L'amichevole cinefilo di quartiere

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Baywatch

Scollature, panettoni
Rigoglio sano di femminili ormoni
Colline bianche e solchi misteriosi
dove si appuntano gli sguardi dei golosi
perché al mondo, al mondo
ci sono troppe poppe, poppe, poppe.

TRAMA: Il guardaspiaggia Mitch è impegnato ad addestrare nuove reclute, tra cui Matt, un nuotatore professionista. Contemporaneamente, coinvolge i ragazzi in una serie di folli indagini su un probabile traffico di droga che coinvolge la proprietaria di un esclusivo club…

RECENSIONE: È mio dovere avvisarvi: questo film ha un enorme difetto.

Non è per tutti.

Come ogni opera a tinte fortemente intellettuali, infatti, la profondità dei suoi contenuti non è immediatamente raggiungibile dalla comune mente umana; al contrario, essa necessita di una concentrazione non indifferente e di un impegnativo sforzo psicologico da parte dello spettatore, che rischia di perdere le più sfuggenti sfumature dell’esperienza narrativa a cui si trova innanzi.

Amo il cinema da che ne ho memoria e credetemi, penso di non peccare di arroganza affermando che abbiamo qui raggiunto una vetta difficilmente avvicinabile da parte dei futuri prodotti cinematografici, che avranno in Baywatch un confronto purtroppo per loro impari e, temo, perso in partenza.

Un film pregno di contenuti filosofici, metaforici ed introspettivi.

Come Bergman, ma più tettoso.

Come Tarkovskij, ma con più addominali.

Come Godard, ma con più battute sui peni.

Novello Virgilio, con i miei umili mezzi cercherò di accompagnarvi in questa esperienza sensoriale e farvi comprendere attraverso i miei scritti quanto questo film, questa pellicola, questa… magna opera costituisca non solo una delle pietre miliari della storia del cinema, ma anche una delle fondamenta della cultura occidentale.

Partiamo dall’ovvio: le donne del film.

Questi angeli dalle forme giunoniche scesi da un iperuranio lontano e trascendentale non sono, come solo uno stolto potrebbe pensare, un espediente per attirare frotte di pubblico maschile dall’ormone birichino, ma fungono da chiaro richiamo al concetto più puro di femminilità: la maternità da cui tutti noi deriviamo.

Per quanto possiamo essere cresciuti a livello psico-fisico, ognuno di noi proviene dal grembo materno e dal seno, che allattandoci ha fornito a noi pargoli il primo nutrimento e la prima fonte di energie per affrontare il mondo.

Il continuo ed ipnotico sballonzolamento di tali enormi seni mediante una slow motion che oltrepassa di gran lunga il mediocre Matrix rappresenta nello specifico l’aspetto più imprevedibile della femminilità: la donna è un essere in continuo cambiamento ed evoluzione, un mondo in movimento da scoprire, ogni giorno sempre nuovo.

Quale genialità, quale meraviglia, quale epifania inoltre nell’ammirare la donna a contatto con l’acqua, immagine in cui solo i più ignoranti possono non cogliere il chiaro trait d’union con La nascita di Venere, capolavoro quattrocentesco del Botticelli a cui la pellicola strizza chiaramente l’occhio.

Ma Baywatch, da masterpiece quale è non si limita ad una delle metà del cielo.

No, sarebbe troppo facile: anche l’uomo deve essere innalzato.

The Rock non è semplicemente un omone simpatico usato per fare da piacione.

Zac Efron non è semplicemente il ragazzetto caruccio che gli faccia da spalla comica.

No, i loro fisici scultorei sono chiaro richiamo alle forme maschili perfette: essi sono dei David di Michelangelo, degli uomini vitruviani le cui carni spinte fisicamente al massimo fanno giustamente vergognare il maschio comune, il cui fisico assume la connotazione di quello del maestro Pregadio in confronto all’Übermensch samoano ed al golden boy di High School Musical.

Focalizzandosi sulle gag comiche, sotto un abilissimo travestimento da sgangherate puttanate esse celano un sottotesto dalla profondità filosofica e narrativa tranquillamente paragonabile al misticismo di Osho.

