L'amichevole cinefilo di quartiere

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La bella e la bestia (2017)

«L’amore a prima vista può scoppiare anche nei confronti di un conto corrente.»
Zsa Zsa Gabor.

TRAMA: Per salvare il padre, la giovane Belle accetta di andare a vivere presso il castello incantato della temibile Bestia, una creatura soggiogata da una terribile maledizione.
Adattamento con attori in carne e ossa dell’omonimo classico d’animazione Disney.

RECENSIONE: Parliamo dei brutti film.

I brutti film offrono un pessimo spettacolo agli occhi del pubblico, sono uno spreco di tempo e di soldi e in casi estremi possono addirittura contribuire alla denigrazione dell’arte d’appartenenza.

Per quanto schifo possano fare, però, la negatività si conclude con la comparsa dei titoli di coda.
La pellicola finisce, ti alzi e te ne vai.

Esiste qualcosa di peggiore rispetto ad un cattivo film?

Sì.

Un cattivo esempio.

Un cattivo esempio inserisce un tarlo nella mente di una persona; questo germe cresce e si sviluppa nel corso degli anni influenzando l’ospite, portando quindi a conseguenze negative sul lungo termine.

La bella e la bestia, film d’animazione del 1991, non è certamente un pessimo film, anzi, è uno dei capisaldi della Casa di Topolino.

Il suo enorme problema è di essere una pellicola fintamente profonda, basata in realtà sul potere del denaro e che SPOILER ALERT nonostante la sua aura di condanna alla superficialità e di elogio alla bellezza interiore si conclude con una coppia bella (fuori) e ricca, che vive in un castello circondata da servitù.

Questa sua versione in live action, ennesima operazione di marketing da parte della grande D negli ultimi anni e nel prossimo futuro, è piuttosto anonima nel suo basarsi troppo pedissequamente sul materiale di partenza, con modifiche ed aggiunte che incidono solo superficialmente sul risultato finale.

Ambientazioni, dialoghi e caratterizzazione dei due personaggi principali sono infatti pressoché le medesime, non osando spingersi al di là di un comodo e rassicurante sentiero narrativo già tracciato.

O, detto più semplicemente, non volendo fare altro che incassare soldi sfruttando la nostalgia dilagante.

Ciò che il pubblico ottiene è un film abbastanza inutile sia nel caso si ami il classico Disney (perché gli è inferiore sul piano qualitativo) sia nel caso opposto (perché almeno là si aveva la scusa dell’animazione che contribuisce alla sospensione dell’incredulità).

Così come Cenerentola, anche La bella e la bestia ha inoltre il problema di non comprendere appieno la differenza tra animazione e live action: bisognerebbe sempre tenere bene a mente, infatti, che ciò che riesce bene in uno dei due mondi non necessariamente può essere trasposto efficacemente nell’altro.

È questo l’esempio dei servitori del castello: se nell’opera Disney hanno un design simpatico ed azzeccato, qui sono… beh…

Raccapriccianti.

E non è un problema dello styling adottato dal regista Condon e soci, ma semplicemente che essi per come sono concepiti non possono essere resi in modo realisticamente accettabile.

Una delle poche note liete del film è il cambiamento nel rapporto tra Gaston (Luke Evans) e Le Tont (Josh Gad), in cui il secondo, con una caratterizzazione omosessuale piuttosto evidente, non è più un semplice punching-ball del primo per fini di comic relief ma assume un ruolo di moderato consigliere.

Gaston inoltre passa da essere un grosso, palese, irrealistico imbecille (poiché essendo di bell’aspetto il cartoon doveva spiegare ai bambini in modo esagerato perché egli sia da considerare un personaggio negativo) all’essere un grosso, palese realistico imbecille, guadagnandone quindi in una profondità narrativa di cui il personaggio aveva disperatamente bisogno.

Un devo dire azzeccato Evans riesce perciò a dare vita ad un antagonista originariamente bidimensionale in modo da renderlo più attinente alla realtà delle cose, elemento molto utile perché, appunto, siamo di fronte ad una versione che al di là dell’ovvio fattore fantasy e fiabesco si presume debba proporsi come versione più realistica.

Protagonista del film è l’inglese Emma Watson, in un ruolo di ragazza altezzosa, amante dei libri e piuttosto antipatica.

Ok, in un altro ruolo del genere.

La sua Belle è praticamente la medesima di quella doppiata da Paige O’Hara nel 1991: vuole di più, non si accontenta della vita agreste nel piccolo borgo, tiene molto a suo padre Maurice (qui un piuttosto spento e malsfruttato Kevin Kline) eccetera eccetera.

