L'amichevole cinefilo di quartiere

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Star Wars: Gli ultimi Jedi

Recensire o non recensire, non c’è “provare”.

TRAMA: Rey prosegue il suo epico viaggio verso la scoperta della Forza insieme a Luke Skywalker. Nel frattempo Finn, Poe ed il resto della Resistenza devono vedersela con il Primo Ordine…

RECENSIONE: Dopo Il risveglio della Forza ci si imbarca nell’ottavo giro di giostra (più appendici varie ed eventuali) attraverso la galassia lontana lontana.

Ora, io non so se la Forza scorra potente in questa pellicola.

Perché Gli ultimi Jedi ha dei problemi.

Seri.

Scritto e diretto da Rian Johnson, Gli ultimi Jedi è un’opera piuttosto mediocre che purtroppo non sfrutta al meglio le basi narrative impostate dal suo predecessore, ingarbugliando eccessivamente una trama che viene così resa inutilmente complessa e accartocciandosi su se stessa senza dare una vera svolta al racconto.

Pur presentando infatti elementi di sceneggiatura piuttosto interessanti (su cui non posso essere specifico onde evitare spoiler), ne Gli ultimi Jedi essi affondano in due pecche evidenti che permeano l’intero film: l’errato contesto e la ridondanza.

Per quanto riguarda il primo, temo che il colpevole maggiore abbia la voce argentina e due enormi rotonde orecchie nere, visto che l’ironia che qui si respira è quasi di stampo marveliano per quanto forzata e guizzante fuori dal nulla.
La leggerezza dei toni cozza con le tematiche generali del film, e l’epico scontro tra Lato Chiaro e Lato Oscuro (qui ancora più leitmotiv del film precedente) non assume la drammaticità che teoricamente dovrebbe avere insito, venendo invece diluito e smorzato dal contesto più ampio in cui avvengono determinate situazioni.

Le gag inoltre si susseguono troppo freneticamente ed in modo troppo parcellizzato per essere apprezzate diventando magari in futuro iconiche (alla “Ti amo” – “Lo so” de L’impero colpisce ancora, per intenderci) e sono spalmate su un po’ tutti i personaggi, contribuendone all’appiattimento introspettivo rendendoli quindi tutti un po’ troppo simili.

Se nelle pellicole precedenti avevamo infatti l’ironia savia e pungente di un Obi-Wan, l’ingenuità di un giovane Skywalker, la tosta linguaccia della determinata Organa e la guasconeria sfrontata di Han, qui ogni character fa battute di un po’ ogni tipo in un po’ ogni situazione.

E ciò è male, soprattutto quando vengono sviliti gli antagonisti (povero generale Hux…) facendo subire loro gag che farebbero imbarazzare i Looney Tunes.

Ehi, Domhnall, lo sai che in questo film sei una macchietta imbarazzante?

Per la seconda, dispiace constatare quanto elementi estremamente validi vengano sviliti anche a causa della loro ripetizione idiotproof sul grugno dello spettatore.

Senza fare spoiler, il rapporto tra Kylo Ren e Rey si fortifica grazie ad un espediente che personalmente ho trovato ben pensato, apprezzandolo molto.

O meglio, apprezzandolo molto la prima volta che lo hanno utilizzato e non le successive tre-quattro, piuttosto banalotte ed inutili nel ribadire quanto già ormai assodato.

Non sviluppato poi benissimo l’importante tema del rapporto tra Rey e Luke, allieva e maestro ma anche due anime in cerca di riscatto (la prima) e redenzione (il vecchio Jedi) a causa della minaccia terribile che pende sulle sorti e della galassia.

Skywalker straziato dall’errore nel considerare Ben Solo, figlio del fraterno amico Han, come un nuovo potenziale alfiere della Forza, incarna un maestro molto diverso da coloro che abbiamo già visto nella saga.
Yoda, Obi-Wan (per Anakin prima e il figlio poi) e lo stesso Qui-Gon (ne La minaccia fantasma) venivano presentati con molta dedizione all’addestramento del prossimo, mentre la riluttanza di Luke, seppur giustificata, viene resa troppo schematicamente ed ottusamente visto il pericolo rappresentato dal Primo Ordine e dallo stesso Kylo Ren.

La relazione maestro-allieva si inserisce nell’ormai consolidata tematica tipica di questa saga del confronto generazionale, in cui da un lato le colpe dei padri, biologici e non, ricadono sui figli quanto dall’altro ci sia una vecchia guardia che può agire talvolta in riparazione di esse (dall’archetipo Darth Vader che si ribella all’imperatore fino a tutti gli altri).

Purtroppo Rey-Luke è la più deboluccia fin qui vista.

La speranza, altro grande topos narrativo di Guerre Stellari è qui talmente estremizzato da risultare antitetico: i personaggi la smarriscono molto velocemente, a causa anche alla deleteria estremizzazione dei ribelli come quattro gatti disgraziati contro un esercito gigantesco.

Gli scontri armati, per quanto ben realizzati visivamente (a cominciare dalla battaglia spaziale iniziale d’apertura, veramente spettacolare), sono anch’essi estremamente ripetitivi e spesso presentano il ricorso ad azioni suicide e disperate.
Come detto poc’anzi, anche questo è un espediente che funziona se viene utilizzato dalla sceneggiatura come extrema ratio, non ogni Cristo di volta.

