apparentemente semplice finezza artistico-espositiva, il parlato è invece fondamentale per l’immersività dello spettatore all’interno dell’opera, poiché l’uso della lingua attuale in un contesto tanto primigeno come quello del centro Italia secoli prima di Cristo avrebbe costituito imperdonabile stonatura, che avrebbe vanificato gli sforzi compiuti sul versante ambientale e scenico, creando un’opera incompleta e zoppa.

Grandissima cura è riscontrabile infatti anche sulle scenografie.
Girato nelle zone naturalistiche di Lazio e Umbria, Il primo re catapulta il pubblico nell’ambientazione scenica senza inutili preamboli: ci si ritrova in un mondo spietato, in cui l’unica legge è il ferro e gli invisibili dei vegliano muti e inamovibili sulle gesta degli uomini.
Piccola curiosità: il cervo che appare per pochi secondi in una scena di circa metà opera proviene direttamente dalla Romania, perché appartenente ad una sottospecie presente in Italia nell’VIII secolo a. C.

Estremamente importante ai fini dello svolgimento della vicenda è proprio il rapporto tra umano e divino.

Le figure mistiche e trascendenti tipiche di un periodo storico ben ancorato alla natura diventano guide lontane al percorso materiale del guerriero, del pastore, del sacerdote.
Il fuoco sacro, da temere e venerare, ora barriera ora arma, incarna appieno la potenza vivida e incontrollabile del dio, e la sacerdotessa è perfetto tramite tra i due mondi: come donna esula dai ruoli prefissati di coltivatore o difensore della tribù, diventando punto di riferimento per l’ambizioso e crudele Remo, traviato dal potere conquistatosi per proteggere il fratello ammalato.

Alessandro Borghi eccezionale come secondo gemello, che passa da guerriero suo malgrado a crudele despota assetato di quel potere che metterebbe lui ed il fratello al riparo dalle tante difficoltà patite nelle loro vite.
Barbuto, irsuto, furioso e talvolta più bestia che uomo, incarna vividamente la concretezza di chi si sporca le mani; esemplificativo in tal senso il suo rapporto con gli dei, da lui ascoltati e tollerati solo quando favorevoli, ed apertamente sfidati quando successivamente gli volgono le spalle, in un delirio di proto-umanesimo in cui è l’uomo che rivendica un ruolo da chiave di volta del mondo.

Più mite ed assennato Romolo, che comprende le necessità diplomatiche tra le genti tanto quanto l’importanza della spiritualità come guida nel proprio cammino, utilizzabile inoltre come strumento per mantenere fondamentali pace ed equilibrio interni, così da focalizzare energie e combattività sui nemici esterni.

Il rapporto tra i due è rappresentato efficacemente grazie anche ad un ribaltamento dei ruoli di dominanza/sottomissione che li vede protagonisti: se inizialmente è Romolo quello ferito e malato e Remo colui che ha come unico obiettivo la sopravvivenza propria e del congiunto, fatalmente tale relazione verrà capovolta dallo scorrere degli eventi, con i due fratelli pedine di un gioco incomprensibile ma essi stessi importante quanto involontario ruolo nella propria sorte.

Pellicola eccellente, fulgido esempio della bravura italiana in campo cinematografico, che negli ultimi anni sembra aver ritrovato gli smarriti fasti autoriali di tempi passati.

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