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Star Wars: L’ascesa di Skywalker


Che la Forza non sia più con noi.

TRAMA: La resistenza è ridotta a poche unità, il Primo Ordine dilaga sotto il comando del leader supremo Kylo Ren, ma un messaggio ha turbato la galassia.
Una nuova minaccia, riemersa dal passato, mette in grave pericolo i nostri eroi…

RECENSIONE:

Dopo Il risveglio della Forza, copia carbone senza vergogna di Una nuova speranza e un Gli ultimi Jedi che dovrebbe essere preso e buttato nel rusco, si conclude con questo L’ascesa di Skywalker una trilogia su Guerre stellari di cui francamente continuo a non comprendere l’utilità.

Ok, un’altra trilogia su Guerre stellari di cui francamente eccetera eccetera.

Ringraziando la Forza termina infatti un passaggio di testimone che si dimostra una volta di più come reso da cani (dopo l’uso del personaggio Han Solo ne IRdF e la caratterizzazione di Luke ne GUJ), con un Capitolo IX che mira esclusivamente a porsi come unione tra le trilogie varie ed eventuali, senza però dimostrarsi meritevole quell’alone magico che il nome Guerre stellari comporti.

È vero che si completa una nuova transizione generazionale, ma questa è purtroppo diventata una componente tematica ormai stantia, essendo stata ripetutamente esaminata in contesti decisamente migliori.

Da ricordare infatti che essa era comunque già presente non solo nella trilogia originale (in cui Obi-Wan, Anakin e lo stesso Yoda lasciavano il passo alla generazione Luke/Leia/Han), ma pure nei giustamente vituperati prequel (ad esempio con il consequenziale rapporto Maestro-apprendista che vedeva la catena Yoda/Dooku/Qui-Gon/Obi-Wan/Anakin).

Star Wars è una saga che, proprio per battere il martello sempre sugli stessi chiodi, è arrivata quindi a mostrare troppo la corda, perdendo argomenti di esposizione e copiando se stessa con, detto senza mezzi termini, le sue solite menate.

In questo L’ascesa di Skywalker siamo purtroppo a livelli che rasentano il ridicolo involontario, tanto stupide paiono le pochissime innovazioni al medesimo trito canovaccio e prendendo atto di quanto sia pressante la necessità da parte del film di farsi aiutare dai “grandi vecchi”, che però non possono farsi carico in eterno delle mancanze palesate dalla nuova leva.

Come un pulcino che non riesca a spiccare le ali per abbandonare il nido, gli Episodi VII-VIII-IX confermano con questa loro conclusione una debolezza strutturale fin troppo evidente, che provoca una deflagrazione su se stessa dell’opera lasciando nello spettatore un insoddisfacente sapore asprigno nella gola.

Sì, insomma, ‘sto film è abbastanza una puttanata.

Tralasciando l’alone così pop e diffuso da sfiorare il delirio nerd mistico, ciò che rimane è l’ennesimo tentativo da parte di questa saga di arricchire un presente scarno con rimandi quantitativamente esagerati al glorioso e amato passato: il risultato è un deprimente revival (in tutti i sensi, chi ha visto il film capirà) in salsa melensamente nostalgica, che accresce più il desiderio di riprendersi la trilogia anni ’70-’80 che nel conferire fiducia a questa più recente.

La regia di J. J. Abrams, che ritorna al franchise dopo IRdF, espone un’altalenanza preoccupante tra movimenti di macchina armoniosi ed efficacemente stilistici e noiosi approcci di sesso orale verso una CGI talvolta tremendamente invasiva e poco ispirata; puntando troppo alla magnificenza quantitativa rispetto a scelte qualitativamente ragionate, l’elemento artificiale risulta quindi troppo baroccamente kitsch e non soddisfacente.

Uso del colore piuttosto classico nella contrapposizione tra il Lato Chiaro e quello Oscuro, con una messa in scena di luci ed ombre però didascalica (e dagli…) nonché facilona, atta ad una comprensione a prova di pisquano da parte di un pubblico da cui pare ricercarsi esasperatamente l’approvazione.