Visivamente la pellicola è ottima, e visti budget, previsto ritorno di pubblico e sviluppo tecnologico sarebbe stato uno scandalo il contrario.
Per quanto riguarda le fantasiose creature presenti, se i porg, sottospecie di quaglie con gli occhioni dolci, mi hanno fatto venire la PTSD ripensando agli odiosi ewoks de Il ritorno dello Jedi, ho trovato carini ma fintarelli i fathiers (cavalli coniglieschi giganti) e già migliori le vulptex.

Ottimo uso in generale del colore, dal rosso-nero-bianco dell’impero del Primo Ordine alle consuete tonalità terrose verde-marrone della Resistenza.
Eccessivo il giallo-nero del pianeta Campione d’Italia, un po’ troppo caricato e stereotipato sulla negatività del denaro e che porta a dialoghi di scarsa innovatività sullo schierarsi oppure no in caso di grandi conflitti.

John Boyega nonostante un’entrata in scena degna dei tre marmittoni recita tremendamente sotto le righe per tutto il film, venendo surclassato dalla brava Kelly Marie Tran, sulla cui back-story avrei preferito maggiore focalizzazione.

Oscar Isaac, pur bene in parte e con un personaggio trattato piuttosto con riguardo in fase di sceneggiatura, continua a darmi l’impressione di uno a cui manchi il punto per fare blackjack, Daisy Ridley si conferma il membro del cast che offre l’interpretazione migliore mentre Adam Driver ha una pericolosità altalenante tra  Adolf Hitler e Dennis la minaccia.

Tra le new entries del cast, piuttosto dimenticabili i bravi Laura Dern dal crine magenta e Benicio del Toro doppiato in modo agghiacciante da Adriano Giannini.
Sempre a proposito di doppiaggio, personalmente credo stoni abbastanza la voce del pur ottimo Francesco Prando su Mark Hamill: dovendo trovare un sostituto dello scomparso Claudio Capone, avrei preferito in sua vece una tonalità più matura come, per dirne un paio, Luigi La Monica o Mario Cordova.

Gli ultimi Jedi porta il nome di una saga entrata nella storia del cinema e divenuta simbolo di una cultura pop-nerd di enorme successo, quindi mi aspetto incassi uno sproposito al botteghino.

Ma rimane uno spreco artistico ed un’occasione mal sfruttata.

Peccato.

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Blade Runner 2049

I’ve seen things.

TRAMA:
Los Angeles, 2049. Un agente della polizia cittadina, K, fa una scoperta che rischia di gettare nel caos totale quello che resta di una società ormai in rovina. Tale disvelamento lo porta sulle tracce di un ex-cacciatore di replicanti, Rick Deckard, scomparso dalla circolazione da circa 30 anni.

RECENSIONE:

Per la regia del canadese Denis Villeneuve, ancora operante nel genere fantascientifico dopo il più che buon Arrival della scorsa annata, Blade Runner 2049 è un ottimo film che riesce a non sfigurare al cospetto di uno dei più grandi cult della cinematografia moderna, superando così a pieni voti la prova del salto nel buio dovuta appunto al mettere le mani su una pellicola tanto importante.

Pellicola basata sensorialmente sulla vista, con l’occhio che diventa portale di scambio di informazioni a doppio senso, Blade Runner 2049 riesce a sfruttare questo tema anche per quanto concerne l’elemento scenico, andando a creare sequenze che fondono ottimamente elementi filosofico-politici di per sé astratti con una loro efficace rappresentazione visiva.

Attraverso gli occhi vengono innanzitutto identificati i replicanti, tanto a causa del posizionamento del loro numero identificativo quanto tramite il test di Voight-Kampff del primo capitolo; il veicolo sensoriale maggiormente usato per relazionarsi al mondo che ci circonda, in una società basata sulla sempre più galoppante digitalizzazione (internet, media, pubblicità…) nell’universo di Blade Runner è Lettera Scarlatta della propria natura, umana o artificiale che sia, indirizzando quindi il proprio destino verso un orizzonte di prospera autonomia o di preda cacciata dalla comunità stessa.

Fotografia che fa giustamente la voce grossa, con un uso del colore quasi pittorico nel suo sfruttare la stessa pigmentazione di base declinata però in molteplici quantità di toni differenti riuscendo a creare delle inquadrature tanto virtuose quanto eleganti.
L’arancione, il blu, il verde, il bianco si scompongono in moltissime variazioni di loro stessi creando inquadrature suggestive e sensazionalmente vivide. Ogni scena pare un affresco, risultando tanto granitica nella disposizione spaziale degli elementi, spesso statici e talvolta rigidamente mastodontici, quanto fluida e liquida grazie ad un colore cangiante e ad una luce che accompagna a braccetto i corpi con l’efficacia di rotaie parallele.

Importantissima tematica del film è ovviamente il rapporto tra uomini e macchine, che non sono però divisi mediante una separazione duale manichea, ma si ha la presenza di un avanzamento tecnologico su vari substrati.
Oltre ai replicanti veri e propri, distinti in base a modelli di serie in un’ottica paragonabile agli attuali telefoni cellulari, abbiamo infatti macchinari di vario tipo, ologrammi e figure che si avvicinano chi più chi meno alla “qualifica” di essere umano.

Come nella Creazione di Michelangelo, in cui le dita di Adamo e Dio sono vicinissime senza tuttavia toccarsi, così lo spazio di manovra e distinguo tra replicanti e nati umani si assottiglia sempre più, creando interessanti questioni etiche e narrative.

