L'amichevole cinefilo di quartiere

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Jurassic World – Il regno distrutto

I film sullo schermo sono più brutti di quanto appaiano.

TRAMA: Quando il vulcano inattivo dell’isola si risveglia minacciando epiche distruzioni, Owen e Claire si organizzano per salvare i dinosauri rimasti da questa nuova estinzione.

TRAMA, QUELLA VERA:

Il film si apre con dei tizi che se ne vanno in giro per il parco della pellicola precedente, abbandonato dopo il relativo disastro; partenza sorprendente, se consideriamo che non solo l’ottimo primo, ma pure lo scadente secondo ed il blasfemo terzo film della serie iniziano con dei personaggi secondari alle prese con i dinosauri.

Due di questi guitti, dentro una sonda sottomarina, esplorano beati la laguna del Mosasauro (quella specie di portaerei subacquea che in Jurassic World facevano giocare con le esche come Free Willy a San Diego) per ritrovare un osso sommerso del Comecazzosichiamavasauro antagonista della pellicola precedente; una delle prime frasi pronunciate dai nostri prodi è “Tutto ciò che viveva qui è ormai morto”, quindi sappiamo già che il loro tempo vegeti sullo schermo è compreso nell’ordine dei secondi.

Recuperano l’osso poco prima che, come facilmente prevedibile, Nessie curvy li divori come un Babybel e lo mandano ad altri loro parimenti expendables compagni di merende che lo aspettano su di un elicottero.

Un altro idiota rimasto a terra, senza nessuna protezione armata perché “ehi, vuoi mica che mi insegua un rettile carnivoro alto quattro metri?” viene inseguito da un rettile carnivoro alto quattro metri, accompagnato da movimenti di camera tipo Crash Bandicoot che scappa dall’orso polare gigante.

Classico schema “ti faccio credere che il tipo muore, poi ti faccio pensare che si salva, poi lo faccio uccidere così velocemente da non farti abituare al naturale sollievo empatico” (tramite la partecipazione del già menzionato logo Lacoste di venti metri che zompa fuori dall’acqua come Flipper il simpatico delfino), ma nonostante queste facezie l’osso è in mano agli uomini.

Cambio scena: siccome sull’Isla Nublar sta per eruttare un vulcano, ci si chiede se i dinosauri dovrebbero essere salvati oppure no.

Cameo per Jeff Goldblum nei panni di Ian Malcolm (doppiato in italiano dalla terza voce in altrettante pellicole: dopo Roberto Chevalier di “Quanto mi secca avere sempre ragione” e Sandro Acerbo di “Mammina è molto arrabbiata” qui c’è Massimo Corvo): persona dotata di raziocinio, egli afferma che tali animali dovrebbero essere lasciati al loro triste destino, essendo stato un grosso errore clonarli e permettendo in questo modo alla natura di riparare agli errori umani.

Ovviamente tutti sono d’accordo, i dinosauri muoiono e scorrono i titoli di coda.

TA-na-na-na-naaaaaa TA-na-na-na-naaaaaa…

Ma proprio no: l’ex direttrice del parco Claire interpretata dalla figlia di Ron Howard, che dopo il casino di tre anni prima qualcuno mi illumini su come mai non sia in galera, è a capo di un piccolo gruppo di ambiental… scienziat… attivist… boh, la Greenpeace del discount che lotta per la salvezza delle creature preistoriche.

Ora, capisco la spinta ambientalista, ma qui non si tratta di una specie cancellata dalla deforestazione, o dalla costruzione di una diga: i dinosauri hanno avuto il loro ciclo, e la natura li ha selezionati per l’estinzione.

Sapete chi ha detto queste cose? Ian Malcolm, l’unica voce della ragione in mezzo alla manica di mentecatti che sono i protagonisti di questo franchise.

Claire, che quando indicava a dei superficiali idioti la nobile via dell’andare a fare in culo mi stava più simpatica, viene contattata da un ex socio di John Hammond, un anziano miliardario impersonato da James CromJames Cromwell è in questa puttanata?!

Per l’amor di Dio, Cromwell, lei ha quasi ottant’anni, ritorni a far curare sua moglie da un gigante nero, ad allevare maiali parlanti, o da sua figlia Gwen Stacy!

Ce l’ha davanti!

Attraverso un jumpscare ci viene presentata anche la nipote di Cromwell, figlia della sua unigenita morta e facente parte della quota-bambini, poiché questa serie campa grazie ai soldi degli spettatori con un’età biologica o mentale inferiore ai quindici anni.

Il lacchè di Cromwell e tutore della bambina è invece interpretato da un altro reduce di Black Mirror, Rafe Spall, attore mosso dalla corretta convinzione che una volta partecipato a Prometheus peggio di così non può andare; Spall ha bisogno dell’aiuto della cieca di The Village per salvare i dinosauri prima che il vulcano costringa il Barcellona ad andare a Milano in autobus, e le chiede di coinvolgere nell’operazione l’uomo a causa del quale Thanos ha trasformato metà popolazione della galassia nel logo di Windows.

Signor Gates, non mi sento molto bene…

Trovato Star-Lord che sta costruendo una casa di legno (???), egli prima collega i neuroni rifiutandosi di aiutare la donna e concordando sulla linea-Malcolm, poi però, menzionata la sua velociraptor addestrata Blue e rivedendo i filmati di quando era piccola, Pratt si ricorda che da contratto anche in questo film gli enormi rettili carnivori verranno trattati come patatosi labrador e decide di aiutare la fredda bestia smembra-uomini.

E il velociraptor.

Arrivati sull’isola insieme a due compari della Howard, tra cui la fusione genetica delle fastidiose macchiette del nero, del giovane impaurito e del nerd, Fred e Daphne fanno la conoscenza di un imbarazzante stereotipo di cacciatore bianco che colleziona i denti delle sue prede: sappiamo già che morirà in modo idiota, dovremo solo stare a vedere quanto idiota.

E qui finalmente compaiono i dinosauri.

“Dalla mia mascella squadrata, i Ray-Ban e il mio portamento fiero potete evincere che sono un improbabile coglione”

Ok, la T-Rex zompava fuori già all’inizio, ma un po’ perché la scena era in notturna, un po’ per la telecamera ballerina, preferivo dare il beneficio del dubbio e non prestare attenzione all’enorme sospetto scaturitosi nel mio cervello.

In questa scena invece osserviamo un brachiosauro. Di giorno. Con inquadratura fissa.

Perciò si può dare un giudizio sulla resa grafica dei dinosauri.

E WOW, QUANTO CAZZO LI HANNO FATTI MALE!

