L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Hardy’

Venom

Per simbiosi (dal greco σύν «con, insieme» e βιόω «vivere») in ecologia si intende un’interazione biologica piuttosto intima, di lungo termine, fra due o più organismi.
In alcuni casi, il termine simbiosi viene usato solo se l’associazione è obbligatoria e va a beneficio di entrambi gli organismi, abusando di quella che è l’etimologia della parola.

TRAMA: In un laboratorio si tenta di innestare dentro un ospite umano uno strano organismo riportato da una missione spaziale, ma le cavie continuano a morire una dopo l’altra.
Una notte si intrufola nella struttura il giornalista d’inchiesta Eddie Brock…

RECENSIONE:

Il protagonista di questo film racchiude due personalità.

Ho detto, il protagonista di questo film racchiude due personalità.

IL PROTAGONISTA DI QUESTOAh, sì, eccomi, mi ero un attimo appisolato. Di che si parla?

Tizio con un aspetto terrificante che parla usando la prima persona plurale. Chi ti viene in mente?

Il Divino Otelma?

Non così terrificante, mi riferisco a Venom, personaggio nato nel 1988 dalle matite di David Michelinie e Todd McFarlane.

Piccola lezione di storia fumettistica:

Avvisami quando si passa a qualcosa di interessante…

I Simbionti sono una razza immaginaria di parassiti amorfi extraterrestri dell’universo Marvel; secondo le origini canoniche del personaggio, uno di questi si unì a Spider-Man a mo’ di costume, aumentandone le facoltà fisiche alterandone però quelle mentali.
Dopo alcune vicissitudini, Peter Parker scopre che si tratta di un essere vivente che stava fondendo la propria personalità con la sua, arrivando anche ad essere estremamente violento e sempre meno controllabile; scoperta l’avversione del simbionte per le onde sonore intense, Peter si disfa dell’alieno.

Dopo poco tempo l’essere incontra Eddie Brock, un giornalista che odiava a morte l’Uomo Ragno perché lo accusava di avergli rovinato la vita (avendo smascherato una sua notizia falsa che gli aveva causato il licenziamento): Eddie aveva intenzione di suicidarsi, ma il simbionte si unì a lui e ai suoi ricordi, trovando nell’odio verso l’arrampica-muri un fine comune che gli permise di essere completamente accettato dal nuovo ospite.

Dopo vari scontri ed incontri con Spider-Man, mosso da un distorto codice morale Venom assunse il ruolo di protettore degli innocenti uccidendo i criminali e/o mangiandoseli.

Cioè me lo devo immaginare come un Tobey Maguire stronzo e cannibale?

Non è solo una copia carbone, ma un character interessante dotato di profonda dignità.

Non mi sembra così dignitoso…

Non rivanghiamo le tragedie.

Beh, quindi questo Venom è un bel film?

Beh, è carino.

Oddio, magari anche no.

Circa.

Questa recensione sta diventando “circa” una palla atomica.

Lo so, ma non è semplice inquadrare un film come questo.

All’inizio si ha un’ottima rappresentazione di Brock come giornalista d’inchiesta determinato che non guarda in faccia nessuno: vengono sovrapposti vari suoi servizi di stampo sociale unendo una commistione dei suoi commenti audio ad un uso quasi fumettistico dello schermo, sezionato in varie parti che si accumulano in una ricchezza stilistica efficace.

Quindi cos’è, un fumettone autoriale?

Tipo Watchmen? No, perché poi si passa ad evidenziare la love story tra Brock e la sua fidanzata prossima sposa, mostrando l’amorevole rapporto tra i due ed il sostegno reciproco che si danno: carino e coccoloso quanto vuoi, ma non particolarmente ispirato o frizzante.

Ah, allora è Nicholas Sparks con i poteri.

Neanche, perché si susseguono varie sequenze che mostrano le operazioni spaziali (prima) e bioingegneristiche (poi) della corporazione presieduta dall’antagonista, ricche di elementi di tensione in cui si strizza l’occhio ai monster-movies con il solito vago antipasto di come potrà essere la creatura.