Tra le creazioni artificiali vi sono coloro che anelano profondamente essere considerate umane, mentre sull’altro fronte alcuni umani hanno la funzione di mantenere intatto il muro tra i due mondi; echi sottilmente (ma nemmeno tanto) politici e classisti in cui considerando, come già detto, l’enorme quantità di variabili presenti in “vita”, vengono a crearsi numerose zone grigie tra una fazione e l’altra.

Ryan Gosling sfrutta la recitazione misurata e tra le righe che lo caratterizza attorialmente offrendo un’interpretazione totemica che ben si confà al personaggio.

Serio, conciso e diretto all’obiettivo, il K di Gosling è un individuo lavorativamente senza fronzoli che nasconde però una complessità che si manifesta in modo evidente con il prosieguo della trama.
Un elemento di scompiglio in un mondo sull’orlo di una crisi devastante, che entrerà in contatto con esseri dell’uno e dell’altro schieramento nel corso di un’indagine assai complessa e dalle particolari conseguenze morali.

Jared Leto come imprenditore-santone cieco (anche qui ritorna il tema dell’occhio) il quale sopperisce alla mancanza sensoriale grazie ad una “vista” assai lunga sul futuro che gli consenta di cambiare società ed economia stesse.

Era necessario produrre questo sequel?

No.

Sono personalmente favorevole a Capitoli 2 a distanza di decenni?

Men che meno.

Ma devo ammettere che Blade Runner 2049 mi abbia colpito molto positivamente.

 

P. S. Per meglio comprendere la trama di Blade Runner 2049 si consiglia, oltre ovviamente alla visione del primo capitolo, anche di recuperare i tre cortometraggi rilasciati dalla Warner prima dell’uscita del film, e che fungono a collegamento tra gli eventi presentati nelle due pellicole.

Alien: Covenant

Kiss me, k-k-kiss me
Infect me with your love and fill me with your poison
Take me, t-t-take me
Wanna be a victim, ready for abduction
Boy, you’re an alien, your touch so foreign
Its supernatural, extraterrestrial

TRAMA: L’equipaggio della nave spaziale Covenant si imbatte in quello che reputa una sorta di paradiso inesplorato: in realtà si tratta di un mondo oscuro e particolarmente pericoloso il cui unico abitante è l’androide David, sopravvissuto all’ecatombe della spedizione Prometheus.

RECENSIONE: A distanza di trentotto anni dal primo Alien, dopo trentuno anni dall’unico sequel decente di Alien, un lustro successivo rispetto al pessimo prequel di Alien e pochi mesi dopo un ridicolo plagio di Alien, torna al cinema la saga di Alien, con un sequel del prequel di Alien che quindi è anche prequel del primo Alien.

Per la regia di (mi piange il cuore a dirlo) Ridley Scott, Alien: Covenant oltre ad essere un film sensato, utile e richiesto più o meno quanto un salvagente nel deserto riesce nella non trascurabile impresa di fallire sia come seguito dell’inguardabile Prometheus sia come antipasto di Alien.

Se concedere ulteriore spago ad un progetto francamente imbecille come raccontare le origini dello xenomorfo (Mi dite che senso ha? Chi sentiva la necessità di conoscere da dove saltasse fuori? Chi aveva bisogno di una pellicola del genere?) aveva già poco grano salis di suo, Covenant si riallinea ai binari del fumo senza arrosto, con altre domande senza risposta, altri personaggi memorabili come il trentesimo decimale del π ed un altro motore narrativo che si ingolfa, arranca e gira pressoché a vuoto.

Tra tutte le pecche del film, la principale è senza dubbio una:

I PERSONAGGI SONO UNA MANICA DI RITARDATI.

Irrazionali, avventati e con la varietà emotiva di una carta da briscola, i characters vengono macellati più per conseguenza di loro scelte palesemente suicide che a causa della pericolosità dell’alieno: non si esagera affermando che se la crew avesse tenuto un comportamento rientrante nella normale e comune logica la pellicola sarebbe finita al minuto 15-20.

Non è che sono cattivi.

È che sono proprio stupidi.

Altro difetto enorme in fase di sceneggiatura è stata la scelta di organizzare i personaggi principali in coppie marito-moglie: data infatti la scemenza generale dei contenuti, tale idea ha come risultato elaborazioni del lutto praticamente inesistenti e la sensazione che la naturale empatia dello spettatore per i personaggi sia forzata, non dipendendo infatti dall’averli a cuore ma perché si subiscono costantemente richiami ai legami esistenti tra di essi.

Sì, insomma, al venticinquesimo “mio marito/mia moglie” stavo per accendere un cero in onore della legge Fortuna-Baslini.

Ed è un peccato, considerati i buoni nomi del cast.

Se la Katherine Waterston di Animali fantastici è una Ripley wannabe meno cazzuta e piuttosto incolore, non avendo forse la stoffa per interpretare un’ammazza-mostri, il povero Fassbender pare qui la versione del discount di Jeremy Irons ne Inseparabili, divenendo veicolo di metafore e richiami aulici piuttosto scorreggioni e mal posti.

Parti di contorno per Billy Crudrup, Danny McBride e Demián Bichir, che spero per loro siano stati pagati parecchio.

