L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – L’uomo di neve

Do you want to build a snowman?

TRAMA: Oslo. Al sopraggiungere della prima neve alcune donne iniziano a sparire e, contemporaneamente, in città compaiono diversi pupazzi di neve. Le due cose sembrano collegate, ma bisogna darsi da fare: nuove nevicate cancellerebbero eventuali tracce del killer. Il detective Harry Hole è a capo di una sezione speciale della polizia cittadina impegnata nel caso.
Da un romanzo di Jo Nesbø.

PREGI:

– IL NORD NON DIMENTICA: L’uomo di neve riesce ad imbastire una trama efficace grazie all’importanza che viene data alla consequenzialità di eventi che si svolgono su linee temporali diverse; in questo modo la vicenda assume un più ampio respiro, giovando ad una storia che assume connotati più generazionali che meramente immanenti.
Flashback e relativi ritorni al presente sono ben gestiti, non sembrando forzati e rivelando elementi giusti nei momenti giusti, fattore importante e niente affatto scontato nei thriller.

– OSLO: Una delle capitali europee forse meno sfruttate al cinema (escludendo epopee vichinghe varie ed eventuali), l’ex Christiania offre un’ambientazione estremamente suggestiva, non solo per quanto concerna l’elemento prettamente cittadino ma anche relativamente al paesaggio naturale circostante l’aera urbana.

La fotografia riesce ad azzeccare toni e luci giusti, fornendo agli occhi dello spettatore un’algida sequenza di campi medi e lunghi che riescono ad immergere lo spettatore in un’atmosfera fredda ed asettica, con i colori bianchi che assumono connotazioni accoglienti o spettrali secondo l’evenienza.

– REBECCA FERGUSON: Dopo l’ennesimo delirio onanistico di Tom Cruise ed un vergognoso plagio di Alien, finalmente l’attrice svedese capita in una pellicola quanto meno decente e nella quale possa interpretare un personaggio ben caratterizzato.

Per carità, non stiamo parlando di Bergman (a proposito di Svezia), ma la sua Katrine Bratt possiede almeno una tridimensionalità caratteriale tale da farla spiccare tra i colleghi qui impegnati, anche perché una delle pecche de L’uomo di neve è proprio…

DIFETTI:

– … IL RESTO DEL CAST: Da un Val Kilmer la cui espressione piuttosto indecifrabile rimane comunque la stessa in ogni scena che lo veda coinvolto, ad un J. K. Simmons sprecatello fino ad un Michael Fassbender mandato allo sbaraglio, personaggi relativamente interessanti vengono penalizzati da una scelta di cast poco lungimirante.

Spiace in particolare per “Fassy”, attore di pregevole bravura ma che risulta piuttosto fuori ruolo come detective alcolizzato e sfatto.
Recitazione troppo pulita ed aspetto non così trasandato come il vissuto del character suggerirebbe, sarebbe servito un interprete dall’estetica ben più torva.

– POCA PERSONALITÀ: Come tutti i film da sei-sei e mezzo, anche L’uomo di neve rischia di finire ben presto nel dimenticatoio; a meno che non siate fan delle opere di Nesbø, infatti, la pellicola non contiene elementi che possano farla emergere all’interno del genere di appartenenza.

Lo spettatore superficiale, inoltre, potrebbe considerarla una mera copia di Uomini che odiano le donne, thriller a sua volta tratto da un best seller scandinavo.

– EFFETTI SPECIALI: Pur contando quanto le mutande in un porno, i pochi effetti speciali qui presenti rientrano nelle menzioni negative poiché hanno il doppio difetto di essere tanto mal fatti quanto inutili e bypassabili in modi stilisticamente diversi rispetto a quelli adottati.

Se in un film si inserisce un elemento inutile e per di più lo si realizza male, si dimostra doppia miopia.

CONSIGLIATO O NO?

Oggettivamente non è un brutto film, per cui in una serata da botta e via sicuramente, ma se cercate qualcosa di più artisticamente rilevante può essere evitato senza troppi rimpianti.

