L'amichevole cinefilo di quartiere

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Punto di non ritorno – Before the Flood

punto-di-non-ritorno-before-the-floodTRAMA: Documentario. Attraverso immagini naturalistiche ed interviste da parte dell’attore Leonardo DiCaprio, vengono evidenziate cause e conseguenze del cambiamento climatico che sta colpendo la Terra.

RECENSIONE: Il film mostra DiCaprio visitare varie regioni del globo esplorando l’impatto del riscaldamento globale di origine antropica, commentando incontri e filmati d’archivio.
L’attore fa riferimento più volte al trittico di Hieronymus Bosch Il Giardino delle delizie (1480-1490 circa), che usa come analogia del presente corso della Terra verso la potenziale rovina come raffigurata sul pannello finale.

La pellicola è stata presentata il 9 settembre 2016 al Toronto Film Festival, in cui è stato annunciato che il documentario avrebbe debuttato in televisione sul canale del National Geographic il 31 ottobre 2016.

Before the Flood
 è stato anche distribuito in un numero limitato di sale negli Stati Uniti a partire dal 21 ottobre 2016.

In Italia è stato trasmesso il giorno prima, 30 ottobre, sempre su National Geographic Channel.

È stato inoltre disponibile per pochi giorni sui relativi canali ufficiali YouTube, sia inglese che italiano, venendo successivamente impostato come “video privato”.

PREMI OSCAR 2016 – SPEAKERS’ CORNER

The 85th Academy Awards® will air live on Oscar® Sunday, February 24, 2013.

Elenco dei premiati e nominati agli Academy Awards 2016 (solo premi principali):

MIGLIOR FILM:

MIGLIOR REGIA:

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:

  • Cate Blanchett – Carol
  • Brie LarsonRoom
  • Jennifer Lawrence – Joy
  • Charlotte Rampling – 45 anni (45 Years)
  • Saoirse Ronan – Brooklyn

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:

  • Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
  • Rooney Mara – Carol
  • Rachel McAdams – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Alicia VikanderThe Danish Girl
  • Kate Winslet – Steve Jobs

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE:

  • Matt Charman, Joel ed Ethan Coen – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Alex Garland – Ex Machina
  • Josh Cooley, Ronnie del Carmen, Pete Docter e Meg LeFauve – Inside Out
  • Tom McCarthy e Josh SingerIl caso Spotlight (Spotlight)
  • Andrea Berloff, Jonathan Herman, S. Leight Savidge e Alan Wenkus – Straight Outta Compton

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE:

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE:

  • Anomalisa, regia di Charlie Kaufman e Duke Johnson
  • Il bambino che scoprì il mondo (O Menino e o Mundo), regia di Alê Abreu
  • Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen
  • Shaun, vita da pecora – Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak
  • Quando c’era Marnie (思い出のマーニー Omoide no Mānī?), regia di Hiromasa Yonebayashi

MIGLIOR FOTOGRAFIA:

MIGLIOR SCENOGRAFIA:

MIGLIOR COLONNA SONORA:

MIGLIOR CANZONE:

  • Earned It (Abel Tesfaye, Ahmad Balshe, Jason Daheala Quenneville e Stephan Moccio) – Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey)
  • Manta Ray (J. Ralph e Antony Hegarty) – Racing Extinction
  • Simple Song #3 (David Lang) – Youth – La giovinezza (Youth)
  • Til It Happens to You (Diane Warren e Lady Gaga) – The Hunting Ground
  • Writing’s on the Wall (Jimmy Napes e Sam Smith) – Spectre

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI:

MIGLIORI COSTUMI:

 

Riassunto:

A differenza degli anni passati (20132014 e 2015) ho deciso a questo giro di giostra di lasciare a voi la parola e il commento.

I vincitori corrispondono ai vostri gusti oppure no?

Il vostro film preferito ha raccolto quanto speravate o è rimasto con le pive nel sacco?

Cosa vi è piaciuto in particolare?

Quali premi vi sono sembrati “regalati”?

Qualsiasi cosa vogliate dire al riguardo, lasciate un commento.

Revenant – Redivivo

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“The clearest way into the Universe is through a forest wilderness.”

John Muir (1838 – 1914), naturalista e scrittore scozzese.

