L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘horror’

Malevolent – Le voci del male

Un prodotto originale Netflix.

Paura, eh?

TRAMA: Glasgow, 1986. Angela e Jackson sono due fratelli che si spacciano per cacciatori di fantasmi in grado di parlare con i morti. Dopo aver raggirato diverse persone, la coppia viene chiamata a intervenire all’interno di una grande villa che, quindici anni prima, è stata teatro di un macabro pluriomicidio.

RECENSIONE:

L’orchite (dal greco orcheis (ορχεις), testicolo, con la desinenza -ite, processo infiammatorio) consiste nell’ingrossamento acuto o cronico di uno o di entrambi i testicoli, parte dell’apparato genitale maschile.
Tranne alcuni casi particolari (per lo più orchite secondaria a parotite), il disturbo è quasi sempre associato ad un interessamento infiammatorio dell’epididimo (detto “epididimite”) e pertanto prende, più correttamente, il nome di orchi-epididimite.

Le cause dell’infiammazione possono essere di origine epatica o batterica: nella maggior parte dei casi essa compare a seguito della parotite, più raramente a seguito di sifilide, tubercolosi, gonorrea e prostatite.
Nei casi di pazienti affetti da paraplegia e con una vescica neurologica la causa può essere dovuta ad una cateterizzazione sbagliata.

I sintomi dell’infiammazione sono un forte dolore locale associato in genere all’aumento di volume e di consistenza dello scroto, tumefazione testicolare, edema e arrossamento dello scroto, febbre tra i 37 e 38°.
Talvolta compare un lieve sanguinamento delle urine ed una atrofia testicolare con un calo della produzione degli spermatozoi.

Sollevando lo scroto in corso di orchiepididimite si potrà indurre un alleviamento del dolore (“Segno di Prehn”). Il riflesso cremasterico è conservato.

Le complicazioni più gravi sono l’atrofia testicolare e la conseguente sterilità irreversibile.
Questa però si presenta solo in caso di orchite bilaterale.

Come terapia, è opportuno che tutti i pazienti siano trattati in modo empirico utilizzando antibiotici attivi nei confronti di Chlamidia trachomatis e Neisseria gonorrhoeae.
La terapia di primo livello include ceftriaxone (250 mg per via intramuscolare in una singola dose) associato a doxiciclina (100 mg due volte al giorno per 10 giorni).
I fluorchinoloni (ciprofloxacina, norfloxacina, levofloxacina ed altri) non sono da utilizzarsi se si sospetta un’infezione sostenuta dal gonococco, data l’elevata resistenza dimostrata da N. gonorrhoeae nei confronti di questi agenti.

Per il trattamento del dolore e dell’infiammazione si può ricorrere a farmaci antinfiammatori non steroidei o cortisonici.
Nei casi più gravi questi composti non sono sufficienti per impedire l’instaurarsi dell’atrofia testicolare e quindi della sterilità del testicolo.

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The Nun: La vocazione del male

«Ma scherziamo?! Una recensione, non c’è problema, gliela portiamo domattina. Andiamo, Elwood».
«No! Io non la accetterò mai la vostra sporca recensione negativa!»
«Va bene. E allora sono cavoli tuoi, sorella».

TRAMA: Romania, 1952. Il Monastero di Cârța è stato teatro del suicidio di una suora di clausura. Un prete e una novizia, inviati dal Vaticano, investigano sul caso.

RECENSIONE: Quinto film appartenente al Conjuring Universe (“Conjuverse”?), The Nun è una pellicola horror il cui pomposo sottotitolo italiano rischia di ingannare lo spettatore superficiale e poco accorto.

Questa infatti non è La vocazione del male.

È la vocazione delle cazzate.

Perché questo film ne ha una barca.

«Tu riesci a vedere il jumpscare imminente?»

Partendo con quel famigerato “Tratto da una storia vera” che con il suo giustificazionismo vacuo e spicciolo mi ha ormai causato un’incurabile orchite, The Nun inanella senza soluzione di continuità una serie di stereotipi che farebbero arrossire di vergogna i neri con il ritmo nel sangue, le donne incapaci alla guida e i proprietari di SUV dagli attributi ridotti.

Posso tranquillamente evitare gli spoiler semplicemente sfidandovi a pensare ad ogni cliché possibile ed immaginabile nel genere “horror sovrannaturale con atmosfera religiosa”: ognuno di quelli balzativi alla mente è presente in quest’opera.

Pure quello.

Sì, anche quello.

Eh, volete che non ci sia quello?

