L'amichevole cinefilo di quartiere

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Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

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Batman v Superman: Dawn of Justice

batman v superman locandinaDimmi, tu vieni recensito?

Lo sarai.

TRAMA: Dopo lo scontro a Metropolis con il generale Zod, Superman è la figura più controversa al mondo: per alcuni emblema di speranza, per altri minaccia verso l’umanità.
In questo secondo gruppo rientra anche Bruce Wayne…

RECENSIONE: La marijuana è una droga leggera.
Se fumata, i suoi effetti principali sono rilassamento muscolare, sonnolenza o euforia.

L’eroina è una droga pesante.
Se iniettata in vena, i suoi effetti principali sono estasi, distorsione della percezione temporale o sbalzi d’umore.

Il Calgon è un anticalcare per lavatrici.
Se sniffato in polvere, il suo effetto principale è la realizzazione di film come questo.

Per la regia di Zack “ma quanto mi piacciono i simboli fallici” Snyder, Batman v Superman: Dawn of Justice (che per comodità chiamerò d’ora in poi BvS: DoJ) è infatti una spumeggiante boiatona che ha come unico obiettivo quello di introdurre la futura Justice League, formata dai maggiori supereroi della DC Comics.

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Il problema è che ciò è legato solamente al voler recuperare il terreno perduto sul mercato rispetto alla rivale Marvel, non tenendo però conto che quest’ultima prima di vomitare gli Avengers ha intasato le sale cinematografiche per diversi anni spalmando sul medio-lungo periodo i suoi personaggi.

BvS: DoJ invece tenta con un film unico di imbastire il background narrativo del relativo team, impresa titanica in cui ovviamente fallisce miseramente pur considerando i (piuttosto prolissi) 150 minuti di durata.

Il risultato di questo Icaro che si avvicina troppo alla fossa biologica è infatti un’immane sbrodolata piena di sottotrame e personaggi secondari utili come la sceneggiatura nei film di Steven Seagal, inseriti tanto per fare numero e che di conseguenza rendono la pellicola agile e pimpante come un tricheco obeso.

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Inoltre, uno dei problemi principali di quest’opera è di avere lo stesso manico (regista, direttore del montaggio e uno degli sceneggiatori) del pessimo Man of Steel.

Ergo, i difetti di quella pellicola si ripetono in BvS: DoJ: buchi nella sceneggiatura grossi come crateri lunari, personaggi iconici stravolti senza un motivo logico né una resa interpretativa apprezzabile, immagini pseudo-artistiche in realtà troppo bidimensionalmente vacue e una generale mancanza di ritmo nel film.

Raro elemento apprezzabile è il realistico spunto narrativo iniziale, con il mondo che dopo i fatti narrati nella prima pellicola si scinde tra coloro che vedono nel figlio di Krypton un protettore degli oppressi e chi invece diffida dell’alieno, ritenendolo un potenziale pericolo per la sicurezza dell’intero pianeta.

Peccato che tale imbeccata risulti a posteriori solo un mero pretesto per far scazzottare un po’ i due alfieri della DC, dando per scontato (ovviamente sbagliando) che tale duello masturba-nerd possa essere rappresentato bypassando l’inserimento di un backgound narrativo solido.

O di un background narrativo.

O di un background.

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La regia è la solida Snyderata tetra e fracassona, ulteriormente affossata da una fotografia che rende Metropolis una copia fumè di quella fumettistica e Gotham uno sporco sobborgo più che anonimo, addirittura difficilmente distinguibili l’una dall’altra.

Il montaggio, curato dal grande Stevie Wonder, è caratterizzato da un passaggio da una scena all’altra delicato e sfumato come una sprangata sulla nuca.
A parziale scusante si può però sottolineare che con una trama raffazzonata e il comparto visivo guidato da un inetto che da quando è finito al Galatasaray non è più lo stesso, la pessima qualità del montaggio sia logica conseguenza.

I combattimenti in sé non sono mal resi, ma talvolta la CGI perde colpi rendendo evidente l’artificiosità del tutto e amalgamandosi poco con il resto della scena.

Sì, ne parlai già QUI.

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Passando dal video all’audio, la colonna sonora non è particolarmente malvagia a parte lo stramaledetto tema di Lex Luthor, con degli archi che mi hanno sbriciolato i timpani oltre che le gonadi.

Lo senti una volta e vabbé, lo senti due volte e ok, ma all’ennesimo ta-daan DAAAAN, ta-daan DAAAAN ho tirato le peggio maledizioni azteche che mannaggia a Stradivari e agli accidenti di mastri liutai.

Avete presente quando ad un interminabile pranzo di nozze le portate in tavola sono così tante che per quanto abbiate fame non riuscite a mangiare tutto?
E quindi osservate i piatti mezzi pieni pensando allo spreco di cibo e a quanto sarebbe stato meglio darci un taglio coi rifornimenti per gustarsi meglio le pietanze?

Ecco, questa è la trama di BvS: DoJ.

Se ci aggiungete il tavolo del ristorante che traballa, il molesto prozio ubriacone seduto accanto e un’invasione di locuste che banchettano gli avanzi.

