L'amichevole cinefilo di quartiere

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Baby Driver – Il genio della fuga

My daddy was the family bassman
My mamma was an engineer
And I was born one dark gray morn
With music coming in my ears
In my ears.

TRAMA: Baby è un giovane ma abilissimo autista che lavora per un’organizzazione criminale alquanto strampalata capitanata dal ricco e misterioso Doc. Dopo aver conosciuto una dolce e bella cameriera, Baby medita sempre più seriamente di smettere con le rapine; proprio quello che potrebbe essere l’ultimo colpo metterà in pericolo il suo amore e la sua stessa vita.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Edgar Wright, Baby Driver è un action movie pimpante e scanzonato, che riesce a spiccare in un genere piuttosto saturo grazie ad un approccio più easy e frizzante della media ed al ruolo preponderante della colonna sonora.

Il regista britannico, celebre per opere molto divertenti come la cosiddetta “Trilogia del Cornetto” (composta da L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz, La fine del mondo) e Scott Pilgrim vs the World, riesce infatti ad incanalare la musica nella pellicola rendendone parte integrante in modo talmente massiccio ma allo stesso tempo azzeccato che essa risulta un vero e proprio personaggio.

Di qualità generale ottima, con pezzi tra gli altri di Queen, Blur, Barry White, Simon & Garfunkel, Beck, Beach Boys e Commodores, la musica si adatta infatti precisamente all’umore del protagonista ed al mood delle diverse scene, completandole efficacemente affrancandosi quindi da essere semplice “rumore di sottofondo”, fondendosi invece con le sequenze stesse arricchendole.

Musica che inoltre nel film non solo è semplicemente “ascoltata”, ma anche menzionata, discussa attraverso aneddoti e ricordi, caricata di significati che vanno oltre il mero abbinamento di note e testi.

Attraverso espedienti tecnici intelligenti (come le parole di un testo che compaiono su muri ed insegne mentre il protagonista cammina, i proiettili che vengono sparati a ritmo), lo spettatore si immerge nel mondo di Baby (un bravo Ansel Elgort, già visto in Colpa delle stelle) indossando i suoi auricolari, coperta di Linus contro la violenza intrinseca del suo lavoro e coniugando immagini e suoni.

Senza un buon comparto visivo però lo sforzo della soundtrack sarebbe inutile, e Wright riesce ad imbastire sequenze scene action adrenaliniche senza sfociare troppo in demenziali esagerazioni alla Fast & Furious, comunque spingendosi oltre il limite mantenendo però buonsenso.

Inseguimenti e scontri a fuoco risultano inoltre ben realizzati poiché il punto di vista focale rimane sempre quello dell’autista: ciò che non succede in sua presenza non esiste, è fuori dalla sua portata sensoriale, e si aumenta in questo modo l’immedesimazione del pubblico in ciò a cui sta assistendo senza perdersi in troppe soggettive che servirebbero solo ad appesantire il meccanismo di prosecuzione della pellicola.

Colonna sonora e sapienza nelle scene action riescono a conferire personalità vivace al film,  che si esalta nonostante una trama di base piuttosto ordinaria (criminale vuole uscire dal giro a causa dell’amore per una donna), e rendendo Baby Driver un piacevole unicum.

In una realtà gravida di scavezzacollo sopra le righe, l’amore è il salvagente che permette a Baby di non affogare nel pantano morale in cui suo malgrado è rimasto invischiato.
La colonna sonora diventa qui “rosa con i brillantini” (cit.), esaltandosi attraverso canzoni che veicolino il più positivo dei sentimenti e che si aiutano con gli stessi nomi dei personaggi, sostituendosi ai dialoghi.

Cast azzeccato anch’esso, che riesce a creare buona coralità pur mantenendo in primo piano il protagonista.

Se di Elgort, come già accennato, si può apprezzare la bravura e la capacità di essere credibile come tipo taciturno, solitario e “bravo ragazzo” nonostante la professione, il resto della crew è variegato e piacevolmente sopra le righe.

Dal “Pazzo” di Jamie Foxx, al “Buddy” di Jon Hamm, alla “Darling” di Eiza González, ogni pedina si muove su una scacchiera di piombo, musica ed adrenalina creando un interessante microcosmo di umanità perduta.
Menzione speciale per il sempre ottimo Kevin Spacey, nei panni di un boss criminale sui generis e breve apparizione del bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea.

In un panorama cinematografico in cui molti registi/sceneggiatori action pare non abbiano superato lo stadio evolutivo dei crostacei, una pellicola veramente di buona qualità, piacevole e divertente.

