L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

We’ve got us a map, (a map!)
To lead us to a hidden box,
That’s all locked up with locks! (with locks!)
And buried deep away!

We’ll dig up the box, (the box!)
We know it’s full of precious booty!
Burst open the locks!
And then we’ll say HOORAY!

TRAMA: Jack Sparrow si trova a dover affrontare una flotta di marinai fantasma guidati dal capitano Armando Salazar, fuggiti dal Triangolo del Diavolo per ucciderlo.
Jack si avvia quindi alla ricerca del leggendario tridente di Poseidone, che può diventare la sua unica speranza di salvezza.

PREMESSA: Qualche anno fa scrissi una sbrodolata infinita un articolo relativo al franchise dei Pirati dei Caraibi nel suo complesso. In questa recensione non farò quindi molti riferimenti ai suoi alti (pochi) e bassi (terribili): se volete leggervi un mio parere più specifico, trovare il post a questo link.

RECENSIONE: Nel capitolo numero cinque della saga cinematografica basata su un’attrazione di Disneyland, il nostro eroe Jack Sparrow affronta una ciurma con poteri sovrannaturali

il cui capitano è collegato a lui in qualche modo

facendosi aiutare da un ragazzo e una ragazza

e l’unico modo per salvare la pelle è trovare un artefatto/oggetto/luogo magico e potentissimo.

Cara Disney e caro Jerry Bruckheimer, non per essere irrispettoso, ma…

AVREMO MICA UN PO’ FINITO LE IDEE???

Per la regia del duo norvegese  Joachim Rønning/Espen Sandberg, La vendetta di Salazar è un pirate-movie piuttosto ordinario, che al di là dell’ovvio bailamme legato ai classici effettoni speciali e creature sovrannaturali varie imposta un colorato e rassicurante giocattolone incassa-soldi senza infamia né lode.

Il più grande merito e allo stesso tempo limite della pellicola è infatti quello di agganciarsi piuttosto pedissequamente al primo e migliore capitolo della saga (La maledizione della prima luna): se da un lato tale scelta contribuisce a dimenticarsi dell’orrore del quarto episodio (povero Ponce de León…), dall’altro il suo essere così… ehm… primalunesco svaluta di parecchio la sua indipendenza artistica oltre che una futura ed eventuale memorabilità.

Detto con altri termini, si ha complessivamente l’impressione più dell’omaggio che del seguito.

Sì, insomma, pare la versione cappa e spada de Il risveglio della Forza.

L’azione è come al solito presente e molto sopra le righe, con un uso abbastanza “disinvolto” delle leggi fisiche ed una computer grafica pregevole nei dettagli ma ogni tanto zoppicante sull’ampio spettro (gli sfondi sono talvolta un problema), ma se prese con leggerezza divertono e quello è il loro scopo.
Assistendo ad una rocambolesca assurdità dietro l’altra si può anche sorridere, apprezzando il fatto che la pellicola (come le sue precedenti, del resto), abbia l’enorme merito di non prendersi quasi mai sul serio.

Nonostante l’ilarità di base probabilmente il segmento iniziale del film avrebbe potuto essere parecchio snellito: al di là delle (eccessive) due ore e mezza di durata, la storia infatti fatica parecchio ad entrare a pieni giri, incartandosi troppo fin da subito in una presentazione dei vari personaggi farraginosa e narrativamente pesante.

Ricorrendo inoltre al mai domo espediente del flashback, particolarmente fastidioso quando l’esposizione è così quantitativamente ricca.

Anche le new entries sono un po’ sprecate: se l’Henry Turner di Brenton Thwaites è una palese copia carbone del padre Orlando Bloom, la scienziata di Kaya Scodelario avrebbe potuto ricevere maggiore introspezione, risultando invece un character piatterello e con un background piuttosto buttato lì.

Non bastano purtroppo una notevole avvenenza (sul serio, è Carina di nome e di fatto) ed un piccato sarcasmo da strong independent woman per irrorare di luce artistica un personaggio mero meccanismo di una macchina studiata per gli incassi.