Zac Efron vestito da donna non è per nulla un patetico tentativo di risata facile tramite il trito espediente dell’uomo en travesti, ma anzi è diretto esempio del superamento della ormai limitante separazione tra i sessi.
Prima di distinguerci tra uomini e donne siamo innanzitutto persone: Efron donna è un messaggio di pace ed uguaglianza di grande memorabilità e spessore umano, un po’ la versione moderna dell’Ich bin ein Berliner di Kennedy o dell’I have a dream di Martin Luther King.

Le continue battute su peni e tette nascondono un evidente retrogusto amaro, che freudianamente si può estrinsecare nella difficoltà del corteggiamento e nello scontro tra razionalità sociale ed istinto animalesco, il tutto condito da un alone malinconico che non può non ricondurre la mente al comico ma allo stesso tempo triste vagabondo impersonato da Charlie Chaplin.

Ma Baywatch non si accontenta di scavare nella profondità dell’intelletto, vuole sfidare il pubblico, tendendogli una trappola.

La CGI del film è infatti veramente orribile: uno spettatore poco accorto potrebbe pensare “Porca puttana, ma questi effetti speciali sono lammerda! Sembrano fatti con Windows 98!”

Ed è lì che casca l’asino: è ovvio che tale scarsa cura sia voluta, e questa è una sottile quanto sagace critica all’industria hollywoodiana stessa, che punta troppo sulla forma e poco sulla sostanza.

Come Ned Ludd a fine Settecento, Baywatch compie una coraggiosa opera di distruzione nei confronti della tecnologia, in quanto essa non è più servitrice dell’uomo, ma suo feticcio anti-sociale.

Quale mirabile inventiva.

Sugli attori, penso che dilungarsi sulle loro performance sarebbe offensivo verso Stanislavskij, Strasberg, Chekhov e gli altri grandi maestri della recitazione.

Se Efron e Dwayne Johnson hanno un’alchimia che supera di gran lunga quelle delle grandi coppie del passato (spazzati via Lemmon e Matthau, Martin e Lewis, Redford e Newman), il cast femminile offre interpretazioni la cui cristallina qualità trascende nettamente i limiti umani.

Se la bionda Kelly Rohrbach, che non riesco a comprendere come sia solo una modella di Sports Illustrated tanto è brava e naturale (ve la butto lì: siamo di fronte alla nascita della nuova Marilyn?) richiama sapientemente con i suoi infiniti primi piani sulle terga la celebre Venere Callipigia, la mora Alexandra Daddario conferma le straordinarie doti recitative già mostrate nell’eccellente serie tv True Detective.

Enormi doti recitative.

Così come il movimento impressionista si separò dai canoni artistici tradizionali dell’arte ottocentesca, così Baywatch traccia una netta linea di demarcazione nei confronti della Settima Arte come eravamo abituati a conoscerla.

C’è stato un prima di questo film e ci sarà un dopo questo film.

Capolavoro.

 

 

 

P.S. Dopo la recensione faceta, qualche nota più seria.

Per quanto il film sia costituito da due ore di scempiaggini, ammetto che la loro totale imbecillità ed il mai prendersi sul serio mi abbiano strappato ben più di una risata.

Efron e Johnson come coppia comica hanno un’alchimia migliore di quanto mi aspettassi.

I personaggi femminili sono dei tettuti soprammobili bidimensionali (a parte le poppe). Se siete maschietti non sarà un brutto vedere, ma anche i due fustacchioni citati sopra possono sollazzare l’occhio delle fanciulle.

Le battute sono talmente tante che per la legge dei grandi numeri qualcuna per forza va a segno; la maggior parte sono simpatiche, dai.

La CGI è terrificante.

Come film trash-demenziale non neanche male.

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Fast & Furious 8

La brum di Toretto ha un buco nella gomma.

TRAMA: La squadra di Dominic Toretto sembra aver finalmente trovato la tranquillità tanto desiderata.
Purtroppo i guai sono dietro l’angolo, e questa volta si manifestano sotto le spoglie di una spietata terrorista informatica, che riesce a spezzare l’equilibrio della squadra trascinando Dominic dalla sua parte.
Per riportarlo alla ragione, Letty, Hobbs e gli altri saranno costretti a chiedere aiuto ad un loro vecchio nemico, Deckard Shaw.

