L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘horror’

Silenzio in sala – Racconto horror di Zelcor e audioraccontando

[In questo weekend forzatamente senza cinema, un post diverso dal solito: un racconto de paura a tema Settima Arte pubblicato recentemente su YouTube e che ho trovato estremamente evocativo.
In conclusione al post trovate i link del suddetto video, dell’autore e del narratore, che vi stra-consiglio di visitare entrambi per altri ottimi loro lavori.
Si ringrazia infinitamente il gentilissimo Zelcor per l’autorizzazione alla condivisione del suo racconto].

Il giovane bigliettaio con la costellazione di brufoli scarlatti che spiccava sul viso color formaggio cercò di non fare emergere le proprie emozioni, mentre quello strano individuo si avvicinava lentamente al bancone, la punta metallica del bastone in mogano che colpiva il pavimento ad ogni passo.
Quel rumore trovava eco nell’atrio semivuoto del cinema: il mercoledì era raro che vi fosse la calca, e peraltro la programmazione non offriva nessun titolo particolarmente richiesto.

Quell’uomo col bastone lo raggiunse.

Di tutti i tipi strani che il giovane bigliettaio brufoloso avesse mai visto, quello meritava il nastro azzurro.
Era alto, massiccio, dai tratti virili ma eleganti che ricordavano De Niro in Angel Heart, sottolineati da una barba folta e grigio piombo che in linee precise ricalcava gli angoli della mascella, incorniciando la bocca decisa. Un grosso naso separava due occhi profondi e resi estremamente seri dall’intenso color ardesia delle iridi.
Indossava un tabarro nero di tessuto prezioso, foderato di porpora, dal bavero di pelliccia argentata stretto sotto la gola da alamari metallici e mascheroni. Da sotto le tese del suo cappello, i capelli lunghi e raccolti in una spessa treccia gli scivolavano al lato del collo fino al petto, come un nero serpente finemente sfumato di grigio.

Nel complesso, pareva un nobiluomo d’altri tempi: un duca, o persino un principe, che portava quell’inusuale abbigliamento con una disinvoltura tale da non apparire per nulla ridicolo. Anzi, il giovanotto si sentì subito in soggezione, e riservò all’uomo addirittura un accenno di inchino.

Quando egli chiese un biglietto per il film d’essai Il diavolo triste lo fece con voce baritonale, il tono di qualcuno abituato a dare ordini, con un rigore inguainato dal velluto della cortesia. Le labbra gli si mossero su una dentatura perfetta, bianca come il marmo.

Il giovanotto si affrettò a stampare il biglietto, sentendo su di sé lo sguardo di quell’individuo misterioso e scoprendosi innervosito. Con reverenza gli porse il biglietto, specificando che il film sarebbe stato proiettato nella sala Kubrick al secondo piano.

Il braccio dell’uomo uscì da sotto i lembi del mantello, prendendo il biglietto con dita avvolte dal lucido cuoio nero del guanto. Pagò e ringraziò il bigliettaio, girando quindi su se stesso e facendo ruotare il tabarro, dirigendosi a passo tranquillo verso le scale, l’ombra che scivolava sui poster e sul banco dei popcorn.

Il bigliettaio tiranneggiato dall’acne si scoprì teso e rilassò i muscoli. Attorno a lui aleggiava ancora il profumo di quel tipo bizzarro, un intenso aroma legnoso e muschiato con una vaga punta di erbe officinali.

Oltrepassando gli spessi tendaggi neri che coprivano l’entrata, l’uomo con il tabarro si trovò in una sala piccola di settanta, forse ottanta posti. Le poltroncine disposte in file di fronte allo schermo erano di comodo tessuto verde smeraldo e, proprio come l’uomo desiderava, erano tutte vuote.

Un moto di piacere gli risalì fino alle labbra, che si piegarono in un sorriso appena percettibile.

Si concesse qualche minuto a contemplare l’armonia di tutto quello spazio a sua disposizione: la purezza dello schermo bianco, la luce soffusa delle plafoniere lungo la parete, la temperatura mantenuta a circa ventidue gradi e, soprattutto, quel vellutato silenzio che massaggiava le sue orecchie.

Era così che amava i cinema: vuoti, silenziosi… vibranti delle loro promesse di intrattenimento profondo, distante dalle indecenti pellicole commerciali. Quelle disgustevoli orge di esplosioni, di personaggi stereotipati, di risate volgari e dialoghi lontani da ogni minimo senso del bello.