Ok: è un fanta-horror.

Ma proprio no: tanto per cominciare hanno avuto l’idea demente di metterlo PG-13 invece che R-Rated (quindi scordati mutilazioni on screen, ma solo dette o accennate), in più non contiene nemmeno elementi di terrore così pesanti da risultare indigesti ai ragazzini.

Inoltre il legame tra ospite e simbionte ha esplicite venature leggere e comiche, con scambi di battute scanzonate (anche se non ai consueti livelli prescolari marveliani) che strappano sorrisi e stemperano azione e tensione.

Beh, tipo Deadpool o I guardiani della galassia?

Senza praticamente nessun riferimento o quasi alla cultura pop? Lo stesso Marvel Universe che viene citato una volta e solo per una cosa?

Va beh, sarà come quelle commedie in cui ci sono due amici che litigano e combinano cazzate, com’è che si chiamano…?

buddy movies? Con visibile solo uno dei due “protagonisti” alla volta, e l’altro al massimo parla?

Che palle, allora dimmelo tu cos’è.

Un misto di tutto ciò che ho appena detto.

E funziona ‘sto casino?

Beh, è carino.

Oddio, magari anche no.

Circa.

Se continui così gli utenti si “circa” disiscriveranno.

Venom non è la schifezza che molte recensioni statunitensi hanno declamato e sentenziato: si lascia guardare, ha un ritmo abbastanza climatico (oddio, un po’ lento nel primo terzo), il cast recita bene e di effetti speciali se ne sono visti di peggiori.

I problemi sono due: il tono ed il rating.

Beh, sul primo hai già detto: c’è dentro tutto quindi è un bordello.

Sì. Mi sta bene che una pellicola cerchi di spaziare tra più generi, cercando di evocare echi di impostazioni narrative diverse, per venire incontro a varie esigenze di un pubblico eterogeneo, ma così è veramente troppo.

Il risultato finale è un film che pare lo zapping televisivo annoiato in un uggioso pomeriggio domenicale:

Con questo nuovo set di padelle antiaderenti direte addio ai residui diPergolettese, che si riversa in avanti per cercare il goal del pareggio in questi ultimi minuti dellaprova che dimostra che è stato lei, signor Johnson, ad uccidere sua moglie colpendola ripetutamente con uncapodoglio. Questo gigante dei mari si spinge spesso nelle profondità oceaniche, nutrendosi di reddito di cittadinanza, una manovra per la quale preleveremo i soldi aumentandole mie tette, sai, non ho soldi per pagarti la pizza però possiamo trovare una soluzione

Quale sarebbe stato meglio avessero scelto, tra i tanti?

Ti rispondo con il secondo punto: la censura.

Avete Venom: un enorme mostro alieno con i superpoteri.

IL PG-13 NON HA UN CAZZO DI SENSO.

Non ha senso che per due, tre volte stacchi con le fauci la testa ad un essere umano come Ozzy Osbourne con un pipistrello senza che venga mostrata questa cosa e cavandosela semplicemente con un successivo accenno in una linea di dialogo.

«Gli hai staccato la testa con un morso».

«Oh, mio Dio, gli ho staccato la testa con un morso».

E NON ME LO FAI VEDERE??!

Con un visto censura più severo avrebbero portato sicuramente meno persone in sala, ma avrebbero anche incanalato l’opera in binari narrativo-stilistici a lei più che consoni, potendo sbizzarrirsi con la violenza, rimanendo sopra le righe ed omettendo la terribile sensazione castrante di qualcosa che “succede ma non si vede”.

Non dico un gore alla Eli Roth.

Bastava copiare da un “collega”.

Logan è veramente un film della Madonna.

Mi fa piacere che anche tu apprezzi: un western crepuscolare più che un cinecomics, con personaggi profondi e segnati dalla vita come vecchie querce che…

Wolverine che squarta la gente, cazzo!

Sì, buonanotte… per il cast, devo dire che Tom Hardy e Michelle Williams buttati in un fumettone ci stanno a pennello più o meno quanto Corrado Augias nella giuria di Miss Italia.

