L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Last Dance


But don’t forget who’s takin’ you home

And in whose arms you’re gonna be
So darling, save the last dance for me

TRAMA: La stagione 1997-1998 della squadra di basket dei Chicago Bulls, ultimo campionato di Michael Jordan con la franchigia dell’Illinois, attraverso immagini in parte inedite di una troupe cinematografica della NBA Entertainment che nell’arco dell’intero torneo ha avuto la possibilità di seguire tutte le attività del team.

RECENSIONE:

Gli Stati Uniti sono una nazione giovane.

Ciò comporta, oltre a non poter vantare una storia antica esclusa quella con protagonisti uomini dalla pelle color mattone, la contemporanea assenza di una mitologia classica: la mancanza, cioè, di quella serie di racconti tramandati nei secoli incentrati su figure mitiche e le loro eroiche imprese.

Gli Stati Uniti non hanno Gilgameš.

Gli Stati Uniti non hanno Achille.

Gli Stati Uniti non hanno Sigfrido.

“Ulisse schernisce Polifemo”, di William Turner (1829)

Che fare, quindi, per munirsi di una propria epica, non potendone disporre attingendo da quella cultura ancestrale che invece mantengono i popoli rimasti stanziali nel Vecchio Continente?

Semplice: se non si va a pescare dal passato, distogliere l’occhio dai tempi che furono e puntarlo sulla modernità.

Utilizzare come colonna vertebrale per la costruzione del proprio èpos i gladiatori delle nuove battaglie, sicuramente meno sanguinose di quelle mitiche, ma i cui araldi sono altrettanto popolari tra le masse.

Gli sportivi.

The Last Dance prende spunto proprio da questo elemento, esaltando volontariamente i Chicago Bulls degli anni ’90 e traendo informazioni e testimonianze da chi quella storia sportiva l’ha vissuta, per affrescare una Cappella Sistina densa tanto di successi quanto di momenti iconici legati ad essi.

Il protagonista indiscusso della vicenda è ovviamente Michael Jeffrey Jordan.

La serie mostra omericamente per immagini la sua pantagruelica fame di vittorie, l’istinto da killer nel sopraffare l’avversario piccolo o grande, gli affronti verbali talvolta semplicemente scherzosi ed innocui vissuti come onte da lavare nell’arena… tutto ciò che riguarda il 23 di Chicago diventa epitome di un istinto insaziabile.

L’atleta dalla mentalità esasperatamente vincente è spinto come una vela dal vento di una ricerca ossessiva della superiorità, del successo, della posizione apicale come unica raison d’être.
L’eroe deve vincere per lo stesso principio naturale che vede il leone al vertice della catena alimentare africana: per chi combatte così strenuamente per la vetta la sconfitta è paragonabile ad una morte sportiva, vuol dire polvere e vuol dire oblio.

Questa foto contiene 19 titoli NBA.

Michael Jordan non è infatti un Ettore, che combatte allo stremo delle sue limitate forze mortali perché a causa di un’avventatezza del fratello si ritrova da un giorno all’altro attraccato sulle patrie spiagge l’esercito più potente del globo.
Non ha lo sguardo dolente di chi è conscio delle difficoltà di una lotta che lui non ha né causato né voluto.

Jordan è un Achille, un semidio che poco ha a che spartire con coloro che lo affiancano nelle sue battaglie: il suo puntiglio nella competizione, il suo illimitato agonismo e la vir nel raggiungimento dei propri obiettivi derivano dalla sua sete di gloria, dalla volontà che nei secoli a venire si parli ancora delle sue gesta.
Jordan cerca la lotta, vuole il conflitto, ed è pronto a spazzare via dalla sua strada coloro che lo ostacolino in questo obiettivo.

Durante la sua carriera sportiva, il numero 23 dovette affrontare non solo i nemici sul parquet, il cui focus di contesa è un pallone, un canestro o un anello, ma anche avversari esterni al campo.

