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Pillole di cinema – Il racconto dei racconti – Tale of Tales

il racconto dei racconti locandina itaPeter Pan non lotta più, ha venduto il suo pugnale
Capitan Uncino manda Wendy a battere sul viale
L’Isola incantata è già stata lottizzata
E Alice nelle bottiglie cerca le sue Meraviglie.

TRAMA: Tre diversi episodi liberamente tratti dalla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636), e narrati intrecciati fra loro: La regina, La pulce e Le due vecchie.

Pregi:

– Appartiene ad un genere poco esplorato in Italia: Così come Il ragazzo invisibile di Salvatores, a tema supereroistico, anche Il racconto dei racconti fa parte di una tipologia narrativa, in questo caso il fantasy, poco frequente nel cinema tricolore.

Se si escludono infatti alcune pellicole, che sono comunque più attinenti al genere mitologico o facenti parte del cosiddetto peplum (a.k.a. “sandaloni”, ne ho accennato anche QUI), per evidenti motivazioni legate ai costi di realizzazione, oltre che ovviamente per la poca propensione culturale a tale genere, si contano poche opere italiane di fantasy puro, e l’originalità de Il racconto dei racconti costituisce quindi già di per sé un punto a favore.

Comparto visivo: Il racconto dei racconti è un film veramente ben realizzato, e che sfrutta in particolar modo la bellezza dei costumi, delle scenografie e degli ambienti naturali esterni, oltre che la maestosità delle costruzioni medievali come rocche e palazzi.

Sì, in Italia non c’è solo la roba da mangiare, se qualcuno se lo fosse chiesto.

Attori principali: L’ossessiva Hayek, l’ingenuo Jones e il grifagno Cassel interpretano tre regnanti diversi ma allo stesso tempo simili nelle loro debolezze caratteriali e comportamentali, dando un respiro maggiormente internazionale all’opera.

Mantenuto lo spirito delle “vere” favole: Purtroppo, quando si parla di fiabe, a molti vengono in mente visioni LSDiache come granchi parlanti, candelabri francesi o animaletti che ballano.
In realtà le favole europee erano storie narrate con l’obiettivo di insegnare ai bambini qualcosa in un modo che potessero ben comprendere, ossia cercando di spaventarli; esse erano quindi piuttosto truculente e non lesinavano sangue, ferite gravi e morti violente.
Nel film viene riproposto tale elemento.

Difetti:

Film elegante ma… un po’ fine a se stesso? Come già detto, Il racconto dei racconti non è una pellicola realizzata male, ma forse a conti fatti risulta un’opera un po’ “algida”, che difficilmente può appassionare il pubblico.
Un po’ come un quadro molto bello, che però non trasmetta emozioni.

O tipo Monica Bellucci.

Ritmo lento: Soprattutto nei segmenti dei tre episodi che servono ad introdurre i personaggi, il ritmo del film è piuttosto compassato, mancando del brio forse indispensabile a questo genere narrativo.

Il lungo piano sequenza con una figura di spalle che cammina: Ammetto che come elemento stilistico possa essere efficace in determinate scene, ma quando viene usato tre, quattro, cinque volte diventa ridondante e monotono.

Accuratezza espositiva altalenante: Alcune sezioni della trama vengono spiegate per filo e per segno, mentre altre sono lasciate un po’ alla discrezione del pubblico. In alcune scene ciò diventa un problema, perché si rischia di soffermarsi sull’ovvio e non esplorare maggiormente dinamiche più interessanti.

Consigliato o no? Non è affatto un film mal realizzato, anzi, però non so quanto possa piacere ad un pubblico italiano abituato a ben altri generi narrativi e che in questi ultimi anni ha come punto di riferimento per il fantasy la serie televisiva Game of Thrones, con i suoi Stark, Lannister e Kardashian.
Temo si corra il rischio di andare al cinema aspettandosi una cosa e ritrovarsene davanti un’altra.

Le belve

Roarrr.

TRAMA: Due amici di Laguna Beach conducono una vita idilliaca coltivando marijuana. Quando la ragazza di cui entrambi sono innamorati viene rapita dal cartello della droga della Mexican Baja, che vuole imporsi nella loro attività, i due iniziano una battaglia senza esclusione di colpi.

RECENSIONE: Film di Oliver Stone (Platoon (1986), Wall Street (1987), Assassini nati (1994), W. (2008)), tratto da un libro di Don Winslow, è un buon film con molto sole, molto sangue e che non fa rimpiangere i bei tempi andati in cui Clint Eastwood se ne andava a zonzo per gli Stati del Sud massacrando torme di messicani, popolo che cinematograficamente parlando è stato quasi sempre rappresentato con lo stereotipo “burrito, droga e maracas”, facendoceli sempre risultare un po’ simpatici per affinità di interessi. La pellicola è un misto di azione (alcune sequenze sembrano prese da Bad Boys), thriller e poliziesco in piccole dosi, con il risultato che, nonostante il V.M. 14, può attirare un pubblico relativamente eterogeneo; la sceneggiatura non sarà se vogliamo il massimo dell’arte immaginifica, ma sorretta da molti personaggi (interpretati da attori più o meno noti) riesce a portare avanti 130 minuti circa in modo più che sufficiente. I protagonisti sono Taylor Kitsch (protagonista di John Carter e Battleship nel 2012, rispettivamente un film debole e un insulto), che ha le physique du role ed è credibile nonostante interpreti uno dei personaggi meno sfaccettati del film, e Aaron Johnson (giovane John Lennon in Nowhere Boy (2009) e divertente protagonista del bel Kick-Ass (2010)) con un personaggio più interessante rispetto al compare di merende e che ha il potenziale per diventare un ottimo attore, ammesso e non concesso che non si perda in cazzate tipo Shia LaBoeuf (Transformers e seguiti, Indiana Jones e il regno dei teschi di cristallo, il gran visir delle puttanate). La partner femminile è la bionda cavallona da monta Blake Lively (protagonista della serie tv Gossip Girl e di Lanterna Verde (2011), un obbrobrio che farebbe impallidire un viso pallido), con cui Oliver Stone non sarà riuscito nel miracolo di Cronenberg con Pattinson in Cosmopolis, cioè dare espressività a un morto, ma almeno è un paio di tacche sopra la marmoreità facciale, diciamo tipo Megan Fox ma meno pornostar e più attrice. Salma Hayek (nomination all’Oscar nel 2003 per Frida), il buon Benicio Del Toro (un sacco di bei film, tra cui il grande I soliti sospetti (1995)) e John Travolta (non male in un ruolo un po’ diverso dai suoi soliti) sono le star in ruoli minori che recitano senza dare l’impressione del “devo farlo, ho un mutuo a Beverly Hills” e questo è già un punto a favore loro e del film. Aspetti tecnici come la fotografia e il montaggio sono affidati a professionisti già avvezzi a lavorare con Stone, rispettivamente il fotografo Daniel Mindel, il cui lavoro non mi è dispiaciuto anche se forse avrebbe potuto sbizzarrirsi di più aiutato dai paesaggi, e Joe Hutshing (con in cascina due Oscar vinti per Nato il quattro luglio (1990) e JFK – Un caso ancora aperto).

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