Oddio, per essere bravi sono bravi e non è sicuramente qui che dovevano dimostrarlo, ma si ha la vibrante sensazione che il loro grande talento sia piuttosto sprecato: lui si sbatte tantissimo ma è ostacolato dai problemi di tono, che giocoforza si riversano sulla sua interpretazione rendendola proprio confusa più che confusionaria.

Lei ha il vantaggio di incarnare un interesse amoroso che deo gratia non è il solito inutile cartonato a forma di vagina, ma possiede un ruolo relativamente attivo nelle vicende affrancandola dall’ormai tritissimo ruolo ancillare, purtroppo estremamente frequente in questo filone e non solo.

Riz Ahmed nel ruolo del villain è come i cappucci del Ku Klux Klan di Django Unchained: l’idea era carina, ma si poteva fare meglio.

Bon, quindi dopo la tua solita sbrodolata,Venom è un film…?

Beh, in fin dei conti carino.

Oddio, magari anche no.

Circa.

The Nun: La vocazione del male

«Ma scherziamo?! Una recensione, non c’è problema, gliela portiamo domattina. Andiamo, Elwood».
«No! Io non la accetterò mai la vostra sporca recensione negativa!»
«Va bene. E allora sono cavoli tuoi, sorella».

TRAMA: Romania, 1952. Il Monastero di Cârța è stato teatro del suicidio di una suora di clausura. Un prete e una novizia, inviati dal Vaticano, investigano sul caso.

RECENSIONE: Quinto film appartenente al Conjuring Universe (“Conjuverse”?), The Nun è una pellicola horror il cui pomposo sottotitolo italiano rischia di ingannare lo spettatore superficiale e poco accorto.

Questa infatti non è La vocazione del male.

È la vocazione delle cazzate.

Perché questo film ne ha una barca.

«Tu riesci a vedere il jumpscare imminente?»

Partendo con quel famigerato “Tratto da una storia vera” che con il suo giustificazionismo vacuo e spicciolo mi ha ormai causato un’incurabile orchite, The Nun inanella senza soluzione di continuità una serie di stereotipi che farebbero arrossire di vergogna i neri con il ritmo nel sangue, le donne incapaci alla guida e i proprietari di SUV dagli attributi ridotti.

Posso tranquillamente evitare gli spoiler semplicemente sfidandovi a pensare ad ogni cliché possibile ed immaginabile nel genere “horror sovrannaturale con atmosfera religiosa”: ognuno di quelli balzativi alla mente è presente in quest’opera.

Pure quello.

Sì, anche quello.

Eh, volete che non ci sia quello?

Il risultato è una ridicola brodaglia di robacce a caso inframmezzate da jumpscare più ovvi della tabellina dello zero, che faticano terribilmente ad iniettare adrenalina ad una trama nata morta e la cui profondità ha una pochezza francamente sconcertante.

Seriamente, perfino Whoopi Goldberg canterina gospel non sarebbe stata malposta in novantasei minuti di puro delirio, ma per i motivi sbagliati, con eventi senza senso, ma per i motivi sbagliati e con una richiesta al pubblico di abbandono totale ed irreversibile della logica.

Ma per i motivi sbagliati.

Ed è quando rimpiangi la commedia scollacciata italiana anni ’70 che il Settimo Sigillo sta per aprirsi…

Tutto un urlare, tutto un vagare da soli per corridoi infiniti e identici gli uni agli altri, tutto un simbolismo religioso che definire “spicciolo” sarebbe eufemistico, un casino di rituali, demoni, il Bene, il Male, Dio, i sacrifici, le possessioni, i villici ignoranti, le superstizioni sbagliate ma forse giuste… fattori rimestati alla bell’e meglio e vomitati alla Regan McNeil su noi poveri padri Karras e Merrin che assistiamo impotenti a tanto orrore.

PER I MOTIVI SBAGLIATI.