 

RECENSIONE:

Carro armato (??)

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Dodge Charger.

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Nissan IDX.

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Jaguar F-Type Coupe.

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Corvette Stingray 1966.

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Bentley GT BR9 coupe.

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Subaru BRZ.

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Lamborghini Murcielago.

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Mercedes AMG GT.

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Corvette 1966.

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Ford Fairlane 1956.

 

VROOM VROOM BANG BUM PATA-PAM CRASH.  

Bla bla bla famiglia, bla bla bla tradimento, bla bla bla il mio pene è più lungo del tuo, bla bla bla stereotipi imbecilli a camionate, bla bla bla techno mumbo-jumbo campato per aria.

Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Charlize Theron in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Helen Mirren in ‘sta roba?

Se una serie come questa arriva al capitolo OTTO esiste un problema.

 

Buona Pasqua.

Pillole di cinema – Oceania

oceania-locandinaSì, in originale questo film si chiama come una delle più note pornostar italiane.

Non farò battute in proposito, apprezzate la buona volontà.

TRAMA: Vaiana è una vivace adolescente che intraprende un’audace missione nel tentativo di salvare il proprio popolo e dimostrarsi un’esperta navigatrice.
Durante questo viaggio incontra il leggendario semidio Maui, con il quale attraverserà il mare aperto affrontando numerosi ostacoli.

PREGI:

– Mata: ormai non è nemmeno più una novità per grandi produzioni del cinema d’animazione.

Visivamente Oceania è un’opera spettacolare, una vera orgia di colori accesi, vivi e tropicali: l’oceano, la sabbia e la vegetazione brillano di luce propria, risultando estremamente piacevoli all’occhio.

Ad essi si aggiunge lo stilema estetico caratteristico per gli umani, che contribuisce ad immergere lo spettatore nelle atmosfere polinesiane oceaniche; fattore importante quando si opta per una localizzazione geografica tanto specifica.

Nonostante sia tipico dell’animazione moderna, grazie ad un ormai consolidato e sapiente uso della computer grafica, non si deve correre il rischio di dare tale elemento per scontato, ma sottolinearne sempre l’alta qualità.

oceania-oceano

– Valea: Nella versione originale il semidio Maui è doppiato da Dwayne Johnson, alias l’ex wrestler The Rock.

Compresa nella parte c’è una canzone (la più orecchiabile dell’intera pellicola, tra l’altro) chiamata You’re Welcome, in cui oltre ad un ritmo frenetico e molto catchy il bestione doppiato da un altro bestione sfrutta la mobilità dei propri tatuaggi.

Una delle sequenze più meravigliosamente nonsense del 2016.

oceania-maui

– Fa’aaloalo: Messaggio ecologico che inserito in un cartone animato male non fa mai: non giocate con Mamma Natura, perché le conseguenze potrebbero essere assai deleterie.

Utile per sensibilizzare un minimo le nuove generazioni.

DIFETTI:

– Fiu: Tutto bello, tutto giusto, tutto a regola d’arte.

Canzone citata a parte, però, manca magari un guizzo di imprevedibilità, di brio e di frizzantezza che possa trascinare nel sogno le menti dei bambini ed intrattenere in modo soddisfacente anche gli adulti.

In Oceania questo fattore manca, vuoi per aver forse puntato troppo sull’occhio e poco sullo spirito, vuoi perché ormai alcune major godono di un credito che, per quanto giustificato dagli ottimi prodotti e dai più che soddisfacenti risultati al box office, forse le impigrisce in fase di scrittura.

Come per l’enorme fenomeno di massa Frozen, dispiace assistere a pellicole così incredibili visivamente ma purtroppo con trame inutilmente confusionarie (là tra i ghiacci) o in fin dei conti debolucce (qui in Polinesia).

This image released by Disney shows characters Grandma Tala, voiced by Rachel House, left, and Moana, voiced by Auli'i Cravalho, in a scene from the animated film, "Moana." (Disney via AP)

– Teine: Moana/Vaiana è purtroppo un personaggio già visto più e più volte: una ragazza fiera, entusiasta e determinata che non si accontenta del piccolo mondo in cui vive, ma desidera ardentemente nuove avventure per ampliare i propri orizzonti.

