L'amichevole cinefilo di quartiere

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Tomb Raider

Noi non seguiamo indicazioni per capolavori nascosti e il videogioco non indica, mai, il punto dove creare film.

TRAMA: Londra. Lara Croft è una ventunenne che si guadagna da vivere come corriere in bicicletta nelle caotiche strade della metropoli. Figlia di un eccentrico archeologo scomparso quando lei era solo una ragazzina, Lara non sembra voler seguire le ombre paterne.
Convinta però che il padre sia ancora vivo, si imbarca in una grande avventura e parte alla ricerca dell’uomo.

RECENSIONE: Questo film è direttamente tratto da un celeberrimo videogioco, molto amato e conosciuto in tutto il mondo.

Probabilmente a molti di coloro che stanno leggendo queste righe sarà capitato di giocarci.

Sto parlando, ovviamente, di Temple Run.

Un corridoio unidirezionale virtualmente infinito, attraverso la cui ripetizione randomica degli stessi soliti pattern il videogiocatore può…

Ah, non è quello?

Per la regia del norvegese Roar Uthaug alla sua prima pellicola statunitense, Tomb Raider è un classico, idiota film action che non riesce a proporre nulla di minimamente originale o memorabile contenutisticamente, e che perciò viene iscritto al nutrito club degli adattamenti da videogiochi rigurgitati in sala a causa del mero traino del brand di appartenenza.

Un’opera banale e sciatta sin dalle prime battute, con l’aggravante di proporre come unica scusante artistica il restyling estetico, avvenuto con il decimo dei finora undici capitoli videoludici usciti, di un personaggio che non possiede affatto una profondità narrativa adatta ad un’apprezzabile o quantomeno sufficiente resa filmica.

A meno che la mastoplastica riduttiva non sia diventata introspezione caratteriale.

Per quanto riguarda la gestione dei tempi narrativi, ad un primo segmento piatto come il mio elettroencefalogramma dopo aver visto il film si susseguono sequenze dialogate ed action con un’alternanza così schematica da sfiorare l’OCD.

Ovviamente le prime, come protagoniste di un romanzo di Defoe, vanno sovente a naufragare nella Terra degli Spiegoni Imbarazzanti, con spruzzate appena appena accennate di inquadramento caratteriale dei personaggi secondari, considerabili per comodità PNG: c’è da considerare che effettivamente buttando lì solo tre cazzate anche della stessa protagonista, aspettarsi ricchezza psicologica dal resto delle figure era pensiero piuttosto pellegrino.

Le fasi adrenaliniche vanno invece sapientemente a toccare ogni difetto possibile delle stesse: dall’invulnerabilità della protagonista all’idiozia dei minions, dall’orientarsi in modo perfetto senza mappa alcuna al villain che decide convenientemente per la trama chi uccidere e chi risparmiare.

Come il bosco di Non aprite quella porta era in realtà poco più di una macchia di vegetazione, che filmata da diversi angoli creava l’illusione di maggiore grandezza, qui la corsa della protagonista pare un po’ circolare e fine a se stessa, nell’essere la tombarola circondata da un background scenico talvolta finto e CGIoso come pochi.

Capisco che probabilmente Tomb Raider abbia come target manifesto il pubblico dei quattordicenni maschi segaioli, ma personalmente non trovo alcun intrattenimento nell’assistere ad una “eroina” presa letteralmente a calci per metà film, con diversi uomini che si alternano nel menarla in una preoccupante e assai fuori luogo metafora della gangbang.

Come un’inquieta quindicenne che sfoglia bramosa il Cioè alla ricerca del proprio stile cambiandone uno ogni due settimane, la pellicola inoltre si conclude in bellezza entrando prepotentemente in una fase Indiana Jones e l’ultima crociata squallidina, con meno Sean Connery e più cose a caso.

L’uomo penitente è umile al cospetto del cinema.

Passiamo ora all’elefante nella stanza.

A me Alicia Vikander piace.

