L'amichevole cinefilo di quartiere

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Serenate. Parole e opinioni in libertà – Black Mirror ep. 03×01, Caduta libera

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TRAMA: In un futuro prossimo, le persone ricevono continuamente recensioni: dopo qualsiasi scambio interpersonale si utilizza infatti lo smartphone per lasciare un giudizio da una a cinque stelle sull’interlocutore; l’insieme di questi voti assegna ad ogni individuo un punteggio medio.
Avere una media alta permette di far parte dell’élite, potendo di conseguenza accedere a benefit e luoghi esclusivi.

RECENSIONE: Torna Black Mirror e tornano i suoi arguti spaccati distopici (ma spesso dannatamente simili alla realtà odierna) con protagonista una umanità che lascia la propria vita condizionata da una tecnologia senza freni e con estremi risvolti negativi.

Per la regia dell’inglese Joe Wright il primo episodio della terza stagione, Caduta libera (Nosedive nella versione originale) è in particolare un intelligente affresco sociale che enfatizza a dismisura elementi dall’importanza rilevante nella nostra società: i social network.

In Caduta libera il continuo postare fotografie della propria vita privata sottende infatti una complessa e spietata architettura di classi sociali, basate sulla reputazione del singolo e sulla capacità di piacere esteriormente alle altre persone, in un circolo vizioso di pompaggio dell’ego e causa di discriminazioni basate sul futile.

Il plot dell’episodio è all’apparenza piuttosto semplice e segue Lacie, una donna sulla trentina che deve intraprendere un lungo viaggio per raggiungere il matrimonio di una vecchia conoscente.

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Gli imprevisti che si troverà ad affrontare lungo il percorso fanno emergere in modo lampante la banalità e la superficialità su cui si basa la società rappresentata nell’episodio, e i cui effetti sono purtroppo visibili anche in quella occidentale del cosiddetto “benessere”.
Tale benessere è sicuramente materiale ma probabilmente non così spiccato sul versante umano, data la faciloneria e la vacuità con cui ogni giorno ognuno di noi condivide fotografie che ritraggono il proprio essere animale sociale.

Che sia una pietanza, un tramonto, il proprio animale domestico o una foto in topless di schiena con una citazione dal dubbio nesso di filosofi, poeti o cantanti, viviamo infatti in un’età dove i nostri spazi personali sulla rete internet costituiscono il nostro biglietto da visita al mondo, e ci rendono quindi oggetto di critica, elogi, approcci sessuali o sbeffeggiamento.

Caduta libera porta lo spettatore in un mondo che può sorgere dalle basi del nostro, in cui la fama è tutto e i rapporti personali si riducono a mero scambio di valutazioni, tanto ipocrite quanto esasperate.

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I colori pastello dei quartieri elitari ricordano la critica al sobborgo borghese di Tim Burton in pellicole come Edward mani di forbice, così come la stolida superficialità della gente “bene” è considerata socialmente accettata e quasi scontata, con pochi individui che riescono a coglierne l’errore di fondo.

Le disavventure della protagonista e la sua ferrea determinazione a perseguire un obiettivo futile provocano nel pubblico un riso amaro in stile quasi fantozziano, con l’aggravante però rispetto al personaggio interpretato da Paolo Villaggio della “complicità” di Lacie: un rampantismo estremo che la circonda e a cui disperatamente ella vuole adattarsi.

Ottima la recitazione di Bryce Dallas Howard, che per qualche decimale in più che la possa portare alla tanto agognata media del 4.5 si ritrova smarrita in un road trip dell’assurdo.

Con questo episodio Black Mirror oltre a confermarsi serie tv di acuta e rara intelligenza dimostra ancora una volta di essere uno schiocco di dita dopo alcuni secondi di imbambolamento: necessario per rendersi conto della realtà che ci circonda, e addirittura quasi salvifico.

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Inferno (2016)

inferno-locandina“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore;

dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate”.

Inferno, di Dante Alighieri. Canto III, vv. 1-9.

