L'amichevole cinefilo di quartiere

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Animali fantastici e dove trovarli

animali-fantastici-locandinaHarry Potter e lo spin-off ciucciasoldi.

TRAMA: 1926. Newt Scamandro è il più grande magizoologo ed è sempre in viaggio alla ricerca di creature magiche per poterne studiare caratteristiche al fine di compilare un manuale. Giunge a New York, dove si imbatte nella comunità magica statunitense.
Ispirato all’omonimo libro di J. K. Rowling e scritto dalla stessa autrice, prequel della serie cinematografica di Harry Potter.

RECENSIONE: Dunque, vediamo un po’.

Il protagonista è un tizio che se ne va a zonzo per il mondo a cacciare mostri.

Li tiene in una borsa il cui spazio interno è molto più grande di quanto potrebbe sembrare all’esterno.

Il suo scopo nella vita è trovarli tutti.

Dove ho già sentito questo concept?

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Battute a parte, Animali fantastici e dove trovarli è uno spin-off/prequel (praticamente uno spinequel) ambientato nel mondo magico creato da J. K. Rowling.

Per dare una vaga idea della fama di questa serie a chi abbia passato dodici anni in prigione per poi uscire ieri sotto le sembianze di un cane, basta buttar lì qualche numero: tratti da sette libri con 450 milioni di copie complessive vendute, gli otto film sono costati oltre un miliardo di dollari e ne hanno incassati nel mondo quasi otto.

Quindi immagino non sia molto da Malandrini cercare di mungere ancora la cara e rassicurante vacca.

Per cui tutti sul treno magico e accio sequel, visto che ne sono programmati ben quattro.

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Al di là di prospettive poco confortanti, questo Animali fantastici dimostra di non essere (solo) un ulteriore ingranaggio installato su una ben oliata macchina da soldi, ma è anche un’opera divertente e godibile, che pur con alcune pecche riesce a sorreggersi qualitativamente sulle proprie gambe.

Nonostante sia relativamente poco user friendly (a differenza dell’Harry Potter e la pietra filosofale di ben quidditchi anni or sono che conteneva una parte iniziale da mega spiegone galattico) e presentando un segmento di apertura dal ritmo agile e frizzante come un daino morto, si tratta di una pellicola dalla cura realizzativa più che accettabile, che ampia l’universo narrativo di partenza costituendo un piacevole revival per i Potterfags.

Coloro che si approcciarono alla saga da bambini e crebbero insieme a tutte le gesta più una di Radcliffe, Grint e altri scaldabagni si ritrovano al cinema ora che navigano sui venticinque, apprezzando i piccoli e grandi riferimenti al mondo magico che già conoscono e le novità che Animali fantastici porta.

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La comunità magica statunitense, nuove creature, nuovi personaggi e nuovi poteri si inseriscono in un universo narrativo arcinoto senza cozzare con quanto già imbastito precedentemente (come detto, la Rowling è anche sceneggiatrice) con una discreta armonia narrativa, giovando non solo alla pellicola nello specifico ma anche a tale universo stesso.

L’acqua della vita, che fa assumere ad un’opera mediocre le sembianze di una gradevole (occhio che non siano i peli del gatto) è data al film da due fattori principali.

Il primo è costituito, ovviamente, dalle bestie.

FANTASTIC BEASTS AND WHERE TO FIND THEM

Gli animali di Animali fantastici sono DAVVERO fantastici, ossia riescono a stupire lo spettatore incarnando creature che con rimandi più o meno evidenti ad animali esistenti catturano la sua attenzione.

Che fungano (soprattutto) da disimpegno comico o che abbiano un sottotesto narrativo più serioso, questi esseri magici sono realizzati attraverso una computer grafica piuttosto realistica e che generalmente riesce ad offrire una idea di solidità apprezzabile.

A differenza de Lo Hobbit, tanto per citare appendici a caso.

Il secondo è Dan Fogler.

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Spalla comica di turno, il personaggio di Fogler riesce ad essere fautore di molti dei momenti più leggeri e divertenti dell’opera senza però scadere nella macchietta.
Nonostante la quantità di scene buffe sia piuttosto alta (e quindi alla lunga è legittimo trovarle fastidiose), il suo Kowalski non è un personaggio “stupido”, ma ha una sua raison d’être che non lo rende fuori posto.

Ottima la mimica facciale dell’attore, aiutato da un fisico tozzo che ben si confà al ruolo, e in generale piacevole aspetto del film.