Hanno dato carne ad un cartone animato, nulla di più.

Si sentiva quindi la mancanza dell’ennesima versione di questa celeberrima fiaba?

No, anzi, se c’è un’opera Disney che proprio NON aveva bisogno del live action è questa: passino il più che gradevole Il libro della giungla di Jon Favreau o il prossimo Mulan, ma qui abbiamo a che fare con un’opera TROPPO inflazionata, vista e rivista in ogni salsa, che non necessita di nuovi adattamenti che alla fine della fiera “nuovi” non lo sono per nulla.

Un film ipocrita utile come un salvagente bucato.

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Pillole di cinema – Oceania

oceania-locandinaSì, in originale questo film si chiama come una delle più note pornostar italiane.

Non farò battute in proposito, apprezzate la buona volontà.

TRAMA: Vaiana è una vivace adolescente che intraprende un’audace missione nel tentativo di salvare il proprio popolo e dimostrarsi un’esperta navigatrice.
Durante questo viaggio incontra il leggendario semidio Maui, con il quale attraverserà il mare aperto affrontando numerosi ostacoli.

PREGI:

– Mata: ormai non è nemmeno più una novità per grandi produzioni del cinema d’animazione.

Visivamente Oceania è un’opera spettacolare, una vera orgia di colori accesi, vivi e tropicali: l’oceano, la sabbia e la vegetazione brillano di luce propria, risultando estremamente piacevoli all’occhio.

Ad essi si aggiunge lo stilema estetico caratteristico per gli umani, che contribuisce ad immergere lo spettatore nelle atmosfere polinesiane oceaniche; fattore importante quando si opta per una localizzazione geografica tanto specifica.

Nonostante sia tipico dell’animazione moderna, grazie ad un ormai consolidato e sapiente uso della computer grafica, non si deve correre il rischio di dare tale elemento per scontato, ma sottolinearne sempre l’alta qualità.

oceania-oceano

– Valea: Nella versione originale il semidio Maui è doppiato da Dwayne Johnson, alias l’ex wrestler The Rock.

Compresa nella parte c’è una canzone (la più orecchiabile dell’intera pellicola, tra l’altro) chiamata You’re Welcome, in cui oltre ad un ritmo frenetico e molto catchy il bestione doppiato da un altro bestione sfrutta la mobilità dei propri tatuaggi.

Una delle sequenze più meravigliosamente nonsense del 2016.

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– Fa’aaloalo: Messaggio ecologico che inserito in un cartone animato male non fa mai: non giocate con Mamma Natura, perché le conseguenze potrebbero essere assai deleterie.

Utile per sensibilizzare un minimo le nuove generazioni.

DIFETTI:

– Fiu: Tutto bello, tutto giusto, tutto a regola d’arte.

Canzone citata a parte, però, manca magari un guizzo di imprevedibilità, di brio e di frizzantezza che possa trascinare nel sogno le menti dei bambini ed intrattenere in modo soddisfacente anche gli adulti.

In Oceania questo fattore manca, vuoi per aver forse puntato troppo sull’occhio e poco sullo spirito, vuoi perché ormai alcune major godono di un credito che, per quanto giustificato dagli ottimi prodotti e dai più che soddisfacenti risultati al box office, forse le impigrisce in fase di scrittura.

Come per l’enorme fenomeno di massa Frozen, dispiace assistere a pellicole così incredibili visivamente ma purtroppo con trame inutilmente confusionarie (là tra i ghiacci) o in fin dei conti debolucce (qui in Polinesia).

This image released by Disney shows characters Grandma Tala, voiced by Rachel House, left, and Moana, voiced by Auli'i Cravalho, in a scene from the animated film, "Moana." (Disney via AP)

– Teine: Moana/Vaiana è purtroppo un personaggio già visto più e più volte: una ragazza fiera, entusiasta e determinata che non si accontenta del piccolo mondo in cui vive, ma desidera ardentemente nuove avventure per ampliare i propri orizzonti.

Per quanto il suo viaggio non sia esclusivamente volontario ma sia necessario per la salvezza della sua gente, non si può fare a meno di notare quanto il “volere di più” la accomuni a molte protagoniste Disney prima di lei.

Possiamo ricordare ad esempio in tutto o in parte Alice, Bianca, Ariel, Belle, Jasmine, Mulan, Jane, Rapunzel o la più recente Judy Hopps dell’ottimo Zootropolis.