TRAMA: L’esperto di simbologia religiosa Robert Langdon è alle prese con un pericolo internazionale legato alla Divina Commedia di Dante Alighieri: un folle, infatti, ha intenzione di colpire il mondo intero con una piaga pestifera che trae ispirazione dall’opera del Sommo Poeta.
Tratto dall’omonimo romanzo di Dan Brown (2013).

RECENSIONE: Il Male pone di fronte all’uomo numerosi interrogativi, che dipendono non solo dalla sofferenza e dalla malvagità oggettive, ma dall’animo soggettivo di ognuno di noi.
Oltre ad un generale coacervo di negatività in senso assoluto, si ha quindi un elemento personale, legato alla connotazione più profonda della nostra reale essenza.

La domanda che mi pongo io è… perché?

Dimmi perché, Ron Howard.

Dimmi perché, Tom Hanks.

Ditemi perché vi siete prestati ad un terzo giro sulla giostra da soldi di Dan Brown.

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Ok, capisco Il codice Da Vinci: boom editoriale pop del 2003 con il suo carrozzone di polemiche e le 80 milioni di copie vendute, è naturale conseguenza il tentativo da parte di Hollywood di inseguire danari facili (e quindi nel 2006 relativo film che ha incassato globalmente 758 milioni di dollari).                

Comprendo già meno Angeli e Demoni, che di copie ne ha vedute “solo” 39 milioni (un’enormità, ma comunque un dimezzamento rispetto all’opera precedente) ed il cui adattamento sul grande schermo ha portato in cascina 485 milioni di dollari.

Ma… un terzo film?

Da Inferno, milioni di copie vendute sei?

DAVVERO???

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Confusionaria brodaglia di arte e modernità, testi antichi e minacce attuali, passato e presente, ricchi premi e cotillons, Inferno è la solita danbrownata stantia e ripetitiva, in cui un ingessato Indiana Jones in tweed cerca di salvare il mondo da cattivoni che ce l’hanno un po’ con tutti.

Immagino che le motivazioni del “siamo troppi” e “si mettono al mondo troppi figli” siano ampiamente giustificabili dopo una coda alle Poste o a seguito di un volo transcontinentale passato con alle spalle un pargolo piuttosto… ehm… “vivace”, ma risultano assai sterili e banali all’interno di una pellicola high-budget.

Quest’ultima risulta infatti così intrisa di catastrofismo e prospettive sociali distopiche da scadere quasi nel ridicolo involontario.

Tra indicazioni piuttosto scialbe e tirate per i capelli, anagrammi a caso, una coppia di protagonisti con la stessa chimica di olio e acqua e una classicissima caccia all’uomo in due contro tutti, Inferno procede stancamente alternando location su location come cartoline vuote e senz’anima.

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Ambientazioni sicuramente apprezzabili, che però preferirei vedere valorizzate con una cura di gran lunga migliore in un documentario storico-artistico rispetto a questo utilizzo sommario e a mero pro di una sceneggiatura inutilmente confusa.

Se in un romanzo infatti la ricchezza di personaggi, comprimari e sottotrame può contribuire a conferirgli maggior respiro, essendo il cinema un media visivo sarebbe invece preferibile applicarvi un approccio più snello, per tenere viva l’attenzione del pubblico.

Attenzione qui pimpante circa come un daino travolto sulla tangenziale, vista la vagonata di risvolti “nascosti” che eruttano come popcorn soprattutto nell’ultimo quarto di film, e che rendono la narrazione confusa ed inutilmente torbida.

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Sempre a proposito dei luoghi, come nella miglior tradizione statunitense gli indigeni italiani vengono ovviamente rappresentati come un branco di allegri ingenuotti, oltretutto doppiati da cani (avete presente le scene di Spectre ambientate a Roma? Ecco più o meno la menata è sempre quella).

L’unica eventualità positiva è che il gran numero di menzioni a vie, monumenti ed opere d’arte possano incentivare ancor più il turismo d’oltreoceano verso Firenze e Venezia nello specifico, o sull’Italia in generale.

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Cast buono sulla carta, ma utilizzato male.

