L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Giappone’

Silence

silence-posterfilm_scorseseVows are spoken to be broken
Feelings are intense, words are trivial
Pleasures remain so does the pain
Words are meaningless and forgettable.

TRAMA: XVII secolo. Due padri gesuiti portoghesi partono per il Giappone con l’intento di ricercare il loro mentore, padre Ferreira, e radicare nelle isole la fede cristiana. Verranno presto a conoscenza, e ne saranno vittime, delle tremende persecuzioni che lo shogunato applicava ai danni dei convertiti al cristianesimo.
Tratto dal romanzo Silenzio (1966) di  Shūsaku Endō.

RECENSIONE:

Ambientato all’inizio del periodo Sakoku, politica autarchica e restrittiva nei confronti delle relazioni estere attuata in Giappone dal 1641 al 1853, Silence è un film estremamente ricco di temi che toccano vari campi dell’animo umano (religione, filosofia, storia, psicologia) e si condensano in un’opera cinematografica pregna e vibrante.

Il principale leitmotiv della trama, focalizzata sulla ricerca di un vecchio mentore perdutosi in un territorio lontano ed ostile (che può far avvicinare la pellicola al romanzo Cuore di tenebra ed al capolavoro cinematografico ad esso legato Apocalypse Now) diviene via via solo uno spunto per l’esplorazione del rapporto tra l’uomo e la fede.

Spunti importanti in tal senso derivano dallo sviluppo psicologico ed umano del portoghese Sebastião Rodrigues (un intenso Andrew Garfield), immerso insieme al collega ed amico Francisco Garupe in un Paese totalmente diverso per cultura e tradizioni rispetto all’Europa, e dovendovi aiutare la germogliazione della religione cristiana.

silence-ostia

Numerosi i paragoni verbali tra gli uomini ed il regno vegetale, con la dottrina gesuita paragonata ad una pianta che può trovare terreni più o meno favorevoli per la sua prospera crescita, e sul sottile legame tra radici umane più o meno forti ed un ambiente non necessariamente adatto alla gemmazione.
Uomo e natura divengono così tutt’uno, ed il mondo umano razionale viene paragonato alla naturalità di una normale crescita vegetale, unendo due importanti sfere dell’immanenza.

Il giovane religioso, inoltre, durante il corso della sua missione è pressato in maniera sempre più opprimente e affossante dal silenzio della divinità, che conduce l’uomo al dubbio ed alla spossatezza mentale oltre che fisica.
Immerso in una sofferenza endemica, Rodrigues lotta per trovare un conforto tanto umano (attraverso il rapporto con le poche popolazioni locali ancora fedeli alla dottrina cristiana e per questo perseguitate) quanto divino, affinché egli possa rinsaldare nel proprio cuore la certezza di operare nel giusto e sotto l’occhio benevolo di Dio.

silence-coppia

Importante poi anche il legame storico-economico tra le potenze europee ed un Giappone lontano ed esotico, inquadrato sotto un’ottica commerciale e di conquista da parte del Vecchio Continente, che attraverso i suoi emissari fatica però a comprendere storia e cultura del Paese orientale.
I giapponesi si chiudono a riccio non accettando un ruolo ancillare di reverenza europeista, reagendo con forza e terribile persecuzione nei confronti di una dottrina a loro estranea tanto per cultura vera e propria quanto per impostazione mentale di approccio al culto.
Per evidenziare tutta la ricchezza e l’importanza di questi spunti di riflessioni sono molto importanti i dialoghi tra il giovane Rodrigues e le figure che via via si trovi ad incontrare lungo la sua missione, dato che ognuna di queste gli offre spunti di confronto affinché possa aprire la sua mente per comprendere il Giappone.

silence-asano

La religione diventa sforzo e fatica, non solo in una direzione esterna legata al proselitismo osteggiato dallo Stato, ma anche interiormente, con un Dio come già detto presente nell’animo ma assente in una dimensione materialista e pratica che possa fare da conforto per l’uomo debole.
Tale debolezza umana è messa in evidenza inoltre da uno dei personaggi secondari, che continuando a fallire e a cedere alle minacce simboleggia la difficilmente correggibile attitudine al peccato insita nell’uomo.

Il peccatore può cercare il perdono per le proprie mancanze attraverso una confessione catartica, ma tale meccanismo è destinato ahilui a ripetersi, in un circolo di sbagli e redenzione, con il suo animo irrimediabilmente vaso di coccio tra vasi di ferro.

silence-scena

Visivamente ottima la fotografia di Rodrigo Prieto, con un uso quasi estremo dei toni di blu per gli esterni iniziali evidenziando l’oppressività e la tristezza dell’ambiente, uniti ad un’acqua (mare, fiumi e soprattutto moltissima pioggia) come fonte sia di vita che di afflizione derivante dal divino.

Con il passare dei minuti vengono usati via via toni più caldi nelle ambientazioni di interni, a simboleggiare sia il calore del conforto di gruppo sia il ribollire dell’animo del gesuita, via via sempre più insicuro e combattuto tra deliranti visioni messianiche e scontro con la dura realtà che aspra lo circonda.

silence-giapponesi

Ottimi tutti gli attori.