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Alien: Covenant

Kiss me, k-k-kiss me
Infect me with your love and fill me with your poison
Take me, t-t-take me
Wanna be a victim, ready for abduction
Boy, you’re an alien, your touch so foreign
Its supernatural, extraterrestrial

TRAMA: L’equipaggio della nave spaziale Covenant si imbatte in quello che reputa una sorta di paradiso inesplorato: in realtà si tratta di un mondo oscuro e particolarmente pericoloso il cui unico abitante è l’androide David, sopravvissuto all’ecatombe della spedizione Prometheus.

RECENSIONE: A distanza di trentotto anni dal primo Alien, dopo trentuno anni dall’unico sequel decente di Alien, un lustro successivo rispetto al pessimo prequel di Alien e pochi mesi dopo un ridicolo plagio di Alien, torna al cinema la saga di Alien, con un sequel del prequel di Alien che quindi è anche prequel del primo Alien.

Per la regia di (mi piange il cuore a dirlo) Ridley Scott, Alien: Covenant oltre ad essere un film sensato, utile e richiesto più o meno quanto un salvagente nel deserto riesce nella non trascurabile impresa di fallire sia come seguito dell’inguardabile Prometheus sia come antipasto di Alien.

Se concedere ulteriore spago ad un progetto francamente imbecille come raccontare le origini dello xenomorfo (Mi dite che senso ha? Chi sentiva la necessità di conoscere da dove saltasse fuori? Chi aveva bisogno di una pellicola del genere?) aveva già poco grano salis di suo, Covenant si riallinea ai binari del fumo senza arrosto, con altre domande senza risposta, altri personaggi memorabili come il trentesimo decimale del π ed un altro motore narrativo che si ingolfa, arranca e gira pressoché a vuoto.

Tra tutte le pecche del film, la principale è senza dubbio una:

I PERSONAGGI SONO UNA MANICA DI RITARDATI.

Irrazionali, avventati e con la varietà emotiva di una carta da briscola, i characters vengono macellati più per conseguenza di loro scelte palesemente suicide che a causa della pericolosità dell’alieno: non si esagera affermando che se la crew avesse tenuto un comportamento rientrante nella normale e comune logica la pellicola sarebbe finita al minuto 15-20.

Non è che sono cattivi.

È che sono proprio stupidi.

Altro difetto enorme in fase di sceneggiatura è stata la scelta di organizzare i personaggi principali in coppie marito-moglie: data infatti la scemenza generale dei contenuti, tale idea ha come risultato elaborazioni del lutto praticamente inesistenti e la sensazione che la naturale empatia dello spettatore per i personaggi sia forzata, non dipendendo infatti dall’averli a cuore ma perché si subiscono costantemente richiami ai legami esistenti tra di essi.

Sì, insomma, al venticinquesimo “mio marito/mia moglie” stavo per accendere un cero in onore della legge Fortuna-Baslini.

Ed è un peccato, considerati i buoni nomi del cast.

Se la Katherine Waterston di Animali fantastici è una Ripley wannabe meno cazzuta e piuttosto incolore, non avendo forse la stoffa per interpretare un’ammazza-mostri, il povero Fassbender pare qui la versione del discount di Jeremy Irons ne Inseparabili, divenendo veicolo di metafore e richiami aulici piuttosto scorreggioni e mal posti.

Parti di contorno per Billy Crudrup, Danny McBride e Demián Bichir, che spero per loro siano stati pagati parecchio.

A tutto ciò si aggiungono limiti di genere arcinoti a chi guarda i film ma evidentemente non a chi li realizza; andando in modalità lista della spesa abbiamo:

– Fotografia saldata sul “ciano”: due ore ininterrotte di blu-nero che, fidatevi, la mattina successiva alla visione del film vi faranno apprezzare la luce del sole come mai prima;

– Storia sulle origini di qualcosa inutilmente incasinata e contorta: non solo mi spieghi da dove ciccia fuori ‘sto aborto nonostante non me ne possa fregare di meno, ma me lo spieghi pure da cani.

– Il mostro si vede troppo (in alcune sequenze è addirittura fermo al centro dell’obiettivo), togliendo paura, sorpresa ed imprevedibilità, cose, si sa, poco importanti nell’horror.