Protagonista il doppio Premio Oscar Tom Hanks che si butta letteralmente via e che dopo oltre trent’anni di onorata carriera dubito fortemente abbia dei conti da pagare che possano giustificare questo film.
Il suo Langdon è infatti un personaggio oltre ogni limite di plausibilità. Un patto narrativo con le gambe che si diletta a risolvere misteri con la stessa verve delle signore sotto l’ombrellone al bagno Ornella di Misano Adriatica, attraverso una caccia al virus che pare uscita da un percorso a puntate della Settimana Enigmistica.

Felicity Jones è la solita partner da film a stelle e strisce: bona e stereotipata, mantiene per quasi due ore un’aria da conigliotta imbronciata tipica dell’attrice che ha bisogno di cercarsi un agente migliore.
Comparsate o poco più dell’Omar Sy di Quasi amici e di Ben Foster, che probabilmente sono stati pagati al minuto come i tassisti.

Tirando le somme, Inferno è un Dov’è finita Carmen Sandiego stravisto, noioso ed insipido. Storicamente raffazzonato, narrativamente farraginoso e, in generale, un buco nell’acqua.

Povero Ron Howard.

Povero cast.

E povero Dante…

Pillole di cinema – Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick

heart of the sea locandinaChiamatemi Serenate.

TRAMA:  Adattamento cinematografico del romanzo Nel cuore dell’oceano – La vera storia della baleniera Essex (In the Heart of the Sea: The tragedy of the whaleship Essex), scritto da Nathaniel Philbrick nel 2000 sulla storia della baleniera Essex, evento che ha ispirato Herman Melville per la stesura del suo celebre Moby Dick.

PREGI:

– Senso di avventura: In una storia che vede la presenza di una nave baleniera, comandanti in conflitto e un aggressivo cetaceo, è molto importante tenere un ritmo sostenuto, che anche nelle fasi di stallo narrativo non deteriori nella pesantezza o nella noia.
Heart of the Sea riesce bene nell’intento, grazie ad un plot interessante che permette allo spettatore di appassionarsi alla vicenda e a godere dei suoi successivi sviluppi, catturando la sua attenzione.

Inoltre, cornice marina a parte, si ha comunque davanti una storia di uomini in difficoltà, e ciò aumenta l’immedesimazione e l’empatia provata dal pubblico.

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– “In the Navy / yes, you can sail the seven seas…”: Pregio legato in parte al punto precedente, nella pellicola è stata ben resa anche l’atmosfera prettamente marinaresca, grazie ad una ricostruzione storica e tecnica solida, una buona recitazione da parte degli attori (sì, anche Thor) e un uso della CGI sapiente per quanto concerne il capodoglio e le creature marine presenti.
Ciò contribuisce a diminuire l’effetto “baracconata al computer” e dare una maggiore idea di realismo.

Vero, Jurassic World?

Heart of sea cast

– Fotografia: Curata dal Premio Oscar 2009 Anthony Dod Mantle, tale elemento assume connotazioni quasi pittoriche.
Virando spesso su tinte sature dai toni gialli e blu, il colore e la luce paiono stesi sulla pellicola a vere e proprie pennellate, e questa scelta tecnica risulta particolarmente efficace per un’opera ambientata nella prima metà del 1800.

heart of the sea fotografia

– Cast: Il mantra “Facce giuste nei ruoli giusti” sembra banale, ma non lo è.

Vero, Megan Fox/April O’Neil?

Il “Thunder from Down Under” Chris Hemsworth, al secondo film di Ron Howard dopo l’ottimo Rush, è una buona scelta come primo ufficiale coraggioso e fattosi da sé, mentre Benjamin Walker (ex Abraham Lincoln ammazza-mostri) con la sua faccia pulita è spocchioso ed ottuso il giusto.

In ruoli minori Brendan Gleeson, Tom Holland (futuro Spider-Man prepuberale) e Cillian Murphy; Ben Whishaw (recente Q in Spectre) interpreta lo scrittore Herman Melville.