Il gioco d’azzardo, la passione per le scommesse e le amicizie rivedibili offrono un lato umano dell’eroe che lo rende perciò un Übermensch nietzschiano solo sul campo da basket; al di fuori di esso egli viene colpito dalla sua stessa hybris, che sì lo condiziona portandolo a risultati sportivi più che ragguardevoli, ma gli fa anche compiere dei passi falsi agli occhi del pubblico se andiamo a considerare l’elemento squisitamente umano ed empatico.

Tra compagni di squadra trattati palesemente a pesci in faccia, atti di stizza, reazioni in un caso violente (chiedere al viso di Steve Kerr per conferma), un’inchiesta giornalistica piuttosto severa nei suoi confronti ed un atteggiamento talvolta ruvido ed ermetico, Jordan è, come tutti i campioni, perfettamente consapevole delle proprie capacità, e per questo sa che deve costantemente dimostrarle tanto al pubblico quanto ad avversari e alleati.

Il lutto per la morte del padre è fonte di immenso dolore quanto di radicale cambiamento: Jordan abbraccia uno sport, il baseball, che praticò solo in gioventù come coronamento del sogno postumo dell’ascendente, con risultati sopra la media ma inevitabilmente offuscati dal fulgore delle precedenti battaglie di pallacanestro.

Il suo (primo) ritorno è un Ulisse che riapproda finalmente ad Itaca e deve difendere l’amata Penelope dalla corte dei Proci: l’eroe ritrova una patria a cui deve riabituarsi, che deve riconquistare avendo perduto, causa l’assenza, quel diritto conquistatosi con anni di lotte e battaglie.

Per quanto talvolta la docu-serie deflagri comprensibilmente sul proprio focus umano principale e si trasformi in un Vita, morte e miracoli di Michael Jordan, essa riesce però a non dimenticarsi di offrire uno spazio, seppur talvolta minimo, alle figure di contorno della star dei Bulls.

Il primo è Scottie Pippen, perfetto Robin per il Batman vestito del 23. Il suo contratto poco oneroso rispetto ai compagni, che porta al crearsi di tensioni con la dirigenza è il casus belli che rende il denaro un segno di rispetto e di riconoscenza per le trionfali cavalcate al successo.
Pippen è la difficoltà del secondo, l’inscalfibile certezza di avere qualcuno accanto che è e sarà sempre migliore di te, unita alla consapevolezza di dover svolgere al meglio il proprio ruolo per il bene comune.

C’è Dennis Rodman, personaggio unico ed inimitabile: capelli dai colori improponibili, piercing ed un carattere complesso. Apparentemente ruvido all’esterno, questa sua superficiale bizzarria è uno scudo per proteggere un animo fragile e bisognoso di svago, ben evidenziato nella serie dal racconto del suo periodo triste a Detroit e la vena comica legata ai suoi viaggi di piacere.

“Viaggi di piacere” accompagnato da questa signorina qui.

C’è spazio anche per Toni Kukoč , spilungone croato la cui pedina sulla scacchiera dell’epopea dei Bulls attraversa vari cambiamenti di ruolo, talvolta inconsapevoli: da star indiscussa nel Vecchio Continente, l’europeo diventa Pomo della Discordia tra la dirigenza dei Tori e i giocatori già sotto contratto (con doppio scontro gladiatorio durante le Olimpiadi 1992), capitanati come accennato dall’insoddisfatto Pippen, sentitosi rimpiazzato.

Viene concessa doverosa luce anche agli apparenti comprimari: John Paxson prima e Steve Kerr poi non sono meri Patroclo sacrificati sul polveroso campo di battaglia per portare al ritorno in battaglia del pelide Jordan, ma tasselli senza i quali il puzzle non avrebbe potuto completarsi.
La dimostrazione vivente che per ritagliarsi il proprio momento di gloria basta talvolta farsi trovare pronti al posto giusto e nel momento giusto.

E non c’è eroe senza antagonisti, non c’è Bellerofonte senza Chimera: in tal senso i Bulls e Jordan ebbero avversari a non finire.

Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird come vecchi eroi del passato, due cowboy del West che devono giocoforza piegarsi all’arrivo nelle aride pianure nordamericane della ferrovia di Jordan; un passaggio di testimone necessario come tributo di sangue all’implacabile Padre Tempo, ma che a posteriori ha creato una rispettosa amicizia reciproca in nome delle innumerevoli battaglie reciproche e non.