Per fortuna, seppur decisamente in via di estinzione, esistevano ancora registi come Claude Balkèn, pionieri del cinema esoterico che veicolavano sapientemente temi d’élite ed emozioni adatte solo a un pubblico più recettivo e sensibile.

L’uomo col tabarro amava le pellicole di Balkèn, il loro impatto scenico, la loro matrice occulta e quel sapiente ribaltamento delle parti: colonna portante di questi lungometraggi erano infatti le evocazioni, ma proposte dal punto di vista delle entità evocate, e delle loro sensazioni nell’essere brutalmente strappate al mondo astrale per trovarsi nel limitante piano fisico umano. Obbligate da dei vincoli sacri a soggiacere alle egoistiche, puerili e basse richieste dei loro evocatori, descrivendo le agoniche epopee dell’umanità materialista, che scomodava gli abissi per appagare i più miserabili e insulsi desideri.

Per l’uomo col tabarro era stato motivo di stupore apprendere che un’opera di Balkèn fosse arrivata nelle sale cinematografiche, considerando che usualmente venivano proiettate in cineclub molto esclusivi, persino privati.

Raggiunse la fila centrale, si tolse l’elegante tabarro e dopo averlo accuratamente ripiegato lo poggiò sul sedile accanto a sé. Sfilò i guanti e li pose sul tabarro assieme al cappello; le sue grosse mani eburnee lisciarono il bell’abito color antracite che indossava, sistemandosi l’ascot viola impreziosito da una spilla d’argento a forma di triscele.

Intanto, le luci si erano spente, e lo schermo si era animato delle sue solite pubblicità che anticipavano l’inizio del film. Le tollerò di buon grado, storcendo appena le labbra alla vista di quella carrellata di trailer che proponevano orrori commerciali dei quali la massa andava tanto ghiotta. Il film era sul punto di cominciare, e l’uomo aveva estratto dal taschino un paio di magnifici pince-nez dalle sottili lenti esagonali di smeraldo per goderselo nel totale relax inforcandoseli sulla radice del naso, quando una serie di schiamazzi filtrò attraverso i tendaggi dell’entrata.

Si volse in tempo per vedere le tende scostarsi violentemente al passaggio di un gruppo di rumorosi adolescenti, le cui voci stonate dagli ormoni riecheggiavano fastidiosamente nella piccola sala coprendo i primi minuti del film.

Osservandoli mentre si sedevano tre file di fronte a lui i lineamenti dell’uomo si pietrificarono in un’espressione di stupore e fastidio: non poteva credere che quel manipolo di disgraziati avesse scelto proprio quel film, forse attirati dal fatto che fosse un horror, non immaginando che si trattasse di una pellicola d’autore al di là della portata delle loro menti rachitiche.
Ignari di essere oggetto di queste considerazioni, i quattro amici seguitavano a schiamazzare tra di loro, insultandosi scherzosamente a vicenda, lanciandosi reciprocamente manciate di popcorn e ridendo a voce alta.

Le mani dell’uomo seduto dietro di loro si serrarono in pugni stretti, carichi di irritazione. Non amava le persone come regola generale, ma in particolare odiava gli adolescenti maleducati, quei maiali senza cervello capaci solo di lasciarsi dietro una scia di spazzature.

Intanto, le scene del film si susseguivano sullo schermo, sul quale venivano proiettate di quando in quando le ombre agitate dei ragazzi, che continuavano ad alzarsi in piedi, a scambiarsi di posto, a commentare ogni fotogramma con volgarità pernacchie e insulti.

Non avevano la minima idea del significato di quello che vedevano, e pertanto lo denigravano.
Tipico atteggiamento degli ignoranti.

I minuti passavano, il gruppetto si faceva sempre più scalmanato: erano tutti sui sedici o diciassette anni, ma si comportavano come bambini, scambiandosi ceffoni dietro il collo e correndo tra le poltroncine.
Forse non si erano resi conto della presenza dell’uomo qualche fila più indietro, oppure molto più probabilmente non gliene importava niente.

Un fremito rabbioso vibrò lungo le membra solide dell’uomo, il cui sguardo avrebbe fatto indietreggiare anche un leone. Il cinema era uno di quei pochi piaceri della vita, a patto che il film fosse di prima qualità, e non poteva tollerare che quella delizia gli venisse guastata da un manipolo di imbecilli con più brufoli che neuroni.

