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TOP/FLOP 2019

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 2012201320142015, 2016, 2017 e 2018 torna il mio breve riassunto dell’ultima annata cinematografica, con il top e il flop di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2019.

Per ogni pellicola il link alla recensione (in blu se presente).

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

 

TOP 2019:

C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino.

Un atto d’amore per il cinema, da un cineasta appassionato prima che da un famoso e apprezzato regista.

Un continuo frullato di rimandi, riferimenti, elogi e citazioni per un cinema che non c’è più e che rivive nelle menti e nel cuore dei suoi amanti.
Di Caprio e Pitt in ruoli azzeccati, Margot Robbie presenza eterea e angelica, una Los Angeles torrida e viva; pregevole inoltre il fattore metaforico dell’opera, soprattutto nella sua parte conclusiva.

Se un Tarantino “diverso dal solito” è questo, allora ben venga.

 

La favorita di Yorgos Lanthimos.

Elegante e sofisticata rappresentazione di quel covo di serpenti che è la corte di una potentissima regina, un film che eleva la scalata sociale e l’arrivismo ad arti.

Trio di attrici Colman/Weisz/Stone in stato di grazia, con una regina dal potere granitico ma dalle pesanti debolezze che la rendono succube del suo paio di cortigiane e consigliere; queste ultime affilano gli artigli in una composizione esteticamente azzeccata che unisce un’ottimo contorno a delle interpreti in forma.

Fantastico dipinto inserito in altrettanto pregevole cornice.

 

The Irishman di Martin Scorsese.

Un’epopea di tre ore e venti che è anche viaggio di formazione, gangster movie, film sull’amicizia, su quanto il tempo cambi o meno le cose e numerosi altri sotto-temi, che portano quindi ad un’enorme densità di argomentazione.
Magna opera estremamente ricca quindi dal punto di vista contenutistico, senza però dimenticarsi di una messa in scena di ottima e solida fattura.

Trio di attori dalla bravura semplicemente esagerata, tra cui spicca un Joe Pesci che, abbandonati i suoi consueti panni di delinquente fumantino, urlante e aggressivo, si cala in un ruolo di studio, controllo e osservazione.

Non lasciatevi distrarre dal ringiovanimento artificiale.

 

Joker di Todd Phillips.

Avere a che fare con uno dei villain più iconici della storia dei fumetti e trasformarne la storia in un percorso di progressiva solitudine e sofferenza.
Un uomo incastrato in un sistema che lo disprezza, lo emargina e che non comprende, abbandonandosi sempre più a quei demoni interiori che non può placare ed incanalandoli in una deriva violenta ed esplosiva.

Phoenix magistrale, diversi omaggi più o meno espliciti ad opere scorsesiane come Taxi Driver Re per una notte, un cinecomic estremamente sui generis che contribuisce a rinverdire un genere spesso bidimensionale.

 

Midsommar di Ari Aster.

Film dalla carica metaforica potente ed estremamente sul pezzo, un thriller/horror che riesce a spiccare in un genere troppo inflazionato grazie a coraggiose scelte di forme e contenuti.
La tensione nasce infatti da un’atmosfera che, partendo da elementi comuni e confortevoli, muta sempre più in un abisso di inquietudine e violenza, comunque calibrata con il bilancino e mai abusata.

Florence Pugh tanto minuta fisicamente quanto dotata di un personaggio pietra angolare di un’opera che è un piccolo gioiello di costruzione narrativa.

 

MENZIONE SPECIALE: Il primo re di Matteo Rovere.

Un film che sembra sbucato fuori dal tempo non solo per la sua scelta di rappresentazione contenutistica (nascita della città di Roma), ma anche per un’operazione di coraggioso rimando a quel tempo arcano e quasi mistico che ha forgiato il più grande impero della storia.

Romolo e Remo come poli opposti di una lotta contro un imbattibile destino, azzeccata la scelta di adottare un linguaggio protolatino sottotitolato.

 

FLOP 2019:

Chiara Ferragni – Unposted di Elisa Amoruso.

Il disperato tentativo di elogiare il nulla cosmico biondo partorisce un monumento al trash.

Auto-glorificazione così esasperata che riceverebbe critiche sulla vanagloria pure dal faraone Cheope, una carrellata di idiozie che sodomizza a spron battuto il confine dell’imbecillità: un prodotto che pare talvolta la parodia di se stesso, una presa per il culo dello spettatore attraverso decine di primi piani in cui l’influencer brianzola guarda con occhio bovino l’orizzonte.