Per quanto il suo viaggio non sia esclusivamente volontario ma sia necessario per la salvezza della sua gente, non si può fare a meno di notare quanto il “volere di più” la accomuni a molte protagoniste Disney prima di lei.

Possiamo ricordare ad esempio in tutto o in parte Alice, Bianca, Ariel, Belle, Jasmine, Mulan, Jane, Rapunzel o la più recente Judy Hopps dell’ottimo Zootropolis.

Quando il ribaltare uno stereotipo diventa esso stesso uno stereotipo.

oceania-vaiana

Vaiana inoltre soffre un po’ troppo la sua spalla comico/eroica, al cospetto del quale attua spesso una sottomissione che la rende narrativamente subalterna nelle sequenze comuni ai due, nonostante il ruolo di primo piano dovrebbe essere della giovane donna.

– Matagi: sì, lo so che in un film d’animazione con esseri magici a bizzeffe non bisognerebbe prendersi troppo sul serio.

Sì, lo so che è un po’ forzata come pecca.

Ma se un viaggio si svolge su di una barca a vela, accettare che il vento soffi sempre in ogni direzione comoda per le esigenze dei protagonisti è far passare in cavalleria un po’ troppo.

oceania

Consigliato o no? Sì, per godersi uno spettacolo visivo ottimo. Purtroppo con una sceneggiatura più solida il risultato complessivo sarebbe stato migliore.

Buon film, ma forse una mezza occasione sprecata per puntare all’eccellenza.

Impressioni di trailembre – Baywatch

baywatch

– Si apre con un cartello recante la scritta “RESCUE”, ossia “Salvataggio/Soccorso”.
Consideratelo uno spoiler del leitmotiv ironico di una mia futura ed eventuale recensione.

– Prima tizia in costume che esce dall’acqua con un’apparizione erotico-mistica in stile Ursula Andress. Secondi di trailer trascorsi: UNO.
Record mondiale di fanservice raggiunto.


– L’élite dell’élite. Butterei un élite² ma sarebbe una perla ai porci.

– Piacenti fanciulle che zompano felici sulla sabbia al secondo CINQUE. Non ci state nemmeno provando.

– La carrellata sulle tre bonazze seguite da un The Rock a torso nudo che saltella come una vispa Teresa samoana è una delle immagini più bizzarre e (in)volontariamente ridicole che abbia visto negli ultimi tempi.

– “Noi proteggiamo quando le altre persone non vogliono proteggere”, MAGARI PERCHÉ È IL VOSTRO MESTIERE???

Scusa Roccia, ma a salvare le persone dall’annegamento chi ci deve pensare, la S.W.A.T.??

– Considerato che Dwayne Johnson ha una cassa toracica delle dimensioni del mio sgabuzzino, avrei pensato che spegnesse l’incendio sulla barca soffiandoci contro come il Lupo dei Tre Porcellini.
Dopo San Andreas questo ed altro.

– Tizia salvata si offre sessualmente al proprio salvatore mentre tecnicamente il salvataggio non è ancora completato.
Comprendo che il nostro eroe sia un bel fustacchione e che questo film sarà probabilmente un abominio artistico, però signorina calmi gli ormoni.


– Ok che gli Stati Uniti stiano attraversando un periodo non felicissimo dal punto di vista economico, ma che taglino i fondi ad un dipartimento di soccorso in spiaggia basato su UOMINI E DONNE DAI PETTI ENORMI mi sembra un patto narrativo dalla difficile accettazione.

Non hai i soldi per mantenerli? Raccogliete fondi attraverso il loro aspetto estetico!

Sfilate in spiaggia, gare di sollevamento pesi, Miss Maglietta Bagnata… FATE QUALCOSA!!

do-something

– Pronti via ed il nuovo arrivato si presenta fissando le tette alla Daddario, che costituiscono tra l’altro due dei motivi principali che spingeranno la gente ad andare a vedere questa roba. NON FARE DEL FACILE MORALISMO FILM, SEI COMPLICE!