Si dette un’occhiata intorno: tutte le file dietro e attorno a lui erano vuote.

Infilò una mano sotto il lembo della giacca, estraendo dalla tasca interna un astuccio di lucido marocchino, simile a un portafoglio, ma quando lo aprì rivelò una serie di lustri, sottili cilindri metallici, più o meno della lunghezza e della dimensione di un sigaro. Sulla superficie recavano in rilievo intarsi e simboli che parevano arabi, egiziani, runici e cinesi.

Valutò con cura, prima di sceglierne uno, sfilandolo dalla fascetta di velluto e svitandone la sommità.
Inclinò il cilindro, facendo uscire un sottile rotolo di papiro che spiegò delicatamente, rivelando una fittissima trama di scrittura ieratica e di simboli circoscritti in cartigli eleganti.

Dietro le lenti, gli occhi grigi dell’uomo si spostarono sui disturbatori e le labbra si incurvarono in un sorriso.
Tornò ad abbassare lo sguardo sul papiro, e iniziò a leggerne le parole: queste gli uscirono dalla bocca come sussurri lievi, sinistramente melodici, che parevano spargersi nell’aria e intrecciassi con gli altri suoni.

Sullo schermo erano in corso drammatiche scene in cui un ambizioso quanto inesperto occultista stava per evocare un’entità dal settimo cerchio del macrocosmo, malgrado gli fosse stato sconsigliato.

I ragazzi, ormai del tutto disinteressati al film, erano tutti concentrati sullo schermo di un iPhone, intenti a ridere per qualche video idiota, pertanto nessuno si accorse del lungo tentacolo traslucido e gocciolante bava schiumosa che sbucò dal telo.

La sinuosa grinfia si contorse e scese verso il basso lacerando l’aria con un sibilo, spargendo dense gocce di materie gelatinose. L’aculeo corneo che aveva in sommità perforò il ventre di uno dei ragazzi, incuneandosi sotto la cassa toracica e riemergendo all’altezza della clavicola, sollevando quel corpo come un pesce attaccato all’amo.

La pioggia scarlatta irrorò i suoi amici due o tre metri più in basso, i quali furono a tal punti sopraffatti dallo stupore, dall’orrore, da non riuscire a muoversi, restando lì col naso per aria e gli occhi dilatati. Sopra di loro il tentacolo ebbe una contrazione violenta, scagliando il corpo qualche fila più in là.

L’immobilità dei ragazzi si spezzò: come uccelli spaventati schizzarono ovunque, belando di terrore mentre altri tentacoli costellati di grappoli di occhi pulsanti simili a perle nere germogliavano dallo schermo colpendo con letale sicurezza.
Uno impalò la schiena di un tipo che scavalcava le file sbucandogli dal petto, un secondo si avvolse al volto di un altro ragazzo stritolandogli il cranio con un orrido suono di zucca marcia che si sfracella. La pressione fece schizzare i bulbi oculari, che compirono una parabola sorvolando l’uomo con il tabarro, il quale osservava la scena con serafico divertimento.

L’ultimo, salvatosi miracolosamente, stava caracollando sopra la scalinata che portava all’uscita. Aveva quasi raggiunto le tende, quando due lunghi tentacoli attraversarono la sala avvinghiandosi attorno alle sue caviglie e trascinandolo indietro; in un disperato di sottrarsi si aggrappò ai tendaggi, ma questi si strapparono con un forte schiocco.
Urlando, il giovane fu sollevato per aria a testa in giù, la sua ombra frenetica proiettata sullo schermo che si mescolava alle immagini del film. Le grinfie lo trasportarono fino all’ampio telone, ritraendosi nella propria realtà bidimensionale.

Il corpo della preda sulle prime aderì allo schermo, ma anziché squarciarlo, vi finì dentro come attraversando la superficie di uno stagno. Un attimo dopo comparve nel film stesso, nel bel mezzo della scena madre dove un orrore abissale si innalzava in tutta la sua immonda gloria dal pentacolo, le centinaia di bocche che balenavano zanne smaniose e le membrane irte di spine gocciolanti veleno acido.

Rilassandosi sulla poltrona, l’uomo col tabarro si godette la scena, beandosi delle grida folli del giovane che, insieme alla magnifica colonna sonora, dirompevano dagli altoparlanti.

Amava i film che sapevano infrangere la quarta parete.