E non hai visto niente, Kurtz…

E poi, per cortesia, basta con questa tonnellata infinita di jumpscare banali, inutili ed iper-telefonati: la paura dovrebbe provenire dall’ambientazione, dall’atmosfera, da una lenta discesa nell’inquietudine dell’animo umano, con lo spettatore che gradualmente si perde nei meandri della propria psie invece col cazzo, qui è tutto un BAAHH e un TUUUM di colonna sonora uno dietro all’altro.

Come se il film ti urlasse contro:

Nel cast, Demián Bichir passa un’ora e mezza con il perenne grugno tipico di colui che sta meditando di licenziare il proprio agente (al suo cinquantesimo “Sorella Airiiiiiinnn…” stavo cadendo preda di raptus omicidi); Taissa Farmiga, sorella minore della Vera già nel Conjuverse (o come caspita lo volete chiamare) nei panni di Lorraine Warren, fa la sua porca figura pur interpretando un character banale e piuttosto fastidioso.

The Nun.

La vocazione all’autolesionismo.

La mia.

Revenant – Redivivo

revenant locandina

“The clearest way into the Universe is through a forest wilderness.”

John Muir (1838 – 1914), naturalista e scrittore scozzese.

TRAMA: America Settentrionale, inizio del XIX secolo. Hugh Glass fa parte di una spedizione alla ricerca di pelli e pellicce da commercio. Il gruppo subisce diverse peripezie, che porteranno i suoi compagni a una dura scelta…
Basato sul romanzo omonimo del 2003 di Michael Punke e parzialmente ispirato alla vita del cacciatore Hugh Glass.

RECENSIONE: Per la regia e sceneggiatura di Alejandro González Iñárritu, Revenant è un film molto più “sensoriale” che narrativo, in cui la trama ha sì importanza ma cede talvolta il passo alla evocatività delle immagini e alle emozioni che esse veicolino.

Revenant è infatti un western crepuscolare connotato da un notevole impatto sensoriale, e attraverso cui si sottolinei come l’essere umano, attraverso appunto i cinque sensi, sia in grado di ricevere informazioni dall’ambiente circostante e di adeguarsi ad esso.

È ironico evidenziare questo fattore: la società occidentale moderna è basata in maniera preponderante sulle immagini (televisione, pubblicità, internet, social network) quindi sulla vista, e inoltre stiamo parlando di un film, opera artistica per sua natura basata sull’elemento visivo. In questa pellicola si assiste però ad una notevole esaltazione dell’elemento naturale e sensoriale nella sua globalità, che porta ad una efficace immersione dello spettatore nell’ambientazione dell’opera stessa.

Attraverso le riprese, la fotografia e le musiche (di Ryūichi Sakamoto), il Nord Dakota della prima metà ‘800 emerge come isola dal mare, trasportando efficacemente l’attenzione e la mente del pubblico in un altro mondo e in un altro tempo.

revenant paesaggio

Chi ha pagato il biglietto e si trova seduto in una sala buia sgranocchiando popcorn non può odorare il profumo pungente della resina, quello avvolgente dell’erba, il sentore metallico del sangue o quello acre degli animali, ma il film lo porta a sapere che tali fragranze sono presenti nell’aria.

sentirle.

Così come egli può quasi toccare la morbidezza dei cespugli, l’aguzza corteccia degli alberi e la fredda liscezza delle rocce, anche se le uniche cose che fisicamente si trovino a contatto con lui siano la soffice stoffa del posto numerato e la plastica dei braccioli.

A ciò contribuisce ovviamente anche la regia, che riesce ad utilizzare sapientemente la profondità di campo per creare riprese cariche di elementi e significati; per fare ciò si sfrutta appieno la vastità dell’ambiente da un lato e la bravura degli attori dall’altro, accompagnando così l’occhio dell’osservatore quasi come se fosse la rappresentazione dei movimenti della sua testa utilizzando spesso spostamenti regolari e armoniosi.

the-revenant-leonardo-dicaprio-tom-hardy-ftr

Revenant è un’opera che utilizza quindi l’ambiente naturale in cui la vicenda è narrata come gancio per l’immersività dello spettatore in essa, riuscendo a ridurre sensibilmente le distanze tra gli occhi e lo schermo.