Il risultato è una ridicola brodaglia di robacce a caso inframmezzate da jumpscare più ovvi della tabellina dello zero, che faticano terribilmente ad iniettare adrenalina ad una trama nata morta e la cui profondità ha una pochezza francamente sconcertante.

Seriamente, perfino Whoopi Goldberg canterina gospel non sarebbe stata malposta in novantasei minuti di puro delirio, ma per i motivi sbagliati, con eventi senza senso, ma per i motivi sbagliati e con una richiesta al pubblico di abbandono totale ed irreversibile della logica.

Ma per i motivi sbagliati.

Ed è quando rimpiangi la commedia scollacciata italiana anni ’70 che il Settimo Sigillo sta per aprirsi…

Tutto un urlare, tutto un vagare da soli per corridoi infiniti e identici gli uni agli altri, tutto un simbolismo religioso che definire “spicciolo” sarebbe eufemistico, un casino di rituali, demoni, il Bene, il Male, Dio, i sacrifici, le possessioni, i villici ignoranti, le superstizioni sbagliate ma forse giuste… fattori rimestati alla bell’e meglio e vomitati alla Regan McNeil su noi poveri padri Karras e Merrin che assistiamo impotenti a tanto orrore.

PER I MOTIVI SBAGLIATI.

E non hai visto niente, Kurtz…

E poi, per cortesia, basta con questa tonnellata infinita di jumpscare banali, inutili ed iper-telefonati: la paura dovrebbe provenire dall’ambientazione, dall’atmosfera, da una lenta discesa nell’inquietudine dell’animo umano, con lo spettatore che gradualmente si perde nei meandri della propria psie invece col cazzo, qui è tutto un BAAHH e un TUUUM di colonna sonora uno dietro all’altro.

Come se il film ti urlasse contro:

Nel cast, Demián Bichir passa un’ora e mezza con il perenne grugno tipico di colui che sta meditando di licenziare il proprio agente (al suo cinquantesimo “Sorella Airiiiiiinnn…” stavo cadendo preda di raptus omicidi); Taissa Farmiga, sorella minore della Vera già nel Conjuverse (o come caspita lo volete chiamare) nei panni di Lorraine Warren, fa la sua porca figura pur interpretando un character banale e piuttosto fastidioso.

The Nun.

La vocazione all’autolesionismo.

La mia.

Slender Man

Creepypasta: Genere popolare di letteratura su internet; derivante da “copypasta” (abbreviazione di “copy and paste), dato che le storie venivano diffuse in rete tramite i lettori stessi, che appunto copiavano ed incollavano le storie da un sito all’altro.
La parola “copy” venne sostituita con “creepy”, (“inquietante”) per evidenziare la natura delle storie, di solito di genere horror.

TRAMA: Quattro liceali si riuniscono per compiere una specie di rituale e sfatare il mito di Slender Man, il protagonista di alcune storie dell’orrore diffuse su Internet.
Quando scompare una delle ragazze che ha partecipato all’incontro, le altre iniziano a sospettare che il mostro l’abbia portata via.

RECENSIONE:

– Perché se la storia dello Slender Man è stata creata nel 2009 ed è diventata celebre nel 2012, per farci il film hanno aspettato anni?

– Perché il cinema horror è così disperato non solo da raschiare il fondo del barile o il terreno su cui poggia il barile, ma anche qualcosa che nemmeno meriterebbe di essere inserito nella stessa metafora del barile?

– Perché nonostante l’evidente mancanza di idee buone, o di idee e basta, di film de paura ne escono comunque 6,022 x 10 alla ventitré all’anno?

– Perché le protagoniste di questo film sembrano le Spice Girls meno Emma?

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Mel B, Victoria, Geri e Mel C.

– Emma Bunton canta ancora?

– Perché i Take That continuano a perdere pezzi per strada?

– Perché nei teen slashers gli adulti non esistono?

– Con tutto il dovuto rispetto, che cazzo di nome è “Wren”? In America i figli possono essere chiamati “Hawk”, “Kestrel” o “Flamingo”?

– Perché in ‘ste puttanate tutti i genitori single sono alcolizzati?

– Perché se lo Slender Man dovrebbe avere in sé una componente psicologica nel far impazzire le sue vittime, l’approfondimento introspettivo di ‘sti cartonati con il rimmel è inesistente?

– Perché dello stesso genere è il secondo film di fila che mi vedo in cui due pischelli non possono consumare senza che uno dei due abbia le allucinazioni?