TRAMA: America Settentrionale, inizio del XIX secolo. Hugh Glass fa parte di una spedizione alla ricerca di pelli e pellicce da commercio. Il gruppo subisce diverse peripezie, che porteranno i suoi compagni a una dura scelta…
Basato sul romanzo omonimo del 2003 di Michael Punke e parzialmente ispirato alla vita del cacciatore Hugh Glass.

RECENSIONE: Per la regia e sceneggiatura di Alejandro González Iñárritu, Revenant è un film molto più “sensoriale” che narrativo, in cui la trama ha sì importanza ma cede talvolta il passo alla evocatività delle immagini e alle emozioni che esse veicolino.

Revenant è infatti un western crepuscolare connotato da un notevole impatto sensoriale, e attraverso cui si sottolinei come l’essere umano, attraverso appunto i cinque sensi, sia in grado di ricevere informazioni dall’ambiente circostante e di adeguarsi ad esso.

È ironico evidenziare questo fattore: la società occidentale moderna è basata in maniera preponderante sulle immagini (televisione, pubblicità, internet, social network) quindi sulla vista, e inoltre stiamo parlando di un film, opera artistica per sua natura basata sull’elemento visivo. In questa pellicola si assiste però ad una notevole esaltazione dell’elemento naturale e sensoriale nella sua globalità, che porta ad una efficace immersione dello spettatore nell’ambientazione dell’opera stessa.

Attraverso le riprese, la fotografia e le musiche (di Ryūichi Sakamoto), il Nord Dakota della prima metà ‘800 emerge come isola dal mare, trasportando efficacemente l’attenzione e la mente del pubblico in un altro mondo e in un altro tempo.

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Chi ha pagato il biglietto e si trova seduto in una sala buia sgranocchiando popcorn non può odorare il profumo pungente della resina, quello avvolgente dell’erba, il sentore metallico del sangue o quello acre degli animali, ma il film lo porta a sapere che tali fragranze sono presenti nell’aria.

sentirle.

Così come egli può quasi toccare la morbidezza dei cespugli, l’aguzza corteccia degli alberi e la fredda liscezza delle rocce, anche se le uniche cose che fisicamente si trovino a contatto con lui siano la soffice stoffa del posto numerato e la plastica dei braccioli.

A ciò contribuisce ovviamente anche la regia, che riesce ad utilizzare sapientemente la profondità di campo per creare riprese cariche di elementi e significati; per fare ciò si sfrutta appieno la vastità dell’ambiente da un lato e la bravura degli attori dall’altro, accompagnando così l’occhio dell’osservatore quasi come se fosse la rappresentazione dei movimenti della sua testa utilizzando spesso spostamenti regolari e armoniosi.

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Revenant è un’opera che utilizza quindi l’ambiente naturale in cui la vicenda è narrata come gancio per l’immersività dello spettatore in essa, riuscendo a ridurre sensibilmente le distanze tra gli occhi e lo schermo.

Tra lo spettatore ed il film.

I paesaggi, ampi e sconfinati, sono spesso fonte di pericolo per i protagonisti, e rappresentano la potenza e la magnificenza di Madre Natura, che l’uomo non può combattere in quanto egli stesso costituisca parte della sua prole.

Essi inoltre forniscono ampio materiale metaforico, attraverso flash visivi o piccole scene di influenza quasi malickiana, che prese singolarmente possono avere un significato relativo, ma che assumono maggior colorazione e ragione d’esistere considerandole nel loro complesso.

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La fotografia di Emmanuel Lubezki è veramente meravigliosa, forse l’elemento migliore della pellicola, dato che fornisce ampissimo respiro al fattore ambientale contribuendo in maniera preponderante alla già citata immersione mentale.

Ci si trova davanti una ricchissima tavolozza di colori, i quali però non sono eccessivamente brillanti, vividi e finti, ma mantengono l’originalità tipicamente naturale. Essi non danno perciò la sensazione di un quadro artefatto e plastico, ma di realtà e verità, aumentando di conseguenza la qualità del film.