Stesso discorso può essere esteso al Salazar interpretato da Javier Bardem, la cui caratterizzazione si limita a “odia i pirati, ha una nave della Madonna, ad un certo punto lo si vede addentare una mela”: un po’ troppo poco per un antagonista che sulla carta avrebbe potuto essere molto più complesso (ad esempio ampliando il suo far parte, suppongo, della marina spagnola e quindi legalmente parlando essere uno dei “buoni”).

Johnny Depp è un Passero particolarmente ubriaco ed è sempre… il solito: ironia, trasandatezza, sconcerie varie ed un solida relazione amorosa con la bottiglia.

Personaggio che si fonde con l’interprete?

Ottimo doppiaggio italiano, su cui spiccano i “soliti” Fabio Boccanera, Roberto Pedicini e Pietro Ubaldi; alcuni giochi di parole piuttosto vanno un po’ persi (ad esempio la gag di “horologist” capito come “whoreologist”) ma ho sentito adattamenti nostrani peggiori.

Il giudizio finale dipende dallo spettatore:

– Non è una gran roba, ma c’è di peggio.

– C’è di peggio, ma non è una gran roba.

Black Mass – L’ultimo gangster

black mass locandina itaYou better watch how you’re talking, and where you’re walking
Or you and your homies might be lined in chalk.

TRAMA: James “Whitey” Bulger è uno dei più violenti criminali di Boston, e fratello di un noto politico. A metà degli anni settanta, dopo una serie di efferati omicidi, diventa informatore dell’FBI con l’obiettivo di fermare l’ascesa di una famiglia mafiosa rivale.
Adattamento cinematografico del libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob scritto nel 2001 da Dick Lehr e Gerard O’Neill.

RECENSIONE: Avete presente i compiti per casa “creativi” che a volte venivano dati a scuola?

Tipo, che so… scegli un modello di produzione scritta (ad esempio l’articolo di giornale) e produci un breve testo in quello stile?

E per quanto tu avessi potuto scrivere bene era ovvio che non avresti mai potuto raggiungere le vette qualitative dei veri autori di quel genere?

Ecco, Black Mass è più o meno così.

Mica fatto male, intendiamoci, però per due ore sembra di avere davanti un incrocio tra GoodfellasThe Departed.

E quindi piuttosto mi guardo Goodfellas The Departed.

Black-Mass scena

Il peccato originale del film è infatti quello di contenere troppi riferimenti stilistici o tematici ad altre opere, e quindi, pur con un cast eccellente, la pellicola non riesce ad avere la scintilla di memorabilità che la porrebbe in una posizione di spicco nel panorama cinematografico attuale.

Narrativamente parlando, Black Mass paga anche una struttura espositiva eccessivamente “a blocchi”, che nonostante il (o proprio a causa del) gran numero di personaggi secondari risulta troppo frammentaria e non rende la sensazione di ampio respiro che una storia sviluppata nell’arco di più anni meriterebbe.

Molte sottotrame sono infatti separate dalle altre come i vagoni di un treno, e di conseguenza i characters entrano in scena, eseguono il loro ruolo e scompaiono spesso nell’arco di relativamente pochi minuti.

Ciao, Tizio.
[5/10 minuti]
Addio, Tizio.

Ciao, Caio.
[5/10 minuti]
Addio, Caio.

Le ellissi temporali sono inoltre troppo repentine nel loro sviluppo per poter rappresentare accuratamente la scalata del gangster protagonista, facendo perdere qualcosa in termini di sviluppo del personaggio.

black mass depp edgerton

La “black mass” del film è una necrosi fatta di reati e imbevuta di malvagità, che mira solo ad espandersi e rafforzarsi il più possibile fino a spezzare le reni alla città da cui assume nutrimento.
In questo caso l’ambientazione è Boston, che a parte una fugace apparizione della Festa di San Patrizio, patrono dei leprecani e dei tifosi dello Shamrock, rimane piuttosto anonima.

Nel film sono inoltre presenti alcuni piccoli riferimenti alla difficile storia passata e (relativamente alla pellicola) presente dell’Irlanda, visto che il suo cielo non è sempre Dio che suona la fisarmonica, ma in generale tutta l’opera presenta un sacrificio del “dove” per far emergere il “chi”.