– È per caso una subdola pubblicità progresso che avvisa sull’avere rapporti sessuali consapevoli?

– Perché pure la bibliotecaria diventa un jumpscare?

– Perché se queste ameboidi con la vagina sanno cosa sta succedendo non provano nemmeno ad avvisare qualcuno con il più semplice “pensiamo che un tizio voglia rapirci” senza quindi specificare che sia un essere sovrannaturale, in modo da non essere ritenute pazze?

– Perché mi sforzo di applicare la logica quando lo sceneggiatore se l’è scordata in un remoto angolo del suo cervello?

– Perché produrre film sfruttando la fama di videogame di successo continua ad essere considerata un’idea intelligente?

– Perché se la durata di Slender Man è 86 minuti mi sono sembrati il triplo?

– Sarà troppo tardi per abbandonare il cinema e buttarsi sulla coltivazione dei gerani?

Piantatela.

Di mungere.

Le cazzate.

It Follows

Every breath you take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take

TRAMA: Con suo enorme sconcerto, una giovane scopre che il suo ragazzo le ha trasmesso una pericolosa maledizione che si trasmette da un corpo ad un altro attraverso i rapporti sessuali.
Da quel momento, la ragazza inizia ad avere strane visioni…

RECENSIONE: 

Buon horror che riesce a non scadere troppo nei cliché realizzativi del genere (jump scares su tutti, qui centellinati ed inseriti solo in contesti in cui effettivamente funzionano), It Follows è una pellicola horror del 2014 di piacevole intrattenimento e con più di una freccia al proprio arco.

Grazie all’azzeccata regia di David Robert Mitchell, la cui camera abbonda sia di movimenti ampi e lenti che contribuiscono enormemente all’allargamento del campo scenico sia, viceversa, di inquadrature alle spalle dei soggetti in modo da comprimere il nostro occhio ostacolandolo, il film offre uno spettacolo godibile visivamente mettendosi però anche al servizio di una trama piuttosto semplice ma accattivante.

I tempi narrativi, soprattutto nella fase iniziale, sono piuttosto lenti, affrancandosi così da fastidiose facilonerie come il mostrare rapidamente “l’origine del killer”, ma contenendo anche un inizio azzeccato contribuiscono enormemente alla creazione di un’atmosfera narrativa immersiva.
Come un automobilista esperto in una tortuosa strada montana, infatti, il film ingrana e scala marce lungo tutti i suoi centoquaranta minuti di durata, optando di volta in volta per una tipologia di ritmo invece di un’altra con maestria sicura e senza subire patemi di sorta.

Alla lentezza del ritmo si unisce inoltre l’incedere costante e compassato dell’antagonista, altro elemento di enorme spaccatura rispetto agli stilemi tipici del settore cinematografico di riferimento, caratterizzati spesso da assassini rapidi, frenetici e fulminei.

La lentezza, paradossalmente, risulta ancora più inquietante della velocità, perché offre la medesima idea di futura ineluttabilità tipica della morte stessa: mentre i ragazzi protagonisti sono spesso di corsa o in veloci spostamenti mediante l’automobile, il villain si prende con calma i suoi tempi sapendo che prima o poi li raggingerà, con una distinzione manichea narrativamente molto interessante.

Molto stimolante intellettualmente anche il legame tra il mostro ed il sesso, con l’entità paranormale omicida che va a sovrapporsi metaforicamente all’AIDS o alle malattie veneree in genere.

Che una cosa, un essere, un “it”, che ponga un marchio sulla tua persona e possa venire a cercarti indefessamente per eliminarti sia derivante da un rapporto sessuale, ossia qualcosa di intrinsecamente piacevole per la nostra natura biologica, va a toccare il connubio amore-morte conferendo al film elementi di natura psicologica fondamentali per distinguerlo dalla grande massa di opere co-genere troppo spesso adagiate su fattori banali e stravisti.  

Discreto il giovane cast, in particolare una preoccupata Maika Monroe, archetipo fisico dell’adolescente statunitense bionda, molto simile all’Hilary Duff di Lizzie McGuire.  

Buon successo sia di critica che di pubblico: costato due milioni di dollari ne ha incassati globalmente circa ventidue.

 

P.S. Un blog ha calcolato la distanza percorsa dalla “cosa” durante il film.

Autopsy

Autopsia: Indagine sul cadavere eseguita mediante operazioni che consentono l’ispezione dei tessuti e degli organi interni, a scopi scientifici oppure didattici e, in medicina legale, per accertare le cause e il momento della morte.

