L'amichevole cinefilo di quartiere

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Revenant – Redivivo

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“The clearest way into the Universe is through a forest wilderness.”

John Muir (1838 – 1914), naturalista e scrittore scozzese.

TRAMA: America Settentrionale, inizio del XIX secolo. Hugh Glass fa parte di una spedizione alla ricerca di pelli e pellicce da commercio. Il gruppo subisce diverse peripezie, che porteranno i suoi compagni a una dura scelta…
Basato sul romanzo omonimo del 2003 di Michael Punke e parzialmente ispirato alla vita del cacciatore Hugh Glass.

RECENSIONE: Per la regia e sceneggiatura di Alejandro González Iñárritu, Revenant è un film molto più “sensoriale” che narrativo, in cui la trama ha sì importanza ma cede talvolta il passo alla evocatività delle immagini e alle emozioni che esse veicolino.

Revenant è infatti un western crepuscolare connotato da un notevole impatto sensoriale, e attraverso cui si sottolinei come l’essere umano, attraverso appunto i cinque sensi, sia in grado di ricevere informazioni dall’ambiente circostante e di adeguarsi ad esso.

È ironico evidenziare questo fattore: la società occidentale moderna è basata in maniera preponderante sulle immagini (televisione, pubblicità, internet, social network) quindi sulla vista, e inoltre stiamo parlando di un film, opera artistica per sua natura basata sull’elemento visivo. In questa pellicola si assiste però ad una notevole esaltazione dell’elemento naturale e sensoriale nella sua globalità, che porta ad una efficace immersione dello spettatore nell’ambientazione dell’opera stessa.

Attraverso le riprese, la fotografia e le musiche (di Ryūichi Sakamoto), il Nord Dakota della prima metà ‘800 emerge come isola dal mare, trasportando efficacemente l’attenzione e la mente del pubblico in un altro mondo e in un altro tempo.

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Chi ha pagato il biglietto e si trova seduto in una sala buia sgranocchiando popcorn non può odorare il profumo pungente della resina, quello avvolgente dell’erba, il sentore metallico del sangue o quello acre degli animali, ma il film lo porta a sapere che tali fragranze sono presenti nell’aria.

sentirle.

Così come egli può quasi toccare la morbidezza dei cespugli, l’aguzza corteccia degli alberi e la fredda liscezza delle rocce, anche se le uniche cose che fisicamente si trovino a contatto con lui siano la soffice stoffa del posto numerato e la plastica dei braccioli.

A ciò contribuisce ovviamente anche la regia, che riesce ad utilizzare sapientemente la profondità di campo per creare riprese cariche di elementi e significati; per fare ciò si sfrutta appieno la vastità dell’ambiente da un lato e la bravura degli attori dall’altro, accompagnando così l’occhio dell’osservatore quasi come se fosse la rappresentazione dei movimenti della sua testa utilizzando spesso spostamenti regolari e armoniosi.

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Revenant è un’opera che utilizza quindi l’ambiente naturale in cui la vicenda è narrata come gancio per l’immersività dello spettatore in essa, riuscendo a ridurre sensibilmente le distanze tra gli occhi e lo schermo.

Tra lo spettatore ed il film.

I paesaggi, ampi e sconfinati, sono spesso fonte di pericolo per i protagonisti, e rappresentano la potenza e la magnificenza di Madre Natura, che l’uomo non può combattere in quanto egli stesso costituisca parte della sua prole.

Essi inoltre forniscono ampio materiale metaforico, attraverso flash visivi o piccole scene di influenza quasi malickiana, che prese singolarmente possono avere un significato relativo, ma che assumono maggior colorazione e ragione d’esistere considerandole nel loro complesso.

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La fotografia di Emmanuel Lubezki è veramente meravigliosa, forse l’elemento migliore della pellicola, dato che fornisce ampissimo respiro al fattore ambientale contribuendo in maniera preponderante alla già citata immersione mentale.

Ci si trova davanti una ricchissima tavolozza di colori, i quali però non sono eccessivamente brillanti, vividi e finti, ma mantengono l’originalità tipicamente naturale. Essi non danno perciò la sensazione di un quadro artefatto e plastico, ma di realtà e verità, aumentando di conseguenza la qualità del film.

DiCaprio offre un’ottima prova nei panni di un trapper angariato da eventi infelici ma preparato alle sfide.
Uomo ferito nel corpo e nell’anima, il suo Glass simboleggia la sofferenza, conseguenza dell’umano nel regno bestiale che diviene vittima anche dei suoi simili, per un perverso homo homini lupus dove per l’uomo la fiera e il suo pari sono altrettanto pericolosi.
Ogni smorfia, ogni grido ed ogni ferita sono una frustata del destino alle sue carni, e l’attore riesce a trasporre ottimamente emozioni e immani dolori agli occhi del pubblico.

