L'amichevole cinefilo di quartiere

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Spectre

spectre locandina itaCinematografiche.

Serenate, cinematografiche.

TRAMA: Un misterioso messaggio conduce James Bond in una missione che lo porta da Città del Messico fino a Roma. Lì scopre l’esistenza di una misteriosa organizzazione criminale radicata in tutto il globo e responsabile di numerosi crimini su larga scala, nota come SPECTRE.

RECENSIONE: L’agente segreto, che figata.

Agire sotto copertura per gli interessi del proprio Paese, silenziosi e impalpabili come fantasmi.

Come brezza marina, spostarsi di luogo in luogo senza lasciare traccia.
Quasi eterei.

Mantenere un basso profilo.

Rimanere nell’ombra.

E soprattutto mai, e dico MAI rivelare la propria vera identi…

Per la regia di Sam Mendes, Spectre è il ventiquattresimo film della serie cinematografica avente protagonista l’agente “segreto” più iconico, alcolizzato, donnaiolo ed improbabile al servizio di Sua Maestà; con un ritmo dalla velocità altalenante e un buon comparto visivo, questa pellicola costituisce la magna summa di tutto l’universo narrativo creato dalla penna di Ian Fleming.

Intrighi internazionali, automobili veloci, belle donne sempre pronte a cadere immancabilmente ai piedi del nostro eroe e fiumi di alcolici hanno reso immortale l’agente 007, e questi fattori sono tutti presenti nelle circa due ore e mezza di durata del film.

spectre inseguimento

Tale aspetto è sia il punto di forza di Spectre, presentando tutti gli elementi celebri di questa saga per la gioia degli appassionati, sia la sua pecca principale, dato che ad una regia di buona fattura unita ad efficaci effetti speciali nelle scene d’azione non si accompagna una sceneggiatura solida e brillante.

Una sgargiante carta da parati non riesce a sollevare più di tanto un edificio dalle fondamenta scricchiolanti, e Spectre palesa i suoi limiti in fase di costruzione narrativa.

La regia mostra una mano sapiente, sapendo quando e quanto mostrare delle varie città in cui si svolge l’azione (Città del Messico, Roma, Londra, Tangeri) e come utilizzare questi sfondi urbani per le vicende narrative.

Tra esplosioni, inseguimenti adrenalinici e corse contro il tempo non si ha l’impressione di assistere ad un banale tour esotico in giro per il globo alla Che fine ha fatto James Bond?, ed in particolare alcune scelte stilistiche, come il lungo piano sequenza d’apertura o gli ottimi titoli di testa, risultano godibili e funzionali.

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Come già accennato, però, la storia è piuttosto prevedibile, e sembra che gli autori abbiano pensato quasi esclusivamente a come presentare la nemesi di Bond piuttosto che ad imbastire una trama elaborata che potesse valorizzare le tematiche del film.

La SPECTRE (acronimo di SPecial Executive for Counter-intelligence, Terrorism, Revenge and Extortion) è l’organizzazione criminale per eccellenza del cinema, ed il suo leader, Ernst Stavro Blofeld, costituisce uno degli antagonisti più iconici della settima arte, dando ispirazione a numerosi altri villain di diversi media (il più evidente è la sua parodia comica Dottor Male nella serie Austin Powers, ma si può citare anche come esempio Artiglio de L’ispettore Gadget).

Questa organizzazione è simbolo del radicamento del Male. La piovra della SPECTRE controlla infatti attività criminali in tutto il globo, costituendo quindi il marcio della società civile condensato in un’unica fonte.
Purtroppo sarebbe stato auspicabile un uso più elaborato e complesso dell’arcinemico bondiano per eccellenza, perché la semplicità espositiva non rende giustizia ad elementi così importanti per la serie.

SPECTRE ring

Il quarantasettenne Daniel Craig torna per la quarta volta a vestire gli abiti sartoriali di Bond, a nove anni dalla prima in Casino Royale.