A proposito, #TeamDaddario

– Commentare che le “boobs” di una donna sono particolarmente vicine al suo viso può essere considerato un complimento, perché sta a significare che il suo seno non è cadente.

Ovviamente no, è solo un mio tentativo per giustificare razionalmente uno dei dialoghi più idioti ed irrealistici dai tempi del risotto con le erbette di Tomba.

– Zac Efron si toglie la maglietta in slow motion, rispettate le quote rosa.

In questo caso, azzurre.

– Ma un manzo che si toglie la T-shirt è davvero l’immagine più erotica pensata per le donne? Capirei Twilight, che era un film evidentemente indirizzato alle quindicenni, ma questo è Baywatch!

Un film evidentemente indirizzato ai quindicenni.


– Zac Efron ha vinto delle medaglie d’oro. Per la precisione due, una per ogni film osceno che ha girato con Robert De Niro.

– Sfottere un tizio enorme che potrebbe aprirti in due usando solo i muscoli delle sopracciglia per non avere vinto nessuna medaglia d’oro è un comportamento candidato d’ufficio ai prossimi Darwin Awards.

– “Abbiamo un corpo morto sulla nostra spiaggia.” Dai, va bene che Kelly Rohrbach è una modella di Sports Illustrated, però criticare così la sua recitazione mi sembra eccessivo.

baywatch-kelly

– The Rock ed Efron discutono su ciò che viene comunicato loro dai propri testicoli. Efron imita la voce degli attributi in modo flebile venendo insultato da Johnson, a cui ribatte affermando la saggezza dei suoi zebedei.

Dato che per questa scena le possibilità di commento sono infinite, non voglio tarpare le ali a nessuno.
Lascerò quindi che sia la mente di ognuno di voi a pensare la battuta più appropriata.

– “Benvenuti a Triste ed inutile remake non pornografico di un’innocua serie cult anni ’90“.

– Un gioco di parole sul termine “beach” seguito da due tizie in costume che ancheggiano sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

– The Rock ed Efron su uno scooter rosa che… no, dai, non ce la posso fare.


– Slow motion di scene a caso inframmezzate da inquadrature in cui appaiono le solite abusate gag fisiche, Efron truccato da donna, l’ennesima femmina popputa con una scollatura che non piacerebbe a suo padre, elicotteri e salvataggi con presa da wrestling (??) il tutto affogato in una CGI abbastanza squallida.

Ottima chiusura, complimenti.


– Battuta che presumo possa essere un gioco di parole tra “You people” e “You peep all”, ma che non penso di aver capito o di voler capire.

Baywatch, un film che risponde ad una domanda che nessuno ha posto.

Hercules – Il guerriero

Hercules-Il-guerriero-poster“E non ce n’è / per nessuno ormai…”

Ah, non è quell’Hercules?

TRAMA: Dopo aver compiuto le dodici fatiche, Hercules deve fermare una guerra civile in Tracia.

RECENSIONE: Tratto dalla graphic novel (sì, vabbé, “fumetto”) Hercules: La guerra dei Traci di Wijaya e Moore, questo film ha un enorme problema.

Ossia le prime sei parole da me scritte dopo “TRAMA”.

Eh, già: nonostante il buon Eracle abbia una delle storie più avvincenti della mitologia, nonché una di quelle che più si prestano ad un film action esaltante ed ignorante come piace tanto al pubblico, le dodici fatiche imposte all’eroe dal cugino Euristeo qui vengono considerate un prologo di poco conto, utilizzato tanto per imbastire la narrazione del film vero e proprio.

E usare le dodici fatiche come introduzione per l’insulsa storiella senza capo né coda che arriva dopo è come chiamare gli U2 per aprire un concerto dei Gazosa.

fatiche hercules

Oltre allo spreco di materiale narrativo, il film risente anche di uno dei difetti tipici di Hollywood: strafottersen… ehm… volevo dire… “tenere poco in considerazione” l’ambientazione delle pellicole.

Hercules – Il guerriero, infatti, è ambientato in Grecia e non c’è un attore greco a pagarlo oro.