Non fece caso alle occhiate perplesse, o ai bisbigli ironici che la gente gli rivolse mentre scendeva le scale, il lungo mantello che si apriva a ruota dietro di lui. Accompagnato dal ticchettio del bastone, l’uomo col tabarro attraversò l’atrio del cinema, respirando l’odore caldo e piacevole dei popcorn.
Prima di attraversare la porta, indirizzò al bigliettaio dal viso butterato un cenno di saluto, al quale il ragazzo rispose con uno scatto nervoso del capo.

Uscì nella notte intessuta di stelle, raggiungendo una Tucker Torpedo la cui carrozzeria pareva intagliata in un unico blocco di vetro vulcanico. Si accomodò sul confortevole sedile di pelle, il motore nell’accendersi emise le fusa di una tigre.

L’auto scivolò nel parcheggio e si inserì nella strada.

Quando un addetto delle pulizie entrò nella sala Kubrick e si accorse dei quattro cadaveri e del sangue che si andava raggrumando sopra sedili e pareti, la Tucker era ormai molto, molto lontana…

 

LINK AGLI AUTORI:

Zelcor – Storie Horror e del Mistero: https://www.youtube.com/channel/UCY677uwhvbuakd32OeW0MHw

audioraccontando: https://www.youtube.com/channel/UCs2YIyeoUnVpCImDMEd7u2g 

La bambola assassina (2019)


Hai un amico in me,
Un grande amico in me!
Se la strada non è dritta e ci sono duemila pericoli
Ti basta solo ricordare che,
Che c’è un grande amico in me!

TRAMA: Per il compleanno del figlio, una giovane madre regala al ragazzino una bambola, ignorando la natura malefica e pericolosa del giocattolo.

RECENSIONE:

Reboot di una celebre saga horror.

Paura, eh?

Basterebbe questa prima riga per genuflettere le nostre menti al terrore, visti i precedenti “ritorni sulle scene” di mostri o killer vari, scongelati sovente per delle imperdonabili cazzatone che pencolano tra l’orrendo e l’imbarazzante.

Invece questo La bambola assassina si dimostra un tentativo di ripartenza decente, che pur non raggiungendo (per ovvi motivi storici e pop) i fasti dell’originale, riesce almeno ad erigersi qualitativamente rispetto ai precedenti sette (!) seguiti.

Magari non che ci volesse molto, però intanto è un risultato che viene portato a casa.

Si tenta giustamente non una ripresa pedissequa di quanto già narrato in precedenza, che avrebbe poco senso vista l’enorme offerta di genere, ma optando invece per una rivisitazione che tenga conto dei tre decenni trascorsi dal primo film, aggiungendo quindi derivazioni tecnologiche al classico schema horrorifico, un quid necessario alla sua ribalta e rinascita.

Il terribile Chucky viene infatti fornito della possibilità di un controllo delle apparecchiature elettroniche casalinghe e non (alla Alexa, per intenderci, anche se con una domotica ancora maggiore), che lo rendono esponenzialmente molto più pericoloso rispetto ad un pur inquietante bambolotto rubizzo armato di coltello.

Viene mantenuto ovviamente l’elemento spaventoso del personaggio, derivante da un principio tanto semplice quanto efficace: infondere di malignità ciò che noi consideriamo genericamente innocuo.
Il terrore scaturisce perciò non dall’esagerazione di un elemento già presente (es. il mostro o il killer armato), ma dal contrasto tra apparenza e comportamento: la bambola è infatti ciò a cui affidiamo la compagnia e i sogni dei nostri bambini, memori di quando a nostra volta avevamo nel pupazzo un compagno di giochi.

Caricata di un fattore omicida, si ottiene appunto un ribaltamento manicheo, al pari di altre figure innocue e pacifiche che la letteratura o l’arte hanno talvolta votato al male, quali il clown (Pennywise, il Joker), il bambino (Omen, Il villaggio dei dannati) o la donna (strega, sirena, gorgone).

La bambola ci intimorisce proprio perché non dovremmo averne paura: la sua ostilità violenta è vissuta dalla parte irrazionale della nostra mente come un tradimento di un rapporto di fiducia implicito, la violazione di un patto di non belligeranza (unilaterale, ça va sans dire) in cui siamo la parte ingannata.