– Uccisioni così esagerate o sopra le righe da risultare trash/ridicole invece di spaventose/nauseanti/orrorifiche;

– Rimandi a capitoli della saga nettamente migliori che acuiscono ancor di più, come se ce ne fosse il bisogno, un divario qualitativo abissale tra vecchio e nuovo.

Alien: Covenant è l’ennesima brodaglia imbastita alla viva il parroco solo per il gusto di sfruttare un brand celebre ed amato che sarebbe anche ora si lasci in pace.

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art410.html

Un film veramente idiota e inutile.

Assassin’s Creed

assassins-creed-locandinaAgiamo nell’ombra per servire il cinema.

Siamo recensori.

Nulla è perfetto.
Tutto è criticabile.

TRAMA: Un pericoloso criminale condannato a morte viene salvato da una misteriosa organizzazione.
Costretto a utilizzare l’Animus, un sofisticato macchinario in grado di recuperare i ricordi degli antenati, egli scopre di essere il diretto discendente di un membro dell’Ordine degli Assassini vissuto nella Spagna del XV secolo.
Tratto dall’omonima serie di videogame della Ubisoft.

RECENSIONE:

Un videogioco è diverso da un film.

Il videogioco è un mezzo di intrattenimento INTERATTIVO, basato perciò su una componente manuale attiva più o meno preponderante da parte del videogiocatore.
Premere tasti, talvolta con una tempistica ben precisa, direzionare il proprio personaggio e procedere con l’azione.

Il film è un mezzo di intrattenimento CONTEMPLATIVO, basato quindi unicamente sull’attenzione e sul trasporto emotivo da parte dello spettatore.
Si rimane seduti ad osservare immagini che scorrono davanti ai propri occhi, senza apportare un contributo fisico/meccanico

Sono due mezzi di intrattenimento DIVERSI.

Che hanno binari strutturali DIVERSI.

E con esigenze DIVERSE.

Ed è questo il motivo principale per cui i film tratti dai videogiochi quasi sempre NON FUNZIONINO: perché i loro produttori si limitano a sfruttare il brand, il logo, il marchio della serie videoludica d’appartenenza senza adattarne i meccanismi dai giochi alle pellicole.

Ciò spiega inoltre le due macrocategorie in cui questa categoria cinematografica si divida: film pessimi (quasi tutti quelli realizzati) o film messi in cantiere ma che non hanno visto la luce (e probabilmente mai la vedranno) a causa di difficoltà legate ai diritti commerciali o dei costi eccessivi, perché trainati unicamente dal fattore “Oh, pensa: è il film sulla serie X per la mia console Y” e considerati quindi investimenti non sicuri per le major.

videogame

Un lungo preambolo per dire cosa?

Per dire che non bastano attori eccellenti per sollevare un’idea balorda nata per non si sa quale motivo (Fassbender, la Cotillard ed il regista Justin Kurzel si ritrovano infatti dopo l’ottimo Macbeth) ed affossata da una vicenda bidimensionale unita a dialoghi che definir “manichei” sarebbe eufemismo.

Alle nette distinzioni narrative si uniscono inoltre quelle visive, grazie ad una fotografia basata totalmente su toni blu per il 2016 e ocra-giallastri nel fine 1400; alla lunga tale scelta si rivela esagerata, considerando la semplicità intellettiva della trama che non richiede particolari sforzi mentali per comprendere le differenze tra le due linee temporali.

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Mentre con un pad in mano l’opera si concentrava per la stragrande maggioranza nelle varie rievocazioni storiche del passato, con la plot-line del presente che era sì quella principale ma fungeva più che altro da corollario globale della saga, qui il presente la fa da padrone, relegando le gesta di Aguilar a riempitivo.

Cattiva idea quella di dare all’opera una inutile seriosità di fondo, che mal si sposa con la vicenda (viaggi nel tempo, simil-reincarnazioni, zompare di qua e di là per accoppare i cattivoni) e che affossa lo scorrimento narrativo.