Tipo Il mandolino del capitano Corelli Irene Papas esclusa, che per noi abitanti dello stivale ha anche l’aggravante di essere uno dei film più razzisti e stereotipati sugli italiani.

Grazie, Nicolas: se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti.

Per carità, è poi ovvio che da un’opera in cui un ex wrestler AMERICANO di origine SAMOANA interpreta uno dei più iconici eroi della mitologia ELLENICA il realismo è l’ultima cosa che mi aspetto; ma dato che la speranza è come l’amico simpatico dei protagonisti (ossia, l’ultima a morire) sarebbe ben accolto un minimo di fair play nei confronti di quegli spettatori non completamente rintronati.

La regia di Brett Ratner, il cui nome dopo la scritta “directed by” è garanzia di ciofeca e che recentemente ha contribuito a quell’imperdonabile insulto al cinema di nome Comic Movieè prevedibilmente senza guizzi o inventive di sorta.

Ennesima opera di genere “neo-peplum”, Hercules – Il guerriero si basa infatti su un attore dalla possente muscolatura, come Steve Reeves e Samson Burke quarant’anni fa, inserito in un contesto assai raffazzonato, sfiorante il ridicolo involontario e (almeno quello a differenza dei “sandaloni” di decenni fa) con l’unica scusante degli effetti speciali quasi decenti.

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La sceneggiatura di Evan e Spiliotopoulos (un greco, miracolo!) si accoda alla mediocrità della regia.
Le varie dinamiche narrative sono una semplice scusa per far menare le mani a The Rock, comunque abituato dal wrestling a picchiare la gente per finta.

Menzione speciale per gli eccezionali dialoghi, tra cui spiccano “Un bel seno è più convincente di tutto l’oro del mondo”, “Il modo in cui vediamo noi stessi non conta: è come ci vedono gli altri che è importante” e il classico scambio “Se solo la tua verga fosse lunga quanto la tua lingua” / “Entrambe danno piacere in modi diversi”.

Cast piuttosto ricco, per gli standard dei film ignobili.

Dwayne “The Rock” Johnson (recentemente apparso in Fast & Furious 6 e  Pain & Gain) come pettoruto Ercole fa la sua porca figura: in un ruolo per cui il physique du rôle è l’unica cosa che conta, come vincere per la Juventus, La Roccia non è neanche male.

Ecco, poi se si inizia a parlare di “recitazione” il discorso cambia abbastanza…

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Oltre all’Hulk samoano abbiamo lo sprecatissimo Joseph Fiennes, Ian McShane (negli ultimi anni in scariche diarroiche del calibro di Biancaneve e il cacciatore e dell’ultimo Pirati dei Caraibi) e John Hurt, l’attore morto più volte nella storia del grande e piccolo schermo (Sean Bean chi?).

Accanto a loro Rufus Sewell, di cui abbiamo già visto la faccia ne La leggenda del cacciatore di vampiri e Irina Shayk, di cui abbiamo già ammirato il culo appeso ai muri delle migliori autofficine.

Irina-Shayk-Maxim

Classico filmetto action senza la benché minima pretesa.

Ah, comunque per me il vero Hercules sarà sempre questo:

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Troy (2004) di Wolfgang Petersen e tutta la robaccia in stile Scontro tra titani e relativo seguito (2010 e 2012).

Pain & Gain – Muscoli e denaro

Pain & GainMai visti tanti steroidi in un film solo.

TRAMA: Miami, 1995. Due bodybuilder e un criminale decidono di rapire un uomo d’affari per dare una svolta alla loro vita e acciuffare il sogno americano.

RECENSIONE: Dopo una serie imbarazzante di fetecchie a base di esplosioni e costi pantagruelici, il buon Michael Bay, di cui ho parlato con tanto amore quiporta sugli schermi un film il cui budget è di soli 22 milioni di dollari. Improvviso come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, il regista californiano dirige una storia dove nessun palazzo crolla su se stesso, non ci sono robot che si prendono continuamente a legnate e non c’è Nicolas Cage che si spaccia per un moooolto credibile esperto chimico.

E, meraviglia delle meraviglie, non è neanche male.

