L'amichevole cinefilo di quartiere

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Il buco


«Sii gentile con le persone che incontri salendo, perché sono le stesse che incontrerai scendendo».

Jimmy Durante (1893 – 1980), pianista e attore statunitense.

TRAMA: Un edificio si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. Ogni livello è una stanza con due compagni di cella che ogni mese vengono spostati insieme, se entrambi sopravvissuti, e in maniera casuale, da un livello all’altro.
Una piattaforma scende in verticale attraverso il “buco”, una gigantesca apertura al centro dell’edificio, e le persone ai piani inferiori hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore.

RECENSIONE:

In questo periodo di chiusura dei cinema (che da amante del grande schermo ci tengo a sottolineare però essere l’ultimo degli attuali problemi), con relativa posticipazione di tutte le uscite previste nelle sale, perché non approfittare del catalogo di Netflix per gustarsi uno dei prodotti di cui si è aggiudicata la distribuzione?

Beh, perché fanno tutti schifissimo.

Quasi tutti.

È stata infatti una piccola sorpresa in positivo questo Il buco, film spagnolo dell’anno scorso diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (adoro i nomi baschi, così simili a quelli di Guerre Stellari…): un thriller/horror dal budget non altissimo, ma che riesce ad intrattenere per un’oretta e mezza senza l’infamia di alcuni colleghi ben più blasonati.

silence scena

Un po’ The Cube per la sua atmosfera da prigione claustrofobica, un po’ Snowpiercer per la sua distopia ambientata interamente all’interno di un luogo chiuso (là un treno, qui un palazzo), El hoyo è un’opera che brilla soprattutto per una ricchezza contenutistica e metaforica sproporzionatamente corposa rispetto alla sua ridotta estensione temporale.

La pellicola è infatti pregna di molte tematiche sociali ad ampio respiro che possono essere trasposte dalla trama specifica del film per estenderle alla collettività, mostrando una maturità narrativa sicuramente piacevole e, cosa più importante, intellettualmente stimolante.

Il primo elemento portante dell’opera, il primo macro-tema, se vogliamo, è sicuramente la fame.

Essa è insieme alla riproduzione uno dei due istinti animali principali: ciò che porta l’individuo alla sussistenza e che consente ad una specie di preservarsi nel regno naturale.
L’uomo come animale sociale, indottrinato di convenzioni e sovrastrutture che imbrigliano il suo animo per la prosperità di una civile convivenza, vede i propri argini mentali brutalmente divelti quando risulta impellente la necessità di nutrirsi.

La fossa è perciò una spinta per regolamentare se stessi, imbrigliando i propri istinti alimentari (e non) verso una solidarietà di gruppo che diventa estremamente difficile proprio per via dell’irrazionalità umana.

Il palazzo diventa centro verticale di autogestione, in cui l’obiettivo ultimo consiste nel costringere le persone all’attuazione di un comunismo salomonico coatto.
La distinzione tra i livelli è unidirezionale perché segue la gravità: l’uomo costruisce uno spazio (artificiale, quindi) che viene però piegato dalla indissolubile processione di un elemento naturale: l’attrazione che i corpi della superficie terrestre hanno verso il proprio centro.

La tromba centrale della struttura, colonna di vacua nullità che percorre i piani dell’edificio nell’area più interna, è metafora del gelido vuoto sociale che permea le differenze tra le varie classi, divise a causa della mancanza di comunicazione, fisica o emotiva, tra i vari livelli.

L’edificio è un posto non adatto a leggere libri, poiché la fragile razionalità della mente è destinata al giogo dell’istinto carnale: la negoziazione, ossia l’arte tipicamente umana di risolvere i problemi mediante la dialettica (e quindi senza ricorrere alla forza bruta del regno naturale) è di utilità nulla rispetto invece alle ben più grevi ma pressanti minacce, e la carità religiosa viene sovrastata dal un principio istintuale di mors tua vita mea che tramuta eventuali alleanze in un enorme pericolo di subitaneo tradimento.

Nel cast buona prova del protagonista Iván Massagué dall’espressione dolente e stanca; un uomo che tenta di adattarsi darwinianamente all’ambiente che lo circonda, tentando di sopravvivergli senza farsene schiacciare.