La sceneggiatura, se così possiamo definirla, diletta lo spettatore con la solita mancanza di attributi maschili per quanto riguarda eventuali dolorose scelte di trama, che vengono presentate nel film solo per venire ovviamente smentite entro i venti minuti successivi alla loro comparsa.

Se in Una nuova speranza il maestro Obi-Wan muore (e stiamo parlando dell’inizio di una serie, non del capitolo innumerevole di un franchise multimiliardario), è desolante assistere nel 2019 inoltrato ad una sorta di fiaba della buonanotte per adulti (?) che fallisca così miseramente nel dimostrarsi consapevole e matura.

Per quanto alcuni passaggi avrebbero potuto risultare impopolari, sarebbe stato però ammirevole constatare una maggiore maturità contenutistica, legata ad un utilizzo più disinvolto di temi e personaggi.

Cosa che non avviene, perché alla Disney sono solo capaci di ammazzare madri off-screen.

Segue a ruota un’ironia che farebbe arrossire per la vergogna I tre marmittoni, con tempi comici totalmente telefonati e che mancano dell’imprevedibilità che tanto brio dona alla scrittura.

L’umorismo dovrebbe infatti possedere una connotazione inaspettata (pensare ad esempio alla forma più semplice e diretta di comicità, la barzelletta, che si basa spesso sul rovesciamento della situazione raccontata in partenza), che qui manca portando a scambi di battute di imbecillità dolorosa e simpatia pari ad una lezione di diritto tributario.

A corollario dei due punti precedenti, non poteva mancare (in realtà sì, ma lasciamo perdere) la mossa della disperazione legata a colpi di scena demenziali per quanto siano campati per aria e assurdi nella loro scempiaggine, oltre che ad un uso dei poteri della Forza di cui si perde totalmente il senso logico.


La coerenza narrativa interna alla storia deve essere sempre presente in modo da non disorientare l’osservatore, che in caso contrario non può quindi capire il funzionamento del mondo e dei fatti a cui assiste.

Se, ad esempio, Harry Potter ondeggia la bacchetta, pronuncia un paio di parole latine e questa combinazione provoca una magia, io accetto questo evento, perché la presentazione dell’universo del maghetto inglese mi ha insegnato che al suo interno ciò che mi si è appena presentato davanti è un evento comune.

Viceversa, se la professoressa McGranitt inizia a sparare raggi laser dagli occhi come Mazinga il film mi deve spiegare perché cazzo riesca a farlo.

Quindi no, da spettatore alcuni elementi de L’ascesa di Skywalker effettivamente non me li aspettavo.

Perché sono delle gran porcate.

Passiamo al cast.

Se la promettente Daisy Ridley ormai pare non provarci quasi più, recitando come una YouTuber per sedicenni e magari anelando interiormente uno step di carriera (per intenderci sulla voglia pari a zero, pensate a Jennifer Lawrence negli ultimi episodi degli Hunger Games), ella è affiancata da un cast di contorno che fallisce sia nel sostenerla che nel risaltare loro stessi per accrescere la coralità del film.

Tremendamente vicino al patetismo il rapporto buddy-buddy tra Poe e Finn: se il primo è sempre più inutilmente guascone e cazzone, al secondo viene affiancata l’ennesima compagna femminile (la terza, dopo la stessa Rey ne IRdF e Rose de GUJ), che conferma, oltre al vecchio adagio femminile once you go black, you’ll never go back, quanto povero il suo personaggio sia stato costruito se preso singolarmente.

Se i buoni piangono, i villain non ridono.

Deprime l’anima osservare un bravo attore come Adam Driver incastrato in un ruolo con il quale non azzecca un tubo (ovviamente aggravato da una scrittura pedestre dello stesso) e che lo espone per di più al pubblico ludibrio della rete.
Da cinefilo, credetemi sulla parola: questo qua è bravo.

SÌ, LO SO CHE NON SI DIREBBE, ma davvero, Adam Driver è uno degli attori più…

Che fatica.

Fidatevi.

Domhnall Gleeson machiettistico ancor più che nell’episodio precedente (il che è tutto dire), Richard E. Grant nell’ennesimo ruolo di generale imperiale, tipologia di personaggio che ha esaurito il suo senso di presenza dopo il Grand Moff Tarkin della buonanima di Peter Cushing.