Tra lo spettatore ed il film.

I paesaggi, ampi e sconfinati, sono spesso fonte di pericolo per i protagonisti, e rappresentano la potenza e la magnificenza di Madre Natura, che l’uomo non può combattere in quanto egli stesso costituisca parte della sua prole.

Essi inoltre forniscono ampio materiale metaforico, attraverso flash visivi o piccole scene di influenza quasi malickiana, che prese singolarmente possono avere un significato relativo, ma che assumono maggior colorazione e ragione d’esistere considerandole nel loro complesso.

The-Revenant-2

La fotografia di Emmanuel Lubezki è veramente meravigliosa, forse l’elemento migliore della pellicola, dato che fornisce ampissimo respiro al fattore ambientale contribuendo in maniera preponderante alla già citata immersione mentale.

Ci si trova davanti una ricchissima tavolozza di colori, i quali però non sono eccessivamente brillanti, vividi e finti, ma mantengono l’originalità tipicamente naturale. Essi non danno perciò la sensazione di un quadro artefatto e plastico, ma di realtà e verità, aumentando di conseguenza la qualità del film.

DiCaprio offre un’ottima prova nei panni di un trapper angariato da eventi infelici ma preparato alle sfide.
Uomo ferito nel corpo e nell’anima, il suo Glass simboleggia la sofferenza, conseguenza dell’umano nel regno bestiale che diviene vittima anche dei suoi simili, per un perverso homo homini lupus dove per l’uomo la fiera e il suo pari sono altrettanto pericolosi.
Ogni smorfia, ogni grido ed ogni ferita sono una frustata del destino alle sue carni, e l’attore riesce a trasporre ottimamente emozioni e immani dolori agli occhi del pubblico.

The-Revenant-Movie-Wallpaper-5

Tom Hardy risulta efficace in un ruolo da brutto, sporco e cattivo come piacciono a lui, e conferma di essere un ottimo attore nella recitazione attraverso gli occhi (do you remember Bane?)
Assassini, feroci, invasati e febbrili, i suoi bulbi oculari sembrano dotati di anima propria, diventando tramite di emozioni e correlandosi perfettamente con scene e battute.

revenant-tom-hardy

Domhnall Gleeson (recentemente Hux in Star Wars – Il risveglio della Forza) bravo in un ruolo secondario, anche se la voce molto virile del valente Pino Insegno su di lui fa forse un effetto un po’ strano.

Complessivamente Revenant è un ottimo film, che pur non presentando i ritmi elevati e frenetici a cui magari il cinema odierno ha abituato il grande pubblico, riesce ad offrire una storia intensa corredata da una cornice sensoriale di notevole impatto.

Mad Max: Fury Road

mad max locandina“Ti ho mai detto qual è la definizione di follia, sì? Follia è fare e rifare la stessa cazzo di cosa, ancora e poi ancora, sperando che qualcosa cambi. Questa è follia.”

TRAMA: La storia di Max, uomo di poche parole, si intreccia con quella di Furiosa, donna in fuga dal terribile Immortan Joe, signore della guerra adirato perché gli è stato sottratto qualcosa di particolarmente prezioso.

RECENSIONE: Per la regia di George Miller, Mad Max: Fury Road è il reboot della celebre saga cinematografica australiana, composta da tre capitoli dal 1979 al 1985.

E, ve lo dico da subito, è una vera bomba.

mad max inquadratura

Uno degli elementi che poteva tranquillizzare sia i fan della serie nello specifico sia gli amanti del cinema in generale è la presenza in cabina di comando di Miller, regista e sceneggiatore anche della trilogia originale.

Ciò è rassicurante, perché nonostante il lungo arco di tempo trascorso tra la fine di una serie ed il suo restarting, avere la presenza dell’autore originario rende impossibile creare vaccate.

A parte ovviamente Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma.

A parte ovviamente Blues Brothers: Il mito continua.

A parte ovviamente Prometh…ok, ok, a volte vengono fuori degli aborti comunque, ma queste sono rarità.