Attore dall’espressività piuttosto granitica e che non so perché mi ricordi Charles Bronson, non possiede il fascino da impeccabile gentiluomo rubacuori di Sean Connery (oddio, qui bisognerebbe chiedere alle fanciulle) ma non è nemmeno uno sfrenato donnaiolo gigione alla Roger Moore.

Il suo Bond è forse quello più provato e ferito psicologicamente, e il viso contratto ed impenetrabile di Craig fa trasparire la lotta perenne che egli ingaggia con i suoi demoni interiori; dare tale connotazione al personaggio non è una cattiva scelta, anzi, lo rende narrativamente tridimensionale e più profondo.

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Christoph Waltz è Blofeld, simbolo di tutto ciò che è malvagio in questo mondo (è leader di un’organizzazione criminale, non esita ad uccidere chi intralci i suoi piani, ha un gatto); calcolatore e machiavellico, purtroppo alcune dinamiche narrative che lo riguardano paiono forzate e non convincono.
In pellicole come questa, con l’eroe a farla da totale protagonista, è importante posizionare sull’opposto piatto della bilancia un nemico di un certo spessore, e, nonostante la bravura dell’interprete, in Spectre ciò non avviene, sempre a causa della sceneggiatura.

Non basta un persiano per fare un Blofeld.

spectre blofeld

Léa Seydoux è la classica fiamma bondiana piuttosto banale: passato più o meno tragico/complicato, fascino particolare, personalità forte e simil-indipendente ma che alla fine della fiera ha bisogno di essere salvata dall’eroe in Aston Martin.

Ruoli di contorno per Monica Bellucci, la cui dizione è ancor più raggelante di quanto ricordassi, e Bautista, solito scagnozzo enorme, manesco e silenzioso.

lea seydoux spectre

Tornano dalle opere precedenti il sempiterno Ralph Fiennes (Grand Budapest Hotel) come M, Naomie Harris nelle vesti di Moneypenny e Ben Whishaw (che intepreterà lo scrittore Herman Melville nel prossimo Heart of the Sea di Ron Howard) come giovane ed ironico Q, fonte di molti scambi comici con Bond/Craig.

In conclusione Spectre non è un brutto film nel senso stretto del termine, ma purtroppo è caratterizzato da un grosso e deleterio dislivello tra l’ottimo ambito visivo ed una sceneggiatura piuttosto scontata e povera di inventiva, che lo rende un’occasione un po’ sprecata per chiudere col botto il binomio Mendes-Craig.

Peccato.

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Hercules – Il guerriero

Hercules-Il-guerriero-poster“E non ce n’è / per nessuno ormai…”

Ah, non è quell’Hercules?

TRAMA: Dopo aver compiuto le dodici fatiche, Hercules deve fermare una guerra civile in Tracia.

RECENSIONE: Tratto dalla graphic novel (sì, vabbé, “fumetto”) Hercules: La guerra dei Traci di Wijaya e Moore, questo film ha un enorme problema.

Ossia le prime sei parole da me scritte dopo “TRAMA”.

Eh, già: nonostante il buon Eracle abbia una delle storie più avvincenti della mitologia, nonché una di quelle che più si prestano ad un film action esaltante ed ignorante come piace tanto al pubblico, le dodici fatiche imposte all’eroe dal cugino Euristeo qui vengono considerate un prologo di poco conto, utilizzato tanto per imbastire la narrazione del film vero e proprio.

E usare le dodici fatiche come introduzione per l’insulsa storiella senza capo né coda che arriva dopo è come chiamare gli U2 per aprire un concerto dei Gazosa.

fatiche hercules

Oltre allo spreco di materiale narrativo, il film risente anche di uno dei difetti tipici di Hollywood: strafottersen… ehm… volevo dire… “tenere poco in considerazione” l’ambientazione delle pellicole.

Hercules – Il guerriero, infatti, è ambientato in Grecia e non c’è un attore greco a pagarlo oro.