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La sceneggiatura, entrando più nello specifico, è così confusa che si colpisce da sola, mettendo decisamente TROPPA carne al fuoco e non riuscendo a sfruttare i fin troppo numerosi spunti narrativi.
Per sopperire a questa mancanza si cerca di usare alcuni temi metaforici come stampella/cornice. Tale espediente però non funziona, perché essendo le fondamenta troppo deboli i vari riferimenti alla mitologia e alla religione risultano TROPPO FREQUENTI  e quindi stucchevoli, aggiungendo monotonia all’opera.

Non posso essere specifico per evitare di fare spoiler, ma alcuni passaggi della vicenda non hanno davvero né capo né coda e la resa narrativa è in generale veramente scadente, sia nei punti macroimportanti (lo stesso scontro tra i due tizi mantellati ha come premessa un buco nella trama) sia a maggior ragione nei dettagli.

Senza rivelare troppo, essendo un elemento di scarsa importanza ai fini della trama, posso dire che personalmente il modo in cui hanno mostrato gli altri membri della Justice League mi ha fatto sanguinare gli occhi dal tanto è narrativamente sterile, artificioso e tirato per i capelli.

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Sul cast ci sarebbe veramente tantissimo da dire, soprattutto riguardo alle new entries. Se i volti già visti nell’episodio precedente bene o male erano nella parte e cercavano di tirare su la baracca (escludendo Russell Crowe che si “uploadava nel mainframe della nave”, ovviamente), gli innesti di BvS: DoJ scricchiolano parecchio, risultando talvolta fuori posto.

In un lago di marciume è paradossale che uno degli elementi miglior… ok, no, diciamo “che si salvano” sia lui.

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Ben Affleck interpreta un Batman vecchio e stanco. Lo so perché è evidente.

E anche perché questo fattore viene evidenziato un numero spropositato di volte.

I numerosissimi riferimenti al tempo che passa accentuano ancor più le differenze tra lui e Kal-El, rendendolo un personaggio a cui ovviamente lo spettatore possa sentirsi molto più vicino rispetto all’invulnerabile alieno dal ciuffo impomatato.

E vorrei ben vedere.

Bruce Wayne è un uomo che combatte per un ideale di giustizia: pesantemente traumatizzato da bambino, sfrutta il suo conto in banca per uscire di notte a spaccare le ossa ai criminali vestito da pipistrello.

L’altro è un alieno invincibile con le mutande sopra i pantaloni.

Ok.

Viceversa, una delle peggiori scelte di cast è lei.

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Gal Gadot come Wonder Woman.

E voglio essere chiaro, NON È PERCHÉ “HA IL SENO PICCOLO”, ragione che ha superficialmente spinto molti a criticarla.

La Donna Meraviglia è un personaggio nato come risposta femminile a Superman. Una donna sì bella ed affascinante, ma al contempo forte, valorosa e fiera.

Una supereroina che aiuta i deboli e gli oppressi, non necessitando lo stereotipato aiuto dell’ancor più stereotipato maschio alfa, ma operando in modo indipendente e autonomo.

Sarò pignolo io, ma questo con la Gadot non lo vedo: è innegabilmente una bellissima donna, ma non possiede la grande presenza scenica che un character del genere dovrebbe spontaneamente esprimere.
Inoltre il suo ruolo, pur notevolmente pompato dal marketing, risulta alla fine della fiera meramente ancillare, e avendo BvS: DoJ molti sub-plots (giusto una quarantina) esso sarebbe potuto essere tagliato in fase di post-produzione senza ripercussioni particolarmente negative sulla trama.

Anzi, magari accorciando un po’ la menata.

Un po’ come il Mago di Oz: dietro ad una facciata barocca (costume, tema sonoro rockeggiante, due battute cazzute ed inquadrature dinamiche) si ha una semplice tizia monoespressiva che pesa cinquanta chili vestita.

Ossia una sensazione sbagliatissima che è anche l’ESATTO CONTRARIO di quanto l’aurea del personaggio dovrebbe far scaturire nella mente dello spettatore.

Quando è sola nell’inquadratura sembra appena uscita da un festa di carnevale erotica a tema nerd.

batman superman wonder woman

Di Lex Luthor invece si può parlare in maniera molto più sintetica: questo non è Lex Luthor.

Altro personaggio cannato in pieno, con in pejus l’aggravante di essere stato totalmente stravolto, il mefistofelico magnate è in questa versione un incrocio tra il Joker di Nicholson/Ledger e il Zuckerberg che Eisenberg portò nel The Social Network di Fincher.

Se non avesse avuto il nome in doppia L probabilmente sarebbe stato un semplice antagonista monotono e già stravisto, se però gli si dà il nome di un personaggio fumettistico iconico il confronto risulta ovvio.

Così come ovvia è la Fossa delle Marianne che divide il grande villain da questo strampalato ragazzino pieno di tic.

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In conclusione BvS: DoJ è un film veramente pessimo, con pochi buoni spunti che affogano in un mare di idiozie.
Dopo L’uomo d’acciaio la dimostrazione che la Warner Bros fatica ad imparare dai propri errori.

Sarà a questo punto da vedere come si svilupperà il franchise DC, sperando che possano azzeccare in futuro alcuni colpi.

Anche se, viste le basi, personalmente ne dubito.

Fortemente.

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