Andrew Garfield nonostante non abbia ancora raggiunto quella fama incontrastata presso il grande pubblico che consenta ad un interprete di reggere il film davanti ad uno spettatore digiuno di nozioni cinematografiche, alterna una vasta gamma di emozioni per il suo padre Rodrigues, mettendo in scena un personaggio molto più sfaccettato di quanto possa inizialmente sembrare.

silence-garfield

Adam Driver, dalla notevole trasformazione fisica (ventidue chili persi tra preparazione al ruolo e riprese) è un Garupe più ortodosso del compare ed in alcuni frangenti quasi più cinico, e ciò consente di avere un buon bilanciamento espositivo di coppia.

Piace infine rivedere Liam Neeson in un ottimo film autoriale dopo una lunga parentesi di ripetitivi action movies disimpegnati.

silence-neeson

Ottima anche la vasta gamma di interpreti giapponesi, tra cui spiccano Tadanobu Asano come interprete e punto di unione tra il gesuita ed il Giappone, Shinya Tsukamoto come devoto cristiano, Yōsuke Kubozuka nei panni di uno sfortunato peccatore e lo spietato quanto pratico Inoue di Issei Ogata.

Un’opera ricchissima di spunti di riflessione importanti, che molto si presta ad un dibattito seguente la sua visione e che tocca profondi temi dell’animo umano in modo efficace ed acuto.

Annunci

47 Ronin

47-ronin-cover-locandinaEsperimento: vediamo quanti riferimenti a Matrix riesco a fare in una recensione sola.

TRAMA: Inizio 1700. Un gruppo di rōnin comandati da Kuranosuke Oishi cerca vendetta su Lord Kira dopo che questi ha ucciso il loro signore e bandito il gruppo.

RECENSIONE: In quanto essere razionale, l’uomo si pone da sempre alcune domande che riguardano il senso più profondo della sua esistenza.
-Chi siamo?
-Quello che viviamo è il mondo reale?
-Che fine ha fatto Carmen Sandiego?
-Cosa salta fuori unendo fantasy, 300 L’ultimo samurai?

A parte che porsi quest’ultima domanda denota problemi mentali non indifferenti, la risposta non può che essere “una pellicola originale come le battute del Cucciolone e confusionaria come un camaleonte in una vasca di Smarties”.

47 Ronin, che meraviglia!

Voglio già uscirne, non c’è un telefono in giro?

Nonostante la sceneggiatura sia basata su una storia vera (nell’accezione americana dell’espressione, ossia 1% avvenimenti reali e 99% assurdità partorite dalla mente di un incorreggibile oppiomane) questo film mi fa pentire di non aver scelto da Morpheus la pillola malva, quella del “Te-ne-vai-e-anche-se-i-soldi-del-biglietto-ormai-sono-andati-‘sticazzi-almeno-risparmi-due-ore-della-tua-esistenza”.

Vabbé, però in compenso posso demolirlo un po’…

Il difetto principale di questa pellicola non è solo quello di essere stereotipata come un poliziotto americano che si chiami O’Murphy McIrish, ma anche quello di essere veramente noiosa (soprattutto nella prima metà), denotando una scarsa cura nella costruzione dei ritmi narrativi.
Non pago di questo, 47 Ronin affossa in un melmoso pantano pestilenziale due mondi, come un Giuseppe Garibaldi al contrario.

L’onorevole Giappone, terra di tradizioni e di misteri, diventa qui la sagra del massacro, con molti e ben poco onorevoli ammazzamenti a nastro, bestie fantastiche inserite senza un benché minimo senso ed una esposizione veramente eccessiva delle formalità nobiliari nipponiche; gli americani (o in generale i gaijin, dato che l’attore Eletto è un canadese nato in Libano) d’altro canto sono le solite inarrestabili macchine da guerra, che se la sceneggiatura lo richiedesse camminerebbero su un cornicione con il cellulare in mano.

Regia di Carl Rinsch, al suo primo lungometraggio dopo qualche pubblicità, che probabilmente paga il fatto di essere passato da filmati di qualche decina di secondi a 120 minuti di film, dato che come già accennato l’armonizzazione dei segmenti narrativi non esiste.
La fotografia di John Mathieson non è nenanche così male, ma non riesce a spiccare penalizzata appunto dalla scarsa qualità complessiva della pellicola, e la sceneggiatura di Chris Fast & Furious Morgan (solo roba sottile ed intellettuale, mi raccomando) presenta troppi buchi narrativi, peccando anche di non avere originalità con un guizzo, un’idea o un brivido.
Tipo, che so, dei tizi iper-violenti vestiti come i Blues Brothers.
Niente: solo un sacco di idee tanto strampalate quanto imparare le arti marziali con uno spinotto in testa.