I dinosauri sono NEBBIA con i contorni, degli ologrammi che si muovono in un ambiente la cui illuminazione e fotografia sono totalmente SBALLATE rispetto alla loro.
I pochi casi in cui vengono usati gli animatronics spiccano nettamente in positivo, e si ha quindi un comparto tecnico di caratura troppo ondivaga per catturare efficacemente lo spettatore più attento.

Che un film del 2018 con un budget di 170 milioni di dollari abbia effetti speciali di questa qualità è imbarazzante, ed ancor più vergognoso se consideriamo che questo era un grosso problema già del capitolo precedente.

Disonore sulla vostra mucca.

Dopo essersi divisi e aver rintracciato Blue, con un colpo di scena sorprendente per ogni spettatore affetto da deficit cognitivi veniamo a sapere che in realtà la missione era solo un bieco trappolone per catturare i dinosauri, architettato da White Christmas in combutta con il Dottor Wu, personaggio che ritorna dal film precedente per il quale ricordiamo gli venne assegnato il riconoscimento come “Villain cinematografico più a caso degli ultimi vent’anni”.

Dopo essere stato narcotizzato, Chris Pratt scappa dalla lava che ha iniziato a colare dal vulcano grazie a dei movimenti tipo QWOP (e qui non ho capito se il film voleva mettermi in tensione a causa del pericolo oppure farmi ridere per le movenze comiche del protagonista, nel dubbio ho optato per una vulcaniana assenza di emozioni); Claire e IT Crowd sfuggono ad un pessimo CGIsauro e si riuniscono all’aperto, dove viene loro salvato il culo dalla solita tirannosaura, che ormai ha aiutato così tante volte gli umani da farmela ritenere la vera eroina della serie.

“Sono più vecchia di Gesù!!!”

Tra una fuga dalla lava evitando di essere calpestati da Piedino e i suoi amici e capacità respiratorie sott’acqua che imbarazzerebbero Maiorca, i tre peones salgono sulla nave dei cattivi appena prima che il vulcano ricopra di lapilli l’isola, assistendo alla tragica scena della morte di un brachiosauro e all’ancor più tragico uso che questa vaccata fa della iconica posa su due zampe dell’erbivoro per ricordare il primo famoso incontro con un dinosauro in Jurassic Park.

Seriamente, dovreste vergognarvi.

Ma qual è il piano di Spall? Semplice: usare i dinosauri come armi, continuando la lunga tradizione di animali adoperati dall’uomo per scopi bellici dopo gli elefanti di Annibale e i topi infetti dei russi contro i nazisti.

MA SERIAMENTE???

Se c’è un’industria umana che non conosce crisi e che sostiene un incremento tecnico esponenziale è proprio quella bellica e l’ideona geniale sarebbe USARCI I DINOSAURI???

Gesù Cristo, sono degli animali, per quanto siano aggressivi o resistenti non sono dei carri armati!

Solo io mi ricordo che in Jurassic World uno dei raptor veniva fatto esplodere con un bazooka?!

E poi che palle ‘sta menata dei corporate men cattivi: si vedono nel 90% dei film, non avrebbero potuto inventarsene un’altra?

Che so:

Un gruppo di animalisti oltranzisti: siccome i biechi ed avidi scienziati hanno riportato in vita animali destinati dalla natura all’estinzione decine di milioni di anni fa, gli ambientalisti decidono di liberarli selvaggi nell’ambiente urbano, per mettere di fronte l’uomo ai suoi errori.

Una setta fondamentalista religiosa: attraverso i loro fossili, i dinosauri sono la prova più lampante delle teorie evoluzionistiche, inoltre i progressi umani si sono spinti talmente avanti da sostituire Dio, creando la vita; essi perciò decidono di sfruttare i dinosauri per l’uccisione di civili innocenti, in modo da poter avere una scusa per gettare discredito sulla scienza e sul progresso tecnologico.

Queste sono le prime due idee idiote di possibili antagonisti che mi sono venute in mente di botto in DUE MINUTI, e che sarebbero state più interessanti di questo cravattaro già visto in altre cento pellicole.

Non che ci voglia molto…

Compare Toby Jones nei panni di un bieco e avido yuppie (non scrivo più battute su bravi attori che hanno partecipato a roba migliore altrimenti facciamo notte) che farà da banditore d’asta per i dinosauri catturati sull’isola, e salta fuori che con l’aiuto di Wu vogliono creare l’arma definitiva: un incrocio tra l’albinosauro del parco precedente e la velociraptor Blue, per chiamarlo Indoraptor e vincere il premio per nome più inutilmente cazzuto della paleontologia.

Maisie, la nipotina di Cromwell, li scopre di nascosto e avverte il nonno, che però subisce Spall che fa il cosplay del nativo americano di Qualcuno volò sul nido del cuculo e che lo aiuta così a non sputtanarsi troppo la carriera.

Mentre parte l’asta, Owen e Claire sono scoperti e rinchiusi in una cella, da cui successivamente escono grazie all’ologramma di uno Stygimoloch che il film tenta di far passare come una creatura in carne ed ossa (nda: questo è di gran lunga il dinosauro con la computer grafica peggiore) e che svolge la mia stessa attività dopo aver visto Il regno distrutto. 

Prende i muri a testate.

Comunque più realistico di quello del film.

Dopo essersi congiunti con Maisie, ella mostra loro di nascosto l’hangar in cui si svolge l’asta, e per fare un po’ di casino Owen decide di farci fiondare dentro il pachycephalosauride; la creatura con la stessa concretezza visiva della graffetta di Office inizia a craniare persone a caso proprio quando gli adulti di Gossip Girl si stavano contendendo l’Indoraptor nonostante sia solo un pericoloso prototipo, fregandosene dell’opposizione di Hugo Strange unico scienziato tra i cattivi, ma tanto qui sono tutti idioti.

L’Adolfhitlersauro scappa dalla gabbia perché il capo cacciatore di Spall ha la brillante idea di entrarci dentro pensando erroneamente di aver narcotizzato la bestia in modo da strapparle un dente, giocandosela in finale del torneo “Morte più da coglione dovuta ad un disturbo compulsivo” con il Jason Lee de L’acchiappasogni e i suoi Cristo di stuzzicadenti.

Dopo aver sbranato Clayton nel modo più “Film per tutti” possibile, il Bruciabambinisauro uccide anche Jones e qualche altro miliardario perché evidentemente, già che c’erano, nel suo codice genetico ci hanno ficcato dentro anche Il capitale di Marx.

Il plusvalore proviene dal pluslavoro dell’operaio.

I nostri eroi rincontrano il villain, e qui si scopre il motivo che spinse Hammond e Cromwell a separare le strade: Maisie in realtà non è la nipotina del vecchio, ma il clone di sua figlia morta.