Parti in generale piuttosto classiche ma nel complesso funzionali allo sviluppo narrativo, e tanto basta.

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DIFETTI:

– Green screen mon amour: Purtroppo, nonostante la buona qualità complessiva del film, nei piani di camera più ravvicinati si nota una certa artificiosità dello sfondo, dovuta all’uso del chroma key.

Niente di così finto da notarsi ad un chilometro di distanza (vero, La battaglia delle cinque armate?) e alla fine della fiera non un elemento di particolare disturbo, ma essendo una pecca è giusto menzionarla.

Consigliato o no? Se avete apprezzato il romanzo di Melville sicuramente sì. Nel caso non ne abbiate letto neanche una pagina, comunque un’opera complessivamente più che buona e decisamente meritevole.

Jurassic World

Jurassic-World-Poster-MososauroSpirito di Ian Malcolm, salvaci tu.

TRAMA: Ventidue anni dopo gli eventi di Jurassic Park, Isla Nublar dispone di un parco a tema sui dinosauri completamente rifatto.
Per ravvivare maggiormente l’interesse del pubblico, i responsabili decidono di creare un dinosauro usando tecniche di ingegneria genetica; il nuovo rettile viene chiamato Indominus Rex

PREMESSA: Se non avete apprezzato il primo capitolo di questo franchise ed in particolare avete odiato il personaggio interpretato da Jeff Goldblum, probabilmente ciò che state per leggere non vi piacerà. Detto questo, passiamo alla

RECENSIONE: Avete un cane, che per comodità chiameremo Bobby.

Voi passate con Bobby dei momenti molto belli della vostra giovinezza, ma un brutto giorno il cane muore.

Ovviamente ciò vi rende tristi, ma in cuor vostro sapete che dovete superare questa cosa, e mantenere nel vostro animo i ricordi del tempo trascorso insieme.

Dopo anni il vostro vicino di casa pazzo prende una vanga, riesuma la bestia dal punto in cui l’avete seppellita ed inizia a dimenarvi sotto il naso il suo cadavere in putrefazione urlando: “Guarda, Bobby è vivo! Bobby è vivo!”

Jurassic World, signore e signori! Una pellicola che è un insulto alla mia infanzia.

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Ma andiamo con ordine.

Jurassic Park, uscito nel 1993, è stato in assoluto uno dei migliori blockbuster della storia del cinema, sia per la qualità del film in sé (ossia l’aspetto prettamente artistico) sia per gli enormi miglioramenti dati alla CGI attraverso un suo ottimo sfruttamento (cioè l’aspetto puramente tecnico-materiale).

Fu un grande successo di pubblico e critica non solo perché mostrava allo spettatore dei rettili giganti, quindi, ma perché li inseriva in un contesto di sceneggiatura, personaggi e ambientazione molto buono, che lo ha portato perciò ad essere un film molto apprezzato, iconico e arcinoto.

Basta guardare questa celeberrima sequenza per capirlo:

Qui invece cosa abbiamo?

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Un mosasauro che si mangia uno squalo.

Attaccato ad una fune.

Come al Sea World di San Diego.

Non ho parole.

Voi… Voi avete visto quello che altri hanno fatto e di lì siete partiti, non è una pellicola nuova, quindi non vi assumente nessuna responsabilità… per quello. Siete saliti sulle spalle di altri per ottenere un risultato il più rapidamente possibile e una volta ottenuto questo risultato voi… voi lo avete brevettato, impacchettato, ficcato in una scatoletta di plastica e ora lo vendete, volete venderlo.

Questo non è un film, è una macchina per fare soldi. Nel nome del “qui non si bada a spese” avete costruito una brutta copia dell’opera originale sperando che il pubblico non se ne accorga.

Dio ci scampi! Siamo nelle mani del pubblico…

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Jurassic World basa la sua esistenza unicamente su di un disperato ed infantile tentativo di spremere una volta ancora la gallina dalle uova d’oro, nonché ovviamente sull’attirare il pubblico con i dinosauri, esseri ontologicamente di grande attrattiva.