A tutto ciò si aggiungono limiti di genere arcinoti a chi guarda i film ma evidentemente non a chi li realizza; andando in modalità lista della spesa abbiamo:

– Fotografia saldata sul “ciano”: due ore ininterrotte di blu-nero che, fidatevi, la mattina successiva alla visione del film vi faranno apprezzare la luce del sole come mai prima;

– Storia sulle origini di qualcosa inutilmente incasinata e contorta: non solo mi spieghi da dove ciccia fuori ‘sto aborto nonostante non me ne possa fregare di meno, ma me lo spieghi pure da cani.

– Il mostro si vede troppo (in alcune sequenze è addirittura fermo al centro dell’obiettivo), togliendo paura, sorpresa ed imprevedibilità, cose, si sa, poco importanti nell’horror.

– Uccisioni così esagerate o sopra le righe da risultare trash/ridicole invece di spaventose/nauseanti/orrorifiche;

– Rimandi a capitoli della saga nettamente migliori che acuiscono ancor di più, come se ce ne fosse il bisogno, un divario qualitativo abissale tra vecchio e nuovo.

Alien: Covenant è l’ennesima brodaglia imbastita alla viva il parroco solo per il gusto di sfruttare un brand celebre ed amato che sarebbe anche ora si lasci in pace.

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art410.html

Un film veramente idiota e inutile.

Life – Non oltrepassare il limite

Nello spazio nessuno può sentirti copiare.

TRAMA: I sei membri di una stazione spaziale internazionale si trovano in missione nel cosmo e sono impegnati ad analizzare un campione di materiale proveniente da Marte che potrebbe costituire la prova dell’esistenza di forme di vita aliene.
Inaspettatamente il frammento, di natura organica, si dimostra dotato di intelligenza e aggressività.

RECENSIONE: L’equipaggio di un’astronave affronta un alieno che cerca di accopparli uno dopo l’altro.

Trama originale, non l’avevo mai sentita.

Ah no, scusate, l’avevo sentita in UNO DEI FILM PIÙ FAMOSI DELLA STORIA DEL CINEMA.

Life è Alien.

No, non ho detto che “lo ricorda”.

Non ho detto che “ci assomiglia”.

LO È.

In una sua versione ovviamente peggiore, più noiosa, più raffazzonata.

E più diversamente intelligente.

Per la regia di Daniel Espinosa, Life è un film profondamente inutile nel suo essere una copia carbone di un’altra opera arcinota che pur con quasi quattro decadi sulla groppa giganteggia artisticamente nei confronti di questo suo clone abortito, che rivela l’onta di nulla aggiungere al classico tòpos della minaccia esterna in ambiente interno.

Nonostante infatti un piacevole e ben realizzato piano sequenza iniziale, che risulta tirando le somme l’unica nota lieta di una composizione stridente e stonata, Life nemmeno tenta di crearsi un proprio binario narrativo, il quale avrebbe evitato una perenne sensazione di déjàvu gradevole quanto leccare la sabbia.

E sapete cosa sarebbe meglio fare piuttosto che assistere ad un pessimo remake di Alien?

Oltre a fissare il sole per due ore?

RIGUARDARSI IL FOTTUTO ALIEN. 

Tolta come già detto l’apertura, regia e fotografia si rivelano piuttosto mediocri: basata troppo spesso su jump scares e sul solito solitume dell’atmosfera opprimente la prima, troppo blu-nera la seconda, enfatizzando talmente tanto l’ovvio (l’astronave non è sicura, è terreno di caccia, lo abbiamo capito) da portare fastidio e noia per un occhio che vista la pochezza complessiva dell’opera avrebbe in realtà disperato bisogno di beveraggio artistico.

Passiamo ai temi?

Sfruttare l’arroganza umana creando una storia in cui un gruppo di persone si trova di fronte ad una minaccia che persino per un branco di homo sapiens sapiens si rivela più che ostica è un buon modo per instillare il germe della paura.

Il problema è che per essere avvincente, una minaccia deve costituire una certezza nell’esistenza (cioè deve essere davvero un pericolo per i protagonisti, e fin qua ci siamo) ma un’incertezza nei modi di esecuzione e nelle sue caratteristiche intrinseche (In cosa consiste l’avversario? Quanto male può fare? Cosa può sfruttare per uccidere?).

Legandoci a questo discorso, uno dei tanti grossi difetti di Life è molto semplice.

L’alieno è troppo forte.

Se un antagonista, per quanto minaccioso, ha un punto debole, si crea un meccanismo inconscio per cui il pubblico è curioso di vedere con il prosieguo della storia se e come questo tallone d’Achille verrà sfruttato, quanto ci impiegheranno a notarlo e chi trionferà in conclusione.

Ma se io spettatore mi ritrovo davanti ad una FOTTUTA BESTIA RESISTENTE AD OGNI OFFESA POSSIBILE ED IMMAGINABILE, tale schema mentale non funziona più, perché darò per scontato che entro la fine della pellicola i nostri prodi verranno macellati tutti senza pietà.

Se ho ragione mi autospoilero il finale, e quindi chi cazzo me l’ha fatto fare di sprecare due ore della mia vita.

Se ho torto, il film che sto guardando dimostra di non avete una costruzione narrativa lineare, perché molto probabilmente per superare tale empasse si affiderà a risvolti di sceneggiatura imbecilli o ad un vero e proprio deus ex machina stupido o random.