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Non basta inoltre un personaggio che è pallida copia dei protagonisti della saga Ubisoft (Altaïr, Ezio and so on) così come non sono visivamente sufficienti le continue inquadrature sull’aquila in volo o scene d’azione talvolta così irrealistiche da sfiorare il ridicolo, con la pecca di una CGI palesemente finta.

Fassbender salta, uccide e cade dai palazzi, ma si ha sempre l’impressione che manchi veramente un joystick da tenere tra le mani per indirizzare le sue azioni, soprattutto a causa degli stacchi di inquadratura su come il suo personaggio si muova attraverso l’Animus.

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Tirando le somme, entrambe le sezioni (presente e passato) sono banali e frizzanti come acqua di stagno, per un film meno che mediocre realizzato con l’unico scopo di mungere una vacca (la serie complessivamente ha venduto più di 100 milioni di copie) nel modo meno impegnativo.

Un buco nell’acqua facilmente prevedibile.

Pillole di cinema – Steve Jobs

jobs locandinaiMovie.

TRAMA: Uno spaccato sulla vita dell’informatico e imprenditore Steve Jobs (1955 – 2011) attraverso il lancio di alcuni dei prodotti-chiave della Apple Inc., azienda da lui fondata: il Macintosh 128K del 1984, il NeXT Computer del 1988 e nel 1998 l’immissione sul mercato del primo iMac.

PREGI:

– Non è un incondizionato e melenso omaggio al protagonista: Una delle peggiori tipologie di biopic è quella in cui il personaggio storico su cui verte il film è immerso in una dorata e celestiale aura di perfezione e incorporeità.

Beh, pensate un po’: anche le persone famose hanno difetti caratteriali, e questo perché sono, appunto, persone.

Steve Jobs è un film sull’essere umano Steve Jobs, non sul Gesù Cristo degli utenti Mela maggiormente invasati: nell’opera emergono infatti le pecche umane ed imprenditoriali di Jobs, e viene evidenziata inoltre la differenza tra l’immagine pubblica e la vita privata.
Ciò è fondamentale per conferire profondità alla pellicola che risulta quindi matura ed obiettiva, e non una servile serenata al chiaro di luna.

steve jobs

– Michael Fassbender: è già la seconda volta consecutiva che nella recensione di un film con protagonista questo attore lo inserisco tra i pregi.

Che ci posso fare, è molto bravo.

Geniale, arrogante, sicuro di sé oltre ogni umana sopportazione, scontroso e freddo, Fassbender è ottimo nell’interpretare un personaggio chiave della società occidentale degli ultimi decenni, i cui prodotti sono entrati in un ammontare innumerevole di case, uffici e scuole.

Una lieve pecca può essere costituita dalla sua somiglianza estetica col personaggio non particolarmente stretta, soprattutto in gioventù (già meglio nell’ultimo terzo della pellicola), ma al di là di questo elemento, forse troppo da puristi, sicuramente si ha di fronte una performance recitativa assai valida.

jobs fassbender

– Effetto “dietro le quinte”: avete presente quando osservate un’opera e vi interesserebbe sapere cosa ci sia dietro alla sua realizzazione?

Ecco, Steve Jobs si basa su questo.

L’evoluzione tecnologica e il rapporto tra i vari personaggi vengono evidenziati attraverso la preparazione del lancio sul mercato di prodotti commerciali; ciò consente di osservare sia i cambiamenti oggettivi e cronologici legati a un determinato settore industriale, sia l’evoluzione delle interazioni personali tra i soggetti.

Inoltre vengono rappresentati su schermo varie figure che hanno circondato Jobs nel corso degli anni e che sono state importanti, in un modo o nell’altro, alla sua carriera (come il co-fondatore della Apple Steve Wozniak, l’amministratore John Sculley o il programmatore Andy Hertzfeld) e che contribuiscono a focalizzare l’attenzione non solo sul protagonista in sé, ma anche sulle relazioni con altri individui.

Steve Jobs

DIFETTI:

– “Stop ta-ta-talking that / Blah blah blah”: Il pregio precedente ha come rovescio della medaglia che il film si basi pesantemente sui dialoghi, pieni di botte e risposte e di spiegazioni su come funzioni questo o quel componente informatico, questa o quella strategia economica.