TRAMA: Padre e figlio anatomopatologi si trovano ad analizzare il corpo di una giovane donna, il cui cadavere è stato trovato parzialmente sepolto nel seminterrato di una casa in cui è stato compiuto un cruento quanto bizzarro omicidio.
Fin dalle prime analisi, il corpo mostra delle inquietanti peculiarità…

RECENSIONE: Uno dei problemi del genere horror è che ormai abbiamo visto tutto in ogni salsa.

Negli anni ’50 per spaventare il pubblico bastavano degli insetti giganti che sfasciavano la città turbando la soporifera quiete della medio borghesia, ma ora c’è bisogno d’altro per instillare il turbamento nelle menti degli spettatori.
Semplicemente è una questione di esperienza: con internet, libri e cinema, il pubblico è più scafato.

Quindi, come fare a spaventare chi ha già sperimentato molto?

Bisogna sfruttare le paure ataviche dell’uomo, ossia quelle che egli possiede indipendentemente dal proprio carattere soggettivo, ma che derivano dalla sua stessa natura biologica.

L’uomo è un essere senziente e diurno, ergo lo si spaventa attraverso cose che egli non possa spiegare razionalmente (demoni, aldilà, mostri…), oppure mettendolo di fronte ad elementi che penalizzino il suo senso principale, ossia la vista (cose che non vede, cose che si mimetizzano, l’oscurità…).

Le prime figure generano paura perché non trovano riscontro nella nostra conoscenza oggettiva e concreta del mondo che ci circonda, le seconde creano un handicap per quanto riguarda il mezzo attraverso cui prevalentemente ci si relaziona con il proprio ambiente.

Film che pecca di un inizio eccessivamente lento e compassato, Autopsy è un’opera piuttosto ordinaria che si inserisce principalmente nel primo dei due filoni sopra menzionati.

Uno strano cadavere sul tavolo autoptico porta ad avvenimenti strani e irrazionali, che metteranno a dura prova i due protagonisti (uomini di scienza, presente quindi anche il tema dello scontro tra immanenza e trascendenza) in una spirale di stranezze e di avvenimenti difficilmente spiegabili.

Purtroppo Autopsy non è un film eccezionale perché, oltre alla menzionata partenza lenta, non riesce VERAMENTE a sorprendere, presentando vari elementi che per quanto si incastrino con relativa semplicità, risultano troppo lineari e schematici, non aggiungendo guizzi di particolare memorabilità alla pellicola.

Un mezzo plot twist abbastanza telefonato e una vicenda che per sua natura presenta ben pochi personaggi non contribuiscono infatti ad aumentare il respiro della pellicola, che pur durando solo un’oretta e mezza (fortunatamente, visti i contenuti), appare fine a se stessa e probabilmente dimenticabile tra breve tempo.

Una colonna sonora buona ed azzeccata, unita a due attori principali bene in parte (pur con diverse caratterizzazioni solo abbozzate e quindi sfruttate non efficacemente) non riescono da soli ad elevare qualitativamente l’opera, che si limita perciò al compitino.
Non un film mal fatto, ma nulla che vada oltre ad una stiracchiata sufficienza.

Una pellicola più da noleggio home video che da cinema.

Babadook

babadook_poster_itaHush little baby, don’t say a word
And never mind that noise you heard
It’s just the beasts under your bed
In your closet, in your head.

TRAMA: Una madre rimane vedova dopo la morte del marito in un incidente stradale. Una sera, la donna trova in casa un libro per bambini che non ricordava di possedere, intitolato Mr. Babadook, e lo legge al proprio figlio. Il bambino si convince che la creatura descritta nella storia sia un mostro che li perseguiti…

RECENSIONE: Era una notte buia e tempestosa…

Veramente è un pomeriggio di luglio e c’è un sole che spacca le pietre, tu la tempesta ce l’hai nel cervello…

Come scriveva Edgar Allan Poe, “Sono un uomo che cammina da solo, e quando sono su una strada buia, di notte o a passeggio nel parco…”

Quelli sono gli Iron Maiden.

Immaginate in sottofondo un suono inquietante. Un’antica villa disabitata e scricchiolante… l’ululato di un lupo in lontananza… il vento che fischia tra gli alberi…

Il vecchio segnale orario della RAI…

Silenzio, idiota! Sto cercando di creare un’atmosfera adatta, e lo sai anche tu che è un fattore importante. Hai presente cosa ho scritto nella recensione di Cinquanta sfumature di grigio, vero?

