L'amichevole cinefilo di quartiere

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Cats


Oh-oh-oh-oddio che film di merda.

TRAMA: La storia dei gatti della tribù Jellicle, un gruppo eterogeneo formato da felini dai caratteri più diversi.
Tratto dal musical in due atti del 1981 composto da Andrew Lloyd Webber.

RECENSIONE:

Un tempo non amavo molto i gatti, ma ho cambiato idea dopo che la mia famiglia ne ha preso uno, poco meno di un anno fa.

Mi piace il mio gatto.

Sono contento di avere un gatto.




Questo film, incentrato sui gatti, mi ha fatto venire voglia di cavarmi gli occhi con un cacciavite arrugginito.

Questa versione filmica del celebre musical Cats è la peggior cosa capitata ai gatti dopo Vicenza: un’Epifania dell’orrido, che oltre a provocarmi convulsioni dal disgusto e farmi dubitare che il genere umano meriti una qualsiasi forma di redenzione per i propri peccati terreni, costituisce anche una delle pellicole più brutte che io abbia visto in vita mia.

E non voglio nemmeno lontanamente pensare a quale sia la concorrenza per entrare nella mia personale classifica mentale.

In questo film non ho trovato un singolo elemento che possa risultare vagamente passabile: per quanto le canzoni siano in gran parte anche orecchiabili e abbiano raggiunto una discreta fama grazie ai passaggi a Broadway dell’opera di appartenenza, la scelta di trasporre i personaggi in CGI rasenta il demenziale.

Avendo optato infatti per una rappresentazione simil-umanoide (riprendendo appunto la resa teatrale), la scelta di figurarli “nudi” o ancora peggio con pellicce che non si comprende bene se facciano parte del loro corpo o siano solo indumenti fa scemare già a primo impatto tutta l’interessante particolarità di persone in costume animalesco, rendendo invece i gatti di Jellicle dei malcagati aborti lovecraftiani.

Il tanto dibattuto problema della resa visiva è infatti dipeso dall’ibridazione dei modelli relativi ai personaggi: invece di apparire come degli esseri umani animalizzati, essi sembrano molto più dei felini umanoidi, un aspetto che, oltre a renderli estremamente artificiosi, a giudicare dai commenti generali ha causato nella maggior parte del pubblico un fastidio ed un’inquietudine piuttosto forti.

Non aiuta minimamente avere inserito nelle coreografie dei numeri musicali delle movenze gattesche che rendono questi sgorbi cronenberghiani ancor più intimamente disturbanti di quanto già le loro apparenze non facciano, mostrando inoltre come questi… boh… “esseri” interagiscano sovente tra loro con un sottotesto sessuale ed orgiastico così esplicito che farebbe impallidire il Caligola di Tinto Brass.

L’ambientazione in cui operano queste figure partorite dalla mente di un folle è peraltro completamente sballata: vuoi per una sovradimensione che enfatizza le proporzioni ridotte dei mici, vuoi per un’esagerazione filmica che la rende palesemente irrealistica e simile ad un set teatrale cangiante, tutto il background scenico è un uppercut di Mike Tyson nell’occhio dello spettatore.
Indipendentemente da uno stile grafico o meno, non esiste che nell’Anno del Signore 2020 ci si ritrovi di fronte ad un film costato quasi cento milioni di dollari che abbia una resa grafica paragonabile ad un videogioco della Playstation 3.

Console messa in commercio nel 2006.

Non aiuta nemmeno (e dagli) che la trama in senso stretto sia praticamente inesistente: un susseguirsi inutilmente eterno di nuovi personaggi che si presentano in scena uno alla volta cantando una canzone che evidenzia i loro uno/due lati peculiari.

Il gatto goloso e vanesio, quello sciupafemmine, quella abituata alla vita domestica, i due ladri, il mago dilettante… personaggi senz’anima e senza uno sviluppo psicologico minimamente approfondito e che, agghindati come mostri de L’isola del dottor Moreau, deliziano (più o meno…) lo spettatore con qualche minuto di frizzi e lazzi prima di finire auspicabilmente nel suo dimenticatoio mentale.

Poco da dire sui numeri musicali in sé, escludendo il comparto visivo che li accompagna: sono le celebri canzoni di Cats ornate di una cornice mal fatta ed oscena.

Spicca come una cattedrale nel deserto Jennifer Hudson e la sua Memory, eseguita così passionalmente da stonare con il tono raccapricciante del resto.
Una canzone struggente e commovente, piagata purtroppo dalla fredda computer grafica che oltre a rendere la Hudson più simile ad una donna barbuta freak che ad un gatto ammanta di ridicolo involontario una performance altrimenti di alto livello.


Piacevoli altre canzoni, come Mungojerrie and Rumpleteazer eseguita con discreto brio, mentre l’interpretazione di Macavity da parte di Taylor Swift nei “panni” di Bombalurina farà spellare le mani agli amanti dei furries, purtroppo non per gli applausi.

Dispiace sinceramente assistere a come dei bravi attori del calibro di Idris Elba, Judi Dench o Ian McKellen vengano buttati totalmente allo sbaraglio in un’opera malfatta; imbrigliati in vesti feline abominevoli che non permettono alla loro abilità interpretativa di risultare nulla meno che grottesca, non essere riusciti a mettere nelle condizioni di lavorare al meglio dei signori professionisti è un atto di lesa maestà.

Spero se non altro che il disastro inverecondo che è questa tragedia su pellicola non danneggi le dotate compagnie teatrali che da decenni mettono in scena con successo un musical che ha fatto la storia del genere.

Mike Myers ne Il gatto… e il cappello matto al confronto sembra una visione paradisiaca dantesca.




Ok, magari no.