Assistervi è più un’esperienza mistica che la mera visione di un film. 

 

Godzilla II – King of Monsters di Michael Dougherty.

Un film che se dovessi definire in dieci parole utilizzerei “stupido” undici volte.

Perché è stupido.

Una trama che non ha il minimo senso logico, personaggi irritanti come la carta igienica vetrata, uno sbrodolio di CGI e la netta sensazione che se una sceneggiatura del genere possa essere prodotta da Hollywood, anche le fan fiction delle quindicenni infoiate su Wattpad abbiano speranze.

Qualcuno chiami il WWF e dica a ‘sti cialtroni di lasciare in pace quella povera iguana.

 

Hellboy di Neil Marshall.

Triplice fallimento: come pellicola tratta dal relativo fumetto è pessima, come remake degli episodi di Del Toro è osceno, come film a sé stante è inguardabile.

L’unica differenza tra questa puttanata e una sgommata nelle mutande è che, pur essendo entrambe visioni abbastanza spiacevoli, almeno la seconda lascia un segno tangibile.

Bocciato pure al box office, non riuscendo nemmeno a pareggiare i cinquanta milioni di budget dichiarati, e quindi per fortuna tanti saluti a possibili sequel.

 

Men In Black: International di F. Gary Gray

Ennesimo episodio di una saga di cui si sentiva la mancanza quanto di un buco del culo sul gomito, con un cambio di attori bocciato su tutta la scala.

Cast gettato nella mischia allo sbaraglio, unito all’estrema ripetitività degli elementi cardine di una serie che bisognerebbe anche rendersi conto di quanto ormai nulla abbia più da dire.

Si è giocato il posto nella mia flop fino all’ultimo con roba esecrabile tipo Escape Room Polaroid, poi mi sono ricordato di quanto mi sia stata in culo Tessa Thompson qua dentro e allora la posizione non gliela leva nessuno.

 

The Silence di John R. Leonetti

Quando vi chiedete perché gli originali Netflix abbiano la nomea di essere invereconde cagate, provate a vedervi ‘sta roba (spoiler: e anche quella sotto).

Non è interessante, non intimorisce, non appassiona, ci sono buchi logici grossi come crateri lunari; il cast è di gente anche bravina ma senza voglia, e confrontare un altro recente horror avente personaggio sordo (A Quiet Place) con questa vergognosa cazzatona è come far sfidare a pallone il Barcellona catalano contro il Barcellona Pozzo di Gotto.

Non è il film più brutto che ho visto quest’anno solo perché quello sulla Ferragni è un geyser di merda.

 

MENZIONE SPECIALE: Velvet Buzzsaw di Dan Gilroy.

Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Toni Collette, Tom Sturridge, Natalia Dyer, John Malkovich.

E fa cagarissimo.

Grazie, Netflix.

 

RECENSIONI 2019 PIÙ LETTE (COLLEGAMENTO CLICCANDO SUL TITOLO):

  1. Joker
  2. Il re leone
  3. Avengers: Endgame
  4. C’era una volta a… Hollywood
  5. Chiara Ferragni – Unposted
  6. Captain Marvel
  7. Aquaman
  8. I morti non muoiono
  9. Pokémon: Detective Pikachu
  10. It – Capitolo due

Come sempre, un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2019 cinematografico e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.

E di buon cinema.

Godzilla II – King of Monsters

Ah, non è importante come lo si usa?

TRAMA: Alcune enormi ed antichissime creature si risvegliano, mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sulla Terra. L’agenzia cripto-zoologica Monarch tenta di fronteggiare gli incredibili mostri.

RECENSIONE:

Sequel della pellicola diretta da Gareth Edwards nel 2014, Godzilla II  – King of Monsters non è un film.

Godzilla II – King of Monsters è un gigantesco pene eretto.

Un fallo in tiro di trenta metri che il regista Michael Dougherty utilizza non solo per distruggere l’ambiente circostante in un florilegio di morte e macerie, ma anche per sbriciolare ogni qualsivoglia parvenza di decenza cinematografica.

PAM! PAM! PAM! PAM!

Utilizzando un membro come una clava.

Simbolismo da quattro soldi ne abbiamo?