Diciamo che bisogna stare un attimo con le antenne collegate, e che tale elemento proposto per due ore potrebbe risultare indigesto ad un pubblico non particolarmente ferrato in materia.

steve jobs scena3

– Regia che sì, ma anche no: In un biopic solitamente la regia dovrebbe contribuire a mostrare ed eventualmente esaltare la vita che viene raccontata attraverso le immagini, qui invece risulta talvolta un po’ troppo invasiva ed eccessivamente carica nella rappresentazione di eventuali metafore o nell’accompagnamento ai dialoghi.

Perciò se spesso nei film si richiede una presenza del director più incisiva, in Steve Jobs forse sarebbe stata una scelta migliore mantenere un maggior distacco ed un apporto più asciutto.

steve jobs razzo

Consigliato o no? Nel complesso sì. Che abbiate in casa un iPad, iPhone, iMac, iMisonofattomale o che comunichiate mediante piccioni viaggiatori, Steve Jobs è un film più che sufficiente su una figura arcinota della storia occidentale recente.

Pillole di cinema – Macbeth

Macbeth_2015_poster“What man dare, I dare.” – Macbeth, Atto III, Scena IV.

TRAMA: Scozia medievale. Macbeth, generale dell’esercito di re Duncan, viene messo a corrente della profezia di tre streghe che ne preannunciano prima la nomina a barone e poi quella a re.
Egli, spinto anche dalla brama di potere della sua Lady, non verrà meno a quanto predetto dalle streghe, ma la sua ascesa non sarà indolore…
Adattamento cinematografico dell’omonima tragedia di William Shakespeare (1605-1608).

PREMESSA: Essendo la fonte originaria vecchia di più di quattro secoli, la recensione seguente conterrà spoiler (anticipazioni sulla trama).

PREGI:

– Michael Fassbender: Personaggio caratterizzato da una notevole sfaccettatura e dotato di numerose connotazioni introspettive, Macbeth è un character estremamente complesso.

Se in alcuni frangenti infatti si comporti da risoluto e spietato tiranno, egli vive altresì in un perpetuo stato di ansia e timore, dovuto alla crescente paranoia nei confronti di ciò che lo circonda e alla temibile influenza esercitata su di lui dalla determinata consorte. La profezia delle Norne condiziona pesantemente il modo di comportarsi del generale (prima) e re (poi), trascinandolo progressivamente verso l’alienazione.

L’attore nato nel Baden-Württemberg è un Macbeth realistico in ogni sua connotazione, offrendo una prova recitativa decisamente profonda e matura, attraverso la quale lo spettatore può assistere ai numerosi turbamenti del personaggio.

macbeth fassbender

– Marion Cotillard: vedi alla voce precedente.
Lady Macbeth è un personaggio estremamente arrivista, spietato e determinato, tanto che è lei ad assumere il comando degli eventi dopo la frattura nella psiche del marito.
Ciò avviene fino al suo crollare come il masso di Sisifo nella parte conclusiva della tragedia, in cui emergono le sue debolezze e il peso insopportabile di ciò che ha commesso, che la schiaccia senza pietà.

L’attrice francese è ottima come Regina di Picche, sfruttando espressività, linguaggio del corpo e perfino sessualità attraverso una recitazione in linea con il personaggio e che non pare farla strabordare dalle righe.

macbeth e lady

– Attinenza al testo originario: Sempre ben accetta, la fedeltà alle opere letterarie dimostra il rispetto nutrito dai successivi adattatori nei confronti di ciò su cui stanno mettendo le mani.

Ovviamente talune rivisitazioni possono risultare ben realizzate e piuttosto curiose (come il Macbeth del 2010 con protagonista Patrick Stewart ed ambientazione ricordante la Russia sovietica), ma se non si è abbastanza sicuri delle proprie capacità o fiduciosi sul risultato finale, basarsi su testi notori da secoli non è un’idea pellegrina.