Più o meno.

mad max wide shot final

Per spiegare le caratteristiche del film facciamo lo stesso discorso di Cinquanta sfumature di grigio.

Qual è l’elemento fondamentale in un film action?

Robot giganti che si menano in un product placement vergognoso con sottofondo di Linkin Park?

No.

Omaccioni pompati vestiti come fantini omosessuali che sconfiggono il cattivone di turno lanciando battutine a spron battuto?

No.

Ippopotami in tutù che ballano insieme a dei coccodrilli sulle note della “Danza delle ore” di Ponchielli?

No.

Eh?!?

Il fattore essenziale in un film d’azione è la tensione.

E qui ne abbiamo a pacchi.

mad-max-fury-road-600x248

Questo non è un road movie, questo è un chase movie. I protagonisti vengono costantemente braccati, l’azione è quasi senza respiro e allo spettatore viene trasmessa ottimamente la sensazione che hanno i personaggi di avere una spada di Damocle pendente sulla testa in modo ineluttabile.
O, per usare un francesismo, la sensazione di avere sempre qualcuno attaccato al culo.

Il film ne guadagna tantissimo in termini di ritmo (grazie anche ad un montaggio sapiente che non fa altro che acuire maggiormente tale sensazione), e in divertimento, risultando sinceramente godibile e non rendendo affatto pesanti i suoi 120 minuti di durata.

mad max hardy

Un altro elemento ottimo del film è l’ambientazione.

Essa è infatti molto ben caratterizzata, grazie alla fotografia di John Seale che gioca molto con i colori (rossastri di giorno, grigio-verdi di notte) riuscendo a fornire ciò che spesso manca alle pellicole di questo genere, ossia uno stile visivo ed estetico ben definito.

All’interno di questo ambiente viene rappresentata una paleosocietà anch’essa ben scolpita, in cui ha molto rilievo la scala gerarchica dei componenti con una ovvia ed enorme differenza tra i ricchi padroni e la povera massa.
La classe dei guerrieri risalta per quanto concerne il legame con le rispettive vetture, grezze portatrici di morte su ruote usate per distruggere ed uccidere i nemici.

Come le Wacky Races, ma con più morti ammazzati.

MadMax veicoli

I characters secondari del film sono uno più fuori di testa dell’altro, e quando vengono presentati agli occhi del pubblico è una goduria constatare quanto possano essere sopra le righe ed esaltati, rendendo il film frizzante e divertente.

Come Sarabanda, ma con più morti ammazzati.

mad max secondari

Tom Hardy non sfigura interpretando un Max di poche parole e molti fatti; un guerriero ferito nello spirito che cerca di trovare la propria strada sopravvivendo all’ostile mondo che lo circonda.
Il personaggio è stato ben trasposto dal cinema degli anni ’80 a quello attuale, raccogliendo degnamente il testimone da Mel Gibson, che nonostante alcune sue uscite alla Mercenari 3, per naturali motivi anagrafici oggi più che Interceptor – Il guerriero della strada potrebbe fare Voltaren – Il guerriero della bocciofila.

Mel Gibson in 1985's "Mad Max Beyond Thunderdome," left, and Tom Hardy in "Mad Max: Fury Road," premiering next spring.

Charlize Theron, Furiosa di nome e di fatto come quando in Biancaneve e il cacciatore le hanno detto che Kristen Stewart è più bella di lei nel reame, impersona bene i panni di guerriera cazzuta e rasata, menando spesso le mani e facendosi dimenticare come gnoccona della pubblicità Martini.

charlize-theron--spot-martini-274996_0x410

Beh, quasi.

In generale un film ottimo, che merita sicuramente una visione e che sa tenere incollati alla poltrona senza annoiare.

Consigliato.

Locke

lockeAttento, Jack, perché l’Isola ha molte insidie e…
Ah, non è quel Locke?