Sì, insomma, non esistono dinosauri sfigati.

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Quello non conta.

Sintetizzando il concetto, Dio crea i dinosauri, Dio distrugge i dinosauri, Dio crea l’uomo, l’uomo distrugge Dio, l’uomo crea il film cult sui dinosauri seguito da tre episodi meno che mediocri.

Questa pellicola è plastica come il parco di divertimenti in cui le sue vicende si svolgono, non avendo la benché minima anima e puntando esclusivamente sull’effetto nostalgia.
Come ho già scritto QUI, a me piace molto quando in un film noto riferimenti ad altre opere. Il problema è che se in una pellicola scadente vengono inserite citazioni ad un film nettamente migliore, io spettatore mi sento preso in giro.

Questa è la teoria del ca…volo metti rimandi a Jurassic Park se ‘sta roba non gli lustra manco le scarpe.

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La sceneggiatura la potete trovare nel vocabolario Treccani alla voce “raffazzonato”, dato che dimostra in più frangenti di essere stata poveramente scritta e costituita quasi esclusivamente sul passare da una scena d’attacco dei dinosauri all’altra.

Per cui vai con gli evergreen: scene senza senso, scene stupide, scene senza fondamento e campate per aria, scene inutili e via così. Sommandole tutte si ha quasi l’impressione che Jurassic World sia un costoso B movie che vuole prendersi troppo sul serio fallendo miseramente.

La mancanza di umiltà di fronte alla cinematografia che si dimostra qui… mi sconvolge. Chi ha realizzato questo film non vede la scarsa qualità che è insita in quello che fa? La potenza narrativa è la forza più dirompente che esista e qui se ne servono come un… un bambino che gioca con la carta di credito del padre.

Chi ha scritto questo film, King Kong? Jurassic Park aveva già un inizio con i controcazzi.

Come protagonista abbiamo Chris Pratt, già leading character di una delle pellicole più stupide dell’anno scorso e che qui veste i panni di un Indiana Jones/Robert Muldoon wannabe.

Personaggio stereotipato in una maniera talmente evidente da risultare ridicola, incarna il classico ragazzone tosto ed eroico (sembra più creato in laboratorio lui dei rettili) che salva la giornata ed è sempre convinto di cosa fare e quando farlo.

Sentite, è previsto che si vedano degli esseri umani credibili in un parco gestito da esseri umani? Pronto? Oh?… eh?

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Se tanto mi dà tanto, solitamente tipi del genere sono al centro di sequenze narrative idiote, che vengono inserite allo scopo di far capire la “badassaggine” del personaggio fregandose di scadere nell’assurdo o nell’involontariamente ridicolo.

Scene presenti sovente e che…

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Quanto mi secca avere sempre ragione…

Accanto a Jurassic Dundee c’è Bryce Dallas Howard, figlia del celebre regista Ron e che ricordiamo essere stata chiamata così perché concepita nella città texana.

Un po’ come se dopo un’intensa notte di passione nel parcheggio di un autogrill chiamaste i vostri gemelli Roncobilaccio e Firenzesigna.

Devo dire che il suo ruolo mi lascia abbastanza perplesso: perché hanno inserito un personaggio inutile interpretato da una giovane donna rossa e molto sexy?

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Ah, già: perché è una giovane donna rossa e molto sexy.

Va beh, su Sansa, qua, poco da dire: character assai poco memorabile e ancor meno credibile, oltre ad essere un esagerato stereotipo (in questo film? Strano!) della donna workaholic non serve a granché.

Ho già utilizzato in questo blog sia la gag delle tette che quella sulla bella donna come unico punto di forza in una pellicola squallida, preferirei non ripetermi.

In generale, non una clever girl.

Cosa c’è di peggio?

No, no, no non ditemel…

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Ah. Già.

ENNESIMA scopiazzatura dal capitolo primigeno, se là i ragazzini erano in fondo pure simpatici e servivano ad accrescere l’istinto protettivo del pubblico ed aumentare la tensione complessiva dell’opera (mi riferisco nello specifico alla scena della jeep e del T-Rex + quella dei Raptor in cucina), qui i due marmocchi sono personaggi inconcludenti e francamente irritanti, che a parte far rimpiangere l’hacker e l’accanito lettore dei libri del dottor Grant servono a poco o nulla.