Mio Dio, finalmente un passaggio di trama interessante!
Questa rivelazione pone importantissimi interrogativi etici: quanto lontano deve spingersi la scienza? È immorale la clonazione umana? Il clone è un individuo a se stante o solo una mera riproduzione di codice genetico già esistente? Il clone è solo un bene o una vera e propria personjumpscare improvviso tronca la scena e nella successiva non se ne parla più.

Ok.

I due sidekick dei buoni liberano Blue, mentre Owen, Claire e baby Agente Smith scappano dal Violentasuoresauro, che ovviamente dopo essere state incensate le sue capacità sensoriali ed intellettive non riesce a vedere, sentire o fiutare prede umane che sono ad un metro e mezzo da lui.

Dopo il classico inseguimento alla Benny Hill Show con vetrate distrutte, testate ai muri e finestre che vengono aperte dal predatore usando la maniglia nonostante avrebbe potuto tranquillamente sfondarle (eh, ma poi il richiamo ai raptor del primo Jurassic Park dove lo mettiamo?), la situazione sembra tragica nella camera da letto di Mi sdoppio in quattro, ma Blue arriva ad aiutare i nostri prodi, e il Vecchioinautostradacontromanosauro finisce come Christopher Lee nell’extended cut de Il ritorno del re.

Problema finale: del gas tossico ha intasato il piano sotterraneo dove sono rinchiusi gli altri dinosauri catturati, che quindi restando lì morirebbero asfissiati.

Inizialmente Claire è tentata di liberarli, ma prima che possa premere il pulsante Owen giustamente la persuade a non farlo, poiché non essendo più su un’isola, verrebbero liberate nel bel mezzo della civiltà creature pericolosissime ed estranee alla nostra epoca.

Abbiamo quindi finalmente una scelta intelligente, posta in essere da persone razionali ed assennate, che non si fanno trascinare da facili sentimentalismla bambina pigia il bottone e libera tutti i dinosauri all’esterno della villa, procurando danni incalcolabili all’ecosistema e mettendo in pericolo la vita di Dio sa quanti umani.

Spall viene ucciso da un jumpscare, e Owen, Claire e la pecora Dolly se ne vanno in auto verso l’ignoto.

Mentre il dottor Malcolm novello Giovanni Battista predica nel deserto che si trova nella scatola cranica dei protagonisti, scorrono immagini dei dinosauri che scorrazzano liberi nel mondo: il mosasauro che sta per divorare dei poveri surfisti, la T-Rex che penetra in un giardino zoologico uccidendo chissà quante altre bestie e la nostra cara e simpatica macchina di morte Blue che zampotta felice per il deserto.

E vi ricordo che tutto ciò è successo…

[Inspira profondamente]

PERCHÉ BOBA FETT HA PREMUTO QUEL CAZZO DI PULSANTE GIUSTIFICANDOSI CON L’EMPATIA DA CLONI CHE LEI PROVA NEI CONFRONTI DI GALLINE CARNIVORE PREISTORICHE DI SEI TONNELLATE.


Questo era Jurassic World – Il regno distrutto.

Un film che è come il precedente: stupido ed inutile.

Spezzando una lancia in suo favore, è un action movie che dosa abbastanza bene i picchi di tensione, ed anche la regia accompagna efficacemente le sequenze in tal senso, dimostrandosi talvolta meno operaia di quanto i prevedibili facili guadagni al botteghino avrebbero potuto far supporre.

Ma la trama è veramente troppo stupida, i personaggi troppo abbozzati e idioti, e gli effetti speciali, fondamentali in questo tipo di prodotto di intrattenimento, hanno come punto debole proprio ‘sti cazzo di dinosauri, resi veramente male per la maggior parte degli esemplari.

Alcune buone idee (scherzi a parte, molto interessante quella del clone umano) affogano in una marea di cretinate, e si ha spesso il sentore che Il regno distrutto sia un incrocio tra l’ennesimo esempio di operazione nostalgia che sta intasando gli anni Dieci del Duemila e un nemmeno troppo velato richiamo al dimenticabilissimo Il mondo perduto del 1997.

Adoro il film del 1993, e mi piange il cuore che, per motivi diversi, nessuno degli ormai quattro seguiti ne sia minimamente all’altezza.

Come sempre, così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se…

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Solo: A Star Wars Story

Han ha recensito per primo.

TRAMA: Ambientato diversi anni prima rispetto a quanto raccontato nel film Guerre Stellari. Impegnato in un’avventura nel mondo della criminalità, il giovane Han Solo incontra il suo futuro copilota Chewbecca e si trova invischiato in un conflitto tra ladri…

RECENSIONE:

Riassunto del percorso produttivo di questo film:

– La lavorazione inizia il 30 gennaio 2017.

– Il 21 febbraio Disney e Lucasfilm annunciano ufficialmente l’avvio delle riprese e pubblicano la prima foto del cast principale riunito sul set.

– In maggio la Lucasfilm sostituisce il montatore scelto inizialmente, Chris Dickens, con Pietro Scalia; inoltre viene riportato che era stato assunto un acting coach per il protagonista Alden Ehrenreich, poiché i dirigenti non erano soddisfatti della sua performance.

– Il 20 giugno viene riportato che i registi Phil Lord e Christopher Miller avevano lasciato la produzione per “divergenze creative” con la Lucasfilm, la quale a sua volta annuncia che un nuovo regista sarebbe stato scelto nell’immediato futuro.

Variety e The Hollywood Reporter pubblicano che il duo era stato licenziato dopo mesi di attrito con la produzione, in particolare con Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm, e Lawrence Kasdan, uno degli sceneggiatori, che non approvavano il loro metodo di lavorazione e il loro approccio al personaggio di Han Solo.

Lo stesso Ehrenreich era preoccupato e, mentre le riprese procedevano, ha cominciato a temere che lo svitato approccio comico di Lord e Miller stesse iniziando a interferire con la vera essenza di Han Solo: pare che l’interpretazione a volte si avvicinasse addirittura a quella di Jim Carrey e del suo Ace Ventura.

Secondo ancora quanto riportato da The Hollywood Reporter, Lord e Miller avrebbero infatti permesso agli attori di improvvisare molto sul set, allontanandosi dalla storia scritta dai fratelli Kasdan: venivano girati infatti numerosi take seguendo la sceneggiatura, per poi rifare nuovamente la stessa scena in modo più libero.

La Lucasfilm sarebbe stata inoltre insoddisfatta dai pochi angoli di ripresa utilizzati dai registi, che diminuivano le opzioni disponibili in sala di montaggio.