Per quanto riguarda il protagonista, capelli rossi e un Oscar: tu devi essere un Redmayne.

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Il buon Eddie interpreta l’introverso magizoologo Newt Scamander giostrando un buon equilibrio tra capacità recitativa affettata e finta bizzarria da sprezzatura; un esempio evidente è la camminata scelta per Scamander: se ad un primo avviso può risultare semplicemente storta e sgraziata, un occhio più attento può notare come il piede sinistro sia perfettamente dritto mentre il destro piegato di 45°.
Può sembrare un dato di poco conto, ma è un elemento del personaggio che contribuisce a renderlo visivamente caratteristico e a dargli quindi un’identità fisica.

Buona la sua prova basata su sensibilità, timidezza e occhi bassi (inizio del dialogo ponendo lo sguardo inferiormente e di lato, poi a metà una rapida occhiata all’interlocutore e finire guardandolo nelle pupille), aspettando ulteriori film che possano conferirgli un auspicabile maggior background narrativo.

Pur con uno spazio di manovra piuttosto ridotto, discrete performance del cast rimanente.

Oltre al già citato Fogler, presenti Katherine Waterston con un personaggio femminile forse un po’ troppo sotto le righe e Colin Farrell nelle vesti di potente auror newyorkese.
Entrambi abbastanza schiacciati dal peso dato a protagonista e creature, forniscono un accettabile contorno e poco più.

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In generale Animali fantastici e dove trovarli è un film che, pur inserito nell’ormai strabusato contesto del “mungere e mungeremo”, riesce a riscattarsi grazie ad una buona qualità complessiva, riuscendo perciò a far obliare al pubblico il motivo per cui tale pellicola è stata creata.

Piacere ai fan.

Il denaro.

Total recall

Ridateci Schwarzy.

TRAMA: Un operaio decide di godersi una vacanza virtuale per staccare da una vita frustrante, impersonando un agente segreto con tanto di finti ricordi annessi. Durante la procedura però, qualcosa va storto ed egli diventa un ricercato, braccato dalla polizia sotto il controllo di un dittatore.

RECENSIONE: Quando le idee scarseggiano Hollywood si rifugia nei cari vecchi remake, spacciando film già visti come innovativi solo perché pompati di effetti speciali, nuove tecnologie di ripresa, tridimensionalità e altri specchietti per le allodole; in questo caso a farne le spese è il povero Atto di forza (1990) di Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone, film che non sarà annoverato tra gli imperdibili capolavori della sci-fi ma che dopo due decadi fa ancora la sua porca figura.

Ispirato a un racconto breve di Philip Dick, Ricordiamo per voi, questo remake ha la regia di Len Wiseman (regista e sceneggiatore di Underworld più il quarto Die Hard (2007)), che si preoccupa più di mostrare il film che di costruirlo, attingendo sia da Dick stesso sia da altri capisaldi della fantascienza, ormai diventati quasi stereotipati a causa del largo utilizzo; è incomprensibile il perché questo film abbia avuto bisogno di ben tre sceneggiatori (Bomback, Vanderbilt e Wimmer, sceneggiatore del bel Giustizia Privata (2009)) visto che il film è simile all’ originale del 1990 sia in linea generale sia in alcune scene ricalcate in modo vero e proprio come si fa con un disegno appoggiato contro la finestra.

Come in altri film di qualità medio-scadente una botta di vita viene data dal comparto tecnico, in questo caso le scenografie dell’esperto Patrick Tatopoulos, che risultano efficaci e inquadrano bene il contesto dell’azione, e le musiche di Harry Gregson-Williams, autore anche delle musiche dei capitoli 2, 3 e 4 della saga di videogame Metal Gear Solid.

Colin Farrell (il disgraziato Alexander (2004), l’ancor più disgraziato Miami Vice (2006), ultimo sostituto di Heath Ledger in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009)) rende il suo personaggio meno iconico-kitsch e più realistico rispetto al film di Verhoeven, ma in questo caso ciò è un male perché il film si appiattisce e perde il suo alone artigianale, diventando uno tra i tanti film futuristici.
A Kate Beckinsale (protagonista della saga di Underworld, viva le raccomandazioni) l’ingrato compito di sostituire Sharon Stone in un ruolo più ampliato rispetto a quello della bionda accavalla – gambe, con Jessica Biel (l’ex Mary di Settimo Cielo, sul grande schermo in Un matrimonio all’inglese (2008), film salvabile in mezzo a cazzate varie ed eventuali) a ingaggiare i cari vecchi catfights (scazzottate tra fanciulle) piacevoli per un feticista e nulla più.