I Detroit Pistons, i Ragazzacci brutti, sporchi e cattivi che avevano nel fumantino Isiah Thomas la loro stella (pur costandogli il suo carattere l’Oro olimpico): dei guastafeste che con le loro regole speciali per urtare fisicamente le stelle avversarie fanno capire a Jordan la necessità di unire il talento al fisico, in modo che il suo corpo possa irrobustirsi ed essere in grado di dare battaglia anche quando all’elegante fioretto si sostituiscono le brutali clave.

Reggie “The KIller” MIller, il nuovo che avanza: colui che portò alla creazione dell’appellativo “Gesù Nero” per il numero 23 (che rispose in questo modo alla provocazione della futura stella di Indiana “Ehi, sei tu Michael Jordan, quello che cammina sulle acque?”); con Miller ritorna anche Bird in versione allenatore, con l’avversario che incrocia di nuovo la strada dell’eroe ma in altre vesti, pur con lo stesso cipiglio battagliero e lo stesso rispetto reciproco.

Scilla e Cariddi si sono trasferite dallo stretto di Messina alle montagne dello Utah: John Stockton e Karl Malone furono coloro che meglio cercarono di arginare lo strapotere dei Bulls in due tirate finali consecutive.
“Il Muto” e “Il Postino” formarono una delle coppie più affiatate dell’intera storia NBA, ma gli assist del primo e la costanza realizzativa del secondo non bastarono a fermare Jordan e soci.

A sinistra il secondo miglior marcatore della storia NBA. A destra il migliore della storia per assist e palle rubate.

Come il mito classico, The Last Dance è perciò una serie di macro-temi e vari archetipi narrati attraverso le tipologie caratteriali dei personaggi presenti, che incarnano quindi uno o più elementi utili per la narrazione complessiva.
La differenza con l’epopea antica è che qui non abbiamo un aedo a narrare queste gesta, ma vi sono in sua vece le immagini e le parole degli stessi protagonisti; assistere ad achei e troiani narrare le gesta avvenute durante la guerra per Ilio permette di eliminare le distanze tra racconto e suo pubblico, immergendo maggiormente lo spettatore nel mood e nell’ambiente in cui si svolsero le vicende.

Ovviamente non siamo di fronte ad un prodotto oggettivamente storiografico, ma non è questo l’obiettivo della serie targata ESPN: chi si lamenta della presenza di svariate lacune o dello spazio dato o tolto a determinati personaggi è paragonabile a chi assista al duello tra Amleto e Laerte a teatro e critichi l’assenza di veleno sulle spade degli attori.

The Last dance è comunque una serie caldamente consigliata non solo per gli amanti della palla a spicchi, ma anche per chi voglia conoscere più da vicino i retroscena di un’impresa sportiva; chi voglia meglio comprendere quanta fatica ci sia e quanto sia lungo il cammino prima di poter tagliare la striscia di stoffa del traguardo.

Perché i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione.

Chiara Ferragni – Unposted


trendy
 ⟨trèndi⟩ agg. ingl. (propr. «alla moda»). – Che segue o contribuisce a creare una tendenza, una moda: un locale t.; una rivista trendy.

TRAMA: Documentario basato sulla famosa influencer Chiara Ferragni, e di come i social network abbiano cambiato il mondo dei media e del business.

RECENSIONE:

Ero piuttosto indeciso se da cinefilo fossi moralmente tenuto a guardarmi questo Chiara Ferragni – Unposted e successivamente magari scriverci qualcosa a riguardo.

Non tanto per la qualità dell’opera, che definire miserabile sarebbe eufemistico e dalla quale infatti non nutrivo alcuna speranza se non che mi provocasse una misericordiosa morte cerebrale, quanto per la sua stessa essenza.

Chiara Ferragni – Unposted non è un film.

È una pubblicità.

Uno spot promozionale di un’ora e mezza scarsa, messo in piedi con l’unico scopo di elogiare meccanicamente un marchio vivente.
Un’azienda bipede, un’imprenditrice che svolge un’attività lavorativa legata nel senso più stretto possibile a quanto i suoi seguaci (“adepti” forse sarebbe un termine più corretto) la ammirino, la idolatrino e contribuiscano con la loro curiosità malata a renderla un personaggio degno di nota.