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Tom Hardy risulta efficace in un ruolo da brutto, sporco e cattivo come piacciono a lui, e conferma di essere un ottimo attore nella recitazione attraverso gli occhi (do you remember Bane?)
Assassini, feroci, invasati e febbrili, i suoi bulbi oculari sembrano dotati di anima propria, diventando tramite di emozioni e correlandosi perfettamente con scene e battute.

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Domhnall Gleeson (recentemente Hux in Star Wars – Il risveglio della Forza) bravo in un ruolo secondario, anche se la voce molto virile del valente Pino Insegno su di lui fa forse un effetto un po’ strano.

Complessivamente Revenant è un ottimo film, che pur non presentando i ritmi elevati e frenetici a cui magari il cinema odierno ha abituato il grande pubblico, riesce ad offrire una storia intensa corredata da una cornice sensoriale di notevole impatto.

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Mad Max: Fury Road

mad max locandina“Ti ho mai detto qual è la definizione di follia, sì? Follia è fare e rifare la stessa cazzo di cosa, ancora e poi ancora, sperando che qualcosa cambi. Questa è follia.”

TRAMA: La storia di Max, uomo di poche parole, si intreccia con quella di Furiosa, donna in fuga dal terribile Immortan Joe, signore della guerra adirato perché gli è stato sottratto qualcosa di particolarmente prezioso.

RECENSIONE: Per la regia di George Miller, Mad Max: Fury Road è il reboot della celebre saga cinematografica australiana, composta da tre capitoli dal 1979 al 1985.

E, ve lo dico da subito, è una vera bomba.

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Uno degli elementi che poteva tranquillizzare sia i fan della serie nello specifico sia gli amanti del cinema in generale è la presenza in cabina di comando di Miller, regista e sceneggiatore anche della trilogia originale.

Ciò è rassicurante, perché nonostante il lungo arco di tempo trascorso tra la fine di una serie ed il suo restarting, avere la presenza dell’autore originario rende impossibile creare vaccate.

A parte ovviamente Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma.

A parte ovviamente Blues Brothers: Il mito continua.

A parte ovviamente Prometh…ok, ok, a volte vengono fuori degli aborti comunque, ma queste sono rarità.

Più o meno.

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Per spiegare le caratteristiche del film facciamo lo stesso discorso di Cinquanta sfumature di grigio.

Qual è l’elemento fondamentale in un film action?

Robot giganti che si menano in un product placement vergognoso con sottofondo di Linkin Park?

No.

Omaccioni pompati vestiti come fantini omosessuali che sconfiggono il cattivone di turno lanciando battutine a spron battuto?

No.

Ippopotami in tutù che ballano insieme a dei coccodrilli sulle note della “Danza delle ore” di Ponchielli?

No.

Eh?!?

Il fattore essenziale in un film d’azione è la tensione.

E qui ne abbiamo a pacchi.

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Questo non è un road movie, questo è un chase movie. I protagonisti vengono costantemente braccati, l’azione è quasi senza respiro e allo spettatore viene trasmessa ottimamente la sensazione che hanno i personaggi di avere una spada di Damocle pendente sulla testa in modo ineluttabile.
O, per usare un francesismo, la sensazione di avere sempre qualcuno attaccato al culo.

Il film ne guadagna tantissimo in termini di ritmo (grazie anche ad un montaggio sapiente che non fa altro che acuire maggiormente tale sensazione), e in divertimento, risultando sinceramente godibile e non rendendo affatto pesanti i suoi 120 minuti di durata.

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Un altro elemento ottimo del film è l’ambientazione.

Essa è infatti molto ben caratterizzata, grazie alla fotografia di John Seale che gioca molto con i colori (rossastri di giorno, grigio-verdi di notte) riuscendo a fornire ciò che spesso manca alle pellicole di questo genere, ossia uno stile visivo ed estetico ben definito.

All’interno di questo ambiente viene rappresentata una paleosocietà anch’essa ben scolpita, in cui ha molto rilievo la scala gerarchica dei componenti con una ovvia ed enorme differenza tra i ricchi padroni e la povera massa.
La classe dei guerrieri risalta per quanto concerne il legame con le rispettive vetture, grezze portatrici di morte su ruote usate per distruggere ed uccidere i nemici.

Come le Wacky Races, ma con più morti ammazzati.

MadMax veicoli

I characters secondari del film sono uno più fuori di testa dell’altro, e quando vengono presentati agli occhi del pubblico è una goduria constatare quanto possano essere sopra le righe ed esaltati, rendendo il film frizzante e divertente.

Come Sarabanda, ma con più morti ammazzati.

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Tom Hardy non sfigura interpretando un Max di poche parole e molti fatti; un guerriero ferito nello spirito che cerca di trovare la propria strada sopravvivendo all’ostile mondo che lo circonda.
Il personaggio è stato ben trasposto dal cinema degli anni ’80 a quello attuale, raccogliendo degnamente il testimone da Mel Gibson, che nonostante alcune sue uscite alla Mercenari 3, per naturali motivi anagrafici oggi più che Interceptor – Il guerriero della strada potrebbe fare Voltaren – Il guerriero della bocciofila.