Il cast, pur vantando nomi noti, è sprecato principalmente per due motivi: il primo è che ovviamente trovandosi immersi in un doppione risultano assai poco memorabili, il secondo è che purtroppo la loro caratterizzazione psicologica è spessa quanto il domopak, quindi lo spettatore non è coinvolto nelle esperienze negative che essi vivono.

E non c’è nulla di peggio per l’intrattenimento che vedere un personaggio di un film crepare orribilmente e rendersi conto che emotivamente non ce ne frega proprio un tubo.

Jake Gyllenhaal è probabilmente è l’unico peone che riesce ad essere soddisfacente, approfittando del notevole screen time a lui riservato e dell’essere circondato da un branco di carne da macello multietnica che serve solo a far scommesse su chi nutrirà per primo l’alieno.

Ed approfittando anche di una Rebecca Ferguson, scosciatona ed in topless di spalle nell’ultimo Mission: Impossible, espressiva quanto un idrante.

Un ultimo appunto per i distributori italiani: capisco che le tag-lines originali del film “Be careful what you search for” e “We were better off alone” fossero rispettivamente un po’ stupidotta la prima e portatrice di qualche problema in fase di traduzione la seconda, ma cosa mi significa l’aggiunta del sottotitolo “Non oltrepassare il limite”?

Pare Il titolo di una pubblicità progresso contro l’eccesso di velocità sulla strada.

Un filmaccio.

Arrival

arrival-locandina-italianaI’m so scared about the future and I wanna talk to you.

TRAMA: In 12 diversi luoghi della Terra, compaiono altrettanti misteriosi oggetti provenienti dallo spazio. A dispetto degli apparati dispiegati, composti da team di esperti in fisica, matematica e linguistica, nessuno riesce a comprendere le intenzioni degli alieni. Una linguista statunitense viene reclutata dall’esercito per tentare di comunicare con i nuovi arrivati e stabilire quali siano i loro scopi.
Basato sul racconto Storia della tua vita (1998) di Ted Chiang.

RECENSIONE: Per la regia del canadese ormai in rampa di lancio Denis Villeneuve (nel 2017 arriverà il suo Blade Runner 2049, seguito del culti di Ridley Scott), Arrival è una pellicola profonda ed intensa basata sul linguaggio.

Le modalità per comunicare significati attraverso segni o gesti diventano fondamentali per poter interagire con esseri provenienti da un altro mondo, e diventa allegoria del nostro rapporto con ciò che sia diverso o difficilmente comprensibile.

La vasta gamma di stati d’animo scaturiti nell’umanità dagli alieni, che spaziano dalla paura all’ostilità, dalla curiosità alla brama di supremazia nei confronti delle altre potenze, è qui feticcio narrativo di come l’uomo reagisca allo sconosciuto, rapporto qui estremizzato nel caso in cui non si abbia appigli anche minimi dettati dall’esperienza.
Dovendosi trovare infatti a comprendere un linguaggio totalmente estraneo alla pur numerosa risma di quelli adottati nel corso dei secoli sul nostro pianeta, linguisti, scienziati e militari tentano di completare una doppia missione: da un lato colmare le proprie lacune in senso prettamente conoscitivo, e dall’altro avere la possibilità di rassicurare se stessi cercando di scoprire quale sia il motivo che ha spinto gli alieni a farci visita.

arrival-umano

Sono ostili? Sono in esplorazione? Vogliono qualcosa da noi? Interrogativi che prescindendo dall’atmosfera sci-fi vennero posti nella storia umana anche da popolazioni “scoperte” dall’occidente (nella pellicola presente un interessante paragone con gli aborigeni) e che quindi traslocano il film su un terreno sempre più allegorico e meno dipendente dalla trama stessa.

La fantascienza fonte di domande, più che di risposte.

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Ottimo il comparto tecnico, sia visivo che sonoro.

Se da un mero lato estetico le astronavi sono imponenti ovali verticali meri a simboleggiare l’inferiorità e lo smarrimento dell’uomo nei confronti dell’ignoto, la fotografia dai toni grigiatri è utile per suggerire allo spettatore un senso di incertezza e di notevole pressione emotiva, dovuta all’insicurezza sul dove possa andare a parare la trama.
Per l’orecchio, interessante l’uso di toni grevi e bassi nell’astronave, i quali rientrano anch’essi nell’idea di potenza a disposizione degli esseri provenienti dallo spazio.

Attori in forma, a cominciare da un’Amy Adams che dimostra quanto un’interprete femminile possa tranquillamente essere protagonista di una pellicola che non sia una love story o un dramma urbano.
Il cinema mainstream dovrebbe forse cercare maggiormente l’esplorazione non solo di generi cinematografici, ma anche giostrando il rapporto tra storie ed attori innovando se stesso senza basarsi pedissequamente su cliché stantii e ormai anacronistici.

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Jeremy Renner spalla convincente anche se fa specie vederlo quasi interamente molto sotto le righe, vista l’abitudine a vederlo ricoprire ruoli più esuberanti; comprimari (Forest Whitaker e Michale Stuhlbarg) in panni giusti per la loro modalità espressiva, anche se non viene concesso loro molto spazio di manovra per non distogliere attenzione dai temi di maggior peso.

Arrival non è ovviamente un film perfetto, probabilmente avrebbe potuto essere leggermente più snello; non tanto per via di una durata temporale quantitativamente eccessiva (due ore scarse), quanto a causa di una forte componente di seriosità generale e nel lento incedere di alcuni segmenti narrativi, particolarmente i primi 20-25 minuti, ma una volta instaurato il ritmo lo spettatore può farci l’abitudine.

