L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Dench’

Skyfall

J.B. is back.

TRAMA: Mentre James Bond risulta disperso, l’identità degli agenti segreti della NATO è stata resa nota. Nel momento di maggior bisogno d’aiuto Bond ricompare e viene incaricato di cercare il responsabile: il pericoloso criminale Raoul Silva.

RECENSIONE: 23° capitolo della saga dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà, nato nel 1952 dalla penna dello scrittore inglese Ian Fleming, il terzo con protagonista Daniel Craig dopo Casino Royale (2006) e Quantum of Solace (2008). Il film festeggia degnamente le 50 candeline del personaggio, risultando un bell’ action – spy – movie con un ritorno agli elementi cardine della saga e allo stesso tempo con un’innovazione tecnologico-sociale resasi ovviamente necessaria; in questo caso gli stereotipi non sono un male, in primis perché come già detto contribuiscono a creare l’effetto “ritorno alle origini”, e poi perché grazie a Dio mancano quelli più irritanti (tipo il classico personaggio secondario afroamericano che muore a metà film): come direbbe il buon Proust è come annusare il celebre drink di Bond, un Martini secco agitato non mescolato con bicchieri ghiacciati non assiderati, preparato da un barista indonesiano, non polinesiano, con le cannucce di plastica, ma non pieghevoli, e immergersi nei ricordi. La regia di Sam Mendes (5 Oscar, tra cui miglior regia per American Beauty (1999), Era mio padre (2002)) si destreggia sia nelle sequenze d’azione, numerose ma non stancanti come è stato in alcuni casi per la saga di Mission: Impossible (l’ultimo capitolo è da evitare come la peste) sia nei dialoghi con primi piani a go-go e battute taglienti, riuscendo a mantenere al film un contegno senza abbandonarsi a inutili sbrodolate o iperboli senza senso logico. Craig (presente anche in Millennium – Uomini che odiano le donne di Fincher, Le avventure di Tintin di Spielberg e Cowboys & Aliens di un cialtrone) non ha la classe di Sean Connery e non è un allegro puttaniere alla Roger Moore, ma in una versione moderna della saga ci sta come il cacio sui maccheroni, nonostante le perplessità iniziali di critica e pubblico dopo essere stato scelto per far ripartire la serie: zompa, spara, corre, schiva, potenzia l’arma, sale di livello e arriva al checkpoint. Il suo avversario è il biondo crinito Javier Bardem (Carne tremula (1997), Mare dentro (2004), Oscar come non protagonista per Non è un paese per vecchi (2008)), avvezzo ormai alle capigliature improbabili, che nonostante la sua prima apparenza alla Enzo Paolo Turchi incarna un personaggio con tantissime sfaccettature interiori, riuscendo però a rappresentare allo stesso tempo l’icona del cattivo alla James Bond: ricco come zio Paperone, cattivo come Montero e con alle spalle un machiavellico piano a più livelli. Naomie Harris (ex sacerdotessa Tia Dalma nei capitoli 2 e 3 della saga Pirati dei Caraibi) riscatta in parte il ruolo iper maschilista della Bond girl, il cui unico scopo da decenni è farsi chiavare dalla spia, con un personaggio femminile forte e che non ha funzione di soprammobile. Judi Dench riprende il ruolo di M, capo di Bond, brevi apparizioni di Albert Finney e Ralph Fiennes, che prima si scrollerà di dosso il personaggio di Voldemort meglio sarà. Fotografia di Roger Deakins, che ha lavorato a tutti i film dei Coen, con un ottimo uso delle varie location del film, e musiche dell’esperto Thomas Newman che fanno da buon corollario all’aspetto visivo della pellicola. Adatto ad appassionati e non.

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Marigold Hotel

TRAMA: 7 inglesi over 60 decidono per vari motivi di passare una vacanza in un hotel da sogno in India: viaggio e soggiorno riserveranno a tutti loro grosse sorprese.

RECENSIONE: Commedia carina per la regia di John Madden, che nel 1999 sbancò gli Oscar con Shakespeare in Love, vincendone 7 di cui quello per il miglior film. Nutrito cast british di vecchietti pimpanti in cui è stato racchiuso il top degli inglesi stagionati (Maggie Smith, Tom Wilkinson, Judi Dench, Bill Nighy) più il giovane ed ex Millionaire Dev Patel, molto simpatico ed esilarante nei suoi discorsi; l’inizio è scoppiettante, sorretto soprattutto dalla sarcastica e acida Smith (ex McGranitt della saga di Harry Potter), odiosa e apertamente razzista, riesce a regalare perle di politically uncorrect molto spontanee; Dench abbandona i panni della matrona per inserirsi piuttosto bene in un contesto corale affiatato, Wilkinson è una sicurezza come le zanzare in Pianura Padana e Nighy è (stranamente) sotto le righe: il contrasto con i suoi personaggi fuori di testa di I Love Radio Rock e Love Actually è radicale. L’India colorata e da cartolina è presente, con i suoi bambini, il suo casino, il suo cibo e le sue luci; il film è comunque parco dei luoghi comuni più stucchevoli, come elefanti e vacche sacre. Nella parte centrale la pellicola perde colpi (a una certa età capita 😉 ) ma riesce a riscattarsi in parte nel finale mantenendo la vena comica che la percorre interamente aggiungendo il sentimento e la riflessione, in modo comunque non patetico. La storia d’amore di Patel con la sua fanciulla è resa in modo non sorprendente ma fresco e si armonizza bene nel contesto generale di andro/menopausa. Nel complesso non male.

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