Lo stempiato Johnny Depp, coi denti anneriti, l’occhio azzurro ghiaccio e la furia di chi lotta ogni giorno della sua vita in un mondo difficile offre una prova convincente e non tropo gigiona.
Abbastanza credibile come spietato gangster, anche se conoscendo la sua carriera è difficile non notare nel film espressioni magari già viste in un Jack Sparrow (fuorilegge di tutt’altra risma), nel vampiro di Dark Shadows o nel canterino Sweeney Todd.

black mass depp

Bravi ma alla fine della fiera sprecati gli altri. Da Cumberbatch (The Imitation Game) politico altolocato e fratello del protagonista, al poliziotto Edgerton (Exodus – Dei e re) fino alla compagna Dakota Johnson (Cinquanta sfumature di grigio), il resto del cast costituisce una vasta gamma di grigi, più o meno vicini o in avvicinamento alla massa nera.

black mass scena bacon

Dando un giudizio sommario, Black Mass è senza infamia né lode.
Un classico film tratto da una storia vera, che può avere alcuni spunti di riflessione interessanti (il rapporto di amicizia infantile che diventa molto più saldo da adulti, il legame tra polizia ed informatori, alcuni personaggi borderline) ma che non riesce ad emergere dai canoni del genere.

E qui un piccolo extra:

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Saga “Pirati dei Caraibi”.

Ovvero, perché il primo si salva e gli altri no.

Comprendi?

jack sparrow what

Premessa: la saga Pirati dei Caraibi è una delle più amate dal grande pubblico, specialmente giovane, per cui so già che molt(issim)i non saranno d’accordo con quanto seguirà; ricordo quindi che quelle che leggerete sono semplicemente le mie opinioni personali.

Per cui gli insulti saranno scontati come avere personaggio di Lost preferito Locke.

La serie nasce con La maledizione della prima luna (2003), per la regia di Gore Verbinski; il film è basato su un’attrazione di Disneyland, e credo che questa pellicola abbia dato una grossa spinta alla successiva realizzazione di opere tratte da giochi in scatola (Battleship) e da veri e propri giocattoli (la serie Transformers).

Film immondi, tra l’altro.

Questa invece è una pellicola frizzante e orchestrata con cura, caratterizzata da un ritmo agile scandito da buone scene d’azione.
Ideale disimpegno senza scadere nel becero alla Friedberg & Seltzer.

Niente male anche sul fronte della critica, con cinque nominations agli Oscar, tra cui quella a Johnny Depp come miglior attore non protagonista (tenete bene a mente il “NON”, ci torneremo poi); nessun premio vinto, ma un film riconosciuto dai più come un’opera simpatica e ben fatta.

Importante anche l’apporto degli attori.
-Orlando Bloom e Keira Knightley formano una coppia di avventurosi innamorati ben assortita. Lui molto alla Errol Flynn, lei cerca di uscire dai canoni della ricca damigella in pericolo buttandoci dentro un po’ di carattere e caciara.
-Geoffrey Rush villain quasi simpatico oltre che carismatico, ben realizzata la schiera dei non morti.
-Depp interpreta Jack Sparrow, un trickster gioviale e scanzonato, il cui apporto è fonte continua di situazioni assurde e di comicità, risultando uno dei punti di forza del film.

Questo da NON protagonista (e dai).

jack sparrow capitano

Prendendo infatti spunto dal chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards (che interpreterà nei film seguenti Teague Sparrow, padre di Jack) e modificando molti aspetti del concept originale del personaggio, Depp si è immerso totalmente in questo pirata strampalato.
La parlantina facile (si ringrazia Fabio Boccanera, suo ottimo doppiatore italiano), la grande gestualità e l’andatura sbilenca da ubriacatura perenne fanno di lui bene o male una delle più recenti icone del cinema, che gran parte del pubblico conosce e apprezza.