Nonostante la scelta di inserire una giovane madre single serva a livello di trama fino a mezzogiorno.
Per quanto la relativamente piccola differenza di età tra genitore e figlio potrebbe essere usata al massimo per indicare l’assenza di potere/protezione genitoriale, ombrello metaforico per i piccini, Aubrey Plaza ci si cala comunque decentemente, se non altro senza dare l’idea allo spettatore di attendere passivamente l’arrivo del bonifico sul conto corrente.

Molto bravi invece i ragazzini guidati dal classe 2004 Gabriel Bateman, aficionado dell’horror dopo Annabelle e Lights Out; solitamente punto debole del genere, nel caso in cui gli attori siano troppo piccoli per aver già sviluppato una tecnica recitativa passabile, qui invece si difendono egregiamente.

Menzione d’onore per il diabolico Chucky, doppiato in lingua originale da Mark Hamill e sostituito in italiano dall’ottimo Loris Loddi.

Si riscatta pure Lars Klevberg dopo il pessimo Polaroid.

Meritevole di una possibilità.

Malevolent – Le voci del male

Un prodotto originale Netflix.

Paura, eh?

TRAMA: Glasgow, 1986. Angela e Jackson sono due fratelli che si spacciano per cacciatori di fantasmi in grado di parlare con i morti. Dopo aver raggirato diverse persone, la coppia viene chiamata a intervenire all’interno di una grande villa che, quindici anni prima, è stata teatro di un macabro pluriomicidio.

RECENSIONE:

L’orchite (dal greco orcheis (ορχεις), testicolo, con la desinenza -ite, processo infiammatorio) consiste nell’ingrossamento acuto o cronico di uno o di entrambi i testicoli, parte dell’apparato genitale maschile.
Tranne alcuni casi particolari (per lo più orchite secondaria a parotite), il disturbo è quasi sempre associato ad un interessamento infiammatorio dell’epididimo (detto “epididimite”) e pertanto prende, più correttamente, il nome di orchi-epididimite.

Le cause dell’infiammazione possono essere di origine epatica o batterica: nella maggior parte dei casi essa compare a seguito della parotite, più raramente a seguito di sifilide, tubercolosi, gonorrea e prostatite.
Nei casi di pazienti affetti da paraplegia e con una vescica neurologica la causa può essere dovuta ad una cateterizzazione sbagliata.

I sintomi dell’infiammazione sono un forte dolore locale associato in genere all’aumento di volume e di consistenza dello scroto, tumefazione testicolare, edema e arrossamento dello scroto, febbre tra i 37 e 38°.
Talvolta compare un lieve sanguinamento delle urine ed una atrofia testicolare con un calo della produzione degli spermatozoi.

Sollevando lo scroto in corso di orchiepididimite si potrà indurre un alleviamento del dolore (“Segno di Prehn”). Il riflesso cremasterico è conservato.

Le complicazioni più gravi sono l’atrofia testicolare e la conseguente sterilità irreversibile.
Questa però si presenta solo in caso di orchite bilaterale.

Come terapia, è opportuno che tutti i pazienti siano trattati in modo empirico utilizzando antibiotici attivi nei confronti di Chlamidia trachomatis e Neisseria gonorrhoeae.
La terapia di primo livello include ceftriaxone (250 mg per via intramuscolare in una singola dose) associato a doxiciclina (100 mg due volte al giorno per 10 giorni).
I fluorchinoloni (ciprofloxacina, norfloxacina, levofloxacina ed altri) non sono da utilizzarsi se si sospetta un’infezione sostenuta dal gonococco, data l’elevata resistenza dimostrata da N. gonorrhoeae nei confronti di questi agenti.

Per il trattamento del dolore e dell’infiammazione si può ricorrere a farmaci antinfiammatori non steroidei o cortisonici.
Nei casi più gravi questi composti non sono sufficienti per impedire l’instaurarsi dell’atrofia testicolare e quindi della sterilità del testicolo.

The Nun: La vocazione del male

«Ma scherziamo?! Una recensione, non c’è problema, gliela portiamo domattina. Andiamo, Elwood».
«No! Io non la accetterò mai la vostra sporca recensione negativa!»
«Va bene. E allora sono cavoli tuoi, sorella».

TRAMA: Romania, 1952. Il Monastero di Cârța è stato teatro del suicidio di una suora di clausura. Un prete e una novizia, inviati dal Vaticano, investigano sul caso.

RECENSIONE: Quinto film appartenente al Conjuring Universe (“Conjuverse”?), The Nun è una pellicola horror il cui pomposo sottotitolo italiano rischia di ingannare lo spettatore superficiale e poco accorto.