– Costumi e fotografia: Tanto barocchi i primi, che portano agli occhi dello spettatore sia il fasto delle corti medievali che gli indumenti da battaglia lordi di fango e sangue, quanto tetra e satura la seconda, che pare avvolgere i protagonisti in una mefitica cappa dovuta alle loro turpi azioni.

macbeth streghe

– “O Flouer o Scotland / Whan will we see / Your like again…”: Molto apprezzabile la scelta di connotare il film di una prepotente ambientazione scozzese: le Highlands, la nebbia e i landscapes la fanno infatti da padrone in numerose inquadrature, e in molte altre offrono il loro freddo abbraccio agli interpreti.

Ciò fa sì che l’elemento umano abbia una connessione più stretta con quello naturale, non rendendo i personaggi elementi estranei e fuori posto, ma stabilendo un contatto simile a quello che si instaura su di un palcoscenico vero e proprio.

DIFETTI:

– Bbaaatttaagggllliieeee iiinn ssslllooouummmooossscccioooonnn…: Per quanto questa tecnica possa esaltare la crudezza del conflitto ed enfatizzare perciò lo sforzo dei partecipanti, in un contesto medievale shakespeariano risulta un espediente registico piuttosto forzoso e stonato.

In generale non è una scelta che mi dispiaccia in sé, ma usata qui può lasciare un po’ perplessi.

macbeth battaglia

Consigliato o no? Assolutamente sì. Che amiate o meno uno dei più grandi drammaturghi della storia occidentale o che conosciate o meno il testo della tragedia, l’undicesima trasposizione per il grande schermo del Macbeth è un’ottima pellicola dall’eccellente realizzazione.

Frank

frank locandina“Got no human grace / Eyes without a face”

TRAMA: Un aspirante musicista si unisce agli Soronprfbs, strampalata band d’avanguardia dal nome impronunciabile il cui leader, Frank, è un artista di enorme talento che indossa sempre una grossa maschera di cartapesta.

RECENSIONE: Per la regia di Lenny Abrahamson, Frank è l’equivalente cinematografico di una boccata d’aria fresca dopo aver passato il pomeriggio a lavorare presso la piazzola ecologica.

Spiego meglio questa raffinata similitudine.

In un cinema odierno basato su vagonate di sequel utili come l’aria condizionata in Antartide (I mercenari 14 – La vendetta del nervo sciatico), inguardabili porcate atte a rincoglionire le persone (Pensioner-man, Immigrant-man e Housewife-woman contro Coda-alle-post-inator) e romanzi di dubbio gusto trasformati in pellicole di gusto ancor più dubbio (Cinquanta sfumature di me che ti frusto con un segnalibro autografato da Coelho mentre facciamo sesso imbavagliati ascoltando l’orchestra di Demo Morselli), quest’opera è una piccola chicca.

Non da considerarsi magari una pellicola mirabolante, ma un film comunque diverso, che riesce a discostarsi dai canoni narrativi tradizionali risultando brillante ed originale.

Film che tra l’altro è liberamente ispirato al personaggio di Frank Sidebottom, sorta di musicista comico britannico che ebbe successo nella terra d’Albione intorno alla fine degli anni ’80.

frank reale e sidebottom

Tema principale di Frank è la formazione di un giovane adulto, che cerca di trovare la propria dimensione in un gruppo di veri e propri svalvolati capeggiati da un soggetto che definire “particolare” sarebbe usare un eufemismo.
Raggiungere la quadratura del cerchio in un ambiente in cui la geometria euclidea non è propriamente di casa è un’idea di partenza intelligente, perché ribalta gli stereotipi che solitamente caratterizzano questo genere di opere, mostrando di conseguenza innovazione.

frank band

Il personaggio principale è un musicista camuffato come d’altronde ce ne sono altri in circolazione, anche di ben più mainstream rispetto al circuito indipendente: alcuni truccati (Kiss), altri mascherati (Slipknot o Daft Punk), addirittura altri ancora con un alter ego cartoon (Gorillaz).
La sua caratterizzazione crea una contrapposizione molto interessante tra, da un lato, il cantante inteso come frontman e animale da palco (quindi di per sé accentratore di attenzione) e dall’altro la maschera come scudo simbolico e muro tra gli altri e la propria persona.