Nonostante serie preoccupazioni da parte della Disney per la sua latente “gaiezza”.

jack sparrow gay

Ora però scattano due meccanismi piuttosto problematici, ossia l’effetto Matrix e la Sindrome di Fonzie.

L’effetto Matrix è quello per cui ad un film considerato e pensato originariamente come unico vengono aggiunti a distanza di anni dei sequel, in modo da fare della prima opera il capitolo iniziale di una serie.

Cioè appunto quello che è successo a Matrix.

Si potrebbe pensare: “Beh, ma qual è il problema?”
Il problema è che solitamente si vede lontano un miglio che il primo “capitolo” è un blocco a se stante con stile e qualità, mentre i successivi no, essendo stati partoriti alla bell’e meglio solo per amore dei Benjamin.

Cioè appunto quello che è successo a Matrix.

La Sindrome di Fonzie (di cui ho accennato anche QUI) consiste invece nel grande successo all’interno di un’opera di intrattenimento (serie televisiva, saga cinematografica, fumetto, saga letteraria o videogioco) di un personaggio considerato inizialmente secondario.
La conseguenza è che esso acquista sempre più spazio a discapito degli altri, tanto da diventare, degenerando, l’unica ragione di esistere dell’opera di cui fa parte, la quale che scade di qualità progressivamente.

Faccio a meno di spiegarvi cosa sia Happy Days, spero.

Effetto Matrix Sindrome di Fonzie (riguardo Jack Sparrow)= quello che vedrete da qui in poi.

Torniamo a bucanieri e galeoni.

Primo seguito: La maledizione del forziere fantasma (2006).
Poco da dire, dato che come (quasi) tutti i numeri 2 ha come unico scopo introdurre personaggi, situazioni e sottotrame che si concluderanno nel successivo episodio (vedi anche Lo Hobbit – La desolazione di Smaug), che di conseguenza è atteso dai fan come un porno con Melita Toniolo e  Nicole Minetti.

Un punto positivo di questo film è l’introduzione di Davy Jones, un villain interpretato da Bill Nighy molto sfaccettato e con la classica storia strappalacrime a fargli da background, cosa che lo rende un character crudele ma allo stesso tempo patetico.

jack sparrow davy jones

jack sparrow CGI

Il secondo film non è allo stesso livello del primo e ha qualche caduta di stile (il kraken? Ma che senso ha?), ma come già detto è difficilmente giudicabile, dato che è (sarebbe) l’antipasto che deve (dovrebbe) portare al piatto forte.

Condizionali casuali? Non credo proprio.

Si arriva allora al terzo episodio, Ai confini del mondo, uscito nel 2007.

Un film atroce.

Un inestricabile bordello dove tutte le sottotrame vanno a mischiarsi in quella brodaglia informe che dovrebbe essere la sceneggiatura, che abdica genuflettendosi in favore di scene d’azione sì spettacolari ma che hanno l’unica funzione di distrarre lo spettatore da contenuti scadenti.

Il nuovo cattivo principale è un personaggio dimenticabile ed incolore, che salta fuori dalla terra come un fungo e che ha lo stesso carisma di una palla di vetro con la neve all’interno.

Lo sviluppo dei personaggi è confusionario e superficiale, alcuni attori sono sprecatissimi (come ad esempio il neo entrato Chow Yun-Fat, utilizzato solo per ampliare il mercato della serie verso Oriente) e il nucleo della storia ha come vertice una tizia il cui personaggio (la sacerdotessa Tia Dalma) è semplicemente assurdo e non sta né in cielo né in terra.

jack sparrow tia dalma

La combinazione regia-fotografia sarà anche media per gli standard di un film di disimpegno (che sono bassissimi, per cui sai che roba) ma è come un pacchetto regalo esteticamente gradevole che contenga un portachiavi di plastica da due soldi.

E dato che (parafrasando Einstein) al mondo due cose sono infinite, ossia la stupidità umana e l’ossessione delle donne per i gatti, si può sempre affondare di più nel putrido.

Quindi vai col numero quattroOltre i confini del mare (2011).

Tutto ciò che ho appena detto per il terzo episodio va bene anche per questo quarto.