Ciò è intuibile già dalle prime sequenze: si comincia con l’Insalata Bionda che si fa un piercing negli Stati Uniti, un momento di intenso valore emotivo ed umano, poi si passa a brevi interventi da parte di figure più o meno di spicco nel mondo fashion che incensano lei e il ruolo del blogger modaiolo, a seguire alcuni brevi spezzoni sulle sue partecipazioni a sfilate di marchi vari.

Tutto piatto, banale, freddo e asettico, in cui il calore che lo spettatore dovrebbe provare per “una ragazza che ce l’ha fatta” viene soffocato dagli orpelli, dalla forma, dalla superficialità esasperata, azzerando totalmente sia una possibile empatia da parte del pubblico, sia una resa più umana di un personaggio che appare invece terribilmente finto, artificiale e plastico.

A tutte queste amenità si aggiungono filmini di repertorio riguardanti l’infanzia di Chiara, come i primi passi da bimba, le gite al museo e la continua, costante necessità di essere ripresa dalla telecamera della madre.

Donna che nell’ottica fornitale dal documentario appare fissata piuttosto maniacalmente con l’immortalare su video le figlie, la genitrice offre uno dei maggiori contributi al tono delirante del film, attribuendo alla Ferragni dei lati caratteriali (“determinata, che non vuole soverchiare gli altri e con un forte senso di giustizia”) che sarebbero forse più calzanti se riferiti a Gesù Cristo o a Superman, e piantando così l’ennesimo chiodo sul coperchio della bara che rinchiude il buon gusto.

Ad orchestrare il tutto vi è un taglio documentaristico dal pregevole stile nordcoreano, con la totale mancanza non solo di una qualsiasi forma di contraddittorio, a cui si potrebbe comunque soprassedere visto l’esasperato intento elegiaco nei confronti della giovane sciacquetta cremonese, ma pure carente di una seppur minima riflessione sulla superficialità sdoganata dalla figura dell’influencer, e sul suo delicato ruolo nel fare da guida a una sconfinata pletora di spettatori.

Un soggetto che trae la propria forza dal condizionare (“influenzare“, appunto) l’opinione dei suoi followers, un esercito di zombie idioti che scelgono di delegare il proprio senso critico nella scelta di come vestirsi, viene raffigurato come un Re Sole inattaccabile e quasi disumano.

Alcune parentesi del documentario in cui il livello del più becero trash si impenna particolarmente:

– l’incontro con Paris Hilton, in cui si raggiunge una quantità di Niente che si credeva riscontrabile solo ai confini dello spazio finora conosciuto;
– le interviste ad alcuni followers di Chiara su Instagram che paiono appena usciti da 1984;
– le innumerevoli inquadrature in cui la Ferragni fissa intensamente e fieramente il vuoto, scelta stilistica che presumo ricerchi intensità emotiva ma che mi ha riportato alla mente le vacue pupille di un pesce spada morto sulla ghiacciaia;
– il video dei preparativi per il matrimonio, in cui Fedez propone di suonare la meravigliosa Amore che vieni, amore che vai ma la proposta gli viene bocciata perché “è una canzone triste”;
– il figlio utilizzato come spudorata merce acchiappa-like.

Sentir definire dopo soli cinque minuti di film un nulla su due gambe come “una figura aspirazionale, una figura che diventa modello per milioni di ragazze” mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene.

Vergognatevi.

After Porn Ends – Serie di film

RECENSIONE:

Trittico di documentari datati 2012, 2017 e 2018, la serie After Porn Ends racconta le vicende professionali passate e presenti di personaggi con una significativa esperienza nell’ambito della pornografia.

Registi, produttori e interpreti, ritirati o ancora in carriera, raccontano brevemente la propria storia umana e lavorativa, con le scelte che li hanno portati ad approcciarsi all’intrattenimento per adulti e, soprattutto, le loro impressioni su questo particolare mondo e sui cambiamenti che abbia avuto nel corso degli anni.