Quando il ribaltare uno stereotipo diventa esso stesso uno stereotipo.

oceania-vaiana

Vaiana inoltre soffre un po’ troppo la sua spalla comico/eroica, al cospetto del quale attua spesso una sottomissione che la rende narrativamente subalterna nelle sequenze comuni ai due, nonostante il ruolo di primo piano dovrebbe essere della giovane donna.

– Matagi: sì, lo so che in un film d’animazione con esseri magici a bizzeffe non bisognerebbe prendersi troppo sul serio.

Sì, lo so che è un po’ forzata come pecca.

Ma se un viaggio si svolge su di una barca a vela, accettare che il vento soffi sempre in ogni direzione comoda per le esigenze dei protagonisti è far passare in cavalleria un po’ troppo.

oceania

Consigliato o no? Sì, per godersi uno spettacolo visivo ottimo. Purtroppo con una sceneggiatura più solida il risultato complessivo sarebbe stato migliore.

Buon film, ma forse una mezza occasione sprecata per puntare all’eccellenza.

Cenerentola (2015)

cenerentola locandinaSalagadula, ma che bruttura, vi prego non fatene più.
Oh, Kenneth Branagh, ti ci metti anche tu? Non ne posso davvero più!

TRAMA: Dopo la morte dei suoi genitori, una ragazza è vessata dalla matrigna e le sue due figlie. Il ballo indetto a corte per trovare una moglie al principe potrebbe dare una svolta alla sua vita.
Versione live action dell’omonima fiaba popolare.

RECENSIONE: Siccome mi è stato detto che a volte le mie recensioni sono troppo cattive e dettate dalla mia acredine nei confronti dei film in questione, oggi voglio dimostrare che tali proteste costituiscono vili ed infondate calunnie.

Nel recensire la prossima pellicola manterrò pertanto una calma zen, rimanendo perfettamente sereno e assumendo un atteggiamento atarattico che persino un monaco stilita mi invidierebbe.

Detto ciò, che cosa abbiamo qui?

cenerentola cartone

La versione in carne ed ossa di un film Disney del 1950.

Diciannovesimo adattamento sul grande schermo della storia originaria.

Ventottesimo adattamento contando anche quelli televisivi.

Ennesimo remake di una fiaba dopo Biancaneve e il cacciatoreHansel & Gretel – Cacciatori di streghe e Maleficent.

Partiamo male.

stringere il pugno gif

Problema principale di questo Cenerentola: Kenneth Branagh, grande regista shakespeariano, dà alla notoria fiaba un adattamento fin troppo classico, ricalcando enormemente la versione animata della Disney.

Ciò è un problema, perché live action ed animazione sono mezzi espressivi diversi: quello che funziona egregiamente in vicende dai protagonisti animati diventa spesso stucchevole e ridicolo quando viene trasposto ad esseri umani in carne ed ossa.
Elementi che in un cartoon risultano poetici, dolci e delicati, con veri attori diventano buffonate senza arte né parte.

cenerentola fata

Secondo problema: i personaggi sembrano usciti da Settimo Cielo.

No, non è un pregio.

La protagonista è buona, dolce e gentile in una maniera eccessivamente melensa; tale caratterizzazione la rende quasi più fastidiosa che amabile, e allo stesso modo le tre antagoniste femminili hanno una cattiveria troppo bidimensionale, e basata unicamente sull’invidia.

Per quanto il più verde dei vizi capitali sia un tòpos della narrativa, incentrarci 105 minuti di una pellicola dalla trama nota e stranota non è la via migliore per catturare l’attenzione degli spettatori.

cenerentola sorelle matrigna

La fotografia dai colori caramellosi e plasticoni non aiuta a scardinare la vicenda dai suoi binari favolistici, così come la ridondante voce fuori campo a spiegare sequenze arcinote della trama.

E ricordiamo che questa è un’opera diretta da Kenneth Branagh.

Il grande regista e attore shakespeariano.

Che io ho adorato anche in film mediocri come Othello.

Sono ancora calmissimo.

gif macchina chronicle

Passiamo al cast, che è meglio.

Forse.

Spero.

