L'amichevole cinefilo di quartiere

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Solo: A Star Wars Story

Han ha recensito per primo.

TRAMA: Ambientato diversi anni prima rispetto a quanto raccontato nel film Guerre Stellari. Impegnato in un’avventura nel mondo della criminalità, il giovane Han Solo incontra il suo futuro copilota Chewbecca e si trova invischiato in un conflitto tra ladri…

RECENSIONE:

Riassunto del percorso produttivo di questo film:

– La lavorazione inizia il 30 gennaio 2017.

– Il 21 febbraio Disney e Lucasfilm annunciano ufficialmente l’avvio delle riprese e pubblicano la prima foto del cast principale riunito sul set.

– In maggio la Lucasfilm sostituisce il montatore scelto inizialmente, Chris Dickens, con Pietro Scalia; inoltre viene riportato che era stato assunto un acting coach per il protagonista Alden Ehrenreich, poiché i dirigenti non erano soddisfatti della sua performance.

– Il 20 giugno viene riportato che i registi Phil Lord e Christopher Miller avevano lasciato la produzione per “divergenze creative” con la Lucasfilm, la quale a sua volta annuncia che un nuovo regista sarebbe stato scelto nell’immediato futuro.

Variety e The Hollywood Reporter pubblicano che il duo era stato licenziato dopo mesi di attrito con la produzione, in particolare con Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm, e Lawrence Kasdan, uno degli sceneggiatori, che non approvavano il loro metodo di lavorazione e il loro approccio al personaggio di Han Solo.

Lo stesso Ehrenreich era preoccupato e, mentre le riprese procedevano, ha cominciato a temere che lo svitato approccio comico di Lord e Miller stesse iniziando a interferire con la vera essenza di Han Solo: pare che l’interpretazione a volte si avvicinasse addirittura a quella di Jim Carrey e del suo Ace Ventura.

Secondo ancora quanto riportato da The Hollywood Reporter, Lord e Miller avrebbero infatti permesso agli attori di improvvisare molto sul set, allontanandosi dalla storia scritta dai fratelli Kasdan: venivano girati infatti numerosi take seguendo la sceneggiatura, per poi rifare nuovamente la stessa scena in modo più libero.

La Lucasfilm sarebbe stata inoltre insoddisfatta dai pochi angoli di ripresa utilizzati dai registi, che diminuivano le opzioni disponibili in sala di montaggio.

Per andare incontro ai due, la Lucasfilm propose loro di essere affiancati dallo stesso Kasdan in qualità di “regista ombra”, ma la coppia rifiutò, portando alla cessazione del rapporto lavorativo.
La decisione di licenziare Lord e Miller venne prese durante una breve pausa nella lavorazione, presa per visionare il materiale girato.

A long time ago / We used to be friends…

– Il 22 giugno viene annunciato che Ron Howard avrebbe sostituito Lord e Miller alla regia del film per le restanti tre settimane di riprese, oltre che per cinque settimane di riprese aggiuntive necessarie per rigirare parte del film, pare il grosso di quanto già realizzato.

– Nel settembre 2017 Howard annuncia la presenza nel cast di Paul Bettany, chiamato a sostituire l’attore precedentemente scelto per interpretare in CGI l’antagonista principale, poiché egli per altri impegni lavorativi non poteva essere disponibile per le riprese aggiuntive.

– Il 17 ottobre 2017 Howard annuncia la fine delle riprese e il titolo ufficiale del film, mentre la post-produzione è terminata il 22 aprile 2018, circa un mese prima della sua uscita nelle sale.

Per chi non mastichi molto il processo realizzativo pratico di un’opera cinematografica, una semplificazione tendenzialmente esatta è che le pellicole che attraversino il cosiddetto “developing hell” risultino poi delle cagate abominevoli.

Qualcuno ha detto Fant4stic?

Quindi la domanda delle domande è: Solo: A Star Wars Story è quell’esplosivo geyser escrementizio che tutti gli indizi fanno presupporre?

In parte sì.

Ma avrei detto peggio.