Complessivamente un film più che buono.

Black Mirror, Stagione 3 – Classifica episodi

black-mirror-podio

Sinceramente non ho mai amato le classifiche in campo cinematografico.

Un po’ perché considero personalmente difficile paragonare tra loro pellicole completamente diverse come periodo di produzione, genere, temi ed ambientazione.
Avrei paura di dare maggior risalto ad una categoria narrativa piuttosto che un’altra.

È meglio Il re leone Django Unchained?

È meglio La sottile linea rossa Moulin Rouge!?

È meglio Mystic River Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta?

Boh?

Un po’ perché nel caso in cui le opere messe in ordine fossero parecchie si aprirebbe una INTERESSANTISSIMA discussione basata su STIMOLANTISSIME domande del tipo: “Ma perché il film X lo hai messo nella posizione 43 e il film Y è alla 44?”

E sinceramente anche no.

Dato che però adoro Black Mirror e gli episodi della recente Stagione 3 sono appena sei (che però ridendo e scherzando corrispondono all’ammontare delle prime due stagioni messe assieme) penso che un loro ranking sia più comodo sia da pensare che da realizzare.

black-mirror-personaggi

Prima di partire, tre premesse importanti.

  1. È una classifica PERSONALE e SOGGETTIVA, non sono le Tavole della Legge.
  2. Tutti gli episodi mi sono piaciuti, per cui il mio giudizio complessivo sulla stagione è ampiamente positivo.
  3. Parlerò abbastanza liberamente, ergo questo articolo CONTIENE SPOILER SULLE TRAME.

Se non avete già guardato TUTTI E SEI gli episodi, NON CONTINUATE A LEGGERE.

Detto questo, pronti, partenza e VIA.

6° POSTO – PLAYEST (Giochi pericolosi).

Un ragazzo americano in Inghilterra decide, per bisogno di soldi, di fare da beta tester ad un nuovo videogame horror basato sulla realtà aumentata.

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Nonostante il suo ultimo posto, devo dire che Playtest non mi è dispiaciuto.

Ho trovato molto interessante in particolare la rappresentazione della paura come un elemento personale di ognuno di noi, che quindi oltre ad alcune fattispecie ataviche (il buio, i mostri, l’ignoto…) cambia in base al nostro carattere e dipende in modo diretto dalla mente.

Ho apprezzato inoltre il rapporto tra memoria e dimenticanza, oltre che quello ad esso collegato tra il vivere nel presente ed il ricordare il passato. Una sorta di ping pong temporale in cui costruiamo i mattoni ora per avere una “casa” da rimembrare nel futuro.

Ambientazione ed attori sono convincenti (il protagonista è Wyatt Russell, figlio di Kurt e Goldie Hawn), ma ciò che mi spinge a metterlo in ultima posizione è un inizio narrativamente forse un po’ troppo lento, unito a tematiche che, per quanto come già detto apprezzabili, trovo meno “di ampio respiro” rispetto a quelle trattate in altri episodi della stagione.

Ottimi dieci-quindici minuti finali, con stuzzicanti plot twist piazzati forse per recuperare il tempo perduto durante la prima parte. Di sottovalutata potenza l’inquadratura in primissimo piano sul freddo ed asettico “HE CALLED MOM”.

Preso a sé stante non è male, è che, semplicemente, gli altri cinque episodi mi sono piaciuti di più.

5° POSTO – MEN AGAINST FIRE (Gli uomini e il fuoco).

Un’organizzazione militare si trova a combattere i “parassiti” (“roaches” nella versione inglese), mutanti legati ad un’arma biologica relativa ad una guerra imprecisata.

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La cosa che ho più apprezzato di Men Against Fire è l’approccio di Black Mirror al tema bellico, mai affrontato durante la serie.

È quindi un episodio in cui l’azione la fa da padrona per la maggior parte della sua oretta di durata. Sono mostrati infatti diversi scontri a fuoco ed il montaggio li esalta in maniera efficace con rapidi movimenti di camera; ciò aumenta di conseguenza realismo e tensione, mentre seguiamo le gesta di un novellino dell’esercito che combatte contro i mostri.

Il problema è forse la trama.

Se in un prodotto audiovisivo si parla di una razza di mutanti senza descriverli nei dettagli e mostrandoli solo ad episodio già inoltrato, io spettatore attento già prevedo che al 99% tali mostri si riveleranno esseri umani.
E quindi questo passaggio andava gestito meglio.
In più si potrebbe anche far notare che il sistema audio-video impiantato nei corpi dei soldati che cambia le loro percezioni sensoriali è concettualmente simile a quello utilizzato nell’ottimo special natalizio alla fine della seconda stagione, Bianco Natale.

Mi è piaciuto molto che sia stato trattato l’interessante tema dell’eugenetica, così come il fondamentale conflitto morale tra ciò che una persona avrebbe il dovere di fare e quello che la sua etica le suggerisca essere giusto o sbagliato (soprattutto all’interno di una scenario di guerra, con tutti i relativi risvolti).
Purtroppo, però, una volta afferrato il punto del “sono persone che dal codice genetico risultano portatrici di malattie, quindi le vogliono uccidere” l’episodio è un po’ già esaurito.

Menzione particolarmente positiva per il finale, molto in stile Black Mirror nella sua cruda tristezza e che lascia l’amaro in bocca tipico della serie.