Cenerentola è Lily James, la Lady Rose di Downton Abbey, che si gioca con Doctor Who l’ambito premio di “Serie TV con il maggior uso del fonema th della storia”.
Difficile esaltare un personaggio che da come parla e ragiona sembra appena uscito da una comunità hippie marijuanofila degli anni ’60, diciamo che lei non ci mette granché del suo per renderlo più digeribile.

cenerentola

Il principe è Richard Madden, che in Game of Thrones dava corpo a Robb Stark (ah beh, allora per il futuro matrimonio siamo in una botte di ferro) e che qui incappa nel solito problema de “il principe delle fiabe classiche è solo un belloccio stereotipato, noi lo rendiamo un minimo esuberante incorrendo però nel bello che viene reso forzatamente accattivante, ossia un altro stereotipo”.

Ah, quasi dimenticavo, ah-ehm: “Tu sei Robb! Ma che bella fanciulla!” cit.

robb cenerentola

Beh, se non altro gli attori sono relativamente sconosciuti.

A parte Cate Blanchett come monotematica e per nulla minacciosa matrigna.

A parte Helena Bonham Carter come zuccherosa, querula ed irritante Fata Madrina.

A parte Derek Jacobi e Stellan Skarsgård come inutili Re e Gran Duca.

rabbia sfondare muro gif
Dicevamo.

A conti fatti Cenerentola è un film piuttosto debole e scarso, che segue pedissequamente e senza inventiva un filone cinematografico già saturo, ma purtroppo redditizio per i produttori.

Orchestrato più con la metodica di un ragioniere che con il brio di un artista, la pellicola non aggiunge assolutamente nulla di nuovo alla fiaba, sia perché come già detto è stata ormai adattata in tutte le salse possibili e immaginabili, sia perché la trama in sé non si presta ad eccessive innovazioni.

cenerentola carrozza

Fortunatamente, per ora Cenerentola non ha incassato molto, quindi almeno stavolta posso gioire per un mancato introito sul mercato da parte di un’opera di questo gener…

No, come è andato il film in Italia finora?

Tre settimane in vetta??

Tredici milioni di incasso?!?!

RRRHHHAAAARRRGHHH!!!

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NON ESISTE che nel 2015 sia ancora così apprezzata la storia di una tizia che passa il tempo a sbrigare le faccende di casa e può sollevare la sua condizione sociale solo attraverso il matrimonio con un uomo bello e ricco!

Almeno Mulan salvava la Cina!

La storia è lo stereotipo degli stereotipi, la protagonista ha una gentilezza così esasperata da farla sembrare la versione giovanile di Madre Teresa, i personaggi secondari sono inconsistenti, inutili e/o fastidiosi, il ruolo del Principe è stato realizzato con il solito copia e incolla, molti attori sono sprecati (Bonham Carter e Blanchett su tutti) e il binomio regia/fotografia sembra implorare lo spettatore di notare quanto la protagonista sia diversa da tutto ciò che la circonda.

Cosa evidente come rubare la Statua della Libertà!

Volete realizzare un adattamento live action di un classico Disney? Fate questo, sarebbe una cazzata col botto ma almeno divertente!

Visto? Ho mantenuto la calma.

Più o meno…

Maleficent

maleficent-posterCosa c’è di peggio delle fiabe Disney?
Le riletture scadenti delle fiabe Disney.

TRAMA: Una strega, offesa per non essere stata invitata al battesimo della Principessa Aurora, scaglia una maledizione sulla piccola.

RECENSIONE: In questo film viene ripresa una delle fiabe più famose del mondo (La bella addormentata nel bosco) trasponendola però in chiave dark, focalizzandosi sull’antagonista e lasciando briglia completamente sciolta all’attrice che la interpreta.

Rileggete attentamente la frase precedente e ditemi:

Come accidenti fa a sembrare un’idea intelligente?!

bella addormentata

Per la regia di Robert Stronberg, ex scenografo e addetto agli effetti visivi qui al suo esordio alla regia (e si vede parecchio), questo film è una porcheria senza arte né parte, che non solo è basata su un presupposto acuto come tagliare un ramo su cui si è seduti, ma che anche esteticamente non ha né mordente, né originalità, né stile.

Così come Cappuccetto rosso sangue (2011), Biancaneve e il cacciatore (2012) e Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe (2013), siamo di fronte ad un film bello come l’influenza spagnola, che stravolge una favola con toni più realistici, crudi e darkettoni, mancando però totalmente il bersaglio e portando sugli schermi un prodotto assai scadente.

Si vengono a proporre tutti gli stereotipi del genere dark (fotografia satura, temi cupi e adulti, magia come potente mezzo da usare contro le persone) e tutti gli stereotipi riguardanti l’evoluzione dei personaggi (la buona che diventa cattiva, il tradimento dovuto alla cupidigia, la follia che acceca il cuore degli uomini, l’amore sopra ogni cosa) dimostrando l’assoluta mancanza di un’impronta personale nell’opera.