L’ascesa di Skywalker è una pellicola che si rivela purtroppo mal fatta e peggio pensata; solamente un’occasione per concludere, si spera a livello definitivo, una saga inaciditasi e appassita come una vecchia radice che un tempo era rigogliosa piantina.

Continuo con la mia idea che il cinema di intrattenimento dovrebbe mostrare un minimo di qualità.

Invece di continuare con ‘ste cagate.

Solo: A Star Wars Story

Han ha recensito per primo.

TRAMA: Ambientato diversi anni prima rispetto a quanto raccontato nel film Guerre Stellari. Impegnato in un’avventura nel mondo della criminalità, il giovane Han Solo incontra il suo futuro copilota Chewbecca e si trova invischiato in un conflitto tra ladri…

RECENSIONE:

Riassunto del percorso produttivo di questo film:

– La lavorazione inizia il 30 gennaio 2017.

– Il 21 febbraio Disney e Lucasfilm annunciano ufficialmente l’avvio delle riprese e pubblicano la prima foto del cast principale riunito sul set.

– In maggio la Lucasfilm sostituisce il montatore scelto inizialmente, Chris Dickens, con Pietro Scalia; inoltre viene riportato che era stato assunto un acting coach per il protagonista Alden Ehrenreich, poiché i dirigenti non erano soddisfatti della sua performance.

– Il 20 giugno viene riportato che i registi Phil Lord e Christopher Miller avevano lasciato la produzione per “divergenze creative” con la Lucasfilm, la quale a sua volta annuncia che un nuovo regista sarebbe stato scelto nell’immediato futuro.

Variety e The Hollywood Reporter pubblicano che il duo era stato licenziato dopo mesi di attrito con la produzione, in particolare con Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm, e Lawrence Kasdan, uno degli sceneggiatori, che non approvavano il loro metodo di lavorazione e il loro approccio al personaggio di Han Solo.

Lo stesso Ehrenreich era preoccupato e, mentre le riprese procedevano, ha cominciato a temere che lo svitato approccio comico di Lord e Miller stesse iniziando a interferire con la vera essenza di Han Solo: pare che l’interpretazione a volte si avvicinasse addirittura a quella di Jim Carrey e del suo Ace Ventura.

Secondo ancora quanto riportato da The Hollywood Reporter, Lord e Miller avrebbero infatti permesso agli attori di improvvisare molto sul set, allontanandosi dalla storia scritta dai fratelli Kasdan: venivano girati infatti numerosi take seguendo la sceneggiatura, per poi rifare nuovamente la stessa scena in modo più libero.

La Lucasfilm sarebbe stata inoltre insoddisfatta dai pochi angoli di ripresa utilizzati dai registi, che diminuivano le opzioni disponibili in sala di montaggio.

Per andare incontro ai due, la Lucasfilm propose loro di essere affiancati dallo stesso Kasdan in qualità di “regista ombra”, ma la coppia rifiutò, portando alla cessazione del rapporto lavorativo.
La decisione di licenziare Lord e Miller venne prese durante una breve pausa nella lavorazione, presa per visionare il materiale girato.

A long time ago / We used to be friends…

– Il 22 giugno viene annunciato che Ron Howard avrebbe sostituito Lord e Miller alla regia del film per le restanti tre settimane di riprese, oltre che per cinque settimane di riprese aggiuntive necessarie per rigirare parte del film, pare il grosso di quanto già realizzato.

– Nel settembre 2017 Howard annuncia la presenza nel cast di Paul Bettany, chiamato a sostituire l’attore precedentemente scelto per interpretare in CGI l’antagonista principale, poiché egli per altri impegni lavorativi non poteva essere disponibile per le riprese aggiuntive.

– Il 17 ottobre 2017 Howard annuncia la fine delle riprese e il titolo ufficiale del film, mentre la post-produzione è terminata il 22 aprile 2018, circa un mese prima della sua uscita nelle sale.

Per chi non mastichi molto il processo realizzativo pratico di un’opera cinematografica, una semplificazione tendenzialmente esatta è che le pellicole che attraversino il cosiddetto “developing hell” risultino poi delle cagate abominevoli.

Qualcuno ha detto Fant4stic?