Proprio l’elemento umano è ciò che assume giustamente la prevalenza, rendendo After Porn Ends un prodotto interessante: i soggetti coinvolti vengono infatti mostrati a nudo non solo fisicamente, tramite immagini di repertorio (comunque tendenzialmente soft) ma anche personalmente, grazie alle loro opinioni soggettive legate al coinvolgimento emotivo in un settore professionale ancora visto sotto un’ottica di imbarazzo, rimprovero o addirittura disgusto da una buona fetta di “esterni” ad esso.

E anche parecchia ipocrisia.

Vengono quindi menzionate, ad esempio, le stranite reazioni di parenti ed amici o le origini famigliari talvolta complesse, caratterizzate in alcuni casi da fattori come genitori assenti, difficile stato economico o semplice necessità di ottenere denaro facilmente.

Dalle origini si passa poi agli ostacoli della maturità, in cui nel caso di una prole si deve per esempio affrontare l’opinione dell’amichetto dei figli, o la semplice necessità di un distacco da occasioni di riunione semplici come quelle genitori-insegnanti, onde evitare imbarazzi.

Un punto focale, che gli stessi intervistati sottolineano, è che le loro scelte professionali condizionino irrimediabilmente le loro vite private: se, molto brutalmente, “una volta preso un cazzo in bocca davanti ad una telecamera non si può più tornare indietro” è anche vero che l’oggetto di masturbazione di milioni di persone nel mondo è pur sempre un essere umano, con un carattere ed una forza mentale che possono essere più o meno solidi.

After Porn Ends è relativamente onesto nel mostrare anche il lato più negativo e tetro della medaglia: dai continui controlli medici alle vere e proprie malattie sessualmente trasmissibili, sia quelle momentaneamente “invalidanti” per la professione, ma solamente fastidiose, che una vera piaga come l’AIDS.

Non ci si pone quindi problema di sorta a raccontare come cambi la vita di un attore scopertosi sieropositivo, di come la salute nel mondo del porno sia tutelata e di come sia sempre presente la consapevolezza, latente o meno, di svolgere una professione che comporti un rischio di compromissione della propria integrità fisica.

Come principio concettuale, è così diverso dall’appassionato di sport estremo che lo pratica per adrenalina, soldi o semplice passione, pur rischiando ogni volta seri danni personali?

Anche il fattore preminentemente ambientale viene sviscerato dalle diverse testimonianze: se la maggior parte dei racconti dipingono un mondo della pornografia svolto per la maggior parte da professionisti seri, alcune storie vertono su sfruttamento, droga, coercizione mentale più o meno pesante ed altre vicissitudini relative all’incontro con figuri che sfruttano il porno nel modo più bieco.

After Porn Ends si concentra proprio sull’inscindibilità tra vita privata e lavorativa di chi svolga un mestiere del genere, e su come persone che vengano pagate per essere riprese mentre hanno rapporti sessuali ora stereotipati, ora estremi, ora da soli, affrontino con determinazione o semplice indifferenza il mondo esterno.

Pur non contando su un apparato tecnico-narrativo di particolare rilevanza all’interno del genere documentaristico, basandosi precipuamente su semplici testimonianze corredate da foto o archivi d’epoca, e nonostante (o proprio perché) si limita ad una mera esposizione di storie umane, After Porn Ends può risultare una serie molto interessante.

Per tentare di capire un mondo, quello del porno, tanto conosciuto quanto poco compreso.

 

 

Punto di non ritorno – Before the Flood

punto-di-non-ritorno-before-the-floodTRAMA: Documentario. Attraverso immagini naturalistiche ed interviste da parte dell’attore Leonardo DiCaprio, vengono evidenziate cause e conseguenze del cambiamento climatico che sta colpendo la Terra.

RECENSIONE: Il film mostra DiCaprio visitare varie regioni del globo esplorando l’impatto del riscaldamento globale di origine antropica, commentando incontri e filmati d’archivio.
L’attore fa riferimento più volte al trittico di Hieronymus Bosch Il Giardino delle delizie (1480-1490 circa), che usa come analogia del presente corso della Terra verso la potenziale rovina come raffigurata sul pannello finale.