Questa infatti non è La vocazione del male.

È la vocazione delle cazzate.

Perché questo film ne ha una barca.

«Tu riesci a vedere il jumpscare imminente?»

Partendo con quel famigerato “Tratto da una storia vera” che con il suo giustificazionismo vacuo e spicciolo mi ha ormai causato un’incurabile orchite, The Nun inanella senza soluzione di continuità una serie di stereotipi che farebbero arrossire di vergogna i neri con il ritmo nel sangue, le donne incapaci alla guida e i proprietari di SUV dagli attributi ridotti.

Posso tranquillamente evitare gli spoiler semplicemente sfidandovi a pensare ad ogni cliché possibile ed immaginabile nel genere “horror sovrannaturale con atmosfera religiosa”: ognuno di quelli balzativi alla mente è presente in quest’opera.

Pure quello.

Sì, anche quello.

Eh, volete che non ci sia quello?

Il risultato è una ridicola brodaglia di robacce a caso inframmezzate da jumpscare più ovvi della tabellina dello zero, che faticano terribilmente ad iniettare adrenalina ad una trama nata morta e la cui profondità ha una pochezza francamente sconcertante.

Seriamente, perfino Whoopi Goldberg canterina gospel non sarebbe stata malposta in novantasei minuti di puro delirio, ma per i motivi sbagliati, con eventi senza senso, ma per i motivi sbagliati e con una richiesta al pubblico di abbandono totale ed irreversibile della logica.

Ma per i motivi sbagliati.

Ed è quando rimpiangi la commedia scollacciata italiana anni ’70 che il Settimo Sigillo sta per aprirsi…

Tutto un urlare, tutto un vagare da soli per corridoi infiniti e identici gli uni agli altri, tutto un simbolismo religioso che definire “spicciolo” sarebbe eufemistico, un casino di rituali, demoni, il Bene, il Male, Dio, i sacrifici, le possessioni, i villici ignoranti, le superstizioni sbagliate ma forse giuste… fattori rimestati alla bell’e meglio e vomitati alla Regan McNeil su noi poveri padri Karras e Merrin che assistiamo impotenti a tanto orrore.

PER I MOTIVI SBAGLIATI.

E non hai visto niente, Kurtz…

E poi, per cortesia, basta con questa tonnellata infinita di jumpscare banali, inutili ed iper-telefonati: la paura dovrebbe provenire dall’ambientazione, dall’atmosfera, da una lenta discesa nell’inquietudine dell’animo umano, con lo spettatore che gradualmente si perde nei meandri della propria psie invece col cazzo, qui è tutto un BAAHH e un TUUUM di colonna sonora uno dietro all’altro.

Come se il film ti urlasse contro:

Nel cast, Demián Bichir passa un’ora e mezza con il perenne grugno tipico di colui che sta meditando di licenziare il proprio agente (al suo cinquantesimo “Sorella Airiiiiiinnn…” stavo cadendo preda di raptus omicidi); Taissa Farmiga, sorella minore della Vera già nel Conjuverse (o come caspita lo volete chiamare) nei panni di Lorraine Warren, fa la sua porca figura pur interpretando un character banale e piuttosto fastidioso.

The Nun.

La vocazione all’autolesionismo.

La mia.

Slender Man

Creepypasta: Genere popolare di letteratura su internet; derivante da “copypasta” (abbreviazione di “copy and paste), dato che le storie venivano diffuse in rete tramite i lettori stessi, che appunto copiavano ed incollavano le storie da un sito all’altro.
La parola “copy” venne sostituita con “creepy”, (“inquietante”) per evidenziare la natura delle storie, di solito di genere horror.

TRAMA: Quattro liceali si riuniscono per compiere una specie di rituale e sfatare il mito di Slender Man, il protagonista di alcune storie dell’orrore diffuse su Internet.
Quando scompare una delle ragazze che ha partecipato all’incontro, le altre iniziano a sospettare che il mostro l’abbia portata via.

RECENSIONE:

– Perché se la storia dello Slender Man è stata creata nel 2009 ed è diventata celebre nel 2012, per farci il film hanno aspettato anni?

– Perché il cinema horror è così disperato non solo da raschiare il fondo del barile o il terreno su cui poggia il barile, ma anche qualcosa che nemmeno meriterebbe di essere inserito nella stessa metafora del barile?

