L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – Kong: Skull Island

Non sono stati i recensori, è stato il cinema che ha ucciso la bestia.

TRAMA: Un gruppo di esploratori particolarmente assortito raggiunge una sperduta isola del Pacifico: tanto bella quanto pericolosa, questa terra è il regno di un gigantesco gorilla.

RECENSIONE:

PREGI:

– CGI: Elemento su cui i film di puro intrattenimento dovrebbero basarsi, ma che talvolta si rivela una più o meno evidente delusione, l’aspetto prettamente visivo dell’opera è ben realizzato e risulta una piacevole sorsata d’acqua fresca per la sete dell’occhio.

Vegetali e mostri vari creati virtualmente grazie al computer sono infatti ben armonizzati con la controparte materiale e “reale” dell’ambientazione (attori e location) offrendo un’amalgama convincente e non fastidiosamente posticcia.

L’ottavo King Kong del grande schermo è in particolare una bestia di proporzioni gargantuesche: con i suoi oltre trenta metri di altezza è un titano che supera nettamente le sue precedenti incarnazioni (per darvi un’idea il Kong più recente, quello di Peter Jackson, era alto una decina di metri) ed è visivamente efficace nel suo veicolare la potenza della natura sull’uomo.

– Ritmo: Senza scomodare Marie Claire D’Ubaldo e la sua The Rhythm is magic, la cadenza narrativa è basilare in un action movie, e questo Skull Island ne ha una piuttosto apprezzabile, grazie alle sue due orette di durata ricche di avvenimenti e relativamente povere di chiacchiere inutili.

Lo spettatore che si mette a guardare un film del genere si aspetta infatti poche cose precise: un primate colossale che spacca tutto, dinosauri, mostri preistorici e comprimari che crepano in modi orribili.
Niente scambi di battute sui massimi sistemi o pseudo pretese filosofiche scorreggione e fuori contesto: personalmente ciò di cui mi accontento è che i dialoghi siano basilari e sufficienti, la storia va benissimo anche lineare e un po’ di sana esagerazione naturalistica.

Tutti elementi qui presenti.

Me felice.

DIFETTI:

– È comunque un po’ la solita menata: Come facilmente intuibile, non siamo di fronte ad un’opera che spicchi per inventiva.
Unite un’isola estremamente ostile come clima, flora e fauna ad un branco di cialtroni male in arnese ed il massimo dell’imprevedibilità sarà scommettere con i vostri amici sull’ordine esatto in cui i vari personaggi ci lasceranno le penne.

Qualcosina-ina di un po’ più articolato del solito in fase iniziale non esenta il film dall’eccessiva ordinarietà della trama.

– I personaggi: Banali come Focus Storia che manda in onda uno speciale sul nazismo, i characters di Kong: Skull Island sono poco più che pedine del Cluedo da macellare.
Nonostante possano essere utili per spostare l’attenzione dello spettatore sul mostro, la loro eccessiva piattezza diventa un boomerang e porta a scarsa empatia da parte del pubblico, che non vede in loro qualcuno alle cui vicende appassionarsi.

Il giovane scienziato desideroso di sapere, i militari guerrafondai e patriottici, il reduce suonato in stile Dennis Hopper di Apocalypse Now e l’agente governativo viscido sono macchiette troppo bidimensionali per spiccare, con inoltre l’aggravante di avere il volto di ottimi attori (Tom Hiddleston, John Goodman, Samuel L. Jackson…).

Nel cast spiccano particolarmente in negativo…

– …Brie Larson ed il suo personaggio: la Weaver di Brie Larson è indubbiamente il personaggio peggio gestito dell’intera sceneggiatura: se come già detto gli altri membri del gruppo sono quasi archetipi, la fotografa pacifista, sospettosa e determinata avrebbe potuto ricevere migliore trattamento introspettivo, con l’aggiunta di sfumature purtroppo non presenti nel film.

A questa occasione mancata si unisce un’interpretazione non particolarmente esaltante e quasi “annoiata” dell’attrice, come se il disaster movie fosse una tappa obbligata per affermarsi nel cinema mainstream dopo l’Oscar vinto nel 2015 e prima dell’approdo alla Marvel.

Ah, dimenticavo, solita polemica pruriginosa ed inutile sulle sue (grosse e belle) tette in fase di promozione del film.

Che pazienza.

Consigliato o no? Dipende essenzialmente da quanto apprezziate il genere di appartenenza.

Kong: Skull Island non è certamente un film memorabile e si limita a fare il suo senza tentare escamotages imprevedibili, ma devo ammettere che nel suo ambito ci sono molte pellicole nettamente peggiori.

Per una serata leggera ci può stare.

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Argo

Quando un film ti salva la vita.

TRAMA: Tratto da una storia vera.
Nel corso della rivoluzione islamica di Teheran, il 4 novembre 1979, alcuni militanti fanno irruzione nella sede dell’ambasciata americana prendendo in ostaggio 52 persone; riescono a sfuggire alla cattura solo 6 funzionari, che si rifugiano presso la residenza dell’ambasciatore del Canada.
Per riportarli negli Stati Uniti viene fatto passare il gruppo per membri di una troupe cinematografica canadese, in Iran in cerca di paesaggi da utilizzare come set per un fittizio film di fantascienza intitolato Argo.

RECENSIONE: Film diretto e interpretato, nel ruolo principale dell’agente CIA Tony Mendez, da Ben Affleck, risorto come l’araba fenice dopo una parabola discendente (per non dire verticale) cominciata successivamente alla buona sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle.

Tale crollo in picchiata lo ha portato a interpretare delle porcherie imperdonabili come:

-l’americanata invereconda Armageddon – Giudizio finale, che si gioca con Independence Day l’ambito premio di “Film più imbecille degli ultimi trent’anni”;
-Pearl Harbor, inguardabile mattonata di tre ore con cui Affleck ha vinto un meritatissimo Razzie Award (premio Oscar al contrario);
-la mirabolante accoppiata del 2003 Daredevil – Paycheck, che gli ha fruttato una delle tre nomination totali ai già citati Razzies, aggiungendo anche una nomination a peggior attore degli anni 2000.

Dopo questa abominevole sequela di fischi e fiaschi, improvvisamente il caro Ben ha capito che forse era meglio smettere di rubare lo stipendio e si è riciclato come regista/attore serio, realizzando nel ruolo di director Gone baby gone e The Town, entrambi buoni film.
Questo suo cambiamento, improvviso come Claudia Koll che scopre la fede dopo aver scoperto altro, continua quindi con Argo, che probabilmente vedranno in tre gatti ma che mostra buone cose: due ore di tensione ben tenute, uno stile registico che fonde documentario e pellicola contribuendo al realismo del film (unito a una grande accuratezza visiva per quanto riguarda le scenografie e i costumi di fine anni ‘70) e un gruppo di facce ben scelte, sia tra i personaggi principali sia per quanto riguarda quelli secondari.
Tra i caratteristi di contorno spiccano infatti John Goodman (grandissimo Walter nel fantastico Il grande Lebowski e presente in un ruolo minore pure in The Artist) e il premio Oscar 2007 Alan Arkin (per Little Miss Sunshine) in vesti di spalle comiche, oltre al buon Bryan Cranston, che dove lo metti sta.

Buona fotografia di Rodrigo Prieto (nomination per Brokeback Mountain) sia per quanto riguarda gli ambienti USA, con abbondanza di interni, sia per l’ambito iraniano, con una ben realizzata alternanza tra esterni e spazi chiusi.

Se passasse inosservato sarebbe un peccato.

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