Per andare incontro ai due, la Lucasfilm propose loro di essere affiancati dallo stesso Kasdan in qualità di “regista ombra”, ma la coppia rifiutò, portando alla cessazione del rapporto lavorativo.
La decisione di licenziare Lord e Miller venne prese durante una breve pausa nella lavorazione, presa per visionare il materiale girato.

A long time ago / We used to be friends…

– Il 22 giugno viene annunciato che Ron Howard avrebbe sostituito Lord e Miller alla regia del film per le restanti tre settimane di riprese, oltre che per cinque settimane di riprese aggiuntive necessarie per rigirare parte del film, pare il grosso di quanto già realizzato.

– Nel settembre 2017 Howard annuncia la presenza nel cast di Paul Bettany, chiamato a sostituire l’attore precedentemente scelto per interpretare in CGI l’antagonista principale, poiché egli per altri impegni lavorativi non poteva essere disponibile per le riprese aggiuntive.

– Il 17 ottobre 2017 Howard annuncia la fine delle riprese e il titolo ufficiale del film, mentre la post-produzione è terminata il 22 aprile 2018, circa un mese prima della sua uscita nelle sale.

Per chi non mastichi molto il processo realizzativo pratico di un’opera cinematografica, una semplificazione tendenzialmente esatta è che le pellicole che attraversino il cosiddetto “developing hell” risultino poi delle cagate abominevoli.

Qualcuno ha detto Fant4stic?

Quindi la domanda delle domande è: Solo: A Star Wars Story è quell’esplosivo geyser escrementizio che tutti gli indizi fanno presupporre?

In parte sì.

Ma avrei detto peggio.

Solo è forse paradossalmente un film il cui risultato complessivo è migliore della somma delle sue parti prese singolarmente. Per quanto rimanga un’opera non eccelsa, se alcune delle sue relative componenti ondeggiano tra il pessimo ed il mediocre, lo spettacolo totale non è così insufficiente come potrebbe sembrare.

In questi casi è quindi utile esaminare i vari settori uno ad uno.

Punto debole del film è sicuramente la fotografia.

Non so se tale scarso risultato sia dovuto alla fretta nel concludere il lavoro o semplicemente abbiano sballato con il chroma key, ma le scelte cromatiche di molte scene mi sono sembrate piuttosto bizzarre.

Capisco la volontà di giocare con le sfumature di una stessa tinta cromatica, ma in Solo si ha spesso un pastrocchio ultrasaturo che non aiuta a sfruttare efficacemente i soggetti presenti nelle inquadrature.

Le scene blu non sono blu: sono un mare notturno in tempesta mentre su una piattaforma fatta di Viagra si gioca un’amichevole tra Francia e Italia con un maxischermo che trasmette un concerto dei Blue Man Group.

Sì, insomma, sono troppo blu.

Le scene grigie non sono grigie: sono un panorama industriale ottocentesco ripreso in una giornata di nebbia durante un flash mob di brizzolati vestiti con abiti fumo di Londra a cavallo di elefanti.

Sì, insomma, sono troppo grigie.

Anche per quanto riguarda il cast ci sono dei problemi.

Se il buon Ehrenreich viene, come prevedibile, piallato alla Wile E. Coyote dall’incudine di iconicità del personaggio a cui presta il volto unita al carisma del suo interprete originario, c’è da dire che almeno risulta credibile come versione giovanile e in formazione dello stesso.
Guascone e con un senso della legalità molto elastico, ma ancora non il prezzolato avventuriero biscazziere con un metro di pelo sullo stomaco che conosciamo in Una nuova speranza.

Non è a caso come Ryan Gosling giovane Kevin Sorbo, per intenderci.

Il cast di contorno segue però il solito pattern di molti film ad alto budget, perciò abbiamo:

comprimari interpretati da buoni attori che nella carriera hanno fatto cose decisamente migliori: tra Woody Harrelson che dimostra di essere probabilmente quello più in palla del cast e una Thandie Newton che, poverella, si sbatte anche ma le hanno affibbiato una tizia che per importanza narrativa è intercambiabile con uno scolapasta, spicca il buon Paul Bettany, dall’interpretazione basilare quanto la tabellina del due nel ruolo di un villain carismatico come un parchimetro.

Simpatico ma un po’ troppo sul macchiettistico Childish Gambino Donald Glover come Lando Calrissian.

“Mmh, certo che questa scena è proprio blu…”

spalle comiche di dubbio gusto: se l’alieno in CGI doppiato in originale da Jon Favreau lo si può trovare sul vocabolario sotto il lemma “inutile”, il robot femminista è una presenza che sfonda prepotentemente i confini dell’irritante, piagato anche da una sceneggiatura che tenta, ovviamente non riuscendoci, di ficcare in gola allo spettatore una sorta di empatia nei suoi confronti.

Nettamente più divertenti i battibecchi tra Han e Lando.

un personaggio femminile scritto male ed interpretato peggio da quella Emilia Clarke a cui Hollywood sta provando in ogni maniera di costruire una carriera fuori dalle lande di Westeros.

Daenerys Traguitta si dimostra però un’attrice scarserella, anche in questo caso penalizzata più del necessario da uno script che fa sembrare la sua Qi’ra emotivamente piatta (e la scarsa abilità dell’interprete di certo non aiuta…) affibbiandole inoltre dei randomici atti di tostaggine esagerati che la ammantano di ridicolo involontario.

Paradossale la condizione di Dottoressa Jeckyll e Ms. Hyde della Clarke: se nelle interviste le sue ormai iconiche sopracciglia ballerine le conferiscono un’espressività esagerata ai limiti del cartoonesco, è strabiliante constatare quanto nei film la sua capacità attoriale spesso rasenti quella di un termosifone di ghisa.

Sono felice. O forse compiaciuta. O forse sto pensando a come fregarti. O forse mi sono resa conto del cachet…

Anche la sceneggiatura mostra più di un punto debole, oltre a quelli già menzionati relativi alla costruzione dei personaggi: alcuni elementi paiono infatti buttati sullo schermo a casaccio solo per il raggiungimento delle due ore di durata, ed emerge inoltre una mal eseguita gestione della lunghezza delle scene.

Si hanno infatti dei segmenti narrativi eccessivamente brevi, su cui magari ci si sarebbe potuti soffermare più a lungo per esplorare meglio le dinamiche tra i personaggi ed imbastire un setting emotivo maggiormente approfondito (soprattutto all’inizio, per instaurare empatia anche nei confronti di personaggi sconosciuti), mentre altre spezzoni sono veramente troppo lunghi, sincopando ritmo inutilmente non capendo quando sarebbe stato più opportuno tagliare ed avanzare ad un altro tema.

Quindi, questo film è un porcata?

No, è solo mediocre.

O scarso. Dipende dalla vostra magnanimità.