TRAMA: Un ingegnere edile sposato e padre di famiglia viaggia di sera verso Londra per assistere al parto di una donna con cui ha avuto una scappatella mesi prima. Nel frattempo cerca di organizzare una colossale colata di calcestruzzo che avrà luogo la mattina seguente.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore anche del bel La promessa dell’assassino di Cronenberg), Locke è un film ben congegnato, che risulta un’opera originale e interessante.
La caratteristica che lo distingue dalle altre pellicole, infatti, è che per la sua intera durata (circa 85 minuti) il film mostra il protagonista al telefono con qualcuno mentre sta guidando.

Bene, la recensione continuerà qui sotto per tutti coloro che dopo aver letto l’ultima frase non abbiano cliccato la “X” in alto a destra.

Potrei ammorbarvi con frasi un po’ antipatiche e ad alto tasso di retorica come la regina dei semi-insulti-che-però-non-lo-sono-o-forse-sì, ossia “questo film non è per tutti”, ma credo che piuttosto di scolpire nella roccia sentenze tanto manichee sia più utile parlare del film in sé.

E non solo perché Locke è una buona pellicola, ho utilizzato questo metodo anche con Twilight, un film stupido come fermare con la testa una moneta che cade rasente a un muro.

Capisco comunque che la caratteristica principale di Locke possa essere vista da parte del grande pubblico come uno spaventoso abominio.

Un po’ come vedere una donna guidare un SUV.

Le tematiche del film sono molte, e la maggior parte di esse si trovano in rapporti di simmetria tra loro.

Abbiamo infatti la contrapposizione tra il lavoro e la famiglia (entrambi pericolosamente in bilico), quella tra l’errore di una notte di sesso e il rigore dell’organizzazione della colata, quella tra la famiglia attuale e quella che potrebbe arrivare e la solitudine dell’automobile che porta verso luoghi alieni con la compagnia data dalle voci al telefono.

Sopra a tutti questi temi abbiamo il tòpos del viaggio, come metafora di spostamento fisico attraverso cui si compie un’analisi della propria vita.

Locke – Tom Hardy

Essendo confinata nello spazio di una vettura, la regia non può presentare invenzioni visive mirabolanti.

Anche se tale affermazione è scontata come Sean Bean che crepa abbiamo comunque continui stacchi dai vari punti di vista.
Si passa così da inquadrature frontali a laterali, utilizzando primi piani sul protagonista o mostrando la strada che sta percorrendo; la telecamera butta inoltre un occhio agli elementi veri e propri dell’auto, come lo specchietto retrovisore, il sedile del passeggero, il telefono viva voce e il cruscotto (lieve product placement della BMW, ma era impossibile non inquadrare il logo).

La sceneggiatura, insieme alla già menzionata regia, crea una buona atmosfera di tensione e partecipazione emotiva, rendendoci partecipi del travaglio del protagonista, che si ritrova tra l’incudine della sua vita privata che va a rotoli e il martello dell’importante lavoro la cui preparazione dipende da lui.

Il protagonista si arrabatta in tutti i modi per cercare di far andare tutto in porto, mostrando un’abnegazione verso i suoi doveri che lo rende all’occhio dello spettatore un povero diavolo per cui in fondo simpatizzare.
Tale aspetto è molto importante, essendo lui l’unica presenza umana fisica sullo schermo, non vedendo mai i soggetti con cui dialoga, semplici voci che si perdono nell’aria.

locke scena2

L’inglese Tom Hardy (ex Bane de Il cavaliere oscuro – Il ritorno) è molto bravo e compie uno sforzo enorme, reggendo totalmente il film (per i motivi che abbiamo già visto) e catalizzando ottimamente l’attenzione dello spettatore su di lui.

Il doppiaggio italiano di Fabrizio Pucci (per quanto bravo doppiatore) ovviamente fa perdere qualcosa in fase recitativa, e personalmente non l’ho trovata una voce molto adatta all’attore; non avendo però Hardy un doppiatore italiano fisso bisogna tenere conto anche di questo.

Un buon film, originale e diverso dai soliti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il tema “uomini soli” (no, i Pooh non c’entrano) In linea con l’assassino (2002) di Joel Schumacher, Buried – Sepolto (2010) di Rodrigo Cortés e 127 ore (2010) di Danny Boyle.

Cloud dei tag