Chiudo qui perché questa recensione mi ha veramente drenato.

Dottor Malcolm, un giudizio complessivo sul film per riassumere in poche parole quanto detto?

La ringrazio.

Così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se lo dovevano fare.

The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

the butlerAmbrogio, avverto un leggero languorino.

TRAMA: Tratto dalla vera storia di Eugene Allen (il cui nome nel film è stato modificato in Cecil Gaines), maggiordomo afroamericano che ha lavorato alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, sotto otto diversi Presidenti degli Stati Uniti d’America.

RECENSIONE: Per la regia dell’afroamericano Lee Daniels, che nel 2009 aveva diretto l’intenso Precious (no, non quello di Gollum, quello di Gabourey Sidibe), The Butler è una buona (ma non ottima) pellicola, che rappresenta il percorso professionale e personale di un individuo correlandolo ai fatti che hanno segnato la storia della sua nazione, in un continuo ping pong tra la dimensione interiore e quella sociale.

Per spiegare più chiaramente il film penso che prima di farne una recensione vera e propria sia utile paragonarlo ad un’altra pellicola americana a 24 carati, uscita l’anno scorso e che (come probabilmente toccherà a The Butler) ha fatto incetta di nomination agli Oscar, ossia Lincoln.

Il punto in comune è evidente: entrambe sono pellicole storiche. Lo è più marcatamente l’opera di Spielberg, ovviamente, perché la sua dimensione storiografica costituisce il cuore del film stesso, mentre come già detto The Butler ha una grande simmetria con un singolo uomo comune,  a contatto con il nucleo della politica (per via del suo lavoro) e allo stesso tempo estraneo ad esso data la sua funzione di mero servitore la cui opinione non deve mai trasparire.

Ma The Butler è migliore di Lincoln.

Il tallone d’Achille di Lincoln, per quanto sia una buona opera, è la sua imponenza pachidermica dal punto di vista storico-narrativo. Fatti, personaggi ed azioni sono mostrati con un dettaglio tale da essere accessibili solo ad un preparato pubblico americano; gli europei, per una mera questione di ignoranza scolastica e culturale, faticano a digerire un’opera così verbosa e minuziosa. I personaggi, magari anche importanti per il susseguirsi degli eventi, rischiano di diventare quindi un confuso e torbido miscuglio di visi senza una ben chiara connotazione su ognuno rispetto a chi sia e faccia cosa.

Per quanto riguarda The Butler è ovvio che la conoscenza della storia americana della seconda metà del Novecento è importante per la comprensione della pellicola, ma è altrettanto vero che ci si limita (aiutati dall’estensione temporale pluridecennale del film stesso) ai pochi e grandi cardini delle relative vicende storiche.
Per fare un esempio molto banale, quindi, è piuttosto improbabile che un europeo (o peggio, un italiano) conosca la composizione dei partiti repubblicano e democratico nel 1865, è più facile che sappia chi fossero le Pantere Nere.
O almeno spero.

Nonostante l’ennesimo sottotitolo italiano imbecille, che sembra il nome di una sit-com di Disney Channel con le risate registrate in sottofondo, The Butler è un buon film, che pecca sovente di eccessiva retorica (come molte pellicole americane che abbiano la politica come argomento principale) ma che riesce a dare quei due-tre affondi (non troppi, per la verità) alle coscienze che piacciono tanto al grande pubblico e all’Academy.
Sarà interessante vedere se l’onda lunga dell’amore per il Presidente Obama porterà ad un’incetta di Oscar, anche in base ovviamente a quali saranno le altre pellicole pluricandidate.
Non ti preoccupare, Leonardo, la statuetta non la vincerai neanche quest’anno. 