Maleficent è inoltre penalizzato da un ritmo veloce come Thiago Motta sotto narcotici, dipendente soprattutto da un prologo tanto lungo quanto inutile, che oltre a durare più di un quarto di film (UN QUARTO!) aggiunge moltissime cose tirate per i capelli o campate per aria.

Un po’ alla Noah maniera.

La foresta/brughiera, o come cavolo la chiamano, è un po’ Endor, un po’ Fangorn e un po’ FernGully; la sua completa mancanza di originalità (e dai) è per l’occhio dello spettatore di una piacevolezza a metà strada tra il vedere una collezione di ciabatte (intese come calzature) e una collezione di ciabatte (intese come prese elettriche).

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La sceneggiatura, scritta da Dini, Woolverton e Hancock riesce a…

No, aspetta.

Questa sceneggiatura piena di cazzate l’hanno scritta IN TRE?!?!

Dicevo.

Lo script riesce a rovinare quello scarnissimo della fiaba con aggiunte senza senso, scene alla viva il parroco, reazioni emotive stupide e un generale senso di superficialità e di scarsa cura per ciò che si sta realizzando.
Anche i dialoghi sono stringati, oltre che stupidi come sorprendersi se una macchina ha tre pedali e si hanno solo due piedi.

La parte centrale dell’opera è costituita per lo più da momenti di scialba comicità in stile sit-com di terz’ordine, soprattutto riguardante le sequenze con le tre irritanti ed inutili fate che si prendono cura di Aurora, le cui gag farebbero ridere solo un bambino di quattro anni.
Ubriaco.

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Angelina Jolie è l’unico faro di attenzione del film, il solo aspetto su cui si focalizza la mente dello spettatore.
E questo è male.

Personaggio penalizzato dalla già citata sceneggiatura diversamente intelligente, Malefica è caratterizzata da reazioni umane incomprensibili e stiracchiate; la maggior parte delle azioni che compie paiono francamente casuali e la sua interpretazione è quindi colpita dal Morbo di Johnny Depp (vedere anche alla voce Pirati dei Caraibi), malattia che fa cimentare un attore stranoto in film scarsi per soddisfare la sua sete di protagonismo e trasformismo.

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L’ex Elysium Sharlto Copley è poco più che una psicopatica macchietta, perciò su di lui preferisco non pronunciarmi essendo cattiva educazione parlare degli assenti.

Aurora (interpretata da Elle Fanning) era prima e rimane adesso un personaggio senza nerbo e personalità, una pagina vuota in cui le fanciulle si possono immedesimare (perché poi, lo sanno solo loro) e la cui rappresentazione fisica sullo schermo costituisce poco più di un soprammobile prestanome.

Tipo Twilight, mannaggia alle ragazzine.

In conclusione, un film utile come il due di coppe.

Quando giochi a baseball.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Oltre alle schifezze già citate qua e là, l’opera originale della Disney (1959).
E un sacco di film orrendi.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Saga “Pirati dei Caraibi”.

Ovvero, perché il primo si salva e gli altri no.

Comprendi?

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Premessa: la saga Pirati dei Caraibi è una delle più amate dal grande pubblico, specialmente giovane, per cui so già che molt(issim)i non saranno d’accordo con quanto seguirà; ricordo quindi che quelle che leggerete sono semplicemente le mie opinioni personali.

Per cui gli insulti saranno scontati come avere personaggio di Lost preferito Locke.

La serie nasce con La maledizione della prima luna (2003), per la regia di Gore Verbinski; il film è basato su un’attrazione di Disneyland, e credo che questa pellicola abbia dato una grossa spinta alla successiva realizzazione di opere tratte da giochi in scatola (Battleship) e da veri e propri giocattoli (la serie Transformers).

Film immondi, tra l’altro.

Questa invece è una pellicola frizzante e orchestrata con cura, caratterizzata da un ritmo agile scandito da buone scene d’azione.
Ideale disimpegno senza scadere nel becero alla Friedberg & Seltzer.

Niente male anche sul fronte della critica, con cinque nominations agli Oscar, tra cui quella a Johnny Depp come miglior attore non protagonista (tenete bene a mente il “NON”, ci torneremo poi); nessun premio vinto, ma un film riconosciuto dai più come un’opera simpatica e ben fatta.