A volte è meglio dimenticare.

4° POSTO – SHUT UP AND DANCE (Zitto e balla).

Un adolescente viene spiato e ricattato da alcuni hacker, che lo obbligano a portare a termine incarichi sempre più pericolosi sotto la minaccia di diffondere un video rubato dalla sua webcam.

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Se Playtest partiva un po’ troppo in sordina, Shut Up and Dance invece ingrana subito la quarta.

L’elemento maggiormente apprezzabile di questo episodio è la tensione, che monta sempre più nello spettatore mentre le azioni di un “povero ragazzo” sono controllate da una minaccia potente ma invisibile.

Mi è piaciuta la struttura a tappe dell’episodio, le quali sembrano non finire mai mentre le richieste dei ricattatori diventano sempre più estreme, e sono stato positivamente colpito dal realismo recitativo dimostrato sia dall’attore protagonista Alex Lawther che dalla sua spalla Jerome Flynn (il Bronn di Game of Thrones).

La pecca dell’episodio è di essere un po’ troppo similare come risvolti narrativi a Orso Bianco della seconda stagione, che probabilmente costituisce uno dei miei preferiti e che di conseguenza mi fa un po’ scadere questo.

Molto ben costruito il finale, in cui i cattivi vengono puniti indipendentemente da un eventuale loro percorso di redenzione o dal loro impegno a mantenere determinati tipi di segreti; in tal senso funzionale uso del meme della cosiddetta trollface, a ben rappresentare la reazione degli hacker agli sforzi dei personaggi coinvolti nella vicenda.

Fosse stato creato lo stesso nodo in gola attraverso un plot più originale avrei messo Zitto e balla in una posizione di classifica più alta.

3° POSTO – HATED IN THE NATION (Odio universale).

Dopo aver subito sui propri profili internet delle shitstorm (intense raffiche di commenti basati su insulti e minacce) alcuni personaggi pubblici considerati “antipatici” iniziano a morire.

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Come rovinare un episodio ottimo con un finale pessimo.

Odio universale è l’episodio più lungo della terza stagione (un’ora e mezza invece dell’oretta di durata degli altri) ed ha come genere narrativo il thriller poliziesco.

La maggiore durata lo espone anche a maggiori pecche: la protagonista è piuttosto bidimensionale nel suo rappresentare la poliziotta cazzuta tutto d’un pezzo e con il lessico di uno scaricatore di porto, la vicenda è talvolta spiegata in maniera piuttosto didascalica e magari anche alcuni characters secondari avrebbero meritato maggiore introspezione.
Tutto sommato però l’episodio è estremamente godibile, complice anche una trama intelligente e una stretta connessione all’attualità.

Chiunque si ritrovi ad utilizzare giornalmente un social network sa bene quanto attraverso la rete web le persone possano essere incredibilmente [inserire aggettivo negativo a scelta], e Odio universale indaga sul tema della responsabilità riguardo alle nostre parole in rete.

C’è differenza tra un commento postato anonimamente in cui riversiamo il nostro odio represso nei confronti di qualcuno e il carattere che abbiamo normalmente nella vita reale?

Come anticipato, questo episodio mi è purtroppo scaduto molto a causa di un finale posticcio e poco azzeccato.

Se si fosse infatti concluso semplicemente con la protagonista che lascia l’aula di tribunale dopo aver deposto, sarebbe stato un ending molto migliore.
Crudo, cupo, pessimista e ben più legato al tema generale dell’episodio rispetto al mostrare brevemente una continuazione delle indagini sotto copertura che lascia ben più di una questione inutilmente sospesa.

“Dimenticandomi” degli ultimi due minuti, credo sia uno degli episodi maggiormente legati alla nostra società attuale, e quindi decisamente meritevole di visione.

2° POSTO – NOSEDIVE (Caduta libera).

In un futuro prossimo, le persone ricevono continuamente recensioni: dopo qualsiasi scambio interpersonale si utilizza infatti lo smartphone per lasciare un giudizio da una a cinque stelle sugli individui con cui si ha a che fare.

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Non mi dilungherò su questo episodio perché l’ho già recensito (senza spoiler) nel mio ultimo articolo, che nel caso vi invito a leggere QUI.

Potendo rivelare parti della trama, trovo estremamente azzeccato il finale. Una sorta di catarsi emotiva in cui la protagonista non ha più i freni inibitori legati alla continua ricerca dell’apprezzamento altrui, ma può finalmente sfogarsi.

Come il precedente, anche Nosedive è un episodio fortemente legato alla società attuale, è ciò lo rende estremamente inquietante.

1° POSTO – SAN JUNIPERO (San Junipero).

Nel 1987 due giovani donne si incontrano a San Junipero, una città basata sul divertimento sfrenato.

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San Junipero è senza dubbio l’episodio più sentimentale (non inteso in senso dispregiativo) della terza stagione.

Un episodio incredibilmente ricco, denso e pregno di temi molto toccanti, fra cui spicca quello in assoluto più importante e vasto.

Il rapporto tra la vita e la morte.

Attraverso una relazione al di là dei concetti di tempo e spazio, le protagoniste Kelly e Yorkie stringono un legame di rara profondità.

Una delle due dà all’altra una motivazione per vivere (il poter incontrarsi anche nella vita reale, nonostante vecchiaia, malattie ed handicap), mentre la seconda dà alla prima una ragione per morire (poter passare insieme un tempo infinito e felice nel mondo virtuale della città).

