L'amichevole cinefilo di quartiere

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Amici come prima


Con Cinepanettone si indicano alcuni film comico-demenziali di produzione italiana destinati a uscire nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio.
Il neologismo, comparso stabilmente nei media in lingua italiana sul finire del 1997, fu originariamente coniato in senso dispregiativo dai critici cinematografici per indicare quei film natalizi – da cui il riferimento a uno dei dolci italiani tradizionali per questa festività, il panettone – di grande diffusione pubblica e ritenuti al tempo a vocazione principalmente commerciale; in special modo le commedie della coppia Boldi-De Sica, che si caratterizzano per una certa tendenza a ripetersi nella trama e nelle situazioni, per il tipo di comicità a buon mercato, per una greve volgarità nonché, ciononostante, per i grandi incassi nelle sale italiane.
Ben presto, tuttavia, il neologismo è diventato di uso comune e ha perso in parte la sua connotazione negativa, al punto che gli stessi attori e autori hanno preso a indicare le loro opere con questo nome.

TRAMA:
Quando parte delle quote societarie di un hotel milanese di lusso vengono cedute a un gruppo cinese, lo storico direttore dell’albergo viene licenziato in tronco dalla figlia del proprietario della struttura.

Rimasto senza un lavoro e senza risparmi, travestendosi da donna riesce a farsi assumere sotto mentite spoglie proprio come badante del suo ex datore di lavoro.

RECENSIONE:


Vi ripeto, signori, che la vostra inchiesta è inutile.


Trattenetemi qui per sempre, se volete; rinchiudetemi o giustiziatemi, se proprio vi occorre una vittima per propiziare l’illusione che chiamate giustizia, ma non posso dichiarare più di quanto abbia già fatto.

Ho raccontato in perfetta sincerità tutto quello che ricordo: non ho cambiato né nascosto niente, e se c’è qualcosa che rimane nel vago è perché la mia mente è obnubilata: l’esperienza che ho avuto è orribile e l’orrore è ancora avvolto nel mistero.

Vi ripeto che non so che cosa sia successo a Serenate, anche se credo – spero – che egli si trovi ormai nella pace dell’oblio, ammesso che una simile condizione esista.


È vero che per quasi trent’anni sono stato il suo più caro amico e ho condiviso con lui, almeno in parte, le terribili ricerche nel campo del cinema; non negherò, sebbene la mia memoria sia incerta e lacunosa, che il vostro testimone possa averci visti insieme su un’auto, alle nove e mezza di quella terribile notte, diretti alla multisala.

Ma di quello a cui abbiamo assistito poi, e del motivo per cui, la mattina dopo, mi hanno trovato solo sul bordo della strada, devo insistere che non so niente a parte quello che ho già ripetuto tante volte.

Dite che nessun film, nel presente o nel passato, corrisponde alla pellicola da me descritta; vi rispondo che so soltanto quello che ho visto.


Sarà stato un incubo, un’apparizione: spero che si riduca tutto a questo, ma è esattamente ciò che ricordo da quando ci immergemmo nel buio della sala.
Sono stati momenti terribili, e non so assolutamente perché Serenate non sia tornato… Lui o la sua ombra, o quel film orrendo che non posso descrivere…

Come ho già detto, gli eccentrici interessi di Serenate mi erano noti e in parte familiari. Possedeva una vasta raccolta di libri rari su argomenti cinematografici. Quanto alla natura dei suoi studi… devo dire ancora una volta che non li capivo fino in fondo? Ora mi sembra una grazia, perché si trattava di cose terribili in cui mi addentravo più per una sorta di riluttante fascinazione che per trasporto naturale. Ricordo il gelo che provai, la notte prima della disgrazia, nel vedere la sua espressione quando mi espose la teoria del perché nel cinema certi filoni non si corrompono, ma rimangono floridi e redditizi nelle sale anche per decenni.


Adesso non mi sorprende più, perché penso che abbia conosciuto orrori che non riesco nemmeno a immaginare.


Adesso temo per lui.


Ancora una volta ripeto che non ho un’idea precisa di quale fosse il nostro scopo quella notte. Certo aveva a che fare col blog che Serenate gestiva, l’antico sito web in caratteri indecifrabili che aveva iniziato a redigere ormai sei anni prima, ma giuro che non so che cosa si aspettasse di scoprire.

Il luogo era un cinema così pieno di pubblico occasionale che metteva i brividi. Su tutto regnava un odore indefinibile che le mie assurde fantasie associavano alla putrefazione della materia cerebrale. Dappertutto si vedevano i segni dell’abbandono e della decrepitezza, e avevo l’impressione che Serenate ed io fossimo i primi esseri senzienti a invadere un regno di idiozia che durava da decenni.