Di contorno cliché assortiti: i “cattivi” non andrebbero a segno nemmeno con un missile termonucleare mentre i “buoni” hanno la mira di Tex Willer, i personaggi secondari sono caratterizzati in modo trito e ritrito, le scene di inseguimento sono eccessivamente lunghe. Spiace soprattutto per gli onesti Bill Nighy (Davy Jones nella saga/sega de Pirati dei Caraibi (2006 e 2007), I Love Radio Rock (2009), Love Actually (2003)) e Bryan Cranston, meraviglioso papà nella sitcom Malcolm (2000-2006) e già visto negli ultimi anni in Drive (2011) e Rock of Ages (2012).

Daredevil

Occhio non vede, cuore non duole.

TRAMA: Il giovane Matt Murdoch rimane cieco dopo un incidente. Senza la vista i suoi sensi si acuiscono e cresciuto diventa avvocato; per catturare i criminali che la giustizia non ha condannato assume l’identità segreta del supereroe Daredevil.

RECENSIONE: Basato sull’omonimo personaggio a fumetti nato dalla grande casa Marvel nel 1964, questo film è un pastrocchio senza capo né coda con un Ben Affleck di rara inespressività (vinse il Razzie Award di quell’anno non per nulla) e un’accoppiata regia-sceneggiatura da parte di Mark Steven Johnson di una piattezza imbarazzante.

Dimostrando che non tutto ciò che viene partorito da un fumetto di Stan Lee diventa poi un film di sicuro successo economico (fattore molto spesso non coincidente con film “di qualità”), ciò che salta fuori da queste menti illuminate è una pellicola che si ricorda molto di più per la presenza nella colonna sonora degli Evanescence (dai, Bring Me To Life la sanno anche i sassi) che non per possibili o presunti meriti tecnico-artistici.

Come già detto la regia di Mark Steven Johnson (che non pago dirigerà, si fa per dire, il non plus ultra dello squallore Nicolas Cage in Ghost Rider, film di cui ci si dovrebbe vergognare) è senza mezzi termini un gran casino, con inquadrature casuali, inadatte all’azione che si sta filmando o che danno addirittura l’impressione di essere storte o sbilenche.

Ciò dimostra che non basta dare in mano una cinepresa a qualcuno per renderlo un regista, altrimenti lo sarebbero anche gli oranghi.

Se a quest’ultimo aspetto ci si aggiunge che l’80% se non di più del film è ambientato di notte, l’effetto risultante è qualcosa che si potrebbe definire “discoteca della riviera romagnola vista dagli occhi di un tizio al quinto gin tonic”.

Sceneggiatura, questa sconosciuta, con presentazioni dei personaggi raffazzonate, sviluppo psicologico non pervenuto, intere scene che sembrano prese più da un videoclip di musica pop piuttosto che da un film e una trama che appassiona come una gara a chi si addormenta per primo (vinta di solito dallo spettatore di questo film).

Per quanto riguarda gli attori, tolto un Ben Affleck inguardabile, sono presenti un Colin Farrell che probabilmente ha accettato di girare questo film per scommessa dopo aver perso al biliardo, Jennifer Garner che Dio sa quando azzeccherà un film, Michael Clarke Duncan nei panni di un Kingpin di colore (?) e naturalmente la Leggenda Jon Favreu, attore regista della saga di Iron Man.

Evitatelo come la peste.

Dead Man Down – Il sapore della vendetta

Un film che potrebbe sostituire la pena di morte in molti Stati.

TRAMA: Victor è il braccio destro di un capomafia di New York in cerca di vendetta. Sulla sua strada incontra Beatrice, una donna misteriosa che nasconde un segreto inconfessabile e che conosce a fondo il suo passato.

RECENSIONE: Per la regia del danese Niels Arden Oplev, famoso per aver diretto il primo capitolo della trilogia originale di Millennium, Uomini che odiano le donne, questa pellicola basata sui dialoghi e sulle scene d’azione ha due grossi problemi: i dialoghi e le scene d’azione.