Mel Gibson in 1985's "Mad Max Beyond Thunderdome," left, and Tom Hardy in "Mad Max: Fury Road," premiering next spring.

Charlize Theron, Furiosa di nome e di fatto come quando in Biancaneve e il cacciatore le hanno detto che Kristen Stewart è più bella di lei nel reame, impersona bene i panni di guerriera cazzuta e rasata, menando spesso le mani e facendosi dimenticare come gnoccona della pubblicità Martini.

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Beh, quasi.

In generale un film ottimo, che merita sicuramente una visione e che sa tenere incollati alla poltrona senza annoiare.

Consigliato.

Locke

lockeAttento, Jack, perché l’Isola ha molte insidie e…
Ah, non è quel Locke?

TRAMA: Un ingegnere edile sposato e padre di famiglia viaggia di sera verso Londra per assistere al parto di una donna con cui ha avuto una scappatella mesi prima. Nel frattempo cerca di organizzare una colossale colata di calcestruzzo che avrà luogo la mattina seguente.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore anche del bel La promessa dell’assassino di Cronenberg), Locke è un film ben congegnato, che risulta un’opera originale e interessante.
La caratteristica che lo distingue dalle altre pellicole, infatti, è che per la sua intera durata (circa 85 minuti) il film mostra il protagonista al telefono con qualcuno mentre sta guidando.

Bene, la recensione continuerà qui sotto per tutti coloro che dopo aver letto l’ultima frase non abbiano cliccato la “X” in alto a destra.

Potrei ammorbarvi con frasi un po’ antipatiche e ad alto tasso di retorica come la regina dei semi-insulti-che-però-non-lo-sono-o-forse-sì, ossia “questo film non è per tutti”, ma credo che piuttosto di scolpire nella roccia sentenze tanto manichee sia più utile parlare del film in sé.

E non solo perché Locke è una buona pellicola, ho utilizzato questo metodo anche con Twilight, un film stupido come fermare con la testa una moneta che cade rasente a un muro.

Capisco comunque che la caratteristica principale di Locke possa essere vista da parte del grande pubblico come uno spaventoso abominio.

Un po’ come vedere una donna guidare un SUV.

Le tematiche del film sono molte, e la maggior parte di esse si trovano in rapporti di simmetria tra loro.

Abbiamo infatti la contrapposizione tra il lavoro e la famiglia (entrambi pericolosamente in bilico), quella tra l’errore di una notte di sesso e il rigore dell’organizzazione della colata, quella tra la famiglia attuale e quella che potrebbe arrivare e la solitudine dell’automobile che porta verso luoghi alieni con la compagnia data dalle voci al telefono.

Sopra a tutti questi temi abbiamo il tòpos del viaggio, come metafora di spostamento fisico attraverso cui si compie un’analisi della propria vita.

Locke – Tom Hardy

Essendo confinata nello spazio di una vettura, la regia non può presentare invenzioni visive mirabolanti.

Anche se tale affermazione è scontata come Sean Bean che crepa abbiamo comunque continui stacchi dai vari punti di vista.
Si passa così da inquadrature frontali a laterali, utilizzando primi piani sul protagonista o mostrando la strada che sta percorrendo; la telecamera butta inoltre un occhio agli elementi veri e propri dell’auto, come lo specchietto retrovisore, il sedile del passeggero, il telefono viva voce e il cruscotto (lieve product placement della BMW, ma era impossibile non inquadrare il logo).

La sceneggiatura, insieme alla già menzionata regia, crea una buona atmosfera di tensione e partecipazione emotiva, rendendoci partecipi del travaglio del protagonista, che si ritrova tra l’incudine della sua vita privata che va a rotoli e il martello dell’importante lavoro la cui preparazione dipende da lui.

Il protagonista si arrabatta in tutti i modi per cercare di far andare tutto in porto, mostrando un’abnegazione verso i suoi doveri che lo rende all’occhio dello spettatore un povero diavolo per cui in fondo simpatizzare.
Tale aspetto è molto importante, essendo lui l’unica presenza umana fisica sullo schermo, non vedendo mai i soggetti con cui dialoga, semplici voci che si perdono nell’aria.

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L’inglese Tom Hardy (ex Bane de Il cavaliere oscuro – Il ritorno) è molto bravo e compie uno sforzo enorme, reggendo totalmente il film (per i motivi che abbiamo già visto) e catalizzando ottimamente l’attenzione dello spettatore su di lui.

Il doppiaggio italiano di Fabrizio Pucci (per quanto bravo doppiatore) ovviamente fa perdere qualcosa in fase recitativa, e personalmente non l’ho trovata una voce molto adatta all’attore; non avendo però Hardy un doppiatore italiano fisso bisogna tenere conto anche di questo.

Un buon film, originale e diverso dai soliti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il tema “uomini soli” (no, i Pooh non c’entrano) In linea con l’assassino (2002) di Joel Schumacher, Buried – Sepolto (2010) di Rodrigo Cortés e 127 ore (2010) di Danny Boyle.

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