La pellicola è stata presentata il 9 settembre 2016 al Toronto Film Festival, in cui è stato annunciato che il documentario avrebbe debuttato in televisione sul canale del National Geographic il 31 ottobre 2016.

Before the Flood
 è stato anche distribuito in un numero limitato di sale negli Stati Uniti a partire dal 21 ottobre 2016.

In Italia è stato trasmesso il giorno prima, 30 ottobre, sempre su National Geographic Channel.

È stato inoltre disponibile per pochi giorni sui relativi canali ufficiali YouTube, sia inglese che italiano, venendo successivamente impostato come “video privato”.

Bianconeri, Juventus Story – Il film

bianconeri-juventus-story-locandinaTRAMA: Documentario. Attraverso la voce di Giancarlo Giannini e con l’ausilio delle musiche, tra gli altri, di Ennio Morricone, il film ripercorre decennio dopo decennio la storia che lega la Juventus alla famiglia Agnelli.

RECENSIONE: Per la regia dei fratelli Marco e Mauro La Villa, Bianconeri, Juventus Story è un documentario che mostra per sommi capi il fil rouge tra la famiglia Agnelli e la loro squadra di calcio, vista come un’appendice della dinastia ed inscindibile da essa.

Focalizzandosi prevalentemente sulla duplice leadership dei fratelli Gianni, il celebre “Avvocato” (1921 – 2003), e Umberto (1934 – 2004), viene mostrato lo sforzo fatto dai due magnati nel corso dei decenni per rendere la Juventus una squadra sempre competitiva, e di come essa venga trattata con un rapporto quasi filiale.

bianconeri-gianni

La pellicola mantiene una struttura di tipo duale: oltre ai già citati Gianni/Umberto, la duplicità emerge anche dal confronto tra la loro generazione e quella successiva (formata da Andrea, attuale presidente bianconero, e dai fratelli John e Lapo Elkann), così come ovviamente dal succedersi di vittorie e sconfitte e dal rapporto tra campo e vita privata, concentrandosi quindi su due filoni narrativi intrecciati in una matassa inestricabile, ossia il lato sportivo e quello umano.

Attraverso immagini di repertorio ed articoli di giornale nel corso del Novecento, si punta l’attenzione su calciatori e personaggi che hanno reso celebre la Juventus; in particolare nel primo segmento narrativo emerge Michel Platini (cinque anni a Torino e tre volte Pallone d’Oro), mostrato con dovizia di immagini relative ai suoi goal migliori.

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Se per tale focus l’occhio di bue è sulla forza della squadra attraverso i vari cicli sportivi, per la narrazione parallela e manageriale si utilizza un linguaggio maggiormente ricco di descrizioni personali introspettive, che tentano quasi di scavare nella psicologia di personaggi facenti parte della famiglia considerata da alcuni “i Kennedy d’Italia” e che ha avuto ruolo di primo piano nell’imprenditoria del nostro Paese.

Vengono perciò narrate storie di vittorie e di grandi successi, ma anche di delusioni e di profonde incongruenze.

Grandi risultati sportivi uniti a dammi umani importanti.

Si indugia infatti su pagine dolorose per la famiglia, come la vita difficile ed il successivo suicidio a soli 46 anni di Edoardo, figlio dell’Avvocato, e la morte per tumore a soli trentatré anni di Giovanni, figlio di Umberto e fratellastro di Andrea.

Fiat honorary chairman Giovanni Agnelli (L) watches a soccer match at Turin's Delle Alpi's stadium with his son Edoardo in this undated file picture. Edoardo, 46, was found dead in open country near the Turin-Savona motorway. There were no immediate details about the cause of death, the second tragedy in four years to hit the Agnelli clan, often described as the equivalent of Italy's royal family. REUTERS/Claudio Papi

Attraverso tali cenni si crea una maggiore vicinanza tra il pubblico e i personaggi narrati dal film; essi non vengono quindi descritti solo come miliardari proprietari della squadra di calcio più tifata e detestata d’Italia, ma anche come uomini.