Forest Whitaker torna finalmente ad un’opera degna di lui dopo alcune pellicole mediocri e/o ignoranti e riprende quel fil rouge iniziato con L’ultimo re di Scozia del 2007. Intenso e dignitoso, il suo personaggio è il punto d’incontro tra macro e micro, tra Stato e famiglia (le due principali aggregazioni di persone) e offre una buona prova attoriale, risultando probabilmente la cosa migliore della pellicola.

Molto imponente il resto del cast, con David Oyelowo (già presente in Lincoln), il rocker Lenny Kravitz, l’opinion leader Oprah Winfrey, Cuba Gooding Jr. (recente comparsata in Machete Kills) e Terrence Howard. Personaggi i loro talvolta eccessivamente stereotipati ma che danno una buona visione d’insieme, quindi su alcuni cliché penso si possa soprassedere.

Molto interessante il punto di vista sui vari presidenti americani, i cui ritratti sono talvolta riusciti (il viscido Nixon di John Cusack e il totemico Reagan di Alan Rickman) altre volte meno (lo stucchevole Kennedy di James Marsden, il caricaturale Johnson di Liev Schreiber), ma che rendono complessivamente un buon contributo al film. Attraverso loro lo spettatore può entrare in un mondo ovattato, una torre d’avorio dalla cui sommità si vigila sugli eventi che accadono in un grande Paese.

Non eccelso e probabilmente sarebbe potuto riuscire meglio, ma si è visto di molto peggio.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il lato maggiordomi L’impareggiabile Godfrey (1936) e Quel che resta del giorno (1993). Per la politica americana J. Edgar (2011) e Lincoln (2012)

Comic Movie

comic movie“Comic”?

TRAMA: Film a episodi. Un gruppo di famosi attori hollywoodiani si cimenta con un film dalla struttura a incastro il cui tema principale è l’eccesso di comicità e la presenza di situazioni assurde.

RECENSIONE: Quando ho saputo della sua uscita ho pensato: “Perché il titolo originale Movie 43 è stato tradotto in Comic Movie, che richiama le scadenti parodie americane su vari generi della cinematografia? Sicuramente è stata colpa dei soliti distributori italiani idioti che stravolgono i titoli delle opere al solo fine di richiamare il pubblico. Considerato il grande e notissimo cast questo film sarà sicuramente meglio rispetto a quelle pellicole.”

Sono un coglione.

Comic Movie è una delle peggiori porcherie che io abbia mai avuto la sfortuna di vedere. Un concentrato di volgarità, assurdità di dubbio gusto e centinaia di riferimenti a funzioni corporali che costituiscono una struttura a segmenti pieni di gag scatologiche francamente imbarazzanti.

L’intento della pellicola quale sarebbe, di grazia? Mostrare allo spettatore quanto in basso si può spingere l’élite hollywoodiana quando i suoi membri hanno voglia di far prendere una vacanza al cervello?

L’unico episodio che può risultare accettabile (pur con cadute di stile notevoli) è quello che fa da collante al tutto, ossia il disperato Dennis Quaid che cerca di far realizzare il suo demenziale e improponibile film al produttore Greg Kinnear. A intervallare questa cornice si hanno spezzoni orrendi, dove la presunta satira socio-culturale è piegata “more ovis” ad esigenze dettate da una comicità di bassissimo livello, che a lungo andare risulta persino fastidiosa.

Per cui abbiamo la ripetitività degli appuntamenti al buio, che stanno alla base di tre sketch (semplicemente deprimente quello dei supereroi), problemi di coppia farlocchi, episodi sulla tecnologia e sul ruolo che ha sulla vita di tutti i giorni eccetera. Ovviamente tutti virati verso una squallida farsa.

Un peccato, perché realizzare un film con un forte contenuto ironico su questi temi, con a disposizione un cast sulla carta eccezionale, avrebbe potuto essere una bomba. A patto ovviamente che l’ironia fosse sottile.

Sul sito Rotten Tomatoes ha un punteggio del 4% con un voto medio di 2,3 / 10.

Inguardabile.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i film che finiscono per Movie: Scary, Epic, Hot, Disaster e varie parodie per ritardati. Buttatevi sul duo Friedberg-Seltzer, praticamente.

