L'amichevole cinefilo di quartiere

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Impressioni di trailembre – Glass

PREGI SPARSI:

– Il ritorno di Anya Taylor-Joy: che si spera continui a mantenere l’importante ruolo che aveva in Split e non venga soverchiata dai tre pesi massimi del cast, facendo deflagrare il personaggio nello stereotipo della bella figotta incastrata suo malgrado in un combattimento tra superumani.

Attrice che a mio parere possiede un grande potenziale in divenire, spero che opti per scelte di carriera oculate che possano forgiare le sue abilità recitative, e regalare così in futuro una grande interprete al pubblico.

– Sarah Paulson: Attrice con i controattributi a livello televisivo, sul grande schermo non ha però avuto una carriera altrettanto buona; a quarantaquattro anni non sarebbe male che finalmente riesca a sdoganarsi pure al cinema, anche se l’apparentemente non eccelso Ocean’s 8, uscito in America e ancora inedito da noi, non fa presagire grandi picchi.

Che il suo ruolo sia quello di una psichiatra, inoltre, sembra suggerire il mantenimento di forti tematiche introspettive, rendendo il prodotto più maturo e consapevole.

– Volendo il Signore, un film che prende “seriamente” i comics: Al di là delle dichiarazioni del regista, secondo cui Glass sarà “Il primo film davvero fondato sui fumetti”, dei toni narrativi che si preannunciano ancora cupi e dark non possono che giovare ad un genere che, tra opere di enorme successo viranti però troppo su un’estrema stupidità infantile (Marvel) ed un principale concorrente con idee poco chiare, tra la ricerca di maggiore serietà e la tentazione di copiare pedissequamente il rivale (DC), avrebbe decisamente bisogno di una “via di mezzo” che non può essere solamente la in futuro già defunta Marvel-Fox (con LoganNew Mutants o Deadpool).

– Altre personalità di Kevin? Se le sfaccettature di Crumb in Split erano ventiquattro, sia per evitare emicranie al pubblico che un esaurimento nervoso al povero McAvoy, quelle con un effettivo ruolo all’interno della pellicola erano solo quattro o cinque.

Oltre ad un rimando a tali personaggi, male non farebbe la comparsa di altre figure che magari, in seguito al casino combinato nell’ultimo film, hanno “preso la luce” al posto dei leader precedenti.

DIFETTI SPARSI:

– Bruce Willis: la cui carriera sta attraversando un andamento in discesa che rasenta la verticalità ed improntato su ruoli interpretati senza voglia in film peggio che mediocri; si spera che tornare ai vecchi fasti de Il sesto senso Unbreakable lo possa aiutare a tornare sulla retta via, confidando inoltre che quello che sarà il protagonista positivo non si trasformi nella palla al piede della pellicola.

– M. Night Sopravvalutato: che Shyamalan dopo i suoi primi due film non ne abbia azzeccata mezza è un dato abbastanza assodato: tra il confusionario e banalotto The Village ed il mediocre The Visit, il ben poco umile Manoj ha inanellato una serie di porcate di rara idiozia: tra un Signs con gli alieni fermati dalle porte di legno, Lady in the Water, ed E venne il giorno che non so da dove cominciare ad insultare, L’ultimo dominatore dell’aria che è uno stupro ad un ottimo cartone animato e After Earth che è né più né meno un pompino con ingoio alla famiglia Smith.

Split era stata una piccola sorpresa pure per quello, e si spera che possa invertire la rotta di un regista che sembrava potesse diventare Titanico ma che rischia(va) di sfracellarsi contro un iceberg.

– La Bestia di Crumb che si muove come Liev Schreiber in X-Men le origini – Wolverine:

No, qui non ho nulla di specifico da aggiungere: i disgraziati come me che hanno assistito a quello scempio (sì, quello con Taylor Kitsch nei panni di Gambit e Deadpool muto) sanno a cosa mi stia riferendo.

Per tutti gli altri: rimanete nell’ignoranza, davvero.

– Tono epico: perché è un difetto? Perché ormai quasi tutti i trailer sono fighi, ed il carisma da essi derivante deve poi essere mantenuto nell’opera cinematografica vera e propria.

In caso contrario il rischio è quello di lanciare al pubblico un messaggio sbagliato sull’impronta che verrà data al film, rischiando perciò di fuorviare lo spettatore rendendogli difficile apprezzare il prodotto in sé.

E visto che The Village, sempre di Shyamalan, dal trailer pareva un horror, il grosso punto interrogativo rimane.

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Revenant – Redivivo

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“The clearest way into the Universe is through a forest wilderness.”

John Muir (1838 – 1914), naturalista e scrittore scozzese.

TRAMA: America Settentrionale, inizio del XIX secolo. Hugh Glass fa parte di una spedizione alla ricerca di pelli e pellicce da commercio. Il gruppo subisce diverse peripezie, che porteranno i suoi compagni a una dura scelta…
Basato sul romanzo omonimo del 2003 di Michael Punke e parzialmente ispirato alla vita del cacciatore Hugh Glass.