Keanu Reeves non ha un parassita-segnalatore nella pancia ma ciò non lo salva dall’incappare in una pellicola meno che mediocre.
Capisco perfettamente che la sua presenza abbia come unico scopo fare da catalizzatore per il mercato americano, ma in alcune scene il suo personaggio sembra più un jedi che un samurai e non ha il carisma necessario per reggere interamente il film.

Keanu Reeves in 47 Ronin

Signor Anderson, bentornato. Abbiamo sentito la sua mancanza

Gli attori giapponesi, alcuni dei quali già visti in Wolverine – L’immortale, seguito di Wolverine – Il pensionato che rompe le balle ai lavoratori extracomunitari dei cantieri, hanno ruoli spessi come il Cuki e sembrano quasi servire a nutrimento per il film, come meloni umani coltivati in bozzoli per alimentare un’enorme macchina di esagerazioni senza contenuti.

La Rinko Kikuchi di Pacific Rim dovrebbe spiccare, a causa del suo ruolo, come una donna vestita di rosso in mezzo a persone in abito scuro, ma proseguendo nella storia anche il suo personaggio diventa piatto e scontato.

Mi aspettavo una cazzatona, ho visto una robetta scarsa e noiosetta.

Se vi è piaciuto potrebbe piacervi anche: Oltre ai film sopra citati, quelli di Zhāng Yìmóu e in generale il wuxiapian.

Wolverine – L’immortale

TheWolverineNo Christopher Lambert, tu non c’entri.

TRAMA: Wolverine vola in Giappone, chiamato da un vecchio industriale in punto di morte a cui aveva salvato la vita decenni prima. Egli proporrà al mutante, stanco di essere immortale, di trasferirgli il suo potere di rigenerazione…

RECENSIONE: Seguito di X-Men le origini – Wolverine (ma temporalmente la storia si svolge dopo i fatti di X-Men – Conflitto finale), film che era costituito per l’ottanta per cento da combattimenti, talmente presenti nella pellicola da essere perfino noiosi. Qui al contrario non assistiamo ad una Ferrari che parte subito ai trecento all’ora a caso, ma a un’utilitaria che passa la prima metà del film in terza per poi (lentamente) accelerare nell’ultima parte.

La causa di tutto ciò risiede fondamentalmente nell’introspezione psicologica del selvaggio mutante canadese, che essendo troppo frammentaria e prolissa contribuisce a spezzare molto il ritmo della pellicola, che in questo modo ha delle brusche frenate. I fan che si aspettano combattimenti senza sosta (come avviene appunto nel primo film) vengono quindi in parte delusi. Le scene d’azione sono relativamente poche, e sebbene almeno una sia visivamente molto efficace, per il resto si avverte una mancanza di proteine alla pellicola.

La regia è di James Mangold, regista e sceneggiatore del buon Quando l’amore brucia l’anima sulla vita di Johnny Cash, che con questo genere di film tutto effetti speciali e scazzottate non c’entra un’ostia. Così come non c’entrava nulla Gavin Hood, regista del capitolo precedente. Noto con piacere una certa continuità. La sceneggiatura di Christopher McQuarrie (lontani oramai i tempi de I soliti sospetti) e Mark Bomback è più striminzita dei pantaloncini di Daisy Duke in Hazzard, e considerato il ritmo altalenante non è un bene, perché non sposta l’attenzione dello spettatore su un altro aspetto del film, lasciandolo spesso in una lunga attesa per il combattimento successivo.

In questo seguito viene eliminato uno dei difetti principali della prima pellicola basata sui mutanti, ossia, rullo di tamburi, proprio i mutanti. In X-Men le origini – Wolverine erano o poco conosciuti (Kestrel, Bolt, Agente Zero, Silverfox) o completamente stravolti (Deadpool, o quello che nella testa degli autori dovrebbe esserlo, beata ignoranza) oppure resi male dal punto di vista della caratterizzazione (Sabretooth è bidimensionale, Gambit è scialbo, lo stesso Wolverine urla a caso come un ultrà per la maggior parte del film). Qui il problema non si pone, dato che nonostante alla Marvel ne abbiano decine e decine, a parte il nostro ghiottone e la sconosciuta (e dagli!) Viper non ne compare uno in un ruolo significativo neanche per sbaglio. Come risolvere il problema del taglio di capelli estivo mozzandosi la testa.

Hugh Jackman tanto per cambiare spacca i culi e la voce di Fabrizio Pucci è virilità fatta suono, ma questo non è sufficiente a far decollare il film. Avere sotto gli occhi un personaggio nettamente più carismatico rispetto a tutti quelli che gli stanno attorno (tipo Fonzie in Happy Days) rende ancora più evidente la povertà di idee che caratterizza la pellicola stessa. I comprimari asiatici sono poco significativi e memorabili, sembrando alla lunga tutti uguali e costituendo stereotipi visti in molti altri film.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: molto banalmente tutte le pellicole sugli X-Men, al momento sei compresa questa, ma anche i film action con il classico eroe muscolare solo contro tutti.

Per entrare nel clima del film una piccola chicca:

Tag Cloud