A parte ovviamente i soliti virtuosismi abbastanza inutili della macchina da presa: rallentamenti, soggettive, riprese con telecamera a mano… tecniche interessanti ma buttate nel film un po’ a casaccio e senza un vero scopo, risultando in alcuni casi un po’ sbrodolate.

La sceneggiatura di Stephen McFeely e Chistopher Marcus mostra l’ambizione e la voglia di successo personale dei bodybuilder, categoria molto amata dalle ragazze, un po’ come i bagnini, i deejay e quelli che scrivono recensioni di film. I Premi Nobel per la Panca si muovono in una Miami ricca dei suoi tipici stereotipi (sole, mare, belle ragazze discinte) ma con un lato più nascosto e grigio, basato sullo sconforto di quelli che non sono riusciti a soddisfare desideri e ambizioni. Ciò contribuisce a rendere la storia meno patinata e più cruda, aiutando lo spettatore a identificare i personaggi come persone e non come figure idealizzate.

I tre protagonisti, che vivono la palestra in modo esaltato ed eccessivo, dimostrano di non avere idea della dimensione reale delle cose, facendosi trascinare dai loro istinti e agendo senza un briciolo di razionalità, preoccupati solo di pomparsi e di essere “vincenti”. Proprio questa malata ricerca dell’affermazione personale è la chiave di volta del film, e può essere vista anche come critica sociale (in un film di Michael Bay? Però!) a un mondo basato sul consumismo e sulla spasmodica volontà di elevarsi al di sopra degli altri.

I soldi diventano così l’unico particolare che distingue i winners dai losers, trasformandosi in un’ossessione che fa dimenticare alle persone di avere comunque un bel lavoro e di essere più fortunati di molti altri. La perfezione fisica sostituisce quella morale, ribaltando la scala dei valori tra l’essere e l’apparire.

Muscoloso –> Vincente –> Soldi.

Il Trio Lescano di protagonisti è composto da Mark Wahlberg, che si risolleva dai mediocri Contraband e Tedben incarnando un ambizioso idiota maniaco del fitness. L’onnipresente (sia nel senso che ultimamente compare in un sacco di film sia nel senso che è molto grosso) Dwayne Johnson rappresenta il lato più comico della pellicola a causa dei suoi comportamenti sopra le righe e Anthony Mackie completa bene il gruppo. Tony Shalhoub, il miliardario, è l’ex protagonista della serie tv Detective Monk. Il bravo Ed Harris tira gli ultimi colpi prima della pensione (che ti frega, Ed? Pensa all’assegno) incarnando il personaggio più positivo della pellicola, ruolo che di solito non gli appartiene ma che qui rende al meglio . Piccola parte per Ken Jeong, il Chow della serie Una notte da leoni e apparizione di Peter Stormare, reduce dall’incomprensibile Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe.

Il film è ispirato a una storia vera raccontata in una serie di articoli del Miami New Times nel 1999.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i due Bad Boys (1995, 2003) con molta ironia e azione, oppure per via di alcune tematiche il drammatico Alpha Dog (2006).

Fast & Furious 6

Fica & Motori 6

TRAMA: L’agente Hobbs ha bisogno dell’intervento di Toretto e la sua banda di automobilisti per fermare un pericoloso ex militare e la sua organizzazione criminale.

RECENSIONE: Ennesimo capitolo della fortunata saga basata su auto veloci, ragazze fighe e infiniti cambi di marcia, nata nel 2001 e arrivata ormai al sesto capitolo. Così come gli episodi numero 4 e 5 di questa epopea che sprizza americanità da tutti gli sfinteri, anche questo atto si svolge cronologicamente prima della terza pellicola: mi riferisco all’immondo The Fast & the Furious : Tokyo Drift del 2006, un film orrendo anche considerati gli standard della serie, il che è tutto dire.