Al di là di ogni sua mancanza, Solo: A Star Wars Story possiede un pregio che ben poche opere cinematografiche appartenenti a saghe celebri dimostrano, e nonostante tutti i deficit consegna al film uno spettacolo senza infamia né lode per coloro che cerchino il mero disimpegno.

Solo è un film conscio dei propri limiti, che non tenta assolutamente di mettere al fuoco della carne che non possa gestire o di assumere quel tono inutilmente pomposo che poi gli si rivolterebbe contro (vero, Gli ultimi Jedi?), ma si limita giustamente ad un’avventura tra ladri, contrabbandieri, pirati, schiavisti, feccia e malvagità varia con qualche scena d’azione girata sufficientemente bene, un paio di battute simpatiche e la riproposizione di personaggi già noti.

Una pellicola quindi essenzialmente “umile”, che va ad incastrarsi nell’intricato groviglio narrativo che è ormai diventato Guerre Stellari senza scompaginare troppo i piani generali e strizzando di tanto in tanto l’occhio al fan limitando però il fan service.

Rogue One è migliore? Decisamente sì, ma si possono abbandonare le eventuali remore dovute alle falle sia della trilogia prequel che di quella in conclusione l’anno prossimo e godersi lo spettacolo.

E come sempre, che la Forza sia con voi.

 

 

P. S. Ace Ventura sarebbe comunque stato meno imbarazzante di questo:

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Black Mirror ep. 03×01, Caduta libera

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TRAMA: In un futuro prossimo, le persone ricevono continuamente recensioni: dopo qualsiasi scambio interpersonale si utilizza infatti lo smartphone per lasciare un giudizio da una a cinque stelle sull’interlocutore; l’insieme di questi voti assegna ad ogni individuo un punteggio medio.
Avere una media alta permette di far parte dell’élite, potendo di conseguenza accedere a benefit e luoghi esclusivi.

RECENSIONE: Torna Black Mirror e tornano i suoi arguti spaccati distopici (ma spesso dannatamente simili alla realtà odierna) con protagonista una umanità che lascia la propria vita condizionata da una tecnologia senza freni e con estremi risvolti negativi.

Per la regia dell’inglese Joe Wright il primo episodio della terza stagione, Caduta libera (Nosedive nella versione originale) è in particolare un intelligente affresco sociale che enfatizza a dismisura elementi dall’importanza rilevante nella nostra società: i social network.

In Caduta libera il continuo postare fotografie della propria vita privata sottende infatti una complessa e spietata architettura di classi sociali, basate sulla reputazione del singolo e sulla capacità di piacere esteriormente alle altre persone, in un circolo vizioso di pompaggio dell’ego e causa di discriminazioni basate sul futile.

Il plot dell’episodio è all’apparenza piuttosto semplice e segue Lacie, una donna sulla trentina che deve intraprendere un lungo viaggio per raggiungere il matrimonio di una vecchia conoscente.

blackmirror

Gli imprevisti che si troverà ad affrontare lungo il percorso fanno emergere in modo lampante la banalità e la superficialità su cui si basa la società rappresentata nell’episodio, e i cui effetti sono purtroppo visibili anche in quella occidentale del cosiddetto “benessere”.
Tale benessere è sicuramente materiale ma probabilmente non così spiccato sul versante umano, data la faciloneria e la vacuità con cui ogni giorno ognuno di noi condivide fotografie che ritraggono il proprio essere animale sociale.

Che sia una pietanza, un tramonto, il proprio animale domestico o una foto in topless di schiena con una citazione dal dubbio nesso di filosofi, poeti o cantanti, viviamo infatti in un’età dove i nostri spazi personali sulla rete internet costituiscono il nostro biglietto da visita al mondo, e ci rendono quindi oggetto di critica, elogi, approcci sessuali o sbeffeggiamento.

Caduta libera porta lo spettatore in un mondo che può sorgere dalle basi del nostro, in cui la fama è tutto e i rapporti personali si riducono a mero scambio di valutazioni, tanto ipocrite quanto esasperate.

black-mirror-nosedive

I colori pastello dei quartieri elitari ricordano la critica al sobborgo borghese di Tim Burton in pellicole come Edward mani di forbice, così come la stolida superficialità della gente “bene” è considerata socialmente accettata e quasi scontata, con pochi individui che riescono a coglierne l’errore di fondo.

Le disavventure della protagonista e la sua ferrea determinazione a perseguire un obiettivo futile provocano nel pubblico un riso amaro in stile quasi fantozziano, con l’aggravante però rispetto al personaggio interpretato da Paolo Villaggio della “complicità” di Lacie: un rampantismo estremo che la circonda e a cui disperatamente ella vuole adattarsi.

Ottima la recitazione di Bryce Dallas Howard, che per qualche decimale in più che la possa portare alla tanto agognata media del 4.5 si ritrova smarrita in un road trip dell’assurdo.

Con questo episodio Black Mirror oltre a confermarsi serie tv di acuta e rara intelligenza dimostra ancora una volta di essere uno schiocco di dita dopo alcuni secondi di imbambolamento: necessario per rendersi conto della realtà che ci circonda, e addirittura quasi salvifico.

Inferno (2016)

inferno-locandina“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore;

dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate”.

Inferno, di Dante Alighieri. Canto III, vv. 1-9.

TRAMA: L’esperto di simbologia religiosa Robert Langdon è alle prese con un pericolo internazionale legato alla Divina Commedia di Dante Alighieri: un folle, infatti, ha intenzione di colpire il mondo intero con una piaga pestifera che trae ispirazione dall’opera del Sommo Poeta.
Tratto dall’omonimo romanzo di Dan Brown (2013).

RECENSIONE: Il Male pone di fronte all’uomo numerosi interrogativi, che dipendono non solo dalla sofferenza e dalla malvagità oggettive, ma dall’animo soggettivo di ognuno di noi.
Oltre ad un generale coacervo di negatività in senso assoluto, si ha quindi un elemento personale, legato alla connotazione più profonda della nostra reale essenza.

La domanda che mi pongo io è… perché?

Dimmi perché, Ron Howard.

Dimmi perché, Tom Hanks.

Ditemi perché vi siete prestati ad un terzo giro sulla giostra da soldi di Dan Brown.

inferno-howard-brown-hanks

Ok, capisco Il codice Da Vinci: boom editoriale pop del 2003 con il suo carrozzone di polemiche e le 80 milioni di copie vendute, è naturale conseguenza il tentativo da parte di Hollywood di inseguire danari facili (e quindi nel 2006 relativo film che ha incassato globalmente 758 milioni di dollari).                

Comprendo già meno Angeli e Demoni, che di copie ne ha vedute “solo” 39 milioni (un’enormità, ma comunque un dimezzamento rispetto all’opera precedente) ed il cui adattamento sul grande schermo ha portato in cascina 485 milioni di dollari.