Importante anche l’apporto degli attori.
-Orlando Bloom e Keira Knightley formano una coppia di avventurosi innamorati ben assortita. Lui molto alla Errol Flynn, lei cerca di uscire dai canoni della ricca damigella in pericolo buttandoci dentro un po’ di carattere e caciara.
-Geoffrey Rush villain quasi simpatico oltre che carismatico, ben realizzata la schiera dei non morti.
-Depp interpreta Jack Sparrow, un trickster gioviale e scanzonato, il cui apporto è fonte continua di situazioni assurde e di comicità, risultando uno dei punti di forza del film.

Questo da NON protagonista (e dai).

jack sparrow capitano

Prendendo infatti spunto dal chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards (che interpreterà nei film seguenti Teague Sparrow, padre di Jack) e modificando molti aspetti del concept originale del personaggio, Depp si è immerso totalmente in questo pirata strampalato.
La parlantina facile (si ringrazia Fabio Boccanera, suo ottimo doppiatore italiano), la grande gestualità e l’andatura sbilenca da ubriacatura perenne fanno di lui bene o male una delle più recenti icone del cinema, che gran parte del pubblico conosce e apprezza.

Nonostante serie preoccupazioni da parte della Disney per la sua latente “gaiezza”.

jack sparrow gay

Ora però scattano due meccanismi piuttosto problematici, ossia l’effetto Matrix e la Sindrome di Fonzie.

L’effetto Matrix è quello per cui ad un film considerato e pensato originariamente come unico vengono aggiunti a distanza di anni dei sequel, in modo da fare della prima opera il capitolo iniziale di una serie.

Cioè appunto quello che è successo a Matrix.

Si potrebbe pensare: “Beh, ma qual è il problema?”
Il problema è che solitamente si vede lontano un miglio che il primo “capitolo” è un blocco a se stante con stile e qualità, mentre i successivi no, essendo stati partoriti alla bell’e meglio solo per amore dei Benjamin.

Cioè appunto quello che è successo a Matrix.

La Sindrome di Fonzie (di cui ho accennato anche QUI) consiste invece nel grande successo all’interno di un’opera di intrattenimento (serie televisiva, saga cinematografica, fumetto, saga letteraria o videogioco) di un personaggio considerato inizialmente secondario.
La conseguenza è che esso acquista sempre più spazio a discapito degli altri, tanto da diventare, degenerando, l’unica ragione di esistere dell’opera di cui fa parte, la quale che scade di qualità progressivamente.

Faccio a meno di spiegarvi cosa sia Happy Days, spero.

Effetto Matrix Sindrome di Fonzie (riguardo Jack Sparrow)= quello che vedrete da qui in poi.

Torniamo a bucanieri e galeoni.

Primo seguito: La maledizione del forziere fantasma (2006).
Poco da dire, dato che come (quasi) tutti i numeri 2 ha come unico scopo introdurre personaggi, situazioni e sottotrame che si concluderanno nel successivo episodio (vedi anche Lo Hobbit – La desolazione di Smaug), che di conseguenza è atteso dai fan come un porno con Melita Toniolo e  Nicole Minetti.

Un punto positivo di questo film è l’introduzione di Davy Jones, un villain interpretato da Bill Nighy molto sfaccettato e con la classica storia strappalacrime a fargli da background, cosa che lo rende un character crudele ma allo stesso tempo patetico.

jack sparrow davy jones

jack sparrow CGI

Il secondo film non è allo stesso livello del primo e ha qualche caduta di stile (il kraken? Ma che senso ha?), ma come già detto è difficilmente giudicabile, dato che è (sarebbe) l’antipasto che deve (dovrebbe) portare al piatto forte.

Condizionali casuali? Non credo proprio.

Si arriva allora al terzo episodio, Ai confini del mondo, uscito nel 2007.

Un film atroce.

Un inestricabile bordello dove tutte le sottotrame vanno a mischiarsi in quella brodaglia informe che dovrebbe essere la sceneggiatura, che abdica genuflettendosi in favore di scene d’azione sì spettacolari ma che hanno l’unica funzione di distrarre lo spettatore da contenuti scadenti.

Il nuovo cattivo principale è un personaggio dimenticabile ed incolore, che salta fuori dalla terra come un fungo e che ha lo stesso carisma di una palla di vetro con la neve all’interno.