Quindi la domanda delle domande è: Solo: A Star Wars Story è quell’esplosivo geyser escrementizio che tutti gli indizi fanno presupporre?

In parte sì.

Ma avrei detto peggio.

Solo è forse paradossalmente un film il cui risultato complessivo è migliore della somma delle sue parti prese singolarmente. Per quanto rimanga un’opera non eccelsa, se alcune delle sue relative componenti ondeggiano tra il pessimo ed il mediocre, lo spettacolo totale non è così insufficiente come potrebbe sembrare.

In questi casi è quindi utile esaminare i vari settori uno ad uno.

Punto debole del film è sicuramente la fotografia.

Non so se tale scarso risultato sia dovuto alla fretta nel concludere il lavoro o semplicemente abbiano sballato con il chroma key, ma le scelte cromatiche di molte scene mi sono sembrate piuttosto bizzarre.

Capisco la volontà di giocare con le sfumature di una stessa tinta cromatica, ma in Solo si ha spesso un pastrocchio ultrasaturo che non aiuta a sfruttare efficacemente i soggetti presenti nelle inquadrature.

Le scene blu non sono blu: sono un mare notturno in tempesta mentre su una piattaforma fatta di Viagra si gioca un’amichevole tra Francia e Italia con un maxischermo che trasmette un concerto dei Blue Man Group.

Sì, insomma, sono troppo blu.

Le scene grigie non sono grigie: sono un panorama industriale ottocentesco ripreso in una giornata di nebbia durante un flash mob di brizzolati vestiti con abiti fumo di Londra a cavallo di elefanti.

Sì, insomma, sono troppo grigie.

Anche per quanto riguarda il cast ci sono dei problemi.

Se il buon Ehrenreich viene, come prevedibile, piallato alla Wile E. Coyote dall’incudine di iconicità del personaggio a cui presta il volto unita al carisma del suo interprete originario, c’è da dire che almeno risulta credibile come versione giovanile e in formazione dello stesso.
Guascone e con un senso della legalità molto elastico, ma ancora non il prezzolato avventuriero biscazziere con un metro di pelo sullo stomaco che conosciamo in Una nuova speranza.

Non è a caso come Ryan Gosling giovane Kevin Sorbo, per intenderci.

Il cast di contorno segue però il solito pattern di molti film ad alto budget, perciò abbiamo:

comprimari interpretati da buoni attori che nella carriera hanno fatto cose decisamente migliori: tra Woody Harrelson che dimostra di essere probabilmente quello più in palla del cast e una Thandie Newton che, poverella, si sbatte anche ma le hanno affibbiato una tizia che per importanza narrativa è intercambiabile con uno scolapasta, spicca il buon Paul Bettany, dall’interpretazione basilare quanto la tabellina del due nel ruolo di un villain carismatico come un parchimetro.

Simpatico ma un po’ troppo sul macchiettistico Childish Gambino Donald Glover come Lando Calrissian.

“Mmh, certo che questa scena è proprio blu…”

spalle comiche di dubbio gusto: se l’alieno in CGI doppiato in originale da Jon Favreau lo si può trovare sul vocabolario sotto il lemma “inutile”, il robot femminista è una presenza che sfonda prepotentemente i confini dell’irritante, piagato anche da una sceneggiatura che tenta, ovviamente non riuscendoci, di ficcare in gola allo spettatore una sorta di empatia nei suoi confronti.

Nettamente più divertenti i battibecchi tra Han e Lando.

un personaggio femminile scritto male ed interpretato peggio da quella Emilia Clarke a cui Hollywood sta provando in ogni maniera di costruire una carriera fuori dalle lande di Westeros.

Daenerys Traguitta si dimostra però un’attrice scarserella, anche in questo caso penalizzata più del necessario da uno script che fa sembrare la sua Qi’ra emotivamente piatta (e la scarsa abilità dell’interprete di certo non aiuta…) affibbiandole inoltre dei randomici atti di tostaggine esagerati che la ammantano di ridicolo involontario.

Paradossale la condizione di Dottoressa Jeckyll e Ms. Hyde della Clarke: se nelle interviste le sue ormai iconiche sopracciglia ballerine le conferiscono un’espressività esagerata ai limiti del cartoonesco, è strabiliante constatare quanto nei film la sua capacità attoriale spesso rasenti quella di un termosifone di ghisa.