I primi sono di una lentezza esasperante, con intensi sguardi eterni alla Twilight maniera, battute rarefatte e banalissime e interi minuti dove non si riesce a comprendere che cosa stiano aspettando i personaggi sullo schermo prima di fare o dire qualcosa (Godot probabilmente). Le scene action invece sono caratterizzate da un movimento della macchina da presa accurato e preciso come se avessero fatto impugnare la telecamera a una scimmia ubriaca, creando un casino tale da non far capire allo spettatore un beneamato accidente di ciò a cui sta assistendo. La somma di questi due fattori ha come risultato uno dei più colossali deficit di attenzione che occhio umano possa mai provare (e sopportare), con il povero Cristo in sala che passa in letargo il 70% delle due ore scarse di durata per poi svegliarsi in quegli orgasmi di morte che sono le sparatorie, col risultato di non seguire per niente una sceneggiatura banale come uno yo-yo rotto.

Lo script ha più buchi del groviera, i personaggi molto spesso fanno scelte repentine e incomprensibili usando un minimo di logica, cambiando mood a casaccio e avendo reazioni umane realistiche come gli effetti speciali di Superman del 1978. E ovviamente gli attori, se possibile, rendono ancora peggiore questo immane strazio.

Colin Farrell è irritante nella sua monoespressività e con i suoi sopracciglioni perennemente aggrottati come se avesse una paresi, e il fatto di avere un personaggio stereotipato come non mai non lo aiuta (chissà cosa aveva di così urgente da pagare con questo cachet). Noomi Rapace dopo l’insulto Prometheus imbrocca un altro flop che accresce ancora di più la sua fama di miracolata, come se non ce ne fosse bisogno. Dominic Cooper e Terrence Howard fanno tappezzeria con personaggi rilevanti come l’ultimo pezzo in basso a sinistra di un puzzle da cinquemila, e quest’ultimo in particolare interpreta uno dei villain più noiosi e scontati della storia. Brevi apparizioni di Fahrid Murray Abraham e Armand Assante che dimostrano che lo sputtanamento non ha età.

Che tedio.

7 psicopatici

7 psicopatici“Psycho killer qu’ est-ce que c’est / fa fa fa fa fa fa fa fa fa far better / run run run run run run run away.” Psycho Killer – Talking Heads (1977).

TRAMA: Sette personaggi, uniti da rapporti di lavoro o di amicizia, si muovono intorno alla stesura della sceneggiatura per un film di nome 7 Psicopatici e alla scomparsa di un prezioso cane.

RECENSIONE: Per la regia di Martin McDonagh (qui anche sceneggiatore e produttore), commediografo teatrale e regista sul grande schermo del bello e originale In Bruges (purtroppo passato quasi inosservato nel 2008 causa scarsa pubblicità, macroignoranza del pubblico italiano cinematografico e congiunzione astrale sfavorevole), 7 Psicopatici è un film veramente divertente e originale, con un azzeccato mix di generi e un accentuato tocco di misoginia.

La pellicola ricorda, per quanto riguarda lo stile, i film di Guy Ritchie (Lock & Stock – Pazzi scatenati, Snatch – Lo strappo più i due Sherlock Holmes che non c’entrano un tubo), caratterizzati da una grande attenzione ai personaggi, di solito molti, con intrecci e risvolti originali dati dalla sceneggiatura; questo aspetto è ulteriormente evidenziato dal taglio teatrale dato da McDonagh, che ottiene così un film in cui i personaggi sono il fulcro dell’azione e la scenografia ha la funzione di palcoscenico, rievocando i fasti in cui secoli fa il grande Scuotilancia insegnava cosa vuol dire la parola “drammaturgia”.

Il protagonista di questo pastiche è Colin Farrell (già nel già citato In Bruges), che si riprende dalla ciofeca Total Recall, nel ruolo di uno sceneggiatore catapultato dagli eventi in mezzo a personaggi fuori di testa. Assieme a lui Sam Rockwell (Confessioni di una mente pericolosa, Soffocare, Moon), la leggenda Christopher Walken (doppiato alla grande da Dario Penne) e Woody Harrelson, che come sempre porta a casa la pagnotta e riesce a far ridere con la sola sua presenza, più la partecipazione speciale del cantattore Tom Waits.

Dietro a tutto ciò c’è lo scenografo David Wasco (con Tarantino nei due Kill Bill e in Bastardi senza gloria, con Mann in Collateral) che crea il palco su cui i protagonisti recitano a briglia sciolta.

In una programmazione cinematografica con saghe soap-opera con protagoniste creature gotiche, film d’animazione con protagoniste creature gotiche e film tratti da libri di Margaret Mazzantini, altra creatura gotica (Castellitto per favore divorzia!), questo film è come un fiore nel letame.

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