Solo è forse paradossalmente un film il cui risultato complessivo è migliore della somma delle sue parti prese singolarmente. Per quanto rimanga un’opera non eccelsa, se alcune delle sue relative componenti ondeggiano tra il pessimo ed il mediocre, lo spettacolo totale non è così insufficiente come potrebbe sembrare.

In questi casi è quindi utile esaminare i vari settori uno ad uno.

Punto debole del film è sicuramente la fotografia.

Non so se tale scarso risultato sia dovuto alla fretta nel concludere il lavoro o semplicemente abbiano sballato con il chroma key, ma le scelte cromatiche di molte scene mi sono sembrate piuttosto bizzarre.

Capisco la volontà di giocare con le sfumature di una stessa tinta cromatica, ma in Solo si ha spesso un pastrocchio ultrasaturo che non aiuta a sfruttare efficacemente i soggetti presenti nelle inquadrature.

Le scene blu non sono blu: sono un mare notturno in tempesta mentre su una piattaforma fatta di Viagra si gioca un’amichevole tra Francia e Italia con un maxischermo che trasmette un concerto dei Blue Man Group.

Sì, insomma, sono troppo blu.

Le scene grigie non sono grigie: sono un panorama industriale ottocentesco ripreso in una giornata di nebbia durante un flash mob di brizzolati vestiti con abiti fumo di Londra a cavallo di elefanti.

Sì, insomma, sono troppo grigie.

Anche per quanto riguarda il cast ci sono dei problemi.

Se il buon Ehrenreich viene, come prevedibile, piallato alla Wile E. Coyote dall’incudine di iconicità del personaggio a cui presta il volto unita al carisma del suo interprete originario, c’è da dire che almeno risulta credibile come versione giovanile e in formazione dello stesso.
Guascone e con un senso della legalità molto elastico, ma ancora non il prezzolato avventuriero biscazziere con un metro di pelo sullo stomaco che conosciamo in Una nuova speranza.

Non è a caso come Ryan Gosling giovane Kevin Sorbo, per intenderci.

Il cast di contorno segue però il solito pattern di molti film ad alto budget, perciò abbiamo:

comprimari interpretati da buoni attori che nella carriera hanno fatto cose decisamente migliori: tra Woody Harrelson che dimostra di essere probabilmente quello più in palla del cast e una Thandie Newton che, poverella, si sbatte anche ma le hanno affibbiato una tizia che per importanza narrativa è intercambiabile con uno scolapasta, spicca il buon Paul Bettany, dall’interpretazione basilare quanto la tabellina del due nel ruolo di un villain carismatico come un parchimetro.

Simpatico ma un po’ troppo sul macchiettistico Childish Gambino Donald Glover come Lando Calrissian.

“Mmh, certo che questa scena è proprio blu…”

spalle comiche di dubbio gusto: se l’alieno in CGI doppiato in originale da Jon Favreau lo si può trovare sul vocabolario sotto il lemma “inutile”, il robot femminista è una presenza che sfonda prepotentemente i confini dell’irritante, piagato anche da una sceneggiatura che tenta, ovviamente non riuscendoci, di ficcare in gola allo spettatore una sorta di empatia nei suoi confronti.

Nettamente più divertenti i battibecchi tra Han e Lando.

un personaggio femminile scritto male ed interpretato peggio da quella Emilia Clarke a cui Hollywood sta provando in ogni maniera di costruire una carriera fuori dalle lande di Westeros.

Daenerys Traguitta si dimostra però un’attrice scarserella, anche in questo caso penalizzata più del necessario da uno script che fa sembrare la sua Qi’ra emotivamente piatta (e la scarsa abilità dell’interprete di certo non aiuta…) affibbiandole inoltre dei randomici atti di tostaggine esagerati che la ammantano di ridicolo involontario.

Paradossale la condizione di Dottoressa Jeckyll e Ms. Hyde della Clarke: se nelle interviste le sue ormai iconiche sopracciglia ballerine le conferiscono un’espressività esagerata ai limiti del cartoonesco, è strabiliante constatare quanto nei film la sua capacità attoriale spesso rasenti quella di un termosifone di ghisa.