Ma… un terzo film?

Da Inferno, milioni di copie vendute sei?

DAVVERO???

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Confusionaria brodaglia di arte e modernità, testi antichi e minacce attuali, passato e presente, ricchi premi e cotillons, Inferno è la solita danbrownata stantia e ripetitiva, in cui un ingessato Indiana Jones in tweed cerca di salvare il mondo da cattivoni che ce l’hanno un po’ con tutti.

Immagino che le motivazioni del “siamo troppi” e “si mettono al mondo troppi figli” siano ampiamente giustificabili dopo una coda alle Poste o a seguito di un volo transcontinentale passato con alle spalle un pargolo piuttosto… ehm… “vivace”, ma risultano assai sterili e banali all’interno di una pellicola high-budget.

Quest’ultima risulta infatti così intrisa di catastrofismo e prospettive sociali distopiche da scadere quasi nel ridicolo involontario.

Tra indicazioni piuttosto scialbe e tirate per i capelli, anagrammi a caso, una coppia di protagonisti con la stessa chimica di olio e acqua e una classicissima caccia all’uomo in due contro tutti, Inferno procede stancamente alternando location su location come cartoline vuote e senz’anima.

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Ambientazioni sicuramente apprezzabili, che però preferirei vedere valorizzate con una cura di gran lunga migliore in un documentario storico-artistico rispetto a questo utilizzo sommario e a mero pro di una sceneggiatura inutilmente confusa.

Se in un romanzo infatti la ricchezza di personaggi, comprimari e sottotrame può contribuire a conferirgli maggior respiro, essendo il cinema un media visivo sarebbe invece preferibile applicarvi un approccio più snello, per tenere viva l’attenzione del pubblico.

Attenzione qui pimpante circa come un daino travolto sulla tangenziale, vista la vagonata di risvolti “nascosti” che eruttano come popcorn soprattutto nell’ultimo quarto di film, e che rendono la narrazione confusa ed inutilmente torbida.

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Sempre a proposito dei luoghi, come nella miglior tradizione statunitense gli indigeni italiani vengono ovviamente rappresentati come un branco di allegri ingenuotti, oltretutto doppiati da cani (avete presente le scene di Spectre ambientate a Roma? Ecco più o meno la menata è sempre quella).

L’unica eventualità positiva è che il gran numero di menzioni a vie, monumenti ed opere d’arte possano incentivare ancor più il turismo d’oltreoceano verso Firenze e Venezia nello specifico, o sull’Italia in generale.

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Cast buono sulla carta, ma utilizzato male.

Protagonista il doppio Premio Oscar Tom Hanks che si butta letteralmente via e che dopo oltre trent’anni di onorata carriera dubito fortemente abbia dei conti da pagare che possano giustificare questo film.
Il suo Langdon è infatti un personaggio oltre ogni limite di plausibilità. Un patto narrativo con le gambe che si diletta a risolvere misteri con la stessa verve delle signore sotto l’ombrellone al bagno Ornella di Misano Adriatica, attraverso una caccia al virus che pare uscita da un percorso a puntate della Settimana Enigmistica.

Felicity Jones è la solita partner da film a stelle e strisce: bona e stereotipata, mantiene per quasi due ore un’aria da conigliotta imbronciata tipica dell’attrice che ha bisogno di cercarsi un agente migliore.
Comparsate o poco più dell’Omar Sy di Quasi amici e di Ben Foster, che probabilmente sono stati pagati al minuto come i tassisti.

Tirando le somme, Inferno è un Dov’è finita Carmen Sandiego stravisto, noioso ed insipido. Storicamente raffazzonato, narrativamente farraginoso e, in generale, un buco nell’acqua.

Povero Ron Howard.

Povero cast.

E povero Dante…

Pillole di cinema – Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick

heart of the sea locandinaChiamatemi Serenate.

TRAMA:  Adattamento cinematografico del romanzo Nel cuore dell’oceano – La vera storia della baleniera Essex (In the Heart of the Sea: The tragedy of the whaleship Essex), scritto da Nathaniel Philbrick nel 2000 sulla storia della baleniera Essex, evento che ha ispirato Herman Melville per la stesura del suo celebre Moby Dick.

PREGI:

– Senso di avventura: In una storia che vede la presenza di una nave baleniera, comandanti in conflitto e un aggressivo cetaceo, è molto importante tenere un ritmo sostenuto, che anche nelle fasi di stallo narrativo non deteriori nella pesantezza o nella noia.
Heart of the Sea riesce bene nell’intento, grazie ad un plot interessante che permette allo spettatore di appassionarsi alla vicenda e a godere dei suoi successivi sviluppi, catturando la sua attenzione.

Inoltre, cornice marina a parte, si ha comunque davanti una storia di uomini in difficoltà, e ciò aumenta l’immedesimazione e l’empatia provata dal pubblico.

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– “In the Navy / yes, you can sail the seven seas…”: Pregio legato in parte al punto precedente, nella pellicola è stata ben resa anche l’atmosfera prettamente marinaresca, grazie ad una ricostruzione storica e tecnica solida, una buona recitazione da parte degli attori (sì, anche Thor) e un uso della CGI sapiente per quanto concerne il capodoglio e le creature marine presenti.
Ciò contribuisce a diminuire l’effetto “baracconata al computer” e dare una maggiore idea di realismo.

Vero, Jurassic World?

Heart of sea cast

– Fotografia: Curata dal Premio Oscar 2009 Anthony Dod Mantle, tale elemento assume connotazioni quasi pittoriche.
Virando spesso su tinte sature dai toni gialli e blu, il colore e la luce paiono stesi sulla pellicola a vere e proprie pennellate, e questa scelta tecnica risulta particolarmente efficace per un’opera ambientata nella prima metà del 1800.

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– Cast: Il mantra “Facce giuste nei ruoli giusti” sembra banale, ma non lo è.

Vero, Megan Fox/April O’Neil?

Il “Thunder from Down Under” Chris Hemsworth, al secondo film di Ron Howard dopo l’ottimo Rush, è una buona scelta come primo ufficiale coraggioso e fattosi da sé, mentre Benjamin Walker (ex Abraham Lincoln ammazza-mostri) con la sua faccia pulita è spocchioso ed ottuso il giusto.

In ruoli minori Brendan Gleeson, Tom Holland (futuro Spider-Man prepuberale) e Cillian Murphy; Ben Whishaw (recente Q in Spectre) interpreta lo scrittore Herman Melville.

Parti in generale piuttosto classiche ma nel complesso funzionali allo sviluppo narrativo, e tanto basta.