Gioventù e vecchiaia, passato, presente e futuro, promesse attuali e di un tempo lontano vengono magistralmente condensati nei sessanta minuti di durata di questo piccolo gioiello, veramente commovente ed intenso.

Le scelte morali compiute nell’episodio riguardano tematiche estremamente mature e complesse, e vengono raccontate non solo con drammaticità, ma anche con rara levità, che consente all’episodio di non essere stancante o noioso, ma al contrario appassionante nella curiosità per come andrà a finire.

Ottima fotografia con sapiente ed accurato uso del materiale storico per le varie epoche, unita sonoramente ad una colonna sonora potente ed azzeccata.

Veramente un picco qualitativo notevole per l’intera serie; personalmente mi trovo quasi in difficoltà a scriverne, perché è un’opera che va vista, parlandone si perde qualcosa.

A mio avviso, San Junipero è quindi l’episodio migliore della terza stagione.

Che dire in generale di questa stagione 3?

Beh, che è ottima.

Buona alternanza di generi diversi, qualità complessiva ottima, belle storie ed attori azzeccati.

In attesa quindi della quarta stagione, con altri sei episodi programmati per il 2017.

Personalmente, non vedo l’ora.

Hardcore!

hardcore locandinaL2 mira.
R2 spara.
L3 corsa.
X salto.
Quadrato ricarica.

Ah, niente joystick?

TRAMA: Dopo un gravissimo incidente, Henry viene salvato dagli esperimenti della moglie Estelle: la donna, infatti, è impegnata in ricerche scientifiche in grado di potenziare il corpo umano in maniera incredibile.
Henry dovrà usare i poteri fisici acquisiti proprio per salvare Estelle, rapita da un’organizzazione criminale che vuole impadronirsi delle sue conoscenze.

RECENSIONE: Per la regia di Ilya Naishuller, Hardcore! è un interessante esperimento di film girato interamente in soggettiva, grazie alla quale lo spettatore segue la vicenda direttamente dagli occhi del protagonista.

Bene, la frase precedente sintetizza l’unico elemento positivo della pellicola.

An image from HARDCORE HENRY Courtesy of STX Entertainment

Ok, chiariamoci: visivamente non è male. È vero, talvolta nelle sequenze più concitate si ha la sensazione che il campo visivo sia un po’ troppo stretto, per cui allo spettatore può venire naturale girare la testa (dimenticandosi quindi di essere comunque di fronte ad uno schermo), ma considerandola una pecca con cui è normale avere a che fare visto il peculiare taglio registico, ci si può anche abituare.

Ciò che manca ad Hardcore! è tutto il resto.

La sceneggiatura è piuttosto povera e confusionaria, anche per il genere action-movie: pochissimi personaggi, dotati inoltre di caratterizzazioni abbozzate, una trama che è più un canovaccio che una vera e propria vicenda e un generale senso di “che ce frega, basta che se spara” piuttosto fastidioso nonostante gli esigui 85 minuti di durata.

hardcore scena

I punti appena menzionati sono affossati ulteriormente dal mutismo del protagonista: un leading character che non parla costituisce infatti un boomerang, perché è vero che da un lato ciò aumenti il senso di immedesimazione sensoriale, ma allo stesso tempo castra terribilmente la possibilità di approfondire il personaggio introspettivamente.

Non esprime emozioni verbalmente, perché non parla.

Non esprime emozioni visivamente, perché essendo il film interamente dalla sua prospettiva lo spettatore non vede il suo volto.

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L’azione è concitata ma troppo ripetitiva: ricca quindi di quantità ma piuttosto avara di qualità, con ondate e ondate di tizi che scatenano un coinvolgimento emotivo paragonabile agli stormtroopers e che finiscono massacrati da Henry con espedienti sempre più frenetici e brutali.

In questo modo la violenza non assume valenza artistica né narrativa: non è Tarantino, non è John Woo, non è il primo Saw. Solo vagoni di tizi trucidati per il gusto di mostrarlo, lordando con finto sangue la faccia del protagonista e di conseguenza lo schermo.

hardcore violenza

Visivamente ci sono inoltre troppi rimandi a uno dei precedenti lavori del produttore kazako Timur Bekmambetov, ossia il godibile Wanted, e al sudafricano Neil Blomkamp, dai cui Elysium Humandroid è stato attinto a piene mani.

Persistente quindi la fastidiosa sensazione di déjà vu, che non permette alla pellicola di dimostrarsi qualcosa in più di quel giocattolone adrenalinico e fracassone che è.

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Pur avendo molte scusanti (in primis essere una relativamente piccola produzione, con un budget di 10 milioni finanziato in parte attraverso crowdfunding) e nonostante sia evidente la connotazione artigianale del prodotto, girato interamente mediante videocamere GoPro, Hardcore! è un’opera che stenta quindi a raggiungere la sufficienza.

Nel caso amiate questo genere cinematografico troverete ovviamente molti spunti di divertimento ed entusiasmo, ma a conti fatti le pecche superano in numero ed importanza i pregi: Hardcore! può essere perciò considerato come un curioso esperimento registico che pecca però di essere eccessivamente fine a se stesso, povero di solide basi narrative e di veri elementi di originalità.

Elementi che, se presenti, avrebbero potuto renderlo un piccolo gioiello.

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