Attraverso questo gigantesco testone di cartapesta Michael Fassbender riesce comunque a far trasparire emozioni, ricordando per certi versi Hugo Weaving in V per Vendetta (2005). Il suo personaggio, sovente ben al di là dei limiti considerati “normali” dalla società, riesce a trasmettere un’intensità di rara tenerezza, che allo spettatore come il calore della fragile fiamma di una candela.

Michael Fassbender as Frank

Domhnall Gleeson ha quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di entrare in una band: così determinato a iniziare una nuova avventura ma allo stesso tempo così pieno di insicurezze sul cammino da seguire e su quale sia il suo posto nel mondo.
Lodevole il rapporto tra lui e Frank, ostacolato in parte dall’evidente difficoltà nel comunicare con qualcuno di cui non si possano vedere le espressioni facciali e che attraversa diverse fasi lungo l’agile oretta e mezza di durata della pellicola.

frank2

Completa il trio di protagonisti una Maggie Gyllenhaal sboccata e cazzuta, con piccolissime punte di tenerezza che la rendono un personaggio piacevolmente fuori dagli schemi.

Non sarà il capolavoro di cui alcuni forse troppo frettolosamente hanno parlato, ma senza dubbio un’opera che per la sua originalità merita una visione.

Bon, ora vai con i Gorillaz.

X-Men: Giorni di un futuro passato

x men giorniViaggi nel tempo? Preparo la DeLorean.

TRAMA: In un futuro prossimo i mutanti si trovano sull’orlo dell’estinzione. I pochi superstiti decidono di spedire la coscienza di Wolverine indietro nel tempo, per cercare loro stessi da giovani e avvisarli di ciò che sarà il futuro, impedendo così la loro fine.
Ispirato al fumetto Giorni di un futuro passato, scritto da Chris Claremont e John Byrne.

RECENSIONE: Settima pellicola su uno dei gruppi di supereroi più famosi dei fumetti, X-Men: Giorni di un futuro passato vede in cabina di regia Bryan Singer, che come gli assassini di Agatha Christie torna sul luogo del delitto dopo X-Men (2000) X-Men 2 (2003).

Tratto (molto liberamente) dal già citato fumetto, se questo film non fosse prodotto dalla Marvel, non avesse come protagonisti dei personaggi della Marvel e non mostrasse a caratteri cubitali il logo Marvel

…non sembrerebbe un film della Marvel.

Mi spiego.

Nella pellicola sono sì presenti tutte le caratteristiche tipiche dei film di questa casa di produzione, ma non sono esagerate o esasperate come in altre opere, aumentando così di molto la sua qualità complessiva.

È presente l’ironia, ma non ai livelli prescolari di The Avengers o di un Iron-Man a caso.
Le battute sono inserite con criterio all’interno dei dialoghi, e non si ha quindi l’impressione (molto presente soprattutto nelle ultime pellicole supereroistiche) di avere di fronte un film comico con elementi d’azione e non viceversa.

Sono presenti azione e combattimenti, ma riescono ad essere ben fatti esteticamente senza essere o troppo lunghi o eccessivamente sopra le righe o delle esagerazioni senza cognizione alcuna.

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È inoltre presente udite udite una seria introspezione psicologica di alcuni personaggi, i cui dubbi vengono rappresentati in modo maturo, senza cazzate del tipo “Non siamo su binari diversi, sei tu il mio binario” o “Più riempio la scatola più mi sembra leggera”.

Vero, The Amazing Spider-Man 2?

Rimane infatti dalla pellicola precedente (X-Men: L’inizio, di Matthew Vaughn) il focus narrativo riguardante il contrasto tra Charles “Professor X” Xavier ed Eric “Magneto” Lehnsherr, le cui differenze di opinioni riguardanti la minoranza di appartenenza sono paragonabili (e in parte ispirate) a quelle tra Martin Luther King e Malcolm X negli anni ’60.

Tentiamo un confronto con loro in modo da instaurare una pacifica convivenza…
…o cerchiamo l’affermazione sociale attraverso il conflitto?

