L'amichevole cinefilo di quartiere

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Split

split-locandinaLa cosa migliore di me è che ci sono molti me.

TRAMA: Tre adolescenti vengono rapite da un uomo e rinchiuse in una cantina. Ciò che ancora non sanno è che il loro sequestratore è dotato di ben ventitré personalità distinte che si palesano di volta in volta…

RECENSIONE: Essere sottovalutati è spiacevole.

Avere la sensazione che le proprie qualità non siano riconosciute, constatare che chi vi circonda non si accorga di ciò che sapete fare e magari di conseguenza sviluppare un senso di inferiorità nei confronti degli altri è parecchio triste.

Esiste però un’alternativa addirittura peggiore.

Essere sopravvalutati.

E M. Night Shyamalan lo è stato.

Parecchio.

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Dopo aver ottenuto fama mondiale a nemmeno trent’anni con l’ottimo Il sesto senso, che ebbe un grande successo sia di pubblico (670 milioni di dollari incassati) che di critica (6 Nomination agli Oscar 2000, quelli dominati da American Beauty e Matrix), molti vennero spiazzati l’anno seguente da Unbreakable, considerato all’epoca sì sufficiente ma un grosso passo indietro rispetto all’opera precedente.

Peccato che in seguito il regista indiano abbia inanellato una serie di film decisamente deludenti che hanno ricevuto talvolta dure opinioni da parte dei recensori e severi sbeffeggiamenti dal pubblico (candidature ai Razzie Awards, meme su internet); nonostante ciò furono comunque opere con cui mantenne ancora un certo appeal, grazie alla sua nomea di giovane stella in ascesa o a cast con interpreti di richiamo.

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Facendo una rapida carrellata, personalmente considero Signs un film semplicemente imbecille, The Village tanto rumore per nulla, Lady in the Water una indifendibile baggianata senza arte né parte, E venne il giorno un’idea stuzzicante sfruttata da cani, L’ultimo dominatore dell’aria uno stupro artistico nei confronti di un ottimo cartoonAfter Earth una fellatio alla famiglia Smith e The Visit un’opera sufficiente solo se si ama lo stile POV ma non di più.

Non ero quindi particolarmente… ehm… propenso alla visione della sua ultima fatica, tanto più considerando che il suo spunto iniziale costituisce un patto narrativo di proporzioni considerevoli.

Invece mi devo ricredere.

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Pur contenendo Split ogni shyamanalata possibile ed immaginabile, esso si rivela un film discreto, con elementi positivi che superano per peso e quantità le sue pecche.

Punto di nota della pellicola è innanzitutto un istrionico ed ottimo James McAvoy nei panni dell’antagonista, una Legione di personalità diverse tra cui l’attore scozzese zompa qua e là con notevole agilità recitativa, risultando credibile ed offrendo un buon pretesto al pubblico per immaginarselo di volta in volta nelle vesti di donna, bambino o maniaco compulsivo.

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Grazie a movenze, posture e un’apprezzabile capacità di modificare il proprio sguardo, in cui secondo il detto risiede lo specchio dell’anima, McAvoy domina efficacemente la scena nonostante la seria difficoltà del ruolo (anzi, dei ruoli) non risultando macchiettistico e riuscendo a non scadere nel rischio del ridicolo involontario, pecca in cui sarebbe facile cadere dato l’elemento grottesco del personaggio.

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Per bilanciare tale esagerazione insita nel villain, è necessario affiancargli come protagonista un personaggio molto più inquadrato e sotto le righe; in tal senso fa la sua buona figura la giovane e dotata Anya Taylor-Joy (nel caso non venga coinvolta in scandali, droga o serie tv dal dubbio gusto, segnatevi questo nome) nel ruolo di una delle sfortunate vittime di Crumb.

Con gli occhioni neri sbarrati ma allo stesso tempo espressivi, riesce ad essere ragazza e donna, inserendosi in uno spaccato biologico complesso giostrando bene tra timori residuati dall’infanzia e adulta consapevolezza del proprio sé.

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I difetti principali di Split risiedono nella ormai cronica difficoltà da parte di Shyamalan di autoregolarsi frenando la sua tendenza a strafare.

Se la trama nel segmento finale ha qualche sbandata espositiva dovuta ad un climax avente ascesa forse troppo ripida, la sua classica regia invasiva si dimostra sovente più fastidiosa che esteticamente apprezzabile.

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Movimenti di macchina ondulatori e senza senso se non quello di informare il pubblico della propria esistenza dietro la macchina da presa, la ripetitiva tendenza a cambiare repentinamente il punto di vista all’interno di una conversazione passando da un’inquadratura d’insieme a sostituirsi a ciò che vede uno dei personaggi e un abuso di primi piani e campi stretti evitabili costituiscono una firma tanto evidente quanto evitabile, che se maggiormente sfumata potrebbe perdere la sua connotazione macchiettistica.

Split è un buon film di Shyamalan.

Nonostante sia di Shyamalan.

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