Sono felice. O forse compiaciuta. O forse sto pensando a come fregarti. O forse mi sono resa conto del cachet…

Anche la sceneggiatura mostra più di un punto debole, oltre a quelli già menzionati relativi alla costruzione dei personaggi: alcuni elementi paiono infatti buttati sullo schermo a casaccio solo per il raggiungimento delle due ore di durata, ed emerge inoltre una mal eseguita gestione della lunghezza delle scene.

Si hanno infatti dei segmenti narrativi eccessivamente brevi, su cui magari ci si sarebbe potuti soffermare più a lungo per esplorare meglio le dinamiche tra i personaggi ed imbastire un setting emotivo maggiormente approfondito (soprattutto all’inizio, per instaurare empatia anche nei confronti di personaggi sconosciuti), mentre altre spezzoni sono veramente troppo lunghi, sincopando ritmo inutilmente non capendo quando sarebbe stato più opportuno tagliare ed avanzare ad un altro tema.

Quindi, questo film è un porcata?

No, è solo mediocre.

O scarso. Dipende dalla vostra magnanimità.

Al di là di ogni sua mancanza, Solo: A Star Wars Story possiede un pregio che ben poche opere cinematografiche appartenenti a saghe celebri dimostrano, e nonostante tutti i deficit consegna al film uno spettacolo senza infamia né lode per coloro che cerchino il mero disimpegno.

Solo è un film conscio dei propri limiti, che non tenta assolutamente di mettere al fuoco della carne che non possa gestire o di assumere quel tono inutilmente pomposo che poi gli si rivolterebbe contro (vero, Gli ultimi Jedi?), ma si limita giustamente ad un’avventura tra ladri, contrabbandieri, pirati, schiavisti, feccia e malvagità varia con qualche scena d’azione girata sufficientemente bene, un paio di battute simpatiche e la riproposizione di personaggi già noti.

Una pellicola quindi essenzialmente “umile”, che va ad incastrarsi nell’intricato groviglio narrativo che è ormai diventato Guerre Stellari senza scompaginare troppo i piani generali e strizzando di tanto in tanto l’occhio al fan limitando però il fan service.

Rogue One è migliore? Decisamente sì, ma si possono abbandonare le eventuali remore dovute alle falle sia della trilogia prequel che di quella in conclusione l’anno prossimo e godersi lo spettacolo.

E come sempre, che la Forza sia con voi.

 

 

P. S. Ace Ventura sarebbe comunque stato meno imbarazzante di questo:

Rogue One: A Star Wars Story

rogue-one-poster-ita“Zero, uno, uno, due, tre, cinque, otto, tredici” is for boys.

“Quattro, cinque, sei, uno, due, tre, sette, tre e mezzo” is for nerd.

TRAMA: Un gruppo di spie ribelli si unisce per rubare i piani della Morte Nera all’Impero Galattico.
Primo film della serie Star Wars Anthology, una collezione di film a sé stanti ambientati nell’universo di Guerre stellari.

RECENSIONE: Le grandi tappe storiche dell’emancipazione femminile nel mondo:

– 1791: In Francia, la drammaturga Olympiè de Gouges pubblica la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in cui si afferma l’uguaglianza sociale tra uomini e donne.

– 1906: Il Granducato di Finlandia è il primo Stato europeo a riconoscere il diritto di voto alle donne.

– 2015-16: Escono al cinema CONSECUTIVAMENTE due film della saga di Guerre Stellari con protagoniste femminili.

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Per la regia del britannico Gareth Edwards, Rogue One: A Star Wars Story è un buon spin-off sull’universo di Guerre Stellari, che si posiziona cronologicamente poco prima dell’episodio IV, Una nuova speranza.
Tale collocamento temporale è utile soprattutto per accorciare le enormi distanze di trama tra l’ultimo segmento della prequel trilogy e il primo dei grandi classici a cavallo tra anni ’70 e ’80.

In pratica costituire il trait d’union tra il trio di abominevoli robacce e i veri Star Wars.