Nel 2014 vi siete lamentati perché l’enorme iguana frutto degli esperimenti nucleari nel Pacifico veniva inquadrata assurdamente poco e la storia era fin troppo incentrata sulle noiosissime vicende dei piccioncini Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen?

Bene, sarete contenti di sapere che cinque anni dopo si vira in direzione totalmente opposta: mostri, mostri, e mostri sempre, e fortissimamente mostri.

Che si prendono a mazzate sui denti per due ore e un quarto.

E io pago.

Non che ci si dovesse aspettare granché di particolare da un’opera dichiaratamente impostata verso un Deathmatch tra colossali creature antidiluviane, ma il plot di fondo, che dovrebbe fornire base per lo svilupparsi di questo scontro, è semplicemente ridicolo.

Il Rod Serling in The Twilight Zone a cui ci troviamo ad assistere è una trama stupida quanto giocare a bocce in salita, fondata su personaggi che definire sconclusionati o idioti sarebbe eufemisticamente riduttivo e che provoca nello spettatore una disperata brama della lotta tra titani non tanto per la spettacolarità delle loro scene, ma per quanto sia dolorosamente imbecille assistere alle vicende degli umani.

In questo fotogramma ci sono tre Nomination agli Oscar.

Anche in un popcorn movie di grana gigantesca come questo si dovrebbero comunque utilizzare le vicende degli homo sapiens per imbastire una costruzione narrativa che provochi effettiva empatia nei confronti delle persone: ad esempio una matura rappresentazione delle reazioni emotive ad un’apocalisse apparentemente inarrestabile e degli sforzi che comuni Cristi compiano per fermare il disastro in atto.

E invece no: quattro coglioni bi-dimensionali spessi come la carta igienica che vagano senza meta da un luogo di risveglio all’altro di ‘sti bestioni.
Senza un costrutto, senza un’esplorazione introspettiva, senza nulla di quanto potrebbe effettivamente renderli characters appetibili per l’attenzione di un pubblico che non sia composto di ottenni.

Un rettile alto cento metri trattato dai protagonisti come il golden retriever di “Air Bud”. Ditemi voi.

I mostri sono sì enormi, sì potentissimi e sì con poteri devastanti, ma forse addirittura TROPPO.

Non si riesce a comprendere il rapporto di forze tra le creature, tanto gargantuesche e mortifere da rendere apparentemente inutile qualsiasi impegno dei personaggi umani, meri spettatori di una lotta situata ben oltre la loro ridotta portata.
Il problema è che se gli uomini sono inutili anche la storia lo diventa, perché viene banalizzata all’assistere a enormi bestioni aggressivi l’uno verso l’altro senza che questo elemento sia in qualche modo in relazione con ciò che gli si trovi intorno.

Un combattimento tra galli da 130 minuti, che una CGI molto buona non riesce a salvare dalla superficialità e dal tedio.

Complimenti.

A reggere le sorti del mondo ci sono il bietolone Kyle Chandler, che mi stava simpatico finché possedeva il giornale  del giorno dopo o allenava i collegiali nel football, e Ken Watanabe già recentemente visto in Detective Pikachu e che si conferma ormai abbonato al ruolo di “vecchio giapponese intelligente”.

Che tristezza.

Vera Farmiga interpreta uno dei personaggi che non mi pento nel definire tra i più idioti nella storia del cinema: raramente si assiste ad un individuo che qualsiasi cosa faccia, dica o pensi sia intelligente come tentare di uccidere le zanzare con una granata.

Sua “figlia” Millie Bobbie Brown attraversa la tipica fase attoriale della ragazzina che cerca di affrancarsi da un personaggio per bambinotti attraverso un altro character puberale ma più vicino all’età adulta.
In questo caso la scelta è di farle sparare parolacce a raffica, perché secondo gli sceneggiatori del film, che evidentemente non hanno superato lo stadio evolutivo dei crostacei, è questo che fanno gli adulti: sacramentare tutto il giorno, quindi artisticamente è una direzione vincente.

Cazzo, figa, merda: datemi il Pulitzer, stronzi.

Terribilis in fundo, dispiace infinitamente assistere al macroscopico spreco di un grande attore come Charles Dance, impelagato in un imbarazzante cazzatona come questa.

Un leone non partecipa mai ai film di una capra.

Da dimenticare.

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