DiCaprio offre un’ottima prova nei panni di un trapper angariato da eventi infelici ma preparato alle sfide.
Uomo ferito nel corpo e nell’anima, il suo Glass simboleggia la sofferenza, conseguenza dell’umano nel regno bestiale che diviene vittima anche dei suoi simili, per un perverso homo homini lupus dove per l’uomo la fiera e il suo pari sono altrettanto pericolosi.
Ogni smorfia, ogni grido ed ogni ferita sono una frustata del destino alle sue carni, e l’attore riesce a trasporre ottimamente emozioni e immani dolori agli occhi del pubblico.

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Tom Hardy risulta efficace in un ruolo da brutto, sporco e cattivo come piacciono a lui, e conferma di essere un ottimo attore nella recitazione attraverso gli occhi (do you remember Bane?)
Assassini, feroci, invasati e febbrili, i suoi bulbi oculari sembrano dotati di anima propria, diventando tramite di emozioni e correlandosi perfettamente con scene e battute.

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Domhnall Gleeson (recentemente Hux in Star Wars – Il risveglio della Forza) bravo in un ruolo secondario, anche se la voce molto virile del valente Pino Insegno su di lui fa forse un effetto un po’ strano.

Complessivamente Revenant è un ottimo film, che pur non presentando i ritmi elevati e frenetici a cui magari il cinema odierno ha abituato il grande pubblico, riesce ad offrire una storia intensa corredata da una cornice sensoriale di notevole impatto.

The Wolf of Wall Street

the-wolf-of-wall-street-la-locandina-italiana-del-film-295742“Money, money, money / must be funny / in the rich man’s world” – Money money money – ABBA (1976)

TRAMA:  Tratto dall’omonimo libro autobiografico. L’ascesa e il declino dello spregiudicato truffatore Jordan Belfort nella capitale del guadagno: Wall Street.

RECENSIONE: I soldi fanno la felicità, e ne fanno anche tanta.
Chi pensa il contrario è perché ne ha parecchi, e quindi non deve preoccuparsene.
O perché è un completo idiota.

Prendete il buon Hugh Hefner, ideatore e padrone di Playboy: voi leggete questa recensione nel momento in cui l’arzillo ottantasettenne se ne sta beato nella sua mega villa con piscina, bevendo cocktail circondato da pettorute donnine in bikini (o anche senza).
Pensate, lui lo fa tutto il giorno. Tutti i giorni.

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Ma sto divagando. Il punto su cui si concentra maggiormente il film riguardo ai soldi è: quanto siamo disposti a spingerci oltre e cosa siamo disposti a fare per ottenerli?

Regia di Martin Scorsese, famoso per avere un rapporto Oscar vinti/bravura vergognosamente basso che ritorna sul grande schermo a distanza di due anni dal bel Hugo Cabret (2011), qui al suo quinto film con Leonardo DiCaprio dopo Gangs of New York, The Aviator, The Departed – Il bene e il male Shutter Island.
Filmetti, insomma.

La parola d’ordine della pellicola è esagerazione.
Di ogni cosa, ma in particolare delle tre D.

Il denaro deve essere sempre di più, bisogna averne fino a non sapere come spenderlo. Se sei povero devi diventare benestante, se sei benestante devi diventare ricco e se sei ricco devi diventare ricchissimo.
Le droghe devono avere ogni effetto possibile e immaginabile, e devono essere di ogni varietà possibile e immaginabile. Mai essere sobri, perché la sobrietà porta alla mediocrità.
Le donne devono essere le più belle, le più sexy e le più zoccole. Fare. Sesso. Sempre. E. Comunque.

Il denaro. Le droghe. Le donne.
Se hai il primo, ti puoi sballare con le altre due.

A sinistra il vero Jordan Belfort

A sinistra il vero Jordan Belfort

The Wolf of Wall Street segue il percorso professionale e umano di un uomo arrivista e battagliero, ricordando per alcuni tratti una parabola evangelica, ambientata però quasi due millenni dopo la morte di colui che le raccontava.
Il film mostra il kitsch e l’eccesso sfrenato (economico e comportamentale) che un arricchito manifesta, diventando una sorta di uomo-macchina che viene valutato non per il suo essere ma per il suo avere.

