L'amichevole cinefilo di quartiere

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Serenate. Parole e opinioni in libertà – Sequel

Ovvero i “Capitoli 2”. Ma anche 3, 4, 5…

In generale non penso che i sequel vadano disprezzati a prescindere, anzi, possono aggiungere elementi che nei capitoli originari non erano presenti e che li migliorino o creare un brand vincente dal lato del mercato. Il problema è quando il loro unico scopo manifesto è quello di sbancare il jackpot, spremendo quella che è la gallina dalle uova d’oro di turno. In questo caso non abbiamo pellicole che diano un quid in più, ma esse si limitano a portare gli spettatori al cinema confidando nella loro intraprendenza, di solito paragonabile a quella delle vacche al pascolo. Il “fidarsi” del nome da parte del grande pubblico è infatti uno dei motivi principali per cui fioriscono sequel non all’altezza dei propri predecessori.

Ma vediamo le principali categorie dei seguiti.

Al Pacino ne “Il padrino – Parte II”

Partiamo dai migliori: in alcuni (rari) casi abbiamo pellicole eccellenti seguite da film altrettanto ottimi. L’esempio più evidente di questo concetto è Il padrino – Parte II. A differenza del terzo episodio, realizzato da Coppola solo per ripagare i debiti di Un sogno lungo un giorno, qui abbiamo un film straordinario, con ottime componenti (attori, regia, sceneggiatura, musiche) e con aggiunte di personaggi, dinamiche familiari e sottotrame che danno al film un senso di esistere e che lo rendono uno dei capolavori della storia del cinema, tanto quanto il predecessore. Dando per scontato che tutti i lungometraggi di questo mondo abbiano come scopo guadagnare soldi, visto che gli addetti ai lavori non si accontentano di riconoscenti e calorose pacche sulle spalle, è comunque importante mantenere una certa dignità e realizzare prodotti artistici i migliori possibili. In questo caso Il padrino – Parte II è un ottimo esempio.

Robert Downey Jr. e Jude Law (di spalle) in “Sherlock Holmes – Gioco di ombre”

Poi vi sono serie che già dal secondo capitolo ricalcano pari pari il primo film. Esempi possono essere Sherlock Holmes – Gioco di ombre di Guy Ritchie e il SECONDO Una notte da leoni. Non mi piace particolarmente questa categoria di sequel perché anche nel caso di un buon primo capitolo, non si dovrebbe far pagare agli spettatori un ulteriore biglietto per un film quasi uguale (va bene dai, diciamo “molto molto simile”). L’effetto “già visto” in alcuni di questi casi è troppo palese, e il risultato è di non attirare nuovo pubblico in sala e fossilizzare quello che già ti era affezionato, rischiando di stancarlo e di perderne una parte.

Ma la mia categoria di seguiti preferita in assoluto (e sono ovviamente ironico) è quella in cui la saga scade in maniera vergognosa, diventando una palese macchina da soldi e continuando a ripetere la sua tiritera all’infinito. Due casi su tutti sono il TERZO Una notte da leoni ma soprattutto Pirati dei Caraibi. Se per Una notte da leoni 3 mi sono già espresso, sul franchise di Jerry Bruckheimer ci sarebbe da parlare per ore. Sintetizzando possiamo dire che il primo episodio, La maledizione della prima luna era un film frizzante e divertente, e quando alla Disney si sono accorti del suo grande (e inaspettato, era pur sempre basato su una giostra) successo hanno deciso di tirare fuori due inutili sequel.

Probabilmente la prossima ciurma di Jack Sparrow sarà questa.

Inizialmente. Perché poi nonostante il personaggio di Sparrow sia stato elevato ad un grado di protagonista che inizialmente non aveva (vedere alla voce “Sindrome di Fonzie”) e nonostante qualitativamente i due successivi capitoli fossero a dir poco mediocri, alla casa madre di Topolino hanno deciso di partorire un quarto aborto e di iniziare la pre-produzione di un quinto. Non vedo l’ora.

Giudizio finale? Come tutte le cose i seguiti dovrebbero avere un loro “senso” artistico, che non coincida per forza con un prelievo nelle tasche del pubblico. Con lo scarseggiare del cash Hollywood si rifugia spesso, giustamente o meno, nell’usato sicuro, cioè nello sfornare prodotti che abbiano più affidabilità per quanto riguarda il ritorno economico, avendo avuto i predecessori successo commerciale. Il problema di questa strategia è che a lungo andare i più penalizzati saranno soprattutto gli spettatori, che riceveranno un’offerta sempre minore sia dal punto di vista qualitativo (perché fare un buon film su I pirati dei Caraibi? Tanto lo andranno a vedere lo stesso anche se fa schifo) sia quantitativo (perché fare un buon film? Tanto andrebbero a vedere Pirati dei Caraibi anche se uscisse il nono episodio).

