L'amichevole cinefilo di quartiere

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Moonlight

moonlight-locandinaWe get it almost every night
When that moon is big and bright
It’s a supernatural delight
Everybody’s dancing in the moonlight

TRAMA: Il giovane afroamericano Chiron vive in un quartiere di Miami segnato da droga e violenza. Attraverso le tre età della vita, infanzia, adolescenza e età adulta, egli lotta quotidianamente per trovare la sua strada, scoprendo se stesso, la sua sessualità e il complicato amore per il suo migliore amico.
Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney.

RECENSIONE: Per la regia di Barry Jenkins, Moonlight è un affresco di vita tanto delicato nei temi e nei modi rappresentativi quanto vibrante e potente a livello contenutistico.

La crescita del protagonista, da un lato prettamente fisica attraverso tre fasi della sua vita e al contempo psicologica, legata al percorso di formazione del proprio carattere, porta infatti lo spettatore ad avere davanti agli occhi una sorta di vero quadro in movimento, un cangiante tableau vivant dalla costante evoluzione.

Con i tre stadi caratterizzati da una divisione netta e per atti (ovvia eredità dell’origine teatrale dell’opera), si ha una vicenda in cui il protagonista incontra via via nuove figure che lo influenzeranno, positivamente o meno, per le scelte future e per la scoperta del proprio posto nel mondo.

L’infanzia di “Little”, soprannome identificativo non solo del fisico minuto, ma dell’inferiorità rispetto agli altri in cui lui stesso si adagia, è segnata dalla sua timidezza: oltre ad affrontare i propri demoni e combattere la diabolica ingenuità del bullismo da parte dei propri coetanei è schiacciato dalla personalità di una madre-matrona cruda ed abusiva.

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Durante l’adolescenza cresce l’individuo e con esso i problemi, e ci si immerge nel delicatissimo passaggio tra il mondo dei bambini e quello dei grandi. Vengono compiute scelte che indirizzano definitivamente il proprio cammino di vita e si pongono le basi per quello che sarà il proprio modo di trascorrere l’esistenza.

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Da adulti i nodi vengono al pettine: il percorso di maturazione è giunto al culmine, alae iacta est e si deve cercare di fare pace con gli spettri del passato, che ritornano per risolvere ciò che è rimasto in sospeso.

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Una fotografia notturna torbida come inchiostro di seppia fornisce alle sequenze ambientate dopo il tramonto ulteriore intensità emotiva, permettendo quindi alla storia di ottenere maggiore impatto sul pubblico.

Ad esse si alternano fasi diurne relativamente brevi in cui i filtri sono notevolmente più vivaci e definiti, ma che danno la sensazione di essere solamente dei riempitivi tra una notte e l’altra, come se fossero le tenebre le coperte adatte per la vicenda, e ogni giorno fosse solo attesa della notte che starà per giungere.

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Ottimo tutto il cast.

I tre attori che interpretano Chirion offrono una prova convincente e vivida, rappresentando efficacemente su schermo i diversi problemi delle varie fasi della vita; si ha in particolare la credibile sensazione che al di là delle differenze anagrafiche ci si trovi realmente davanti sempre alla stessa persona, ed in tal senso è stata positiva la scelta estetica dei tre interpreti.

Buona prova anche di Naomie Harris come sulfurea e gorgonica madre, incarnazione della debolezza e del male, e del padre putativo Juan incarnato da Mahershala Ali che cercherà di dare una mano al giovane Chiron, entrambi nominati agli Oscar.

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Nonostante non sia tutto oro ciò che luccichi (non siamo infatti di fronte ad uno dei film più originali del mondo, limitandosi strettamente all’analisi di ciò che avviene durante la vicenda) Moonlight è un’ottima pellicola che riesce a soddisfare il palato del pubblico e ad offrire una storia intensa e toccante.

Decisamente consigliato.

Pillole di cinema – Run All Night – Una notte per sopravvivere

run all nightRun, baby, run, baby, run, baby, run, baby, run.

TRAMA: Un killer professionista vive ossessionato dai crimini commessi in passato e da un ispettore di polizia che da trent’anni instancabilmente gli dà la caccia.
Quando suo figlio, che non vede da anni, assiste ad un omicidio ed entra nel mirino di un boss suo vecchio amico, egli sarà costretto nell’arco di una notte ad una difficile scelta.

Pregi:

Background narrativo: A differenza della maggior parte delle pellicole action, che si limitano ad introdurre brevemente il protagonista senza perdersi in chiacchiere, qui i legami tra i vari personaggi vengono descritti più approfonditamente, fornendo quindi al pubblico un quadro completo e organico delle vicende.
Non è Bergman, ma vista la media ci si accontenta volentieri.

Tensione: In Run All Night la caccia all’uomo fornisce una dose di adrenalina apprezzabile, essendo ben costruita la dinamica del gatto col topo.
La sceneggiatura in fase narrativa, ma anche ovviamente la regia ed il montaggio in quella visiva, creano una visione dall’impatto quasi soffocante, come un imbuto che lentamente ma inesorabilmente si stringa attorno ai personaggi togliendo loro il respiro.

– Cast di contorno: Facce giuste per i ruoli giusti.

Il disincantato detective di lungo corso Vincent D’Onofrio, Ed Harris vecchio boss con una cartina topografica di rughe al posto del volto, la quercia Nick Nolte… attori ben inseriti sia nel contesto generale sia nelle relative parti, e che contribuiscono a creare una vicenda realistica.

Perfino il monoespressivo Joel Kinnaman dell’orrendo RoboCop di José epilessia Padilha rende bene.

– Liam Neeson: Non ha paura del dolore.

Non ha paura della morte.