Sono felice. O forse compiaciuta. O forse sto pensando a come fregarti. O forse mi sono resa conto del cachet…

Anche la sceneggiatura mostra più di un punto debole, oltre a quelli già menzionati relativi alla costruzione dei personaggi: alcuni elementi paiono infatti buttati sullo schermo a casaccio solo per il raggiungimento delle due ore di durata, ed emerge inoltre una mal eseguita gestione della lunghezza delle scene.

Si hanno infatti dei segmenti narrativi eccessivamente brevi, su cui magari ci si sarebbe potuti soffermare più a lungo per esplorare meglio le dinamiche tra i personaggi ed imbastire un setting emotivo maggiormente approfondito (soprattutto all’inizio, per instaurare empatia anche nei confronti di personaggi sconosciuti), mentre altre spezzoni sono veramente troppo lunghi, sincopando ritmo inutilmente non capendo quando sarebbe stato più opportuno tagliare ed avanzare ad un altro tema.

Quindi, questo film è un porcata?

No, è solo mediocre.

O scarso. Dipende dalla vostra magnanimità.

Al di là di ogni sua mancanza, Solo: A Star Wars Story possiede un pregio che ben poche opere cinematografiche appartenenti a saghe celebri dimostrano, e nonostante tutti i deficit consegna al film uno spettacolo senza infamia né lode per coloro che cerchino il mero disimpegno.

Solo è un film conscio dei propri limiti, che non tenta assolutamente di mettere al fuoco della carne che non possa gestire o di assumere quel tono inutilmente pomposo che poi gli si rivolterebbe contro (vero, Gli ultimi Jedi?), ma si limita giustamente ad un’avventura tra ladri, contrabbandieri, pirati, schiavisti, feccia e malvagità varia con qualche scena d’azione girata sufficientemente bene, un paio di battute simpatiche e la riproposizione di personaggi già noti.

Una pellicola quindi essenzialmente “umile”, che va ad incastrarsi nell’intricato groviglio narrativo che è ormai diventato Guerre Stellari senza scompaginare troppo i piani generali e strizzando di tanto in tanto l’occhio al fan limitando però il fan service.

Rogue One è migliore? Decisamente sì, ma si possono abbandonare le eventuali remore dovute alle falle sia della trilogia prequel che di quella in conclusione l’anno prossimo e godersi lo spettacolo.

E come sempre, che la Forza sia con voi.

 

 

P. S. Ace Ventura sarebbe comunque stato meno imbarazzante di questo:

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Il Missouri prende il nome dalla tribù indiana Siouan dei Missouri, che significa “canoa”.

TRAMA: Sono trascorsi molti mesi dall’omicidio della figlia e nulla è stato scoperto in merito, così una donna decide di fare una cosa improvvisa e originale, sfidando lo sceriffo della sua città.

RECENSIONE: Scritto e diretto dal britannico Martin McDonagh (suo anche il gioiellino In Bruges), Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una commedia nerissima e sulfurea, un pezzo di carbone estratto dalla miniera ancora caldo e fumante che racconta i tormenti di una persona dal carattere combattivo e spigoloso.

Focus della pellicola è una piccola guerra urbana basata sull’estremo desiderio di giustizia di una donna lacerata interiormente, il cui dolore è alimentato da una rabbia sotterranea ma inestinguibile come magma, che porta la Mildred di Frances McDormand a gesti estremi.

La tipica cittadina del midwest americano dimostra tutte le proprie debolezze, scoperchiando tramite la sapiente mano del regista e sceneggiatore le piccole grandi problematiche dei suoi abitanti, venendo a formarsi un microcosmo di maschere infelici e rancorose; sotto una patina di pub conviviali, vie residenziali ordinate e case di campagna in mezzo ad ampi prati si dipanano quindi piccolezze umanissime che rendono i personaggi vivi e veri.