RECENSIONE: Per la regia e sceneggiatura di Alejandro González Iñárritu, Revenant è un film molto più “sensoriale” che narrativo, in cui la trama ha sì importanza ma cede talvolta il passo alla evocatività delle immagini e alle emozioni che esse veicolino.

Revenant è infatti un western crepuscolare connotato da un notevole impatto sensoriale, e attraverso cui si sottolinei come l’essere umano, attraverso appunto i cinque sensi, sia in grado di ricevere informazioni dall’ambiente circostante e di adeguarsi ad esso.

È ironico evidenziare questo fattore: la società occidentale moderna è basata in maniera preponderante sulle immagini (televisione, pubblicità, internet, social network) quindi sulla vista, e inoltre stiamo parlando di un film, opera artistica per sua natura basata sull’elemento visivo. In questa pellicola si assiste però ad una notevole esaltazione dell’elemento naturale e sensoriale nella sua globalità, che porta ad una efficace immersione dello spettatore nell’ambientazione dell’opera stessa.

Attraverso le riprese, la fotografia e le musiche (di Ryūichi Sakamoto), il Nord Dakota della prima metà ‘800 emerge come isola dal mare, trasportando efficacemente l’attenzione e la mente del pubblico in un altro mondo e in un altro tempo.

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Chi ha pagato il biglietto e si trova seduto in una sala buia sgranocchiando popcorn non può odorare il profumo pungente della resina, quello avvolgente dell’erba, il sentore metallico del sangue o quello acre degli animali, ma il film lo porta a sapere che tali fragranze sono presenti nell’aria.

sentirle.

Così come egli può quasi toccare la morbidezza dei cespugli, l’aguzza corteccia degli alberi e la fredda liscezza delle rocce, anche se le uniche cose che fisicamente si trovino a contatto con lui siano la soffice stoffa del posto numerato e la plastica dei braccioli.

A ciò contribuisce ovviamente anche la regia, che riesce ad utilizzare sapientemente la profondità di campo per creare riprese cariche di elementi e significati; per fare ciò si sfrutta appieno la vastità dell’ambiente da un lato e la bravura degli attori dall’altro, accompagnando così l’occhio dell’osservatore quasi come se fosse la rappresentazione dei movimenti della sua testa utilizzando spesso spostamenti regolari e armoniosi.

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Revenant è un’opera che utilizza quindi l’ambiente naturale in cui la vicenda è narrata come gancio per l’immersività dello spettatore in essa, riuscendo a ridurre sensibilmente le distanze tra gli occhi e lo schermo.

Tra lo spettatore ed il film.

I paesaggi, ampi e sconfinati, sono spesso fonte di pericolo per i protagonisti, e rappresentano la potenza e la magnificenza di Madre Natura, che l’uomo non può combattere in quanto egli stesso costituisca parte della sua prole.

Essi inoltre forniscono ampio materiale metaforico, attraverso flash visivi o piccole scene di influenza quasi malickiana, che prese singolarmente possono avere un significato relativo, ma che assumono maggior colorazione e ragione d’esistere considerandole nel loro complesso.

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La fotografia di Emmanuel Lubezki è veramente meravigliosa, forse l’elemento migliore della pellicola, dato che fornisce ampissimo respiro al fattore ambientale contribuendo in maniera preponderante alla già citata immersione mentale.

Ci si trova davanti una ricchissima tavolozza di colori, i quali però non sono eccessivamente brillanti, vividi e finti, ma mantengono l’originalità tipicamente naturale. Essi non danno perciò la sensazione di un quadro artefatto e plastico, ma di realtà e verità, aumentando di conseguenza la qualità del film.

DiCaprio offre un’ottima prova nei panni di un trapper angariato da eventi infelici ma preparato alle sfide.
Uomo ferito nel corpo e nell’anima, il suo Glass simboleggia la sofferenza, conseguenza dell’umano nel regno bestiale che diviene vittima anche dei suoi simili, per un perverso homo homini lupus dove per l’uomo la fiera e il suo pari sono altrettanto pericolosi.
Ogni smorfia, ogni grido ed ogni ferita sono una frustata del destino alle sue carni, e l’attore riesce a trasporre ottimamente emozioni e immani dolori agli occhi del pubblico.

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Tom Hardy risulta efficace in un ruolo da brutto, sporco e cattivo come piacciono a lui, e conferma di essere un ottimo attore nella recitazione attraverso gli occhi (do you remember Bane?)
Assassini, feroci, invasati e febbrili, i suoi bulbi oculari sembrano dotati di anima propria, diventando tramite di emozioni e correlandosi perfettamente con scene e battute.

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Domhnall Gleeson (recentemente Hux in Star Wars – Il risveglio della Forza) bravo in un ruolo secondario, anche se la voce molto virile del valente Pino Insegno su di lui fa forse un effetto un po’ strano.

Complessivamente Revenant è un ottimo film, che pur non presentando i ritmi elevati e frenetici a cui magari il cinema odierno ha abituato il grande pubblico, riesce ad offrire una storia intensa corredata da una cornice sensoriale di notevole impatto.

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