In questa pellicola la regia è di Justin Lin, che ha ripreso in mano il brand dal suddetto raccapricciante terzo capitolo in poi guadagnando carriole di soldi con l’onore e la dignità di chi esce di notte per svaligiare orfanotrofi.
La macchina da presa punta dichiaratamente più sulle auto che sui personaggi, che vivono in funzione di esse; un grande apporto alla spettacolarizzazione delle scene di inseguimento è dato dalla musica di Lucas Vidal e dal montaggio, entrambi frenetici come nei basilari standard delle adrenaliniche pellicole d’azione. Il pregio è che lo spettatore si immedesima nella corsa (che in pratica è l’unica cosa che la regia deve fare in film come questi), il difetto è che non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

La sceneggiatura (se proprio vogliamo chiamarla così, in un impeto di generosità) è opera di Chris Morgan, il cui lavoro di scrittura per una pellicola come questa è importante come sapere il numero di scarpe del prefetto di Vientiane. Una perla dello script è data dai dialoghi, la maggior parte dei quali senza un senso logico ma usati solo per far capire chi è il maschio alfa in mezzo ai tanti galletti.
Sempre per la serie “parole, parole, parole” abbiamo delle donne che non hanno problemi a mandare i rispettivi mariti/partner a morire o a cercare le ex fidanzate, anzi li incitano a farlo, dimostrando reazioni umane non solo inesistenti in natura ma anche da totali imbecilli.

Anche qui protagonista è il granitico Vin Diesel (non male nel divertente Prova a incastrarmi di Sidney Lumet del 2006, peccato che non l’abbia visto quasi nessuno), che ha fatto fortuna grazie a Dominic Toretto e al Riddick delle omonime cronache, il quale tornerà presto al cinema con un nuovo episodio.
Accanto a lui come al solito Paul Walker, ancora nei panni di Brian O’Conner, l’unico irlandese che sullo schermo non viene raffigurato come un fulvo ubriacone e il cui bel faccino fornisce un pretesto per portare le proprie morose al cinema.

Completano il quadretto un gruppo di pittoreschi figuri che ritengono ingenuamente di lavorare nel cinema, beata ignoranza, ma che in pratica danno fisico e volto alla solita Banda Bassotti delle 4 ruote, formata da stereotipi viventi come “l’informatico”, “l’asiatico”, “il nero comico” e alcune donzelle molto molto gnocche (complimenti alle mamme) ma anche molto molto inutili ai fini della trama.

Dulcis in fundo torna l’ex wrestler Dwayne “The Rock” Johnson, uno che non riuscirò mai a definire “attore” senza che mi venga un colpo apoplettico e che presta il suo quintale abbondante di muscoli alla causa: strano a dirsi ma doppiato da Luca Ward diventa quasi passabile.

Lo scialbo cattivo di turno è l’ex Aramis del mediocre I tre moschettieri del 2011 Luke Evans, che si nota più per il fatto di essere un attore gay nella annuale Sagra del Testosterone che per le sue abilità recitative.

State tranquilli però: quest’ultimo fattore non indica assolutamente una maturazione della saga, che rimane stupida e infantile come nei precedenti capitoli, aggiungendo solo della fintissima e risibile introspezione psicologica che porta verso il nulla.
Ci si limita semplicemente a riprendere l’effetto-gruppo che tanti soldi ha dato ad altri titoli e applicarlo nel modo più casinista e ignorante possibile, con il solito corollario di leggi della fisica infrante o non contemplate (avete presente, no? Gravità, attrito, principi della termodinamica, robe così…) con un realismo simile a quello che si può trovare in una commedia slapstick.

Se si aggiunge che tutti i problemi del film (e dico TUTTI, anche quelli minimi) vengono risolti a scazzottate, il risultato è una versione intrisa di steroidi dei film della coppia Bud Spencer-Terence Hill, divertenti negli anni ’70 ma ormai ingenui e superati.

In definitiva non è importante “cosa” succede sullo schermo, ma che il nostro eroico Mastro Lindo salvi baracca e burattini, ricordandosi solo di non dire “yippee ki yay motherfucker” perché tale motto appartiene a un altro duro del cinema con uno scarso apporto tricotico. S

otto la supervisione del capo stuntman Wile E. Coyote i 130 minuti passano in maniera spedita e senza troppi affanni e, tra un’esplosione di qua  un’esagerazione ai limiti del ridicolo di là, Fast & Furious 6 risulta un film caldamente consigliato agli amanti dei motori.

Non a quelli del cinema.

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