Tra poliziotti razzisti, interessi amorosi non corrisposti e piccole vendette, Tre manifesti sfrutta una vicenda che spesso sfocia nel surreale per un racconto caustico ed efficace, che riesce a presentare personaggi ben più sfaccettati di quanto sembrino senza scadere nel consueto errore di donare alla sua protagonista un’aura di bontà e perfezione.

La stessa Mildred infatti non è il classico character bidimensionale verso cui lo spettatore patteggia immediatamente ed indefessamente per le intere due ore di durata del film, ma viene tratteggiata con una caratterizzazione molto più realistica, che aumenta la veridicità della storia.
Non ci si fa problemi nel mostrarla rancorosa sproporzionatamente, testarda ai limiti della maniacalità o mentre esterna la sua rabbia nei confronti di una generalità indistinta di persone, e ciò la dota di un’umanità estremamente cruda ma realistica.

Il dramma individuale si fonde con la situazione cittadina globale, creando legami bizzarri e facendo emergere opinioni contrastanti sulla bontà o meno dello sputtanamento dell’ordine costituito.
La polizia stessa è sottoposta ad un’ottica non di autorevole tutrice di uomini sotto un’ala di rigore, ma corpo formato da uomini banali e contraddittori, che sotto il distintivo sono persone esattamente come tutti gli altri e che come gli altri possono lasciarsi prendere da rabbia e odio.

La regia usa sapientemente la macchina da presa, non lasciando neanche la scena dialogata più banale al caso ed esibendosi in un efficacemente stilistico piano sequenza che impreziosisce la crudezza anche espositiva del film come un diadema.

Pur essendo McDonagh britannico (e notandosi in parte nello stile tagliente dei dialoghi), la sua opera risente degli echi dei fratelli Coen, sia per un’ambientazione mostrata in maniera molto diretta e veritiera, sia per la già citata caratterizzazione dei personaggi, le cui vicende si incastrano alla perfezione nel grande puzzle dell’intreccio.

Ottimo tutto il cast, in cui spiccano particolarmente la McDormand, ottima nel rappresentare una figura apparentemente ostinata e granitica ma da cui emerge in alcuni frangenti la grande umanità e Sam Rockwell, poliziotto razzista e mammone la cui falcata claudicante da troll unita al pancione alcolico rendono una perfetta maschera che possa veicolare tanto comicità involontaria quanto disprezzo o pietà.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una pellicola fondata sulla rabbia.

Sulle conseguenze che essa possa avere.

E su cosa possa farla placare.

Now You See Me – I maghi del crimine

“My brain is the key that sets me free” cit. Harry Houdini

TRAMA: L’FBI cerca di incastrare un super-team formato da 4 illusionisti, i quali mettono a segno una serie di rapine in banca nel corso delle proprie performance.

RECENSIONE: Pellicola diretta da Louis Leterrier, autore di opere con l’ignoranza al potere come L’incredibile Hulk, i primi due Transporter e Scontro tra titani. Nonostante ciò questo film è veramente ben realizzato, con una notevole componente visiva e un buon lavoro in cabina di regia, e in un mare di sequel, reboot o scopiazzature generiche l’uscita di un film originale è una vera boccata d’ossigeno.

Il mondo della magia contemporanea è mostrato sia dal lato tutto lustrini e bei vestiti alla David Copperfield sia sul lato pratico, facendo capire allo spettatore cosa possa nascondersi dietro un semplice trucco per strabiliare il pubblico. In questo è simile al Nolaniano The Prestige, film tanto bello quanto ignorato (“Ma a te piace Nolan?”. “Sì, i Batman sono una figata”. “Sì, ma non ha fatto solo quelli…”. “AH NO?!”). Vengono anche forniti input su quale sia il vero significato della magia, intesa come semplice intrattenimento per gonzi o curiosi, ma anche come grande fede, tentando di spiegare il rapporto tra mago e spettatore, temi che aiutano a rendere il film serio nonostante il tema relativamente ludico.