Heart of sea melville

DIFETTI:

– Green screen mon amour: Purtroppo, nonostante la buona qualità complessiva del film, nei piani di camera più ravvicinati si nota una certa artificiosità dello sfondo, dovuta all’uso del chroma key.

Niente di così finto da notarsi ad un chilometro di distanza (vero, La battaglia delle cinque armate?) e alla fine della fiera non un elemento di particolare disturbo, ma essendo una pecca è giusto menzionarla.

Consigliato o no? Se avete apprezzato il romanzo di Melville sicuramente sì. Nel caso non ne abbiate letto neanche una pagina, comunque un’opera complessivamente più che buona e decisamente meritevole.

Jurassic World

Jurassic-World-Poster-MososauroSpirito di Ian Malcolm, salvaci tu.

TRAMA: Ventidue anni dopo gli eventi di Jurassic Park, Isla Nublar dispone di un parco a tema sui dinosauri completamente rifatto.
Per ravvivare maggiormente l’interesse del pubblico, i responsabili decidono di creare un dinosauro usando tecniche di ingegneria genetica; il nuovo rettile viene chiamato Indominus Rex

PREMESSA: Se non avete apprezzato il primo capitolo di questo franchise ed in particolare avete odiato il personaggio interpretato da Jeff Goldblum, probabilmente ciò che state per leggere non vi piacerà. Detto questo, passiamo alla

RECENSIONE: Avete un cane, che per comodità chiameremo Bobby.

Voi passate con Bobby dei momenti molto belli della vostra giovinezza, ma un brutto giorno il cane muore.

Ovviamente ciò vi rende tristi, ma in cuor vostro sapete che dovete superare questa cosa, e mantenere nel vostro animo i ricordi del tempo trascorso insieme.

Dopo anni il vostro vicino di casa pazzo prende una vanga, riesuma la bestia dal punto in cui l’avete seppellita ed inizia a dimenarvi sotto il naso il suo cadavere in putrefazione urlando: “Guarda, Bobby è vivo! Bobby è vivo!”

Jurassic World, signore e signori! Una pellicola che è un insulto alla mia infanzia.

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Ma andiamo con ordine.

Jurassic Park, uscito nel 1993, è stato in assoluto uno dei migliori blockbuster della storia del cinema, sia per la qualità del film in sé (ossia l’aspetto prettamente artistico) sia per gli enormi miglioramenti dati alla CGI attraverso un suo ottimo sfruttamento (cioè l’aspetto puramente tecnico-materiale).

Fu un grande successo di pubblico e critica non solo perché mostrava allo spettatore dei rettili giganti, quindi, ma perché li inseriva in un contesto di sceneggiatura, personaggi e ambientazione molto buono, che lo ha portato perciò ad essere un film molto apprezzato, iconico e arcinoto.

Basta guardare questa celeberrima sequenza per capirlo:

Qui invece cosa abbiamo?

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Un mosasauro che si mangia uno squalo.

Attaccato ad una fune.

Come al Sea World di San Diego.

Non ho parole.

Voi… Voi avete visto quello che altri hanno fatto e di lì siete partiti, non è una pellicola nuova, quindi non vi assumente nessuna responsabilità… per quello. Siete saliti sulle spalle di altri per ottenere un risultato il più rapidamente possibile e una volta ottenuto questo risultato voi… voi lo avete brevettato, impacchettato, ficcato in una scatoletta di plastica e ora lo vendete, volete venderlo.

Questo non è un film, è una macchina per fare soldi. Nel nome del “qui non si bada a spese” avete costruito una brutta copia dell’opera originale sperando che il pubblico non se ne accorga.

Dio ci scampi! Siamo nelle mani del pubblico…

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Jurassic World basa la sua esistenza unicamente su di un disperato ed infantile tentativo di spremere una volta ancora la gallina dalle uova d’oro, nonché ovviamente sull’attirare il pubblico con i dinosauri, esseri ontologicamente di grande attrattiva.

Sì, insomma, non esistono dinosauri sfigati.

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Quello non conta.

Sintetizzando il concetto, Dio crea i dinosauri, Dio distrugge i dinosauri, Dio crea l’uomo, l’uomo distrugge Dio, l’uomo crea il film cult sui dinosauri seguito da tre episodi meno che mediocri.

Questa pellicola è plastica come il parco di divertimenti in cui le sue vicende si svolgono, non avendo la benché minima anima e puntando esclusivamente sull’effetto nostalgia.
Come ho già scritto QUI, a me piace molto quando in un film noto riferimenti ad altre opere. Il problema è che se in una pellicola scadente vengono inserite citazioni ad un film nettamente migliore, io spettatore mi sento preso in giro.

Questa è la teoria del ca…volo metti rimandi a Jurassic Park se ‘sta roba non gli lustra manco le scarpe.

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La sceneggiatura la potete trovare nel vocabolario Treccani alla voce “raffazzonato”, dato che dimostra in più frangenti di essere stata poveramente scritta e costituita quasi esclusivamente sul passare da una scena d’attacco dei dinosauri all’altra.

Per cui vai con gli evergreen: scene senza senso, scene stupide, scene senza fondamento e campate per aria, scene inutili e via così. Sommandole tutte si ha quasi l’impressione che Jurassic World sia un costoso B movie che vuole prendersi troppo sul serio fallendo miseramente.

La mancanza di umiltà di fronte alla cinematografia che si dimostra qui… mi sconvolge. Chi ha realizzato questo film non vede la scarsa qualità che è insita in quello che fa? La potenza narrativa è la forza più dirompente che esista e qui se ne servono come un… un bambino che gioca con la carta di credito del padre.

Chi ha scritto questo film, King Kong? Jurassic Park aveva già un inizio con i controcazzi.

Come protagonista abbiamo Chris Pratt, già leading character di una delle pellicole più stupide dell’anno scorso e che qui veste i panni di un Indiana Jones/Robert Muldoon wannabe.

Personaggio stereotipato in una maniera talmente evidente da risultare ridicola, incarna il classico ragazzone tosto ed eroico (sembra più creato in laboratorio lui dei rettili) che salva la giornata ed è sempre convinto di cosa fare e quando farlo.

Sentite, è previsto che si vedano degli esseri umani credibili in un parco gestito da esseri umani? Pronto? Oh?… eh?

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Se tanto mi dà tanto, solitamente tipi del genere sono al centro di sequenze narrative idiote, che vengono inserite allo scopo di far capire la “badassaggine” del personaggio fregandose di scadere nell’assurdo o nell’involontariamente ridicolo.

Scene presenti sovente e che…

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Quanto mi secca avere sempre ragione…

Accanto a Jurassic Dundee c’è Bryce Dallas Howard, figlia del celebre regista Ron e che ricordiamo essere stata chiamata così perché concepita nella città texana.

