L'amichevole cinefilo di quartiere

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La vita di Adele – Capitoli 1 & 2

la vita di adeleA Guido Barilla non piace questo elemento.

TRAMA: Lille. Adele è una quindicenne che spera di incontrare presto il grande amore. Un giorno incrocia lo sguardo di una ragazza dai capelli blu e da quel momento le sue certezze iniziano a vacillare.

RECENSIONE: Ok, sfogatevi subito: vi do cinque secondi per dire o pensare tutte le battute sconce possibili sulle lesbiche.
Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Tre quarti. Mezzo. Un quarto…
Fatto? Bene, allora andiamo avanti.

Ispirato al romanzo a fumetti (da qui il riferimento del titolo ai capitoli) Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, questo film ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2013. Tale Festival è famoso per la scarsissima attenzione che le sue pellicole ricevono dal grande pubblico italiano, che è troppo culturalmente elevato per perdere tempo in queste baggianate.
C’è il nuovo film con Christian De Sica da vedere, osteria!

La regia di Abdellatif Kechiche, qui anche sceneggiatore, si concentra giustamente sui primi piani delle ragazze, da cui sembra voglia carpire ogni emozione nascosta anche dal semplice aggrottamento delle sopracciglia o dallo spostamento delle pupille in una direzione piuttosto che in un’altra.

Tale scelta è condivisibile e positiva, poiché La vita di Adele è uno spaccato su alcuni anni di crescita psicologica e affettiva di una ragazza; attraverso varie tappe ella matura e mira ad acquisire consapevolezza di sé, ottenendo, anche dolorosamente, una sua precisa identità di persona e di donna.

Il pubblico può essere scoraggiato dalla durata della pellicola (180 minuti possono essere obiettivamente parecchi), ma in quest’opera l’intensità psicologica e la gravità emozionale di determinate situazioni contribuiscono a non stancare l’attenzione dello spettatore, che anzi si incuriosisce per osservare come andrà ad evolversi la relazione. Nonostante siano presenti le classiche tappe di un percorso amoroso (l’incontro, la passione, la crisi ecc…) nel film non si ha il loro appiattimento, troppo spesso presente in altre pellicole, solitamente di matrice americana, che porta ad una deleteria banalizzazione del tutto.

Ben venga il realismo, in particolare in ambito sessuale, poiché in questo modo non viene posto un filtro sulle due giovani donne, rendendo lo spettatore partecipe del loro rapporto. L’atto sessuale tra due individui femminili è la valvola di sfogo attraverso cui viene lasciato fuori dalla loro vita il mondo bigotto o semplicemente miope, le cui persone non riescono a tollerare relazioni di un certo tipo solamente perché non sono statisticamente le più frequenti.

A differenza di altri film come Noi siamo infinito, o in generale delle pellicole a stelle e strisce (e dagli, mai capita la mania tipicamente yankee di esagerare tutto l’esagerabile), qui non si nota in maniera troppo evidente il fatto che le due attrici protagoniste siano più mature rispetto ai personaggi da loro interpretati; quest’ultimo aspetto è mitigato dal fatto che il film si svolga nell’arco di qualche anno, e quindi l’età dei personaggi si avvicina a quella di chi li interpreta.

Adèle Exarchopoulos (classe 1993), per la quale è stato cambiato il nome della protagonista rispetto all’originale Clémentine riesce ad essere incredibilmente dolce e allo stesso tempo sessualmente intensa, dando volto ad un individuo che ha difficoltà a capire a fondo la propria sessualità e ad essere quindi in pace con se stessa e gli altri.

Léa Seydoux (nata nel 1985) interpreta un’Emma a due facce come la sua compare, sapendo essere protettiva e talvolta sfrontata nella sua determinazione emotiva e professionale.

Veramente un ottimo film, peccato che la sua programmazione nelle italiche sale sia stata zeresima. Avrebbe meritato molta più considerazione.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutto (o quasi) di Almodóvar e Özpetek, Viola di mare (2009) e la serie televisiva The L World (2004-2009).