Rush

rushAltro che lattina…

TRAMA: Durante gli anni settanta esplode la grande rivalità sportiva tra i piloti più forti del momento, James Hunt e Niki Lauda. Il primo è un ragazzo estroverso ed affascinante, sempre a caccia di divertimento e belle donne; l’altro è invece introverso e riservato, dedito in maniera scrupolosa alla sua professione. La loro rivalità raggiunge il culmine in Formula 1, nella stagione 1976…

RECENSIONE: Regia di Ron Howard (vincitore dell’Oscar 2002 per A beautiful mind, con Russell Crowe matematico svalvolato), director di ottimi film come Cocoon – L’energia dell’universo, Apollo 13 e Cinderella Man purtroppo incappato recentemente in ben due Dan Brown. Dimenticandoci le improbabili pellicole con Tom Hanks in versione “Indiana Jones sotto formaldeide” qui abbiamo un ottimo film, ben girato e che riesce a far respirare allo spettatore il clima della Formula 1 degli anni ’70.

Ottime in particolare le riprese delle corse, molto ben realizzate e spettacolari; unendo il fattore adrenalinico delle gare all’occhio sui due protagonisti si ha un’opera completa e di notevole impatto emotivo.

La pellicola mostra due piloti estremamente diversi in tutto, persino nel loro approccio alla vita. Hunt è una sorta di Übermensch che si gode tutti gli eccessi che la sua fama può offrirgli; alcol, donne e stravizi sono all’ordine del giorno, e questo fa di lui una candela destinata a bruciare intensamente ma durare poco. Lauda al contrario ha un’abnegazione al lavoro tale da mettere la sua carriera di pilota sopra tutto il resto, facendo di lui un androide in grado di capire e analizzare le auto e le corse senza preoccuparsi del lato umano ed emozionale. Il contrasto tra i due è reso in modo emozionante proprio in quanto persone e piloti agli antipodi, e nonostante questo entrambi bravi nel loro lavoro e ammirati dal pubblico.

Sceneggiatura di Peter Morgan, che ritrova Howard dopo Frost/Nixon – Il duello (2008) e che a parte il deboluccio Hereafter (2010) di Eastwood non ha sbagliato un colpo. Anche qui dosa bene l’elemento personale con quello sportivo, mostrando con sagacia sia le vicende umane dei due protagonisti, senza scadere nel patetismo o nella retorica, sia l’emozionante duello sportivo del 1976, riuscendo a far immedesimare lo spettatore nelle vicende in maniera efficace.

Protagonisti Chris Hemsworth (“Ma quello è Thor!” Sì, e voi siete dei deficienti) che interpreta un Hunt “The Shunt” spaccone all’apparenza ma con una grande passione per il suo sport. Potrebbe essere la pellicola della definitiva maturazione per l’attore australiano, iniziandolo a ruoli più introspettivi di un dio sparafulmini. Il tedesco Daniel Brühl (era il ragazzo protagonista di Good Bye, Lenin! e il giovane soldato nazista eroico, con tanto di film dedicato, in Bastardi senza gloria) dà volto ad un Lauda molto più composto e sotto le righe, mantenendo nascosta la tempra del personaggio dietro sguardi ed espressioni marmoree. Piccola parte per Pierfrancesco Favino nei panni dello svizzero Clay Regazzoni. Ruolo femminile principale per la longilinea gattona Olivia Wilde, femme fatale ma con carattere, il che non guasta.

Fotografia di Anthony Dod Mantle che contribuisce molto a ricreare l’atmosfera degli anni ’70, grazie anche ad una meticolosa ricerca dei costumi e delle auto del tempo. Ottime musiche di Hans Zimmer.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Le 24 ore di Le Mans (1971), Adrenalina blu – La leggenda di Michel Vaillant (2003), Senna (2010). Oppure il documentario Hunt vs Lauda: F1’s Greatest Racing Rivals (2013); qui il link YouTube http://www.youtube.com/watch?v=EDGV7U3vqU4

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