Non ha paura di dire ad una ragazza: “Mah, secondo me col taglio che avevi prima stavi meglio”.

Lui è… NEESON! [rumore di lampi e tuoni in sottofondo].

L’attore che ha impersonato Oskar Schindler in Schindler’s List, Rob Roy nella pellicola omonima e Qui-Gon Jinn in un film che non dovrebbe esistere si è riciclato negli ultimi anni come cazzuto ed inarrestabile irlandese ammazzatutti.

E ci sta da Dio.

Difetti:

Regia poco coraggiosa: In Run All Night si notano talvolta espedienti registici caratteristici (in particolare la slow-motion e i cambiamenti di campo e location) ma sono utilizzati in pochi punti specifici; sarebbe stata magari una scelta migliore sfruttare maggiormente tali fattori.

Ambientazione caratteristica ma ignorata: Ignorati il “dove” e il “quando”.

A parte pochi riferimenti e la presenza del Madison Square Garden, la New York in cui si svolgono le vicende è lasciata eccessivamente in secondo piano.
Stessa cosa per il tempo: ambientato nel periodo natalizio, il film mostra tale festività solo nel segmento iniziale, fregandosene poi bellamente per tutto il prosieguo.

Fa eccezione l’ascolto per pochi secondi in sottofondo della celebre Fairytale of New York dei Pogues, probabilmente l’unica canzone legata al Santo Natale che contenga le parole “culo”, “frocio” e “puttana”.

Poca memorabilità: Legata anche al primo difetto, nonostante come già detto non sia una pellicola da buttare, non è nemmeno una di quelle piccole gemme che sporgano in mezzo al letame e di cui si mantenga il ricordo per anni.

Consigliato o no? Se volete gustarvi un action disimpegnato senza avere la sgradevole sensazione di sprecare tempo e neuroni, dateci un’occhiata.

Me lo immaginavo peggio, sinceramente.

Pain & Gain – Muscoli e denaro

Pain & GainMai visti tanti steroidi in un film solo.

TRAMA: Miami, 1995. Due bodybuilder e un criminale decidono di rapire un uomo d’affari per dare una svolta alla loro vita e acciuffare il sogno americano.

RECENSIONE: Dopo una serie imbarazzante di fetecchie a base di esplosioni e costi pantagruelici, il buon Michael Bay, di cui ho parlato con tanto amore quiporta sugli schermi un film il cui budget è di soli 22 milioni di dollari. Improvviso come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, il regista californiano dirige una storia dove nessun palazzo crolla su se stesso, non ci sono robot che si prendono continuamente a legnate e non c’è Nicolas Cage che si spaccia per un moooolto credibile esperto chimico.

E, meraviglia delle meraviglie, non è neanche male.

A parte ovviamente i soliti virtuosismi abbastanza inutili della macchina da presa: rallentamenti, soggettive, riprese con telecamera a mano… tecniche interessanti ma buttate nel film un po’ a casaccio e senza un vero scopo, risultando in alcuni casi un po’ sbrodolate.

La sceneggiatura di Stephen McFeely e Chistopher Marcus mostra l’ambizione e la voglia di successo personale dei bodybuilder, categoria molto amata dalle ragazze, un po’ come i bagnini, i deejay e quelli che scrivono recensioni di film. I Premi Nobel per la Panca si muovono in una Miami ricca dei suoi tipici stereotipi (sole, mare, belle ragazze discinte) ma con un lato più nascosto e grigio, basato sullo sconforto di quelli che non sono riusciti a soddisfare desideri e ambizioni. Ciò contribuisce a rendere la storia meno patinata e più cruda, aiutando lo spettatore a identificare i personaggi come persone e non come figure idealizzate.

I tre protagonisti, che vivono la palestra in modo esaltato ed eccessivo, dimostrano di non avere idea della dimensione reale delle cose, facendosi trascinare dai loro istinti e agendo senza un briciolo di razionalità, preoccupati solo di pomparsi e di essere “vincenti”. Proprio questa malata ricerca dell’affermazione personale è la chiave di volta del film, e può essere vista anche come critica sociale (in un film di Michael Bay? Però!) a un mondo basato sul consumismo e sulla spasmodica volontà di elevarsi al di sopra degli altri.

I soldi diventano così l’unico particolare che distingue i winners dai losers, trasformandosi in un’ossessione che fa dimenticare alle persone di avere comunque un bel lavoro e di essere più fortunati di molti altri. La perfezione fisica sostituisce quella morale, ribaltando la scala dei valori tra l’essere e l’apparire.

Muscoloso –> Vincente –> Soldi.

Il Trio Lescano di protagonisti è composto da Mark Wahlberg, che si risolleva dai mediocri Contraband e Tedben incarnando un ambizioso idiota maniaco del fitness. L’onnipresente (sia nel senso che ultimamente compare in un sacco di film sia nel senso che è molto grosso) Dwayne Johnson rappresenta il lato più comico della pellicola a causa dei suoi comportamenti sopra le righe e Anthony Mackie completa bene il gruppo. Tony Shalhoub, il miliardario, è l’ex protagonista della serie tv Detective Monk. Il bravo Ed Harris tira gli ultimi colpi prima della pensione (che ti frega, Ed? Pensa all’assegno) incarnando il personaggio più positivo della pellicola, ruolo che di solito non gli appartiene ma che qui rende al meglio . Piccola parte per Ken Jeong, il Chow della serie Una notte da leoni e apparizione di Peter Stormare, reduce dall’incomprensibile Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe.

Il film è ispirato a una storia vera raccontata in una serie di articoli del Miami New Times nel 1999.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i due Bad Boys (1995, 2003) con molta ironia e azione, oppure per via di alcune tematiche il drammatico Alpha Dog (2006).

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