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Pur con le ovvie e notevoli differenze tecniche, Rogue One ha l’apprezzabile pregio di essere molto più simile appunto ad Una nuova speranza, con cui condivide il tema principale.

Hope è infatti il termine chiave di questa pellicola.

La speranza è un concetto astratto che va qui a coincidere con la Forza stessa, e che diventa perciò un’aura che avvolge ogni essere e gli consente di compiere azioni straordinarie.

La speranza di un futuro migliore e di aiutare i ribelli contro un Impero che è juggernaut apparentemente inarrestabile spinge i protagonisti del film, una banda piuttosto raffazzonata e male in arnese, all’estrema determinazione e combattività tanto bellica quanto specialmente morale.

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Nello specifico emerge la protagonista Jyn Erso, interpretata da una buona Felicity Jones, la quale si incastra perfettamente in uno dei leit motiv principali dell’intera saga: il rapporto tra genitori e figli.

Come Luke e Leia nella trilogia originale, Kylo Ren nell’Episodio VII e lo stesso Anakin Skywalker nei prequel (pur non avendone uno biologico, egli è combattuto tra padri spirituali: i jedi Qui-Gon e Obi-Wan nel Lato Chiaro e Darth Sidious in quello Oscuro), anche la tosta Jyn deve decidere se gettare i propri semi nei solchi tracciati dall’aratro del genitore.

Ed è proprio questo il fattore che rende l’universo narrativo di Guerre Stellari così peculiare e amato dai fan: oltre a spade laser, astronavi e bizzarri alieni, che soddisfano l’occhio e la fantasia di grandi e piccoli, il nucleo portante sono le persone, e la famiglia come punto focale delle vicende.

Del resto, qual è una delle battute più famose della saga?

Sul versante da tecnico nulla di cui lamentarsi: ottima in particolare la fotografia, che riesce a caratterizzare attraverso luci e colori ognuno dei (parecchi) pianeti su cui si sposta man mano la vicenda; riallacciandosi al lato umano, dovizia di primi piani sugli espressivi volti di un cast abbastanza sugli scudi, pur mantenendo una generale coralità da cui spicca solo la Jones.

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Ironia presente sì ma senza essere esasperata, con piccoli inserti comici utilizzati cum grano salis, e aventi veicolo principale un K-2SO il cui aspetto minaccioso di droide imperiale è ben mitigato in italiano dal funzionale doppiaggio di Christian Iansante (voce tra gli altri di Bradley Cooper e del Rick Grimes di The Walking Dead).

Probabilmente non avrà il florido merchandising del BB-8 de Il risveglio della forza, ma un personaggio che nel suo piccolo fa il proprio dovere.

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Da segnalare l’uso della computer grafica (la quale si nota, ma non in maniera fastidiosa) per ricreare alcuni volti. Non una brutta pensata e che contribuisce ad inserire il tassello 3,5 in una trama già imbastita e con determinati canoni.

Peccato forse che l’antagonista principale non possegga quel carisma tale da garantirgli memorabilità futura: pur cavandosela, Ben Mendelsohn finisce schiacciato da un character poco incisivo, già visto troppe volte (un capo militare ed amministrativo che ha a sua volta dei capi che lo mettono sotto pressione) e che quindi smorzano eventuali peculiarità.

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Parlando più specificatamente del cast, come già detto soddisfacente apporto generale con una crew artistica multietnica e caratterizzata in maniera sufficiente pur con il poco tempo a disposizione di ogni personaggio singolarmente.

Oltre alla ovvia protagonista Felicity Jones, la cui Jyn Erso ricorda per certi versi un incrocio tra la ostinata determinazione della Rey di Daisy Ridley e l’umanità della Leia di Carrie Fisher, spiccano in ruoli minori Mads Mikkelsen e Donnie Yen.

Il primo è un attore ottimo per ruoli sofferenti, data la sua espressività granitica e un volto che pare solcato da secoli di esperienza (utilizzando un paragone abbastanza pop mi ricorda un vampiro o un elfo, esseri ultralongevi pur mancando di aspetto senile); il secondo è un monaco pervaso di Forza che funge da allacciamento più diretto con gli episodi I-III.

Un più che discreto film per gli amanti della serie, probabilmente piacevole anche per spettatori che ne siano digiuni.

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