Se ne sentiva parlare molto male dagli States, in cui uscì nelle sale prima rispetto all’Europa, ma dopo averlo visto devo dire che questo film è veramente una vaccata allucinante.

Una vera… GATTASTROFE!

No, eh…?

Lasciamo perdere…

Skyfall

J.B. is back.

TRAMA: Mentre James Bond risulta disperso, l’identità degli agenti segreti della NATO è stata resa nota. Nel momento di maggior bisogno d’aiuto Bond ricompare e viene incaricato di cercare il responsabile: il pericoloso criminale Raoul Silva.

RECENSIONE: 23° capitolo della saga dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà, nato nel 1952 dalla penna dello scrittore inglese Ian Fleming, il terzo con protagonista Daniel Craig dopo Casino Royale (2006) e Quantum of Solace (2008). Il film festeggia degnamente le 50 candeline del personaggio, risultando un bell’ action – spy – movie con un ritorno agli elementi cardine della saga e allo stesso tempo con un’innovazione tecnologico-sociale resasi ovviamente necessaria; in questo caso gli stereotipi non sono un male, in primis perché come già detto contribuiscono a creare l’effetto “ritorno alle origini”, e poi perché grazie a Dio mancano quelli più irritanti (tipo il classico personaggio secondario afroamericano che muore a metà film): come direbbe il buon Proust è come annusare il celebre drink di Bond, un Martini secco agitato non mescolato con bicchieri ghiacciati non assiderati, preparato da un barista indonesiano, non polinesiano, con le cannucce di plastica, ma non pieghevoli, e immergersi nei ricordi. La regia di Sam Mendes (5 Oscar, tra cui miglior regia per American Beauty (1999), Era mio padre (2002)) si destreggia sia nelle sequenze d’azione, numerose ma non stancanti come è stato in alcuni casi per la saga di Mission: Impossible (l’ultimo capitolo è da evitare come la peste) sia nei dialoghi con primi piani a go-go e battute taglienti, riuscendo a mantenere al film un contegno senza abbandonarsi a inutili sbrodolate o iperboli senza senso logico. Craig (presente anche in Millennium – Uomini che odiano le donne di Fincher, Le avventure di Tintin di Spielberg e Cowboys & Aliens di un cialtrone) non ha la classe di Sean Connery e non è un allegro puttaniere alla Roger Moore, ma in una versione moderna della saga ci sta come il cacio sui maccheroni, nonostante le perplessità iniziali di critica e pubblico dopo essere stato scelto per far ripartire la serie: zompa, spara, corre, schiva, potenzia l’arma, sale di livello e arriva al checkpoint. Il suo avversario è il biondo crinito Javier Bardem (Carne tremula (1997), Mare dentro (2004), Oscar come non protagonista per Non è un paese per vecchi (2008)), avvezzo ormai alle capigliature improbabili, che nonostante la sua prima apparenza alla Enzo Paolo Turchi incarna un personaggio con tantissime sfaccettature interiori, riuscendo però a rappresentare allo stesso tempo l’icona del cattivo alla James Bond: ricco come zio Paperone, cattivo come Montero e con alle spalle un machiavellico piano a più livelli. Naomie Harris (ex sacerdotessa Tia Dalma nei capitoli 2 e 3 della saga Pirati dei Caraibi) riscatta in parte il ruolo iper maschilista della Bond girl, il cui unico scopo da decenni è farsi chiavare dalla spia, con un personaggio femminile forte e che non ha funzione di soprammobile. Judi Dench riprende il ruolo di M, capo di Bond, brevi apparizioni di Albert Finney e Ralph Fiennes, che prima si scrollerà di dosso il personaggio di Voldemort meglio sarà. Fotografia di Roger Deakins, che ha lavorato a tutti i film dei Coen, con un ottimo uso delle varie location del film, e musiche dell’esperto Thomas Newman che fanno da buon corollario all’aspetto visivo della pellicola. Adatto ad appassionati e non.

Marigold Hotel

TRAMA: 7 inglesi over 60 decidono per vari motivi di passare una vacanza in un hotel da sogno in India: viaggio e soggiorno riserveranno a tutti loro grosse sorprese.

RECENSIONE: Commedia carina per la regia di John Madden, che nel 1999 sbancò gli Oscar con Shakespeare in Love, vincendone 7 di cui quello per il miglior film. Nutrito cast british di vecchietti pimpanti in cui è stato racchiuso il top degli inglesi stagionati (Maggie Smith, Tom Wilkinson, Judi Dench, Bill Nighy) più il giovane ed ex Millionaire Dev Patel, molto simpatico ed esilarante nei suoi discorsi; l’inizio è scoppiettante, sorretto soprattutto dalla sarcastica e acida Smith (ex McGranitt della saga di Harry Potter), odiosa e apertamente razzista, riesce a regalare perle di politically uncorrect molto spontanee; Dench abbandona i panni della matrona per inserirsi piuttosto bene in un contesto corale affiatato, Wilkinson è una sicurezza come le zanzare in Pianura Padana e Nighy è (stranamente) sotto le righe: il contrasto con i suoi personaggi fuori di testa di I Love Radio Rock e Love Actually è radicale. L’India colorata e da cartolina è presente, con i suoi bambini, il suo casino, il suo cibo e le sue luci; il film è comunque parco dei luoghi comuni più stucchevoli, come elefanti e vacche sacre. Nella parte centrale la pellicola perde colpi (a una certa età capita 😉 ) ma riesce a riscattarsi in parte nel finale mantenendo la vena comica che la percorre interamente aggiungendo il sentimento e la riflessione, in modo comunque non patetico. La storia d’amore di Patel con la sua fanciulla è resa in modo non sorprendente ma fresco e si armonizza bene nel contesto generale di andro/menopausa. Nel complesso non male.

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