E tu hai presente che tu sei me, io sono te e condurre questo finto dialogo serve solo a creare delle gag di metanarrazione per recensire meglio il film, vero? 

Shhht! Così rovini la sospensione dell’incredulità!

L’unica cosa di cui sono incredulo è che questo blog duri da quasi due anni e mezzo. Dai, Vincent Price de noantri, andiamo avanti a recensire che è meglio. Questo è un horror, giusto?

Nì.

Come “nì”? E tutto il bailamme pubblicitario che lo ha dipinto come una delle più spaventose creazioni della mente umana per l’intrattenimento dopo Jersey Shore?

Mettile da parte: a conti fatti Babadook potrebbe essere visto come più attinente al thriller psicologico che all’horror crudo e puro; la pellicola è scritta e diretta dall’australiana Jennifer Kent, la quale per realizzarla materialmente ha utilizzato la piattaforma di raccolta fondi Kickstarter.

Quella di Kung Fury?

Bravo, allora vedi che se ti ci applichi ce la fai? Il film ha un budget ridotto, che ammonta circa ad un paio di milioni di dollari, e gli attori sono quasi tutti sconosciuti. Quest’ultimo punto in particolare è molto utile sia per mantenere contenuti i costi realizzativi della pellicola, sia per aumentare l’immedesimazione del pubblico in ciò a cui sta assistendo.

babadook libro

Perché, scusa?

Perché in questo modo lo spettatore medio che va al cinema per la presenza di un/a particolare attore/attrice in un determinato film non ha l’impressione di avere di fronte un volto noto che recita, bensì una persona comune al centro di una vicenda reale; così facendo si cerca di far “dimenticare” al pubblico la finzione insita nello spettacolo cinematografico.

Beh, però dipende: un sacco di film de paura vengono interpretati da giovani attori non celebri, però sono comunque opere pessime: pensa ad esempio a tutti i vari sequel di vecchi cult come Non aprite quella porta o Halloween.

Sì, ma Babadook è un film diverso: non è la classica menata in cui il killer/mostro di turno uccide uno ad uno personaggi stereotipati, bensì un’opera psicologicamente complessa che tocca temi narrativamente interessanti come la maternità, la depressione e l’elaborazione del lutto.

babadook scena

L’elemento introspettivo è di fondamentale importanza in questa pellicola, e da ciò ne giova la profondità narrativa che si arricchisce di un forte carico metaforico.

Seh, seh, ok, basta che non usi più nella stessa frase “elemento introspettivo” e “carico metaforico” che altrimenti mi viene il mal di testa.
Ma dato il genere di appartenenza… la paura?

Anche qui… nì, dato che in Babadook più che terrore vero e proprio si ha una sensazione di inquietudine legata al figlio della protagonista e al rapporto che la madre ha con lui.

Da Il villaggio dei dannati in poi, infatti, l’infanzia è stata virata spesso su temi dark, e ciò ha successo poiché l’essere umano è naturalmente portato alla protezione dei membri più giovani della sua specie.
Il bambino, che sia vittima, carnefice consapevole oppure oggetto di una possessione, suscita quindi sentimenti di forte intensità.

babadook bambino

Pensalo come ad un tòpos, tipo… che so… il clown. Hai presente, no? Il Joker, Pennywise, Kefka…

Ronald McDonald…

Seh, buonanotte… oltre ai temi che ti ho già citato è ovviamente di enorme importanza l’aspetto prettamente visivo, e anche qui Babadook dimostra la sua qualità superiore alla media.

La regia è caratterizzata prevalentemente da inquadrature a camera fissa, che contribuiscono ad immedesimare maggiormente il pubblico donandogli un punto di vista statico; a ciò si unisce l’ambientazione casalinga che sfrutta il tema classico dell’intruso e della “presenza” estranea nella propria dimora per suscitare inquietudine.

Noah Wiseman and Essie Davis in The Babadook

Si possono riscontrare rimandi al cinema horror primigeno degli anni ’20 (espressionismo tedesco) mentre in alcune scene vi sono collegamenti a George Méliès e Kubrick; tali riferimenti sono comunque inseriti in una struttura narrativa fortemente metaforica e psicologica, senza abbandonarsi alla sanguinosità (goriness) trita e ritrita in cui si tenta di provocare il disgusto del pubblico più che il suo spavento.

Perché trattenersi dalla violenza esplicita costituirebbe un pregio? Mostrarla non sarebbe stata la stessa roba?