E questo è male.

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Il cavaliere oscuro

O muori da eroe o vivi tanto a lungo da scrivere recensioni.

TRAMA: Grazie a Batman e Harvey Dent, nuovo procuratore distrettuale di Gotham City, il crimine organizzato è in grossa difficoltà.
La situazione cambierà radicalmente con l’arrivo di Joker, uno psicopatico senza regole che getterà la città nell’anarchia…

RECENSIONE: Cosa dire del film che ha probabilmente raggiunto una delle più grandi vette del cinema supereroistico e che costituisce un ottimo prodotto anche come lungometraggio in senso ampio?

Beh, che è una vera bomba.

Diretto, come il primo capitolo (Batman Begins, 2005) da Christopher Nolan, Il cavaliere oscuro è probabilmente uno dei migliori punti di contatto tra due mondi che si pensavano incompatibili: da un lato il cinema d’azione tutta cagnara e grosso budget, dall’altro la pellicola qualitativamente di alto livello e realizzata come Dio comanda.
Unire successo di pubblico e di critica è un’impresa ardua come fare sette pranzi di nozze consecutivi (più per l’ignoranza del primo che per l’ottusità della seconda), ma grazie a quest’opera l’uomo pipistrello ha scolpito ancor di più il suo nome nell’immaginario collettivo del grande pubblico, diventando una gigantesca macchina da soldi e mantenendo allo stesso tempo l’amor proprio.

Invece di vendere il fondoschiena a prezzo di saldo al mercato rionale come alcuni importanti franchise hanno ahimè fatto (vero, Guerre Stellari?) qui si pensa sì ai verdi pezzi di carta con le effigi dei presidenti, ma senza tralasciare una lavorazione dignitosa alle spalle, che possa dare allo spettatore un prodotto dalla qualità importante.
Tutto infatti è ben curato: l’atmosfera della cupa Gotham City, con i suoi vicoli sporchi e malfamati tipici delle periferie delle grandi metropoli; i gadget spettacolari con cui l’eroe sgomina il crimine, che sono al contempo realistici (molti di essi infatti esistono anche nel mondo reale, seppur come prototipi); più in generale, il vasto universo del supereroe della DC Comics è stato portato su schermo in maniera ottima, mantenendo lo stile di Nolan per quanto riguarda l’uso delle inquadrature, dei colori freddi e delle scenografie.

Ottimo il cast, con ancora protagonista un Christian Bale sempre più massiccio e imponente: egli riesce con lo sguardo a trasmettere la propria emotività, formata principalmente da rabbia, senso di distacco e consapevolezza di dover proteggere i propri cari pur avendo debolezze.
Veramente notevole anche il cast di contorno, in gran parte ripreso dal primo film; seppur in maniera diversa rende una buona interpretazione anche Maggie Gyllenhaal, che sostituisce Katie Holmes come intraprendente fiamma del protagonista.
Per quanto riguarda i nuovi ruoli aggiunti, straordinario Heath Ledger, che prende spunto dai Joker precedenti (dal Cesar Romero nella serie con Adam West di metà anni ’60, fino al Jack Nicholson del film diretto da Tim Burton nel 1989) amalgamando il tutto e aggiungendo la propria visione del personaggio.
Degno di nota anche Aaron Eckhart nei panni di Harvey Dent, personaggio la cui evoluzione psicologica è stata resa magistralmente e che ha finalmente avuto il giusto spazio dopo quella specie di cialtrone saltellante di Batman Forever del 1995, interpretato da un Tommy Lee Jones evidentemente indietro con le bollette.

Da questi ultimi elementi si può capire perché Il cavaliere oscuro sia il capitolo dell’omonima saga preferito da molti: se si prende un supereroe come Batman, che ha circa una quarantina di nemici, e si inseriscono nella stessa pellicola i due più carismatici vuol dire che ti piace vincere facile.

A voler trovare difetti, una (piccola, dai) pecca del film è che nell’ultima parte la sceneggiatura si incaglia un po’ su se stessa, essendo presenti forse troppe sottotrame ed elementi che appesantiscono un po’ il plot, e ciò è un peccato. Sarebbe forse servita una conclusione più diretta, ma essendo il film basato sul concetto di caos chiudiamo un occhio e prendiamolo come un elemento voluto.

In conclusione un’opera veramente notevole.

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