Tipo Il mandolino del capitano Corelli Irene Papas esclusa, che per noi abitanti dello stivale ha anche l’aggravante di essere uno dei film più razzisti e stereotipati sugli italiani.

Grazie, Nicolas: se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti.

Per carità, è poi ovvio che da un’opera in cui un ex wrestler AMERICANO di origine SAMOANA interpreta uno dei più iconici eroi della mitologia ELLENICA il realismo è l’ultima cosa che mi aspetto; ma dato che la speranza è come l’amico simpatico dei protagonisti (ossia, l’ultima a morire) sarebbe ben accolto un minimo di fair play nei confronti di quegli spettatori non completamente rintronati.

La regia di Brett Ratner, il cui nome dopo la scritta “directed by” è garanzia di ciofeca e che recentemente ha contribuito a quell’imperdonabile insulto al cinema di nome Comic Movieè prevedibilmente senza guizzi o inventive di sorta.

Ennesima opera di genere “neo-peplum”, Hercules – Il guerriero si basa infatti su un attore dalla possente muscolatura, come Steve Reeves e Samson Burke quarant’anni fa, inserito in un contesto assai raffazzonato, sfiorante il ridicolo involontario e (almeno quello a differenza dei “sandaloni” di decenni fa) con l’unica scusante degli effetti speciali quasi decenti.

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La sceneggiatura di Evan e Spiliotopoulos (un greco, miracolo!) si accoda alla mediocrità della regia.
Le varie dinamiche narrative sono una semplice scusa per far menare le mani a The Rock, comunque abituato dal wrestling a picchiare la gente per finta.

Menzione speciale per gli eccezionali dialoghi, tra cui spiccano “Un bel seno è più convincente di tutto l’oro del mondo”, “Il modo in cui vediamo noi stessi non conta: è come ci vedono gli altri che è importante” e il classico scambio “Se solo la tua verga fosse lunga quanto la tua lingua” / “Entrambe danno piacere in modi diversi”.

Cast piuttosto ricco, per gli standard dei film ignobili.

Dwayne “The Rock” Johnson (recentemente apparso in Fast & Furious 6 e  Pain & Gain) come pettoruto Ercole fa la sua porca figura: in un ruolo per cui il physique du rôle è l’unica cosa che conta, come vincere per la Juventus, La Roccia non è neanche male.

Ecco, poi se si inizia a parlare di “recitazione” il discorso cambia abbastanza…

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Oltre all’Hulk samoano abbiamo lo sprecatissimo Joseph Fiennes, Ian McShane (negli ultimi anni in scariche diarroiche del calibro di Biancaneve e il cacciatore e dell’ultimo Pirati dei Caraibi) e John Hurt, l’attore morto più volte nella storia del grande e piccolo schermo (Sean Bean chi?).

Accanto a loro Rufus Sewell, di cui abbiamo già visto la faccia ne La leggenda del cacciatore di vampiri e Irina Shayk, di cui abbiamo già ammirato il culo appeso ai muri delle migliori autofficine.

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Classico filmetto action senza la benché minima pretesa.

Ah, comunque per me il vero Hercules sarà sempre questo:

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Troy (2004) di Wolfgang Petersen e tutta la robaccia in stile Scontro tra titani e relativo seguito (2010 e 2012).

Grand Budapest Hotel

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Agli Eagles piace questo elemento.

TRAMA: In un Hotel di lusso nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka di inizio ‘900 si intrecciano varie storie, tra cui il furto di un dipinto rinascimentale di inestimabile valore e un enorme patrimonio di famiglia lasciato in eredità.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Wes Anderson, questo film è una notevole opera corale che riesce ad unire la delicatezza e i canoni tipici di questo regista ad una divertente frizzantezza di fondo.

Anche Grand Budapest Hotel presenta infatti gli elementi noti delle opere di Anderson (la già citata coralità, i personaggi secondari simpatici e ben caratterizzati, il gusto per la costruzione delle scene in cui emergono i dettagli), mostrando tante situazioni genuinamente divertenti da cui traspare una grande leggerezza.