Una meravigliosa commedia nera in cui, anche grazie ad un sapiente uso della voce fuori campo e a continui sfondamenti della quarta parete (a proposito, ottimi i doppiatori italiani, in particolare Francesco Pezzulli voce storica di DiCaprio), lo spettatore simpatizza e patteggia per uno degli stili di vita più affascinanti e allo stesso tempo esecrabili che la società porti ad assumere.

Il connubio regia-fotografia è eccezionale, creando attraverso inquadrature, immagini e colori un arazzo visivo ed economico che è contemporaneamente un’acuta critica nei confronti della società plutocratica, che in molti disprezzano, e un’esaltazione di ciò che le enormi ricchezze possono portare nella vita di una persona.

Il fattore estetico avvolge come i muscoli sulle ossa la sceneggiatura di Terence Winter, già sceneggiatore e produttore della serie tv Boardwalk Empire, di cui Scorsese ha diretto il primo episodio, oltre ad esserne anch’egli produttore.
È un vero peccato che al grande pubblico non gliene possa fregare di meno dello script (così come della regia, del montaggio, della fotografia, dei costumi, della colonna sonora…), perché qui ne abbiamo uno ottimo, che ci fa osservare la scalata all’irraggiungibile Himalaya del successo attraverso scelte illegali ed immorali, unicamente mosse dal già citato unico obiettivo della ricchezza.
L’acquisizione attraverso il denaro della possibilità di guardare il mondo dall’alto in basso.

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In un film basato sulle tre D (non come Avatar, quello è basato sul 3D), abbiamo come protagonista la quarta D.
Leonardo DiCaprio interpreta in maniera eccezionale come mimica, gestualità e intensità recitativa un altro personaggio letteralmente immerso nei soldi dopo quelli de Il grande Gatsby e Django Unchained, e come il character nato dalla penna di Francis Scott Fitzgerald anche Jordan Belfort (presente nel film in un cameo) ha una forte connotazione di patetismo nella vita che persegue instancabilmente: essere così di successo (seppur illegalmente) nel proprio lavoro mette in risalto ancora di più i problemi della sua vita familiare, cosa che lo rende agli occhi di uno spettatore attento un semplice pesce che cerca con tutte le sue forze di diventare sempre più grosso in un enorme mare.
L’ho già detto e lo ripeterò fino allo sfinimento: grazie a Dio (quinta D?) questo bravissimo attore si è scollato di dosso la figura del ragazzetto bidimensionale innamorato di Titanic per prendere di petto la recitazione portando agli spettatori personaggi complessi, maturi e sfaccettati.

I giurati dell’Academy hanno purtroppo improvvisi attacchi di sbadatezza tali da dimenticarsi sovente di lui; potrei dirvi un puerile “quest’anno ha buone possibilità di vincere l’Oscar”, ma è un discorso già sentito le volte precedenti, quindi non mi pronuncio.

Jonah Hill pacioso di aspetto ed esagitato di comportamento, peccato che non riesca a staccarsi definitivamente dai filmacci comici molto sopra le righe “alla Apatow”; se lo farà potrà dare un buon contributo al cinema in termini di personaggi fuori di testa.
Nel ruolo della “duchessa” la bella e desnuda Margot Robbie, il cui sex appeal è stato recentemente dichiarato illegale dal Parlamento Europeo; una delle direttive del film è che per gli uomini altolocati le donne costituiscano degli accessori (sessuali) al pari delle cravatte e degli orologi, quindi la sua recitazione punta molto di più sul fascino e sulla nudità che non sulla profondità psicologica.
Detto in termini più sbrigativi: il suo personaggio è bidimensionale, ma in questo caso non è un difetto.

Piccola ma memorabile parte per Matthew McConaughey, che forse sta passando al Lato Chiaro del cinema ora che non mostra (solo) il fisicaccio, nei panni del primo guru del protagonista; Jean Dujardin con la faccia da smargiasso che si ritrova sta benissimo nei panni di personaggi al limite della legalità, Jon Bernthal (nel recente Il grande match) mostra i muscoli o poco più e Jon Favreau è credibile come avvocato più o meno quanto Schwarzenegger come gesuita.
Spicca l’onesto Kyle Chandler come personificazione della nemesi di ogni uomo ricco.
La legge. 
   