E proprio questo è l’elemento cardine del documentario: mostrare che la storia della Juventus è stata fatta da Uomini prima che da presidenti, dirigenti, allenatori o dirigenti.

Sul versante calcistico si segue un andamento ondivago in relazione alle fortune della squadra: dai grandi successi del quinquennio d’Oro (1930-35), all’appannamento di fine presidenza Boniperti unita all’emergere dei grandi avversari sportivi, con un enfasi sulle spese folli di Silvio Berlusconi prima e Massimo Moratti poi.
Le due Coppe dei Campioni (tra cui non si tralascia la vicenda Heysel, una delle pagine più dolorose della storia del calcio) e la fallimentare gestione Maifredi, la stella Platini e Calciopoli, il ritorno sul podio italiano e i due settimi posti consecutivi, fino al ritrovato trionfo con mister Conte.

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Il film non è esente da difetti, o per meglio dire “omissioni”.

Pur considerando che il tema è incentrato su di una squadra di calcio fondata nel 1897 (secondo team più vecchio in Italia dopo il Genoa) e che quindi un documentario che ne citi ogni aspetto storico dovrebbe durare ben più di queste due ore, in Bianconeri non sono però citati alcuni elementi che un’opera di questo tipo avrebbe dovuto menzionare.

Mantenendo la struttura duale, in ambito sportivo mancano infatti i successi di Boniperti (da giocatore), Omar Sìvori e John Charles a cavallo degli anni ’50 e ’60; inoltre è assente lo stretto ed importantissimo rapporto tra la Juventus e la Nazionale italiana (nella finale vinta di Spagna ’82 sei titolari su undici erano bianconeri), oltre al ciclo di vittorie nazionali ed europee degli anni ’80.

Sul versante umano, nonostante io sia troppo giovane per averlo visto in vita credo che per il suo contributo sportivo Gaetano Scirea avrebbe meritato una necessaria menzione.

In conclusione un documentario indirizzato ad un pubblico ovviamente di fede bianconera, sia per l’argomento che per i toni dichiaratamente di parte e volti all’esaltazione della squadra, ma che potrebbe risultare interessante anche per semplici appassionati del calcio italiano.

Dal film è stato tratto anche un libro di 352 pagine intitolato Bianconeri. Juventus Story edito dalla Rizzoli che racconta l’intera storia del club facendo ricorso, tra le altre cose, a materiale inedito proveniente dagli archivi privati della società bianconera.

Fahrenheit 9/11

fahrenheit-911-locandina-del-filmLa temperatura a cui la libertà brucia.

TRAMA: Documentario che verte sui legami segreti tra la famiglia Bush e la famiglia Bin Laden, ponendo l’accento su quelle che, a detta del film, sono state le strumentalizzazioni politiche degli attentati dell’11 settembre 2001, con le seguenti campagne militari americane in Afghanistan e Iraq.

RECENSIONE: In questa pellicola del 2004, scritta e diretta da Michael Moore, si assiste ad un’inchiesta di due ore imbevuta in un acido e pungente sarcasmo. Le immagini di repertorio di Bush jr, dell’ex Segretario della Difesa Donald Rumsfeld e dell’ex Segretario di Stato Condoleezza Rice vengono mostrate senza alcun tipo di filtro allo spettatore, che assiste a scene entrate loro malgrado nella storia, come la (inesistente) reazione di Bush alla notizia dell’attacco alle Torri, il quale trovandosi in una scuola preferisce rimanere a leggere una fiaba con i bambini, rimanendo in stato quasi catatonico.

Proprio l’inadeguatezza della classe politica repubblicana risalta dal film, in quanto vengono evidenziati interessi e legami nascosti proprio tra la famiglia Bush e i Bin Laden, entrambe consociate nel gruppo Carlyle, appaltatore di oleodotti che si sarebbe arricchito a dismisura nel caso di una guerra in Iraq. L’ex presidente viene raffigurato come uno stupido bambolotto piazzato in quel ruolo per fini superiori e poco chiari, e dipinto come in assoluto uno dei peggiori leader della storia degli Stati Uniti d’America.

