L'amichevole cinefilo di quartiere

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Peppermint – L’angelo della vendetta


Quando vedi che s’arrabbia, scappa

quella donna sembra acqua ma è grappa
è un litro di nitro con la miccia corta
la faccina pulita e la fedina penale sporca.

TRAMA: La vita felice di una donna viene sconvolta dall’omicidio inspiegabile del marito e della figlioletta, uccisi da una banda di narcotrafficanti. Nonostante la sua testimonianza, al processo gli accusati la fanno franca grazie a giudici e poliziotti corrotti.
Dopo cinque anni la donna, che si è data alla macchia, si è allenata e preparata per ottenere personalmente la sua vendetta.

RECENSIONE:

Cerchiamo di spiegarlo nel modo più chiaro possibile.


Un personaggio femminile forte è un character indipendente, determinato e che non si fa comandare a bacchetta da un uomo, ma compie le proprie scelte autonomamente non dipendendo da altri soggetti.


Severa verso gli antagonisti ed empatica nei confronti dei propri cari, talvolta diventa ella stessa una sorta di guida o punto di riferimento per il prossimo che incroci la sua strada senza avere intenzioni ostili.


Nel caso sia inserita in uno specifico contesto action-horror, non è tratteggiata come una semplice macchina dispensatrice di morte, ma rimane una persona con le sue forze e debolezze, che pur attraversando magari grandi difficoltà lungo il proprio percorso di vita riesce a riscattarsi.


QUESTI
sono personaggi femminili forti:






Nobody fucks with Mary Poppins





Un personaggio femminile debole è invece, per banale ragionamento contrario, un character dipendente in modo preminente da uno o più uomini, che non dimostra una vera e propria personalità eccetto dei piccoli tratti accessori rispetto a quella del maschio alpha che le è superiore.

Prende decisioni ed intraprende un percorso umano tramite scelte indissolubilmente legate a quelle della controparte maschile (solitamente il partner) ed è lampante la sua mancanza di spessore narrativo, dovuta ad una pigrizia o banalità di scrittura che la fa ricadere in uno dei tanti cliché femminei.


Nel caso sia inserita in un contesto action-horror, ella può essere racchiusa in due macro-categorie: damigella da salvare se obiettivo sentimentale/erotico del protagonista, quindi tratteggiata come un’inutile gallina starnazzante ed implorante soccorso, oppure per esagerazione contraria una specie di maschio senza pene, creata ricalcando pedissequamente gli stereotipi del più banale degli action hero senza dotarla di quella profondità caratteriale menzionata in precedenza per i personaggi forti.


Ah, quasi dimenticavo, a volte i personaggi femminili deboli sono direttamente degli oggetti sessuali parlanti.


QUESTI
sono personaggi femminili deboli:








E dopo tale premessa, dove inseriamo la Riley North di Jennifer Garner in questo Peppermint?

Ovvio.


Nel secondo gruppo.


La North è un grumo ambulante di stereotipi woman power così grossolani da ottenere l’effetto diametralmente opposto rispetto a quanto desiderato: rendono infatti la protagonista non una badass combattiva e pericolosa, bensì un patetico tentativo di virare in salsa estrogenica il peggiore bietolone ammazzatutti del Liam Neeson / Jason Statham di turno.

Non bastano infatti i soliti momenti morali scorreggioni incentrati sul dolore relativo al lutto, perché sono schiaffati in faccia allo spettatore troppo brutalmente e senza fornire loro una cornice motivazional-artistica che possa sollevare un film raffazzonato e mal pensato.

La trasformazione della North da casalinga USA profumata alla torta di mele in angelo vendicatore che protegge i più deboli è così affrettata da rendersi ridicola, mandando di conseguenza a donne di facili costumi uno scarno impianto narrativo basato mediocremente sull’empowerment di un personaggio dallo spessore narrativo del domopak.

La pellicola purtroppo nasce e muore con la sua protagonista, visto che Peppermint è un film chiaramente character-centrico, in cui una volta eliso dal processo analitico il personaggio principale emerge il vuoto cosmico da cui è costituito sia il comparto tecnico, povero e banale, sia quello narrativo, strapieno di scelte già viste in mille salse migliori e che non lasciano nulla di sedimentato nella testa dello spettatore una volta riaccese le luci della sala.

Peppermint
si conferma quindi purtroppo una pellicola male in arnese, che ribadisce la fortuna troppo ondivaga degli sceneggiatori maschi nel costruire eroine tridimensionali ed empaticamente valide.

A farne le spese è una Jennifer Garner la cui carriera sembra aver imboccato una parabola discendente: è auspicabile che la per la quarantasettenne texana non si spalanchino le porte dell’improponibile, anche se i frequenti passi falsi della sua carriera recente (e non) costituiscono un campanello d’allarme a cui andrebbe prestata attenzione.

Scadente.

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Daredevil

Occhio non vede, cuore non duole.

TRAMA: Il giovane Matt Murdoch rimane cieco dopo un incidente. Senza la vista i suoi sensi si acuiscono e cresciuto diventa avvocato; per catturare i criminali che la giustizia non ha condannato assume l’identità segreta del supereroe Daredevil.

RECENSIONE: Basato sull’omonimo personaggio a fumetti nato dalla grande casa Marvel nel 1964, questo film è un pastrocchio senza capo né coda con un Ben Affleck di rara inespressività (vinse il Razzie Award di quell’anno non per nulla) e un’accoppiata regia-sceneggiatura da parte di Mark Steven Johnson di una piattezza imbarazzante.

Dimostrando che non tutto ciò che viene partorito da un fumetto di Stan Lee diventa poi un film di sicuro successo economico (fattore molto spesso non coincidente con film “di qualità”), ciò che salta fuori da queste menti illuminate è una pellicola che si ricorda molto di più per la presenza nella colonna sonora degli Evanescence (dai, Bring Me To Life la sanno anche i sassi) che non per possibili o presunti meriti tecnico-artistici.

Come già detto la regia di Mark Steven Johnson (che non pago dirigerà, si fa per dire, il non plus ultra dello squallore Nicolas Cage in Ghost Rider, film di cui ci si dovrebbe vergognare) è senza mezzi termini un gran casino, con inquadrature casuali, inadatte all’azione che si sta filmando o che danno addirittura l’impressione di essere storte o sbilenche.

Ciò dimostra che non basta dare in mano una cinepresa a qualcuno per renderlo un regista, altrimenti lo sarebbero anche gli oranghi.

Se a quest’ultimo aspetto ci si aggiunge che l’80% se non di più del film è ambientato di notte, l’effetto risultante è qualcosa che si potrebbe definire “discoteca della riviera romagnola vista dagli occhi di un tizio al quinto gin tonic”.

Sceneggiatura, questa sconosciuta, con presentazioni dei personaggi raffazzonate, sviluppo psicologico non pervenuto, intere scene che sembrano prese più da un videoclip di musica pop piuttosto che da un film e una trama che appassiona come una gara a chi si addormenta per primo (vinta di solito dallo spettatore di questo film).

Per quanto riguarda gli attori, tolto un Ben Affleck inguardabile, sono presenti un Colin Farrell che probabilmente ha accettato di girare questo film per scommessa dopo aver perso al biliardo, Jennifer Garner che Dio sa quando azzeccherà un film, Michael Clarke Duncan nei panni di un Kingpin di colore (?) e naturalmente la Leggenda Jon Favreu, attore regista della saga di Iron Man.

Evitatelo come la peste.

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