Ottima la già menzionata fotografia di Rodrigo Prieto (Argo), che crea un connubio con la regia molto efficace ed interessante. Azzeccate le musiche del titano di tale arte Howard Shore, con una ricca colonna sonora comprendente brani che spaziano dai Foo Fighters a Billy Joel a cover di Simon & Garfunkel; molto buono il montaggio di Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica di Scorsese (e con più Oscar in bacheca di lui).

Veramente un ottimo film.

Eh, i soldi…

"Toro di Wall Street", scultura in bronzo collocata a Wall Street di Arturo Di Modica

“Toro di Wall Street”, scultura in bronzo di Arturo Di Modica collocata a Wall Street

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Due parole: Martin. Scorsese. O anche Wall Street (1987) di Oliver Stone, che sono sempre due parole.

Il grande Gatsby

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TRAMA: 1922. Nick Carraway, un giovane del Midwest trasferitosi a Long Island, è affascinato dal misterioso passato e dallo stile di vita eccessivo del suo vicino di casa, il ricco Jay Gatsby. Entrerà a far parte del suo circolo e diverrà testimone di ossessioni e tragedie.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald del 1925, a cui è molto fedele, questo film è un imponente spettacolo visivo (budget di 104 milioni di dollari, per andare sul sicuro) che nonostante punti più agli occhi che alla testa e non sia di certo un capolavoro riesce a non dimenticarsi per strada l’ABC dell’arte cinematografica.

La regia e la sceneggiatura di questa ode alle bevande alcoliche sono dell’australiano Baz Luhrmann (Romeo + Juliet sempre con DiCaprio protagonista, il sopravvalutato Moulin Rouge, la palla Australia), che ridendo e trincando riesce ad essere, come già detto, molto fedele al libro, aiutato dal suo ridotto numero di pagine e dalla durata della pellicola (140 minuti circa).
Sostenuto dalla bravura degli attori il nostro prode riesce a mostrare allo spettatore lo spirito di Gatsby, personaggio eccezionale con debolezze tipiche della specie umana (e che solo gli abitanti di Vulcano possono evitare), rendendolo quindi un personaggio molto sfaccettato e complesso.

Nel cast ovviamente DiCaprio spicca su tutti. Lontani anni luce i tempi in cui dava vita al piattissimo Jack Dawson, ritrova Crocodile Dundee alla regia dopo 17 anni e interpreta Gatsby in maniera veramente ottima, riuscendo a dare un senso a ogni minimo gesto o smorfia. Attraverso i suoi occhi possiamo capire cosa stia dietro al personaggio, accendendo la voglia di saperne sempre di più, attirati a lui come uno scozzese al whisky.
Tobey Maguire, ex Spider-Man nella “non imperdibile” trilogia di Raimi, è pacioccoso il giusto, e anche il suo Nick ha perennemente un bicchiere in mano, lasciato in balia di eventi che lo toccano senza mai esserne veramente il protagonista.
Carey Mulligan già in Drive con Ryan Gosling e in Shame con Michael Fassbender è Daisy (“Sono contenta che sia una bambina. E spero che sia stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida.”, una sua battuta iniziale leggermente modificata nel film), che si aggiunge alla masnada degli alcolisti.

Per quanto riguarda la ricostruzione storica ci sono alcuni anacronismi, a cui nessuna pellicola ambientata nel passato, seppur curata, riesce a scampare.
Qui abbiamo infatti un Empire State Building già ultimato (in realtà la sua costruzione iniziò nel 1930) e l’Ulisse di James Joyce stampato (romanzo sì pubblicato nel 1922, ma a Parigi, negli Stati Uniti arriverà nel 1936); nel complesso particolari minori, un po’ come gli occhiali da sole in Django Unchainedche arriveranno in America nel 1929, ossia ben 71 anni dopo l’anno in cui la pellicola è ambientata.

Per intenderci, non siamo ai livelli dei jeans in Ben-Hur.

Capitolo “musica”: la colonna sonora è imponente, ben utilizzata all’interno del film e mai buttata lì a casaccio tanto per sfruttare il Dolby.

Qual è il problema? Che è curata dal famoso rapper Jay-Z ed è hip hop.