Ottimo l’anziano Zorion Eguileor nelle vesti di un simil-mentore che indirizza in vari modi il protagonista ad un cambiamento salvifico per se stesso e per gli sfortunati prigionieri che come lui rischiano la vita in una prigione dal tagliente spirito aggressivo.

Consigliato.  

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Black Mirror ep. 03×01, Caduta libera

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TRAMA: In un futuro prossimo, le persone ricevono continuamente recensioni: dopo qualsiasi scambio interpersonale si utilizza infatti lo smartphone per lasciare un giudizio da una a cinque stelle sull’interlocutore; l’insieme di questi voti assegna ad ogni individuo un punteggio medio.
Avere una media alta permette di far parte dell’élite, potendo di conseguenza accedere a benefit e luoghi esclusivi.

RECENSIONE: Torna Black Mirror e tornano i suoi arguti spaccati distopici (ma spesso dannatamente simili alla realtà odierna) con protagonista una umanità che lascia la propria vita condizionata da una tecnologia senza freni e con estremi risvolti negativi.

Per la regia dell’inglese Joe Wright il primo episodio della terza stagione, Caduta libera (Nosedive nella versione originale) è in particolare un intelligente affresco sociale che enfatizza a dismisura elementi dall’importanza rilevante nella nostra società: i social network.

In Caduta libera il continuo postare fotografie della propria vita privata sottende infatti una complessa e spietata architettura di classi sociali, basate sulla reputazione del singolo e sulla capacità di piacere esteriormente alle altre persone, in un circolo vizioso di pompaggio dell’ego e causa di discriminazioni basate sul futile.

Il plot dell’episodio è all’apparenza piuttosto semplice e segue Lacie, una donna sulla trentina che deve intraprendere un lungo viaggio per raggiungere il matrimonio di una vecchia conoscente.

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Gli imprevisti che si troverà ad affrontare lungo il percorso fanno emergere in modo lampante la banalità e la superficialità su cui si basa la società rappresentata nell’episodio, e i cui effetti sono purtroppo visibili anche in quella occidentale del cosiddetto “benessere”.
Tale benessere è sicuramente materiale ma probabilmente non così spiccato sul versante umano, data la faciloneria e la vacuità con cui ogni giorno ognuno di noi condivide fotografie che ritraggono il proprio essere animale sociale.

Che sia una pietanza, un tramonto, il proprio animale domestico o una foto in topless di schiena con una citazione dal dubbio nesso di filosofi, poeti o cantanti, viviamo infatti in un’età dove i nostri spazi personali sulla rete internet costituiscono il nostro biglietto da visita al mondo, e ci rendono quindi oggetto di critica, elogi, approcci sessuali o sbeffeggiamento.

Caduta libera porta lo spettatore in un mondo che può sorgere dalle basi del nostro, in cui la fama è tutto e i rapporti personali si riducono a mero scambio di valutazioni, tanto ipocrite quanto esasperate.

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I colori pastello dei quartieri elitari ricordano la critica al sobborgo borghese di Tim Burton in pellicole come Edward mani di forbice, così come la stolida superficialità della gente “bene” è considerata socialmente accettata e quasi scontata, con pochi individui che riescono a coglierne l’errore di fondo.

Le disavventure della protagonista e la sua ferrea determinazione a perseguire un obiettivo futile provocano nel pubblico un riso amaro in stile quasi fantozziano, con l’aggravante però rispetto al personaggio interpretato da Paolo Villaggio della “complicità” di Lacie: un rampantismo estremo che la circonda e a cui disperatamente ella vuole adattarsi.

Ottima la recitazione di Bryce Dallas Howard, che per qualche decimale in più che la possa portare alla tanto agognata media del 4.5 si ritrova smarrita in un road trip dell’assurdo.

Con questo episodio Black Mirror oltre a confermarsi serie tv di acuta e rara intelligenza dimostra ancora una volta di essere uno schiocco di dita dopo alcuni secondi di imbambolamento: necessario per rendersi conto della realtà che ci circonda, e addirittura quasi salvifico.

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