Se lo moltiplicate per dieci.

Musica, maestro: voodo, zombie, fonti della giovinezza, sirene, preti… penso che i contenuti del film siano stati decisi dal figlio settenne del regista Rob Marshall (che qui sostituisce Verbinski) passando un pomeriggio a tirare un dado a 10 facce.

Già che ci siamo ci mettiamo anche Penelope Cruz incinta, Ian McShane a sputtanarsi (cosa che farà anche in Biancaneve e il cacciatore), mandando in vacca oltre che se stesso pure il pirata realmente esistito Edward “Barbanera” Teach, spargiamo il tutto con un’immane stupidità di fondo e imbastiamo una trama che nei suoi punti fondamentali ricorda un po’ troppo La maledizione della prima luna. 

Cioè il quarto episodio di un franchise Disney copia dal primo episodio dello stesso franchise Disney che a sua volta è tratto da una giostra della Disney?

Disneynception!

jack sparrow sirene

Ma non temete, miei baldi giovani, perché è in lavorazione un quinto fondamentale e indispensabile episodio, dal nome Dead Men Tell No Tales (che in Italia verrà probabilmente tradotto ne I morti non parlano o in un qualche gioco di parole stupido).

Evviva!

Sullo stranotissimo tema principale della serie hanno orgasmato tutti, a me personalmente piace quello di Davy Jones.

E io concludo l’articolo con quello, pappappero.

Lost in La Mancha

La sagra della sfiga.

TRAMA: Documentario sulla realizzazione di The Man Who Killed Don Quixote, film di Terry Gilliam del 2000 mai completato a causa della serie infinita di intoppi durante la sua lavorazione.

RECENSIONE: Quando decidiamo di andare al cinema noi paghiamo il biglietto, prendiamo i pop corn e ci sediamo in sala per guardare uno spettacolo su uno schermo. Ma cosa c’è dietro alle immagini che vediamo? C’è il lavoro di tantissime persone, che sono uomini e donne prima che professionisti. L’emblema di quanto possa essere complicata, lunga e frustrante dal punto di vista tecnico e umano la realizzazione di una pellicola è ben rappresentata da questo intelligente documentario.

Terry Gilliam (Le avventure del Barone di Munchausen, Paura e delirio a Las Vegas, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo), ex membro del gruppo comico Monty Python (Dio li benedica) ha sempre avuto come tallone d’Achille paradossalmente il suo più grande pregio: la ricchezza delle sue idee unite a una mente vulcanica. Essendo così entusiasta riguardo ad un progetto (a questo in particolare) la difficoltà più grande per i suoi collaboratori è riuscire a stargli dietro e a capire come materialmente le sue idee possano prendere forma. Unendo questo a un uso del budget piuttosto disinvolto con sforamenti notevoli e quasi abituali, il risultato è il lavorare ad un film stando sempre sul filo del rasoio. Come alcuni suoi collaboratori affermano, “Terry vuole fare un film di Hollywood senza [i soldi di] Hollywood, ed è impossibile”; “Fare un film con Terry è come cavalcare un pony senza sella”.

Come nuvola nera di Fantozzi abbiamo attacchi di panico e problemi di salute del protagonista Jean Rochefort, contratti stipulati in maniera difficoltosa con altri attori, condizioni meteo “ballerine” per usare un eufemismo, improvviso taglio del budget di un quinto (da 40 milioni a 32) per la fuga all’ultimo minuto di uno dei produttori, jet che sorvolavano l’area e che rendevano l’audio incomprensibile e dulcis in fundo una sceneggiatura ambiziosa (anche troppo) con tanto di viaggi temporali. Il risultato: pochissimi minuti di girato con Rochefort e Johnny Depp (scelto come coprotagonista); per la cronaca Vanessa Paradis, scelta come coprotagonista femminile, ha solo fatto una prova costumi.

Un interessante documentario sia per gli addetti ai lavori sia per i semplici curiosi che vogliono sapere cosa stia dietro ad un film. Lost in La Mancha, una pellicola di sul cinema.

La voce narrante è dell’attore Jeff Bridges.

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