– Perché nonostante l’evidente mancanza di idee buone, o di idee e basta, di film de paura ne escono comunque 6,022 x 10 alla ventitré all’anno?

– Perché le protagoniste di questo film sembrano le Spice Girls meno Emma?

Risultati immagini per slender man movie photo girls

Mel B, Victoria, Geri e Mel C.

– Emma Bunton canta ancora?

– Perché i Take That continuano a perdere pezzi per strada?

– Perché nei teen slashers gli adulti non esistono?

– Con tutto il dovuto rispetto, che cazzo di nome è “Wren”? In America i figli possono essere chiamati “Hawk”, “Kestrel” o “Flamingo”?

– Perché in ‘ste puttanate tutti i genitori single sono alcolizzati?

– Perché se lo Slender Man dovrebbe avere in sé una componente psicologica nel far impazzire le sue vittime, l’approfondimento introspettivo di ‘sti cartonati con il rimmel è inesistente?

– Perché dello stesso genere è il secondo film di fila che mi vedo in cui due pischelli non possono consumare senza che uno dei due abbia le allucinazioni?

– È per caso una subdola pubblicità progresso che avvisa sull’avere rapporti sessuali consapevoli?

– Perché pure la bibliotecaria diventa un jumpscare?

– Perché se queste ameboidi con la vagina sanno cosa sta succedendo non provano nemmeno ad avvisare qualcuno con il più semplice “pensiamo che un tizio voglia rapirci” senza quindi specificare che sia un essere sovrannaturale, in modo da non essere ritenute pazze?

– Perché mi sforzo di applicare la logica quando lo sceneggiatore se l’è scordata in un remoto angolo del suo cervello?

– Perché produrre film sfruttando la fama di videogame di successo continua ad essere considerata un’idea intelligente?

– Perché se la durata di Slender Man è 86 minuti mi sono sembrati il triplo?

– Sarà troppo tardi per abbandonare il cinema e buttarsi sulla coltivazione dei gerani?

Piantatela.

Di mungere.

Le cazzate.

It Follows

Every breath you take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take

TRAMA: Con suo enorme sconcerto, una giovane scopre che il suo ragazzo le ha trasmesso una pericolosa maledizione che si trasmette da un corpo ad un altro attraverso i rapporti sessuali.
Da quel momento, la ragazza inizia ad avere strane visioni…

RECENSIONE: 

Buon horror che riesce a non scadere troppo nei cliché realizzativi del genere (jump scares su tutti, qui centellinati ed inseriti solo in contesti in cui effettivamente funzionano), It Follows è una pellicola horror del 2014 di piacevole intrattenimento e con più di una freccia al proprio arco.

Grazie all’azzeccata regia di David Robert Mitchell, la cui camera abbonda sia di movimenti ampi e lenti che contribuiscono enormemente all’allargamento del campo scenico sia, viceversa, di inquadrature alle spalle dei soggetti in modo da comprimere il nostro occhio ostacolandolo, il film offre uno spettacolo godibile visivamente mettendosi però anche al servizio di una trama piuttosto semplice ma accattivante.

I tempi narrativi, soprattutto nella fase iniziale, sono piuttosto lenti, affrancandosi così da fastidiose facilonerie come il mostrare rapidamente “l’origine del killer”, ma contenendo anche un inizio azzeccato contribuiscono enormemente alla creazione di un’atmosfera narrativa immersiva.
Come un automobilista esperto in una tortuosa strada montana, infatti, il film ingrana e scala marce lungo tutti i suoi centoquaranta minuti di durata, optando di volta in volta per una tipologia di ritmo invece di un’altra con maestria sicura e senza subire patemi di sorta.

Alla lentezza del ritmo si unisce inoltre l’incedere costante e compassato dell’antagonista, altro elemento di enorme spaccatura rispetto agli stilemi tipici del settore cinematografico di riferimento, caratterizzati spesso da assassini rapidi, frenetici e fulminei.

La lentezza, paradossalmente, risulta ancora più inquietante della velocità, perché offre la medesima idea di futura ineluttabilità tipica della morte stessa: mentre i ragazzi protagonisti sono spesso di corsa o in veloci spostamenti mediante l’automobile, il villain si prende con calma i suoi tempi sapendo che prima o poi li raggingerà, con una distinzione manichea narrativamente molto interessante.

Molto stimolante intellettualmente anche il legame tra il mostro ed il sesso, con l’entità paranormale omicida che va a sovrapporsi metaforicamente all’AIDS o alle malattie veneree in genere.