Davvero, credo che abbia ottime doti recitative e che ciononostante sia, forse, un po’ meno alla ribalta rispetto ad altre colleghe (Jennifer Lawrence, Margot Robbie o Felicity Jones, per citarne solo alcune) che vengono riconosciute molto di più dal grande pubblico per aver recitato in franchise di notevole fama.

Però ve lo chiedo per favore.

Non fatele fare MAI PIÙ ruoli action.

In questa pellicola la sua presenza scenica è inesistente: un personaggio che dovrebbe rompere terga a manca e dritta pare una spaurita cosplayer piombata dal cielo nel cono di luce di Mr. Bean.

Il fatto che poi il film tenti con ogni mezzo di farla sembrare cazzuta e tosta mediante corse in bicicletta e combattimenti in palestra diventa controproducente, risultando in uno spettacolo tristissimo; Richie Cunningham che si spaccia per Fonzie indossando il suo giubbotto non fa altro che acuire il senso di imbarazzo e di inadeguatezza della materia nel tentare di conformarsi all’idea.

Lungi da me fare bodyshaming, ma se ad un leading action-character ti viene voglia di lanciare le briciole di pane come ai piccioni, evidentemente il casting è stato sbagliato.

Scusa, Ali.

Il buon Walton Goggins sprecato nei panni del solito cattivo del Lidl, tutto freddezza e scagnozzi armati, ci si dimentica del suo ruolo quando ancora scorrono i titoli di coda.

Camei o poco più per Nick Frost, Derek Jacobi e Kristin Scott Thomas, tutta gente che ha fatto cose dieci volte migliori.

Tomb Raider è un film insufficiente, utile come un cappotto nel Sahara ed il cui prodotto viene eroso dalla mente come la risacca elimina le scritte sulla sabbia.

In particolare, esso dimentica la regola più importante quando si ha tra le mani una serie di videogiochi di successo e si voglia trasporla sul mezzo cinematografico.

Non farlo.

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Le 5 leggende

A Natale siamo tutti più buoni.
Forse.

TRAMA: Pitch, uno spirito maligno, vuole conquistare il mondo degli umani: i Guardiani Immortali si uniscono per impedire che la malvagia creatura rubi l’immaginazione e la speranza ai bambini.

RECENSIONE: Per la regia dell’esordiente Peter Ramsey, Le 5 leggende segue l’onda lunga del grande successo riscosso dalle pellicole sui supereroi “di gruppo” (i recenti X-Men The Avengers, e se torniamo molto indietro gli attillati e omosessuali Power Rangers) che uniscono le forze contro un nemico comune: in questo caso l’Uomo Nero, doppiato nella versione originale da Jude Law e paura atavica di ogni bambino . Nel gruppo dei buoni spiccano un sovietico e cazzuto Babbo Natale (con tanto di tatuaggi sulle braccia “buono” e “cattivo”, citazione se vogliamo del Robert Mitchum de La morte corre sul fiume), il Coniglio Pasquale in stile Crocodile Dundee doppiato da Hugh Jackman (icona australiana insieme ai koala e ai canguri) e la Fata dei Denti.

Che per essere una protettrice di bambini somiglia ad un colibrì gigante piuttosto inquietante.

Film realizzato dalla Dreamworks, mamma di Shrek, Madagascar e Kung Fu Panda (con relativi seguiti orrendi ed inutili), questa pellicola ha i difetti tipici delle opere appartenenti al relativo genere: personaggi umani piatti e poco caratterizzati, un cattivo che avrebbe dovuto essere sfruttato meglio narrativamente parlando e i soliti clichè dell’animazione occidentale.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, ma comunque un film da salvare in quanto si è visto molto peggio: Le 5 leggende ha qualche freccia nel suo arco, soprattutto per quanto riguarda il comparto tecnico e visivo, con una realizzazione molto accurata in particolare degli effetti elementari come ghiaccio, sabbia e tenebre, e in senso artistico come spettacolarizzazione dei combattimenti.

Un’opera piuttosto “basilare” nella sua impostazione, con la presenza dei soliti orpelli che ricordano al pubblico dove la Dreamworks spenda i milioni, ma non un brutto film.

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