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Un altro pregio molto importante dell’opera, dal punto di vista strettamente narrativo, è quello di riuscire ad incastrare bene tutti i pezzi che compongono la storia complessiva degli X-Men, in modo da dare ordine al casino creatosi nel franchise a causa di sequel, prequel e spin-off vari (i due pessimi su Wolverine, ossia X-Men le origini – Wolverine Wolverine – L’immortale).

Si può pensare quindi a questo film come all’ingranaggio che collega tutti gli altri, facendo muovere la macchina in maniera scorrevole e regolare.

L’ho già accennato, Singer è come l’Impero: colpisce ancora.

Dopo aver infatti diretto le uniche pellicole ben realizzate sugli X-Men (insieme, va detto, al già menzionato X-Men: L’inizio), qui Singer riprende in mano la regia del franchise, facendo un buon lavoro.
Primi piani piuttosto frequenti, usati per accentuare la profondità psicologica dei personaggi, si alternano a poche ma colossali scene di ampio respiro, che mostrano allo spettatore la magnificenza di alcuni poteri attraverso un ottimo uso degli effetti speciali.
Ottima anche la differenza di estetica tra il passato, con i colori vivaci e gli elementi scenici tipici degli anni ’70, e il futuro, molto cupo e tetro, con colori di un blu-nero talvolta estremo e quasi seppiato, a simboleggiare l’assenza di speranza e l’enorme drammaticità della situazione.

x men giorni scena

La sceneggiatura di Simon Kinberg modifica parecchio il fumetto originale, non in maniera stupida o caciarona ma, anzi, confezionando un plot stranamente piuttosto accurato per gli standard Marvel (c’è da dire, bassi come i Dachshund).
Le differenze con la versione cartacea di tale storia sono innumerevoli, ma anche per chi l’abbia letta non si ha l’impressione di una snaturazione di essa in nome del dio denaro, ma di una sostituzione di alcuni aspetti per fornire allo spettatore un prodotto di buona qualità.

Dopo aver combattuto contro Magneto, contro William Stryker, contro Magneto (e dai) e contro il Club Infernale, in questo capitolo gli X-Men si trovano a che fare con alcuni tra i loro nemici più iconici: le Sentinelle.

Trasponendole nel relativo franchise cinematografico si risponde quindi a domande importanti come “Chi le ha create?” e “Perché?” (ma non a quella fondamentale, ossia “Quale malato di mente farebbe dipingere dei robot sterminatori giganti di viola?”), e nella pellicola  esse sono la metafora di una spada di Damocle che pende sulla testa delle persone, un nemico inarrestabile creato dai governanti e che persegue la sua incessante opera di distruzione e morte.

x-men sentinelle

Parlare del cast è difficile, perché ci sono più personaggi qui che bionde con la quarta di seno nella Playboy Mansion; il film crea anche interessanti parallelismi tra le versioni giovani e vecchie degli stessi characters, aumentando quindi l’effetto corale.

Per citarne solo alcuni, qui abbiamo Hugh Jackman ormai completamente integrato nel Wolverine e che come al solito spacca culi stile Kevin Sorbo in Hercules, James McAvoy e Michael Fassbender ottimi e che dimostrano di essere tra gli attori under 40 più in forma, Jennifer Lawrence vera protagonista del film con la sua Mystica tormentatissima e sempre in bilico tra il bene e il male, Patrick Stewart e Ian McKellen che in fondo si divertono parecchio.

Nei panni di Bolivar Trask, creatore dei robot, c’è l’ottimo Peter Dinklage, attore di… ehm… avete presente quella serie tv in costume che guardano in pochi e che su Facebook non viene praticamente mai citata… adesso sinceramente non ricordo come si chiami…

Ah, già: Tette & Medioevo.

Probabilmente uno dei migliori film della Marvel mai usciti.

O perlomeno, tra quelli degli ultimi anni sicuramente.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I già citati film sugli X-Men fatti come Dio (e non Marvel/Disney) comanda: X-Men (2000), X-Men 2 (2003) e X-Men: L’inizio (2011).

Tanto per darvi un’idea di quanta gente abbiano tirato fuori nel corso degli anni:

E questa è una piccola chicca, che capirete quando vedrete il film:

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