Che una cosa, un essere, un “it”, che ponga un marchio sulla tua persona e possa venire a cercarti indefessamente per eliminarti sia derivante da un rapporto sessuale, ossia qualcosa di intrinsecamente piacevole per la nostra natura biologica, va a toccare il connubio amore-morte conferendo al film elementi di natura psicologica fondamentali per distinguerlo dalla grande massa di opere co-genere troppo spesso adagiate su fattori banali e stravisti.  

Discreto il giovane cast, in particolare una preoccupata Maika Monroe, archetipo fisico dell’adolescente statunitense bionda, molto simile all’Hilary Duff di Lizzie McGuire.  

Buon successo sia di critica che di pubblico: costato due milioni di dollari ne ha incassati globalmente circa ventidue.

 

P.S. Un blog ha calcolato la distanza percorsa dalla “cosa” durante il film.

Autopsy

Autopsia: Indagine sul cadavere eseguita mediante operazioni che consentono l’ispezione dei tessuti e degli organi interni, a scopi scientifici oppure didattici e, in medicina legale, per accertare le cause e il momento della morte.

TRAMA: Padre e figlio anatomopatologi si trovano ad analizzare il corpo di una giovane donna, il cui cadavere è stato trovato parzialmente sepolto nel seminterrato di una casa in cui è stato compiuto un cruento quanto bizzarro omicidio.
Fin dalle prime analisi, il corpo mostra delle inquietanti peculiarità…

RECENSIONE: Uno dei problemi del genere horror è che ormai abbiamo visto tutto in ogni salsa.

Negli anni ’50 per spaventare il pubblico bastavano degli insetti giganti che sfasciavano la città turbando la soporifera quiete della medio borghesia, ma ora c’è bisogno d’altro per instillare il turbamento nelle menti degli spettatori.
Semplicemente è una questione di esperienza: con internet, libri e cinema, il pubblico è più scafato.

Quindi, come fare a spaventare chi ha già sperimentato molto?

Bisogna sfruttare le paure ataviche dell’uomo, ossia quelle che egli possiede indipendentemente dal proprio carattere soggettivo, ma che derivano dalla sua stessa natura biologica.

L’uomo è un essere senziente e diurno, ergo lo si spaventa attraverso cose che egli non possa spiegare razionalmente (demoni, aldilà, mostri…), oppure mettendolo di fronte ad elementi che penalizzino il suo senso principale, ossia la vista (cose che non vede, cose che si mimetizzano, l’oscurità…).

Le prime figure generano paura perché non trovano riscontro nella nostra conoscenza oggettiva e concreta del mondo che ci circonda, le seconde creano un handicap per quanto riguarda il mezzo attraverso cui prevalentemente ci si relaziona con il proprio ambiente.

Film che pecca di un inizio eccessivamente lento e compassato, Autopsy è un’opera piuttosto ordinaria che si inserisce principalmente nel primo dei due filoni sopra menzionati.

Uno strano cadavere sul tavolo autoptico porta ad avvenimenti strani e irrazionali, che metteranno a dura prova i due protagonisti (uomini di scienza, presente quindi anche il tema dello scontro tra immanenza e trascendenza) in una spirale di stranezze e di avvenimenti difficilmente spiegabili.

Purtroppo Autopsy non è un film eccezionale perché, oltre alla menzionata partenza lenta, non riesce VERAMENTE a sorprendere, presentando vari elementi che per quanto si incastrino con relativa semplicità, risultano troppo lineari e schematici, non aggiungendo guizzi di particolare memorabilità alla pellicola.

Un mezzo plot twist abbastanza telefonato e una vicenda che per sua natura presenta ben pochi personaggi non contribuiscono infatti ad aumentare il respiro della pellicola, che pur durando solo un’oretta e mezza (fortunatamente, visti i contenuti), appare fine a se stessa e probabilmente dimenticabile tra breve tempo.

Una colonna sonora buona ed azzeccata, unita a due attori principali bene in parte (pur con diverse caratterizzazioni solo abbozzate e quindi sfruttate non efficacemente) non riescono da soli ad elevare qualitativamente l’opera, che si limita perciò al compitino.
Non un film mal fatto, ma nulla che vada oltre ad una stiracchiata sufficienza.

Una pellicola più da noleggio home video che da cinema.

Cloud dei tag