Almeno a lui il Premio Nobel per la pace non l’hanno dato…

Viene evidenziato inoltre il ruolo dei mass media (così come avveniva in Bowling a Columbine del 2002), che hanno l’enorme responsabilità di influenzare milioni di persone e che spesso esercitano questo potere superficialmente solo per fomentare le folle. La trasparenza e la completezza dell’informazione è fondamentale per avere un’idea chiara di ciò che sta succedendo intorno a noi, evitando di curare solamente i propri interessi e avere così una visione più ampia.

Emergono le profonde contraddizioni della politica di sicurezza americana, con innocue associazioni di anziani monitorate per le loro opinioni personali, la sicurezza di decine di chilometri di coste di competenza di un solo uomo e il controsenso del divieto di portare su un aereo liquidi quando possono essere imbarcati e tenuti con sé accendini e fiammiferi.

Molto interessante anche la parte dedicata ai soldati, ragazzi e ragazze inviati in zone di guerra a morire e che raccontano davanti alla telecamera alcune loro esperienze.

Ovviamente negli Stati Uniti Fahrenheit 9/11 è stato molto amato, tanto da essere prima bloccato dalla sua stessa casa di distribuzione, ossia la Walt Disney Company, e poi acquistato solo dopo le pressioni dovute alla vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes. Viva la lungimiranza. Viva la libertà di espressione.

Costato circa 6 milioni di dollari, ne ha incassati in tutto il mondo più di 220.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: gli altri documentari di Michael Moore e quelli di Morgan Spurlock.

Lost in La Mancha

La sagra della sfiga.

TRAMA: Documentario sulla realizzazione di The Man Who Killed Don Quixote, film di Terry Gilliam del 2000 mai completato a causa della serie infinita di intoppi durante la sua lavorazione.

RECENSIONE: Quando decidiamo di andare al cinema noi paghiamo il biglietto, prendiamo i pop corn e ci sediamo in sala per guardare uno spettacolo su uno schermo. Ma cosa c’è dietro alle immagini che vediamo? C’è il lavoro di tantissime persone, che sono uomini e donne prima che professionisti. L’emblema di quanto possa essere complicata, lunga e frustrante dal punto di vista tecnico e umano la realizzazione di una pellicola è ben rappresentata da questo intelligente documentario.

Terry Gilliam (Le avventure del Barone di Munchausen, Paura e delirio a Las Vegas, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo), ex membro del gruppo comico Monty Python (Dio li benedica) ha sempre avuto come tallone d’Achille paradossalmente il suo più grande pregio: la ricchezza delle sue idee unite a una mente vulcanica. Essendo così entusiasta riguardo ad un progetto (a questo in particolare) la difficoltà più grande per i suoi collaboratori è riuscire a stargli dietro e a capire come materialmente le sue idee possano prendere forma. Unendo questo a un uso del budget piuttosto disinvolto con sforamenti notevoli e quasi abituali, il risultato è il lavorare ad un film stando sempre sul filo del rasoio. Come alcuni suoi collaboratori affermano, “Terry vuole fare un film di Hollywood senza [i soldi di] Hollywood, ed è impossibile”; “Fare un film con Terry è come cavalcare un pony senza sella”.

Come nuvola nera di Fantozzi abbiamo attacchi di panico e problemi di salute del protagonista Jean Rochefort, contratti stipulati in maniera difficoltosa con altri attori, condizioni meteo “ballerine” per usare un eufemismo, improvviso taglio del budget di un quinto (da 40 milioni a 32) per la fuga all’ultimo minuto di uno dei produttori, jet che sorvolavano l’area e che rendevano l’audio incomprensibile e dulcis in fundo una sceneggiatura ambiziosa (anche troppo) con tanto di viaggi temporali. Il risultato: pochissimi minuti di girato con Rochefort e Johnny Depp (scelto come coprotagonista); per la cronaca Vanessa Paradis, scelta come coprotagonista femminile, ha solo fatto una prova costumi.

Un interessante documentario sia per gli addetti ai lavori sia per i semplici curiosi che vogliono sapere cosa stia dietro ad un film. Lost in La Mancha, una pellicola di sul cinema.

La voce narrante è dell’attore Jeff Bridges.

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