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First Man – Il primo uomo


Now, Andy, did you hear about this one?
Tell me, are you locked in the punch?
Andy are you goofing on Elvis?
Hey, baby, are we losing touch?

TRAMA: Il 20 luglio 1969, l’astronauta statunitense Neil Armstrong è stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna.
Adattamento cinematografico della biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansene e pubblicata nel 2005.

RECENSIONE:

Diretto da Damien Chazelle, che già aveva incantato pubblico e critica con Whiplash e La La Land, First Man è un film che ha come colonna portante il superamento dei limiti.

L’uomo è infatti un essere vivente naturalmente insoddisfatto, caparbio e desideroso di esplorare l’ignoto; il mistero e l’avventura sono parti fondamentali del suo agire, essendo egli spinto da un moto di dominazione su quella realtà che lo circonda e lo affascina.

Questo movimento, questa propulsione, ha infatti guidato i passi dell’uomo fin dall’antichità.
Dopo l’esplorazione della Terra ad oriente con i Marco Polo in Catai e dopo i viaggi transoceanici verso continenti sconosciuti all’Occidente, la successiva frontiera naturale che si presenta da oltrepassare è quella che divide lo splendente zaffiro d’acqua su cui viviamo da quell’enormità ignota che è lo spazio.

Illimitato. Inesplorato.

Così affascinante, spaventoso e probante nella sua assenza di confini, lo spazio è un limite senza limiti, uno sforzo erculeo che si presenta però con fredda e vuota indifferenza.
Come l’Everest di George Mallory, l’uomo esplora lo spazio non solo per placare la sua sete di conoscenza e per ricercare il nuovo, l’utile, in senso tanto materialistico quanto conoscitivo, ma anche perché è lì.

Perché è una sfida.

Perché è un ostacolo.

Ed in tal senso è la luna il primo step, il primo passo tra il nostro pianeta e quella sirena di nulla.

Chazelle dietro la macchina da presa cerca ovviamente la spettacolarità, senza però commettere l’errore di abusarne, proponendo un’intensità che strizza l’occhio ad una epica moderna accompagnata per mano dall’intimità, con l’aiuto degli spazi chiusi che vanno a contrapporsi, appunto, alla vastità dello spazio cosmico.

Gli astronauti come piccoli uomini dentro spazi claustrofobici e pericolanti, con l’esperienza del volo spaziale in cui viene sfruttata ottimamente la soggettiva per troncare ogni superflua distanza tra schermo e pubblico.

Inscindibile dalle imprese è senza dubbio la fatica, spesso unita alla sofferenza e alla morte.

Il lutto di Armstrong è sia familiare, la morte di una figlia, che professionale, per le perdite di tanti amici e colleghi avvenute nel corso di test e percorsi di avvicinamento a un risultato finale, quello del 20 luglio 1969, cui si è giunti dopo sforzi immani e dolorosi.

L’acme è la forza di inseguire un obiettivo, in modo da superare i fallimenti con il duro lavoro, l’impegno e l’abnegazione, votando se stessi al raggiungimento di un traguardo, piccolo per un uomo ma grande per l’umanità.

Ryan Gosling ottimo Neil Armstrong, uomo apparentemente semplice che incarna la borghesia americana (moglie, figli, bella casetta) e perfetto veicolo dell’American Dream.
Determinato ma non folle, giusto ma non eroico, riesce ad unire in un connubio la preparazione del pilota e della scienza con l’impatto esteriore dell’everyday man; questo contribuisce notevolmente a catturare l’empatia del pubblico, che tifa per il successo di questo uomo dell’Ohio.

Armstrong uomo ruvido e silenzioso, che scruta l’orizzonte verticale tenendo i nervi saldi, forte della sua missione, e dei dolori che ha provato.
Riluttante, pragmatico, schivo, introverso, il vuoto spaziale è il vuoto che ha dentro la sua anima.
L’uomo viene prima dell’eroe, prima del personaggio, vengono prima il genitore e il marito che mettono in gioco la serenità di una famiglia intera pur di elaborare il proprio lutto.

Ottima anche Claire Foy, il cui personaggio non è solo una Penelope in paziente e reverente attesa del suo Ulisse spaziale, ma è una moglie granitica e comprensiva, una consorte che prende sulle sue spalle il peso della sua impresa domestica mentre il marito rischia la propria vita lontano da lei.

C’è un continuo e torrentizio parallelismo tra Neil e Janette Armstrong, con un montaggio che accompagna i due come binari paralleli distanti nello spazio ma vicini nello spirito.

First Man non è un’opera che contiene la retorica eccessiva tipica di molte pellicola a stelle e strisce (esemplificativa, in tal senso, la polemica dovuta alla scelta di non includere l’immagine iconica di Neil Armstrong che pianta la bandiera americana sulla luna), ma è un film onesto e intenso, su di un uomo che ha compiuto un piccolo passo per se stesso.

Ma un grande passo per l’umanità.

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