Colonna sonora eccezionale.

Consigliato.

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Colpa delle stelle

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“Yeah you cried and you cried / He’s alive he’s alive / Ah, you cried and you cried and you cried and you cried.”

TRAMA: La sedicenne Hazel, affetta da cancro, è obbligata dai genitori a frequentare un gruppo di supporto psicologico. Qui incontra e si innamora del diciassettenne Augustus, un ex giocatore di basket con una gamba amputata.

RECENSIONE: Avete presente cosa scrissi nella recensione di Lei?

Ovviamente no, me lo ricordo a malapena io.

Vabbè, quando recensii il film di Jonze scrissi che uno dei suoi pregi principali (anzi, direi fondamentali ai fini della buona riuscita dell’opera) era quello di avere come protagonista una persona comune.

Ossia con un aspetto estetico comune, una personalità comune e che mostrava reazioni emotive comuni.

La “normalità” del personaggio principale consente infatti alla pellicola di essere realistica.

Il realismo è un fattore di fondamentale importanza nei film di genere “romantico”, perché tali opere si basano molto sull’immedesimazione del pubblico in ciò che vede sullo schermo, o in generale su una forte sospensione dell’incredulità che faccia dimenticare allo spettatore di avere a che fare con attori che interpretano una parte.

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Colpa delle stelle ha dei difetti.

Ma ha anche questo grande pregio.

È ovvio che l’opera galleggi in una dimensione narrativa caratterizzata da malattie molto gravi, persone emotivamente nonché fisicamente provate, sofferenze dovute al precario stato di salute e quant’altro, ma i personaggi si comportano similmente a come agirebbero persone reali.

È un film lacrimoso, che tiene subdolamente per mano lo spettatore ben sapendo di portarlo a preparare i fazzoletti? Certo.

Si scade talvolta nella retorica e nell’esagerazione, con lo stereotipo della storia d’amore vista come una sorta di monte che resiste alle ondate avverse della vita? Certo.

Ma in un genere piagato da troppe pellicole che si rivelano inguardabili e atroci cazzate, Colpa delle stelle pur con le evidenti pecche prima citate batte altri “colleghi” tre a zero.

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Per essere un regista esordiente Josh Boone riesce a fare un lavoro sufficiente, trasponendo su pellicola l’omonimo romanzo di John Green senza renderlo un indigesto polpettone e sapendo dosare i picchi emozionali meglio di altre opere strappalacrime. Buona inoltre la scelta di abbondare con primi piani e campi medi, optando a volte per piani americani.

Come ho già scritto in altre recensioni, infatti, nelle opere basate sull’aspetto psicologico e introspettivo è importante usare questo tipo di inquadrature per diminuire la distanza relazionale tra pubblico e personaggi, aumentando così il legame emotivo tra palco e platea.

La sceneggiatura, pur con i canoni, gli stereotipi e i classici binari narrativi del genere di appartenenza, non sbraca in scempiaggini senza senso ma centra l’obiettivo superando la soglia di sufficienza.
La prima parte ha il pregio di essere più leggera e ironica, con una presentazione dei personaggi veloce in modo da catturare subito l’attenzione del pubblico e non affossare il ritmo narrativo fin dall’inizio; la seconda sezione è invece più sofferta e intimista, con la prepotente emersione della malattia e della drammaticità che ne consegue.

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I due attori principali, Shailene Woodley e Ansel Elgort, hanno una buona recitazione e riescono a incanalare in maniera efficace la normalità e l’ordinarietà di due adolescenti, comportandosi quindi in maniera piuttosto naturale.

Il loro rapporto è inoltre ben caratterizzato da una contrapposizione caratteriale in stile poli magnetici: uno infatti è più solare, estroverso e attivo, cercando sempre una soluzione positiva alle situazioni; l’altra è più seria, riflessiva e matura, aggrappata al crudo realismo dovuto alla sua condizione medica.

Personalmente apprezzo quando in un’opera di fantasia vengono a crearsi coppie di personaggi (di qualsiasi tipo, non necessariamente amanti) che si compensano e completano a vicenda, perché in tal modo non solo la sceneggiatura fa da colonna portante ai characters, ma anche questi ultimi la riempiono in maniera efficace e funzionale.

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Un film migliore di quanto possa sembrare.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I film “amore e fazzoletti”, come ad esempio Love Story di Arthur Hiller (1970), Scelta d’amore di Joel Schumacher (1991) e Autumn in New York di Joan Chen (2000).

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