Qui vale più o meno lo stesso discorso degli errori storici, ma al contrario: un conto è se la presenza di contaminazioni riguarda pellicole in cui questo aspetto non ha importanza (ad esempio lo stesso genere musicale de Il grande Gatsby è stato inserito in un film come L’uomo con i pugni di ferro, di disimpegno, casinista e tendente al trash); un altro è se un fattore molto importante per rendere allo spettatore l’atmosfera del film come l’onnipresente jazz dei “Roaring Twenties” viene sostituito da un elemento ultramoderno.
In quest’ottica le feste nella casa di Gatsby diventano quindi simili ai moderni party discotecari, ma lo spirito che ci sta dietro non è lo stesso per via di diversi fattori, come l’età media più alta o il ceto sociale elevato di queste feste.

Una pecca non da poco.

In conclusione non è il capolavoro a cui molti urlavano ma Il grande Gatsby è comunque una pellicola più che dignitosa, con una buona fotografia, un’ottima interpretazione da parte degli attori e una fedeltà al romanzo apprezzabile.
Peccato per la colonna sonora, che è armonica nel film come un eschimese in Gabon, ma tappandosi un po’ (tanto) le orecchie si può passare oltre.

Django Unchained

La “D” è muta.

TRAMA: Django è uno schiavo che viene affrancato dal dottor Schultz, un dentista tedesco diventato cacciatore di taglie. Insieme cercheranno di liberare la moglie di Django, che si trova in una piantagione gestita dallo schiavista Calvin Candie.

RECENSIONE: Opera numero sette di Quentin Tarantino come regista, il film è un omaggio ai cosiddetti “spaghetti western” (western all’italiana, realizzati da metà anni ’60 a fine anni ‘70), da cui riprende anche il nome del personaggio principale, interpretato da Franco Nero per la regia di Sergio Corbucci nel 1966.

La pellicola ha tutti gli elementi “Made in Tarantino”: ironia talvolta sottile talvolta esagerata, dialoghi e situazioni pungenti, personaggi smussati con l’ascia e orgasmi di violenza; tutto ciò al servizio di un’ottima sceneggiatura (scritta anch’essa da Tarantino, ça va sans dire) in cui i protagonisti e i caratteristi sguazzano beati come limoni tra le cozze ognuno portando avanti il suo percorso, circondati da un’atmosfera western allo stesso tempo ricercata nei costumi e kitsch nei modi.

In mezzo a fiumi di sangue nuotano i due protagonisti Jamie Foxx (che vinse l’Oscar nel 2005 impersonando Ray Charles), nei panni di uno schiavo scatenato (letteralmente) cazzuto e tenero, combinazione che lo rende allo stesso tempo un eroe e un bastardo, trasformandolo da Cappuccetto Rosso a lupo famelico, e Cristoph Waltz (Oscar nel 2010 per il gerarca nazista Hans Landa di Bastardi senza gloria), ironia e raffinatezza al vetriolo unite a sorrisi da cobra, per la seconda volta il regista del Tennessee gli cuce addosso un personaggio sfaccettato e mai banale. All’angolo opposto di questo ring polveroso troviamo Leonardo DiCaprio, che interpreta un ruolo la cui visione è consigliata a tutte le persone che di lui hanno nella testa solo Shutter Island (ottimo film fin per carità, ma perché così osannato dal pubblico a dispetto di tanti altri non si capisce bene) o peggio ancora il Jack di Titanic (sì, si fida di te, Cristo!): come schiavista razzista e psicotico è una meraviglia e un divertimento per gli occhi, per di più se ci aggiungiamo la spalla d’eccezione Samuel L. Jackson, vecchio nero più razzista dei bianchi stessi.

Dopo Jackie Brown, omaggio alla blaxploitation, Tarantino esplora un altro sottogenere a lui personalmente molto caro, e lo fa prendendo in prestito inquadrature (primi piani intensi alla Sergio Leone, tra le altre cose), situazioni e piccole chicche sceniche o di montaggio; il risultato è un ottimo film, divertente e godibile, nonostante il genere di appartenenza non sia più nelle sue decadi migliori. Da segnalare la fotografia di Robert Richardson (3 Oscar della categoria sul groppone) e le musiche, nella scelta delle quali il buon Quentin immagino si sia divertito un sacco.

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