Presente nella pellicola anche l’importante tema della crescita, con un viaggio di formazione dinamico nei luoghi e nei contenuti: il rapporto maestro/apprendista (no, Guerre Stellari non c’entra) che diventa sostituzione di una figura paterna non presente, facendo nascere rispetto e amore tra due persone agli antipodi caratterialmente ma entrambe coinvolte in una vicenda più grande di loro.

Rilevante (e molto divertente) anche l’uso del lessico.
In generale il registro linguistico è medio-alto, tipicamente di inizio ‘900, ed è molto comico sentire personaggi di estrazione sociale bassa parlare in maniera forbita. Comico è anche l’abbassamento repentino di tale linguaggio, che diventa improvvisamente volgare con la stessa seraficità di espressione da parte degli attori.

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La sceneggiatura è paragonabile quasi ad un’operetta, con un’allegria di fondo alimentata anche dall’originalità dei personaggi e dalla trama rocambolesca, in cui si intrecciano molte sottovicende simpatiche che creano uno sfaccettato microcosmo.

Sul lato tecnico spicca in particolar modo la fotografia di Robert Yeoman, aficionado di Anderson e che in Grand Budapest Hotel delizia l’occhio dello spettatore con splendidi e “plasticosi” colori pastello, che non strabordano nel kitsch e mantengono una raffinata misura estetica, rendendo l’hotel un’enorme casa di bambole a grandezza naturale.
Ogni scena del film, anche la più breve, denota inoltre un’ottima costruzione spaziale, con scenografie molto ben organizzate a livello architettonico, vivaci ma allo stesso tempo rigorose nella loro strutturalità.

The Grand Budapest Hotel

Le musiche di Alexandre Desplat sono sempre pertinenti a ciò che si vede nelle scene, accompagnando dolcemente l’orecchio dello spettatore e riempiendo pienamente la sua cognizione sensoriale. Un altro loro merito è quello di rimanere anch’esse, come la fotografia, discrete e non troppo invasive rispetto all’apporto estetico.

Anche i costumi dell’italiana Milena Canonero (vincitrice di 3 Oscar per la categoria) dimostrano una grande attenzione e cura nella confezione, senza ovviamente disdegnare il prodotto.

Piccolo inciso personale: è questo ciò che intendo per quanto riguarda il rapporto che sussiste tra forma e contenuto in una pellicola: gli elementi scenici materiali devono esaltare il film senza essere la sua unica ragione di esistere, in modo che la sua visione da parte del pubblico possa essere un piacere per gli occhi ma anche per la mente.

Passando al cast, non so neanche da dove cominciare, ci sono più grandi attori in questo film che ragazze da Intimissimi il sabato pomeriggio.
Il pregio più grande dell’opera è quello di non essere una tribù con troppi capi e pochi indiani, ma di essere organizzata in modo che ogni personaggio secondario stia al suo posto facendo da chicca per gli occhi, senza che gli attori si rubino spazio a vicenda.

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Ralph Fiennes (post Voldemort, Deo gratia) come concierge è il mattatore del film, ed è uno dei personaggi più divertenti senza però scadere nella macchietta. Accanto a lui il bravo esordiente Tony Revolori, che mantiene per gran parte del film un’espressione a metà strada tra il tonto e il tranquillo che ben si adatta al suo ruolo.

Tra gli altri spiccano Saoirse Ronan, bene nella parte di una ragazza gentile e dolce, uno sboccatissimo (e spassoso) Adrien Brody come “villain”, Willem Dafoe granitico quanto basta, Jeff Goldblum ed Edward Norton in ruoli a loro congeniali.

Veramente molto carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: La filmografia del buon Wes, in particolare I Tenenbaum (2001), Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012).

Altrimenti per il tema alberghiero cose leggermente diverse…

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