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Cose nostre – Malavita

cose-nostre-malavitaCazzo.

TRAMA: Giovanni Manzoni è un ex gangster mafioso che si è pentito e ha testimoniato contro i suoi capi; per questo motivo lui e la sua famiglia vivono sotto copertura grazie al programma di protezione testimoni dell’FBI. Trasferitisi in Normandia cercheranno di svolgere una vita tranquilla e normale…

RECENSIONE: Adattamento cinematografico del romanzo Malavita del francese Tonino Benacquista, il film è diretto, scritto e prodotto da Luc Besson, che quando non perde tempo a dirigere pellicole tratte dai suoi stessi libri (!) dimostra di essere un buon cineasta.

Accantonato infatti Arthur e il popolo di ‘sta ceppa, Besson porta sullo schermo un atto d’amore nei confronti delle pellicole gangsteristiche anni ’70, ’80 e ’90 con alla base italoamericani fumantini, nuclei familiari numerosi e tanti interessi illeciti da difendere. Gli omaggi sono evidenti ma il regista francese aggiunge un tocco d’estetica personale che non rende Cose nostre – Malavita solo un pallido facsimile ma un’opera divertente e frizzante, che scorre liscia come l’olio d’oliva intrattenendo lo spettatore per 110 minuti senza annoiarlo.

L’inchino di fronte a maestri come Scorsese, in particolare in una scena, è permeato dal rispetto nei confronti dei Grandi della settima arte, e per un cinefilo costituisce una vera chicca per gli occhi. L’appassionato ringrazia e si può considerare lo spezzone come la ciliegina sulla torta che continua il leitmotiv del film: prendersi sul serio ma non troppo, riconoscendo che le pellicole che hanno scolpito la storia del cinema sono sempre fonte di ispirazione indipendentemente dal tempo che passa.
Un vero peccato che la tendenza degli anni Duemila sia di buttare tutto ciò che è passato cercando una continua fonte di novità, la quale non potrebbe però sussistere senza le fondamenta date da indovinate cosa? Sì, proprio dal passato.

Vergognatevi.

La sceneggiatura riesce ad unire l’atmosfera malavitosa con quella intima del focolare, rimanendo relativamente classica ma senza risultare eccessivamente scontata. Molto presente l’ironia, con tantissime battute e qualche gag ricorrente che portano una piacevole atmosfera di convivialità ai personaggi.

Robert De Niro torna a ciò che più gli compete (basta commedie romantiche e film d’azione ignoranti!) e offre un’interpretazione crepuscolare dotata di una buona dose della già citata ironia. Perfettamente a suo agio nei panni del capofamiglia italoamericano duro ma dal cuore tenero, il neo più famoso del mondo (con Marilyn) aggiunge una pellicola che, insieme a Il lato positivonobilita l’ultima parte della sua carriera, in cui sono purtroppo presenti molti scivoloni.

La dama Michelle Pfeiffer, sempre più affascinante e magnetica, è ottima qui nel ruolo di matrona con gli attributi. La ventisettenne Dianna Agron, ex Glee, penso e temo sia stata presa più per la (notevole) bellezza che per le sue doti recitative ma non è neanche così male come ci si potrebbe aspettare. Tommy Lee Jones è nato per fare il poliziotto cazzuto ed offre un’ottima spalla ai battibecchi in stile vecchietti davanti al cantiere con il nostro Bob.

Molto buona la fotografia di Thierry Arbogast.

Nota per i distributori del Bel paese: tradurre il titolo originale del film The Family ne La Famiglia era chiedere troppo? Sarebbe rimasto comunque un rimando alla doppia dimensione famigliare/mafiosa senza che sembrasse troppo radicato in Italia. O senza che ci fosse un’assonanza con la stupida espressione “mie cose”/”sue cose” che si riferisce a…

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i film “seri” dello stesso genere. Riprendere quindi Coppola e Scorsese, che non fa mai male.

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