Un po’ come se dopo un’intensa notte di passione nel parcheggio di un autogrill chiamaste i vostri gemelli Roncobilaccio e Firenzesigna.

Devo dire che il suo ruolo mi lascia abbastanza perplesso: perché hanno inserito un personaggio inutile interpretato da una giovane donna rossa e molto sexy?

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Ah, già: perché è una giovane donna rossa e molto sexy.

Va beh, su Sansa, qua, poco da dire: character assai poco memorabile e ancor meno credibile, oltre ad essere un esagerato stereotipo (in questo film? Strano!) della donna workaholic non serve a granché.

Ho già utilizzato in questo blog sia la gag delle tette che quella sulla bella donna come unico punto di forza in una pellicola squallida, preferirei non ripetermi.

In generale, non una clever girl.

Cosa c’è di peggio?

No, no, no non ditemel…

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Ah. Già.

ENNESIMA scopiazzatura dal capitolo primigeno, se là i ragazzini erano in fondo pure simpatici e servivano ad accrescere l’istinto protettivo del pubblico ed aumentare la tensione complessiva dell’opera (mi riferisco nello specifico alla scena della jeep e del T-Rex + quella dei Raptor in cucina), qui i due marmocchi sono personaggi inconcludenti e francamente irritanti, che a parte far rimpiangere l’hacker e l’accanito lettore dei libri del dottor Grant servono a poco o nulla.

Chiudo qui perché questa recensione mi ha veramente drenato.

Dottor Malcolm, un giudizio complessivo sul film per riassumere in poche parole quanto detto?

La ringrazio.

Così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se lo dovevano fare.

The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

the butlerAmbrogio, avverto un leggero languorino.

TRAMA: Tratto dalla vera storia di Eugene Allen (il cui nome nel film è stato modificato in Cecil Gaines), maggiordomo afroamericano che ha lavorato alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, sotto otto diversi Presidenti degli Stati Uniti d’America.

RECENSIONE: Per la regia dell’afroamericano Lee Daniels, che nel 2009 aveva diretto l’intenso Precious (no, non quello di Gollum, quello di Gabourey Sidibe), The Butler è una buona (ma non ottima) pellicola, che rappresenta il percorso professionale e personale di un individuo correlandolo ai fatti che hanno segnato la storia della sua nazione, in un continuo ping pong tra la dimensione interiore e quella sociale.

Per spiegare più chiaramente il film penso che prima di farne una recensione vera e propria sia utile paragonarlo ad un’altra pellicola americana a 24 carati, uscita l’anno scorso e che (come probabilmente toccherà a The Butler) ha fatto incetta di nomination agli Oscar, ossia Lincoln.

Il punto in comune è evidente: entrambe sono pellicole storiche. Lo è più marcatamente l’opera di Spielberg, ovviamente, perché la sua dimensione storiografica costituisce il cuore del film stesso, mentre come già detto The Butler ha una grande simmetria con un singolo uomo comune,  a contatto con il nucleo della politica (per via del suo lavoro) e allo stesso tempo estraneo ad esso data la sua funzione di mero servitore la cui opinione non deve mai trasparire.

Ma The Butler è migliore di Lincoln.

Il tallone d’Achille di Lincoln, per quanto sia una buona opera, è la sua imponenza pachidermica dal punto di vista storico-narrativo. Fatti, personaggi ed azioni sono mostrati con un dettaglio tale da essere accessibili solo ad un preparato pubblico americano; gli europei, per una mera questione di ignoranza scolastica e culturale, faticano a digerire un’opera così verbosa e minuziosa. I personaggi, magari anche importanti per il susseguirsi degli eventi, rischiano di diventare quindi un confuso e torbido miscuglio di visi senza una ben chiara connotazione su ognuno rispetto a chi sia e faccia cosa.

Per quanto riguarda The Butler è ovvio che la conoscenza della storia americana della seconda metà del Novecento è importante per la comprensione della pellicola, ma è altrettanto vero che ci si limita (aiutati dall’estensione temporale pluridecennale del film stesso) ai pochi e grandi cardini delle relative vicende storiche.
Per fare un esempio molto banale, quindi, è piuttosto improbabile che un europeo (o peggio, un italiano) conosca la composizione dei partiti repubblicano e democratico nel 1865, è più facile che sappia chi fossero le Pantere Nere.
O almeno spero.

Nonostante l’ennesimo sottotitolo italiano imbecille, che sembra il nome di una sit-com di Disney Channel con le risate registrate in sottofondo, The Butler è un buon film, che pecca sovente di eccessiva retorica (come molte pellicole americane che abbiano la politica come argomento principale) ma che riesce a dare quei due-tre affondi (non troppi, per la verità) alle coscienze che piacciono tanto al grande pubblico e all’Academy.
Sarà interessante vedere se l’onda lunga dell’amore per il Presidente Obama porterà ad un’incetta di Oscar, anche in base ovviamente a quali saranno le altre pellicole pluricandidate.
Non ti preoccupare, Leonardo, la statuetta non la vincerai neanche quest’anno. 

Forest Whitaker torna finalmente ad un’opera degna di lui dopo alcune pellicole mediocri e/o ignoranti e riprende quel fil rouge iniziato con L’ultimo re di Scozia del 2007. Intenso e dignitoso, il suo personaggio è il punto d’incontro tra macro e micro, tra Stato e famiglia (le due principali aggregazioni di persone) e offre una buona prova attoriale, risultando probabilmente la cosa migliore della pellicola.

Molto imponente il resto del cast, con David Oyelowo (già presente in Lincoln), il rocker Lenny Kravitz, l’opinion leader Oprah Winfrey, Cuba Gooding Jr. (recente comparsata in Machete Kills) e Terrence Howard. Personaggi i loro talvolta eccessivamente stereotipati ma che danno una buona visione d’insieme, quindi su alcuni cliché penso si possa soprassedere.

Molto interessante il punto di vista sui vari presidenti americani, i cui ritratti sono talvolta riusciti (il viscido Nixon di John Cusack e il totemico Reagan di Alan Rickman) altre volte meno (lo stucchevole Kennedy di James Marsden, il caricaturale Johnson di Liev Schreiber), ma che rendono complessivamente un buon contributo al film. Attraverso loro lo spettatore può entrare in un mondo ovattato, una torre d’avorio dalla cui sommità si vigila sugli eventi che accadono in un grande Paese.

Non eccelso e probabilmente sarebbe potuto riuscire meglio, ma si è visto di molto peggio.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il lato maggiordomi L’impareggiabile Godfrey (1936) e Quel che resta del giorno (1993). Per la politica americana J. Edgar (2011) e Lincoln (2012)

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