La sceneggiatura di Ed Solomon e Boaz Yakin è ben orchestrata e non ha buchi evidenti, risultando anch’essa come un trucco di magia: lo spettatore è quasi rapito dal film perché vuole vedere cosa succederà quando saranno tesi tutti i fili, se anche lui è stato ingannato o ha capito dove era nascosto in realtà il coniglio nel cilindro. Grazie anche alle interpretazioni degli attori, tutte valide, il film scorre con un buon ritmo senza avere cali che possano annoiare o ancor peggio far disinteressare il pubblico.

Cast stellare ben assortito, con i grandi vecchi Caine e Freeman, solite garanzie, a fare da chiocce al resto della tribù. Eisenberg mantiene la sua spocchia in stile The Social Network e ritrova il buon Woody Harrelson dopo Benvenuti a Zombieland, di cui si vociferava anni fa un eventuale seguito. Le brave (e molto belle) Isla Fisher e Mèlanie Laurent, dei cui meravigliosi occhioni mi sono innamorato in Bastardi senza gloria, interpretano due personaggi femminili forti ed emancipati, facendosi valere nonostante i protagonisti siano i maschietti. Now You See Me si aggiunge alla lista “cose buone” di Mark Ruffalo, poi contiamo sul pallottoliere se sono più queste o le cazzate.

Buone musiche dei The Chemical Brothers, molto curate e armonizzate al film, perché non è importante solo vedere ma anche sentire.

Ora scegli una carta.

7 psicopatici

7 psicopatici“Psycho killer qu’ est-ce que c’est / fa fa fa fa fa fa fa fa fa far better / run run run run run run run away.” Psycho Killer – Talking Heads (1977).

TRAMA: Sette personaggi, uniti da rapporti di lavoro o di amicizia, si muovono intorno alla stesura della sceneggiatura per un film di nome 7 Psicopatici e alla scomparsa di un prezioso cane.

RECENSIONE: Per la regia di Martin McDonagh (qui anche sceneggiatore e produttore), commediografo teatrale e regista sul grande schermo del bello e originale In Bruges (purtroppo passato quasi inosservato nel 2008 causa scarsa pubblicità, macroignoranza del pubblico italiano cinematografico e congiunzione astrale sfavorevole), 7 Psicopatici è un film veramente divertente e originale, con un azzeccato mix di generi e un accentuato tocco di misoginia.

La pellicola ricorda, per quanto riguarda lo stile, i film di Guy Ritchie (Lock & Stock – Pazzi scatenati, Snatch – Lo strappo più i due Sherlock Holmes che non c’entrano un tubo), caratterizzati da una grande attenzione ai personaggi, di solito molti, con intrecci e risvolti originali dati dalla sceneggiatura; questo aspetto è ulteriormente evidenziato dal taglio teatrale dato da McDonagh, che ottiene così un film in cui i personaggi sono il fulcro dell’azione e la scenografia ha la funzione di palcoscenico, rievocando i fasti in cui secoli fa il grande Scuotilancia insegnava cosa vuol dire la parola “drammaturgia”.

Il protagonista di questo pastiche è Colin Farrell (già nel già citato In Bruges), che si riprende dalla ciofeca Total Recall, nel ruolo di uno sceneggiatore catapultato dagli eventi in mezzo a personaggi fuori di testa. Assieme a lui Sam Rockwell (Confessioni di una mente pericolosa, Soffocare, Moon), la leggenda Christopher Walken (doppiato alla grande da Dario Penne) e Woody Harrelson, che come sempre porta a casa la pagnotta e riesce a far ridere con la sola sua presenza, più la partecipazione speciale del cantattore Tom Waits.

Dietro a tutto ciò c’è lo scenografo David Wasco (con Tarantino nei due Kill Bill e in Bastardi senza gloria, con Mann in Collateral) che crea il palco su cui i protagonisti recitano a briglia sciolta.

In una programmazione cinematografica con saghe soap-opera con protagoniste creature gotiche, film d’animazione con protagoniste creature gotiche e film tratti da libri di Margaret Mazzantini, altra creatura gotica (Castellitto per favore divorzia!), questo film è come un fiore nel letame.

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