Nope. Inscenare sbudellamenti e decapitazioni è il percorso più facile e diretto, perché si vanno a toccare le assai sensibili corde del buongusto.
È possibile invece realizzare un ottimo horror anche senza inquadrare nemmeno una goccia di sangue, ma giocandolo tutto sull’atmosfera e sulle tematiche narrative. Babadook si muove in questa direzione, e in tal modo nella sua particolarità (che sfocia talvolta nella “stranezza”) emerge da un panorama cinematografico assai ripetitivo.

babadook attori

Beh, in soldoni, vale i soldi del biglietto o no? A me interessa questo.

Perché tu sei un idiota.
Comunque sì.

Non è il nuovo capolavoro dell’horror come lo hanno dipinto in molti forse a sproposito, ma se si riesce a prestare un minimo di attenzione alla già citata sfera psicologica, Babadook risulta un film originale e che non si abbandona a cliché banalotti e ripetitivi.

babadook libro 2

Oh, che meraviglia. Ora possiamo tornare ad essere uno oppure hai altre scenette d’avanspettacolo da imbastire?

No, la recensione è finita, ora mi ci vuole solo una canzone tanto per chiuderla.

Cos’è che dicevi sugli Iron Maiden?

La cosa

la cosaNo, non mi riferisco al bestione di pietra.

TRAMA: Antartide. Un team di scienziati scopre un blocco di ghiaccio con all’interno una strana creatura. Una volta scongelata, si scoprirà che la “cosa” altro non è che un alieno mutante, che inizierà a spargere morte e terrore nella base.

RECENSIONE: Film del 1982 diretto da John “arrivano i mostri” Carpenter, La cosa è un bel film, un horror movie con elementi fantascientifici e carico di una notevole tensione mantenuta per tutti i suoi 96 minuti.

Prima di girare questa pellicola il buon JC ha dato al cinema horror uno dei suoi personaggi più famosi, quel Michael Myers di Halloween, la notte delle streghe del 1978, e un piccolo grande cult come 1997: fuga da New York del 1981, sempre con Kurt Russell protagonista. Il suo Snake (Jena per la versione italiana, Dio sa perché) Plissken è entrato di diritto nel lungo elenco di antieroi di cui la storia del cinema si può fare vanto, e anche se visto nel 2013 può risultare molto ingenuo rimane comunque un film ben realizzato. Oltre a queste pellicole sono da citare ottime opere di generi diversi, come la fanta-commedia dai toni scanzonati Grosso guaio a Chinatown del 1986 (non indovinerete mai chi è l’attore protagonista), film addirittura profetici e che sembrano scritti oggi come Essi vivono, che festeggia le 25 candeline proprio nell’Anno Domini 2013, oppure pellicole psicologiche come Il seme della follia, con protagonista Sam Neill post-Jurassic Park.

Ne La cosa ci sono tutti gli elementi che in una pellicola di questo genere non dovrebbero mai mancare. Tanto per cominciare un gruppo di personaggi che formano un coro ben assortito, ognuno con le proprie peculiarità caratteriali e psicologiche, senza essere però troppo sviluppati per non togliere spazio al mostro, che risulta quindi il vero protagonista del film. Tra i personaggi oltre al principale Kurt Russell, eroico ma allo stesso tempo abbastanza realistico per non sembrare un Rambo dei poveri, da ricordare un buon Keith David (tra l’altro al suo esordio) comparso nel recente Cloud Atlasmentre gli altri non hanno avuto una carriera molto conosciuta a sud delle Alpi.

La sceneggiatura costituisce il modello da cui hanno copiato e ancora oggi copiano tutti i film dello stesso genere: luogo chiuso e claustrofobico + mostro/serial killer molto forte e resistente + un sacco di gente da uccidere; diciamo che parecchi registi e sceneggiatori sanno a chi dovrebbero offrire una cena. La regia è brava ad indugiare sulle trasformazioni legate ai trucchi (curati da Rob Bottin, un altro grande al suo esordio) e valorizzate dalla buona fotografia di Dean Cundey; tutto ciò contribuisce a provocare la sensazione di tensione ed ansia provocata dal film stesso, aumentando l’immedesimazione da parte del pubblico. Tocco di gran classe le musiche del Maestro Morricone.

La pellicola è liberamente tratta dal racconto horror-fantascientifico La “cosa” da un altro mondo di John W. Campbell, già alla base del film La cosa da un altro mondo (1951). Esiste anche uno scialbo prequel del 2011 (anch’esso chiamato La cosa), ambientato tre giorni prima rispetto alle vicende di questo film.

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