Lo sviluppo dei personaggi è confusionario e superficiale, alcuni attori sono sprecatissimi (come ad esempio il neo entrato Chow Yun-Fat, utilizzato solo per ampliare il mercato della serie verso Oriente) e il nucleo della storia ha come vertice una tizia il cui personaggio (la sacerdotessa Tia Dalma) è semplicemente assurdo e non sta né in cielo né in terra.

jack sparrow tia dalma

La combinazione regia-fotografia sarà anche media per gli standard di un film di disimpegno (che sono bassissimi, per cui sai che roba) ma è come un pacchetto regalo esteticamente gradevole che contenga un portachiavi di plastica da due soldi.

E dato che (parafrasando Einstein) al mondo due cose sono infinite, ossia la stupidità umana e l’ossessione delle donne per i gatti, si può sempre affondare di più nel putrido.

Quindi vai col numero quattroOltre i confini del mare (2011).

Tutto ciò che ho appena detto per il terzo episodio va bene anche per questo quarto.

Se lo moltiplicate per dieci.

Musica, maestro: voodo, zombie, fonti della giovinezza, sirene, preti… penso che i contenuti del film siano stati decisi dal figlio settenne del regista Rob Marshall (che qui sostituisce Verbinski) passando un pomeriggio a tirare un dado a 10 facce.

Già che ci siamo ci mettiamo anche Penelope Cruz incinta, Ian McShane a sputtanarsi (cosa che farà anche in Biancaneve e il cacciatore), mandando in vacca oltre che se stesso pure il pirata realmente esistito Edward “Barbanera” Teach, spargiamo il tutto con un’immane stupidità di fondo e imbastiamo una trama che nei suoi punti fondamentali ricorda un po’ troppo La maledizione della prima luna. 

Cioè il quarto episodio di un franchise Disney copia dal primo episodio dello stesso franchise Disney che a sua volta è tratto da una giostra della Disney?

Disneynception!

jack sparrow sirene

Ma non temete, miei baldi giovani, perché è in lavorazione un quinto fondamentale e indispensabile episodio, dal nome Dead Men Tell No Tales (che in Italia verrà probabilmente tradotto ne I morti non parlano o in un qualche gioco di parole stupido).

Evviva!

Sullo stranotissimo tema principale della serie hanno orgasmato tutti, a me personalmente piace quello di Davy Jones.

E io concludo l’articolo con quello, pappappero.

Hercules

herculesEhm, ragazzi? La recensione sarebbe per di qua.

TRAMA: Hercules, figlio di Zeus caduto dall’Olimpo e cresciuto tra gli uomini, deve affrontare il dio degli Inferi Ade per sventare i suoi oscuri piani di dominio sul Mondo.

RECENSIONE: Se per quanto riguarda la live action abbiamo la serie tv Hercules (1995-2000) con un Kevin Sorbo in versione ASMA (Armadio Spaccaculi Monoespressivo e Ammazzamostri), nel reparto animazione la mitologia greca è stata portata sullo schermo da questo film, uscito nel 1997 e prodotto da mamma Disney. La regia e la sceneggiatura sono di Ron Clements e John Musker, autori anche de La Sirenetta e Aladdin, altri due classici della casa di produzione di Topolino.

Oltre ad abbandonarmi a commenti da anziano del tipo “come passa il tempo”, “a ripensarci mi sento vecchio” e l’evergreen “ai miei tempi le tubature non si riparavano così”, devo dire che Hercules è un film nella media con elementi un po’ scadenti mitigati però da invenzioni più efficaci.

Partiamo dai lati negativi, così chiudendo in positivo la recensione sembra più buona.

A parte la mitologia ellenica stuprata (ma questa è in senso lato una favola, per cui sorvoliamo sulle grosse libertà prese in fase di scrittura) uno dei grossi difetti del film è che a conti fatti ciò che vediamo per tutta la parte centrale è palesemente inutile ai fini della trama, avendo come unico scopo quello di formare il protagonista. In pratica, senza fare eccessivi spoiler, abbiamo un villain (poi ne parliamo) che sta preparando un piano e deve semplicemente aspettare il futuro momento giusto per attuarlo, anche se sarebbe teoricamente tutto pronto già da subito. È un film Disney, non uno con James Bond, fate qualcosa adesso!

Un’altra pecca è che le canzoni, tratto distintivo dei film d’animazione, servono solo a perdere del tempo per arrivare all’ora e mezza canonica. Non è male Alex Baroni (che doppia il protagonista nelle parti cantate), sono proprio le musiche in sé ad essere poco efficaci e memorabili, tant’è che la canzone più ricordata della pellicola è quella delle Muse (assente Matthew Bellamy), qui rappresentate come cheerleaders canterine.

Terzo aspetto negativo, il cattivo.

Personalmente io adoro Ade. Perché fa molto ridere.
Ma nel film non funziona. Perché fa molto ridere.

Un antagonista comico può starci bene in un film come Le follie dell’imperatore (2000), dato che ha una forte impronta demenziale; inoltre lì ha un senso anche perché i protagonisti, ossia “i buoni”, sono un lama e un contadino. Se invece hai come personaggio principale un semidio forzuto contrapporgli una figura del genere, che per quanto potente non è vista come minacciosa, stride veramente tanto. Ripeto, Ade mi piace un sacco quando sbrocca e le sue citazioni sono simpatiche, ma può essere considerato un aspetto positivo preso da solo, non all’interno dell’economia del film.

Lati positivi? Primo fra tutti il doppiaggio. Non tanto perché la scuola italiana sia la migliore del mondo (vero), ma perché qui a parte Ade tutti i personaggi di rilievo sono doppiati da non professionisti nel settore. Abbiamo infatti i bravi Raoul Bova-Hercules e Veronica Pivetti-Megara, entrambi molto convincenti, così come adattissimo alla parte è Giancarlo Magalli come Filottete. Aggiungendo che Pena e Panico sono Zuzzurro e Gaspare, l’unico vero doppiatore è l’attore teatrale Massimo Venturiello, che dà la voce al dio degli Inferi (sostituendo l’originale James Woods) e a Gary Oldman nei film recenti.

I disegni, pur con il loro stile molto particolare e “giapponeggiante” non mi sono dispiaciuti, così come i vari mostri sono ben realizzati e hanno dei vivaci combattimenti. Ultimo aspetto, ma non meno importante, è che si ride veramente tanto.
E poi ha quell’aurea Disney che rende tutto un po’ speciale. 

Non eccezionale, ma a cartoni animati ne ho visti di peggiori.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: tutti quelli di zio Walt.

Il re leone

Naaaa Zvegnaaaa….

TRAMA: Nella savana nasce Simba, un cucciolo di leone primogenito del re Mufasa. Non tutti sono felici dell’evento: il fratello di Mufasa, il perfido Scar, brama infatti il trono…

RECENSIONE: Per la regia di Roger Allers e Rob Minkoff Il re leone è uno dei classiconi della Disney e una delle pellicole più amate a livello mondiale tra quelle prodotte dalla mamma di Topolino assieme a La bella e la bestia, a differenza del quale è un bel film.
Oddio, non che questo Amleto con gli animali sia un capolavoro (soprattutto come sceneggiatura alcuni punti lasciano a desiderare) ma è una pellicola che è riuscita a sfruttare l’enorme potenza tecnica per creare un mondo scenograficamente affascinante senza offuscare i personaggi. Già qualcosa, no?

La Tanzania è stata resa ottimamente, con un uso dei colori eccezionale in modo da creare dei campi i più grandi e profondi possibili, per perdercisi quasi dentro; la cura dei dettagli è notevole e questo aspetto si vede molto bene nelle scene di massa degli animali, molto potenti come impatto visivo e casiniste abbastanza da rimanere timbrate nel cervello del pargolo che si trova davanti allo schermo. Il tutto è legato però a un film vero e proprio, che non si limita a fare da riempitivo alla cornice dell’ambiente ma è in possesso di una trama (classicissi-missi-missima, fin per carità), a differenza di registi che si masturbano con gli effetti speciali o in generale con l’aspetto audiovisivo dei loro film senza avere uno straccio di storia (per farli rimanere nell’anonimato li chiameremo James C. e Michael B.).

I personaggi non saranno (e non sono) il massimo dello sviluppo psicologico, ma nonostante i giganteschi stereotipi sono rimasti impressi nella memoria e la cosa non risulta pesante a livello narrativo. Per cui Simba è l’eroe che passa da stupido piagnone a salva-situazione attraverso un viaggio di formazione sintetico ma toccante, e non perché sia così profondo, ma perché lo spettatore lo ha visto crescere e quindi ci si affeziona. Scar è l’intelligente perfido (ma pensa un po’) mellifluo e falso, e si sa che è il villain perché la cosa è scontata, ma non importa e lo si odia comunque. Aggiungete poi due spalle comiche di stile buddy-buddy, il trio delle iene e il flemmatico Zazu e buonanotte, il buon risultato lo avete ottenuto.

Veramente ottimo il doppiaggio italiano, in particolare Vittorio Gassman-Mufasa, Roberto Dal Giudice-Zazu e il sorprendente Tullio Solenghi-Scar.

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