Il mio primo atto nella terribile sala, a quanto ricordo, fu di fermarmi con Serenate davanti a una barista semidimenticata. Non ci fu bisogno di parlare, perché il luogo e il compito che ci aspettava sembravano noti, e senza aspettare prendemmo i popcorn e cominciammo a chiacchierare.

Dopo averne mangiati l’intera scatola, che consisteva in un’immenso bicchiere di cartone, facemmo qualche attimo di silenzio per esaminare le pareti zeppe di poster nel loro complesso, e penso che Serenate facesse alcune riflessioni mentali.

Poi tornò al blog sul cellulare e, usando le dita come piccoli martelletti, cercò di preparare la base della recensione che prendeva forma sullo schermo, cercando una metafora portante che facesse da colonna vertebrale all’articolo. Non ci riuscì e mi pregò di aiutarlo. Finalmente le nostre forze unite trovarono un’idea, di cui discutemmo e che mettemmo da parte.


Intanto i piccoli schermi del locale rivelarono i trailer, da cui si spanse un’imbecillità così disgustosa che distogliemmo lo sguardo inorriditi. Dopo un momento, tuttavia, lo guardammo di nuovo e scoprimmo che la loro deficienza era meno insopportabile.

A questo punto ricordo il nostro scambio verbale: Serenate mi apostrofò a lungo, con la sua voce per niente turbata dal film spaventoso che ci attendeva. «Mi dispiace doverti chiedere di restare fuori dalla sala» disse «ma sarebbe un crimine permettere a qualcuno che ha nervi fragili come i tuoi entrare qui. Né le tue esperienze, né quello che ti ho raccontato possono darti un’idea di quello che dovrò vedere. È un lavoro da masochisti, e dubito che possa esser fatto da uno che non abbia nervi d’acciaio senza perdere la ragione o addirittura la vita; non voglio offenderti, lo sa il cielo se non mi farebbe piacere averti accanto, ma in un certo senso la responsabilità è mia e non posso portare un fascio di nervi come te a quella che sarebbe la morte o la pazzia. Ti dico che non immagini di che si tratta! Prometto di tenerti informato di ogni mossa attraverso il telefono: come vedi ho abbastanza campo da poter arrivare al centro della terra e tornare indietro!»


Ricordo ancora quelle parole pronunciate con freddezza e ricordo le mie proteste. Ero disperatamente ansioso di accompagnare il mio amico nelle profondità dell’idiozia audiovisiva, ma lui fu inflessibile. Una volta minacciò di abbandonare la serata se avessi insistito: minaccia che si rivelò efficace perché lui aveva le chiavi dell’automobile.


Ricordo molto bene tutto questo, anche se non so più cosa fosse ciò a cui puntavamo.


Dopo essersi assicurato che, mio malgrado, non lo avrei seguito, Serenate prese il suo biglietto e preparò il cellulare. A un suo cenno presi il telefono e sedetti su una vecchia sedia scolorita, vicino al ragazzo che strappava i biglietti.
Poi mi strinse la mano, si mise il cellulare in tasca e scomparve nell’indescrivibile nugolo di persone in fila per lo strappo del foglietto stampato. Per un attimo continuai a vedere il profilo della sua testa; ma la figura scomparve all’improvviso e il contatto visivo finì presto: probabilmente aveva voltato un angolo.

Ero solo, ma collegato con le profondità dell’abisso attraverso la connessione internet il cui simbolo si stagliava sul mio schermo telefonico sotto le luci della sala d’attesa, giallastre. Nel silenzio la mia mente concepiva le più macabre fantasie, e i grotteschi cartonati sembravano assumere una loro orribile personalità, una vita senziente.


Ombre amorfe si annidavano nei recessi più scuri dell’antisala dalle piastrelle e s’aggregavano, in una specie di processione rituale, dietro i banconi del bar; ombre che, fra l’altro, non potevano essere proiettate da fari così intensi. Ogni tanto consultavo l’orologio alla luce dei neon e accostavo l’orecchio, più ansioso che mai, al telefono, ma per più di un quarto d’ora non sentii niente. Poi sentii una debole vibrazione e chiamai il mio amico con voce tesa.


Per apprensivo che fossi, non ero preparato alle parole che uscirono dal ricevitore né al tono di Serenate, il più allarmato e incoerente che gli avessi mai sentito. L’uomo che poco prima mi aveva lasciato con tanta impassibilità, ora mi parlava in un balbettio a fior di labbra che faceva più effetto di un urlo: «Dio, se potessi vedere quello che sto vedendo io!». Non riuscii a rispondere: senza parole, non mi restava che aspettare. Poi tornarono le sillabe spezzate: «È terribile… mostruoso… incredibile!».


Stavolta la voce non mi tradì e feci una serie di domande concitate. Ma soprattutto continuavo a ripetere: «Serenate, che cos’è? Che cos’è?». La voce del mio amico era rauca dalla paura e ora, credetti, incrinata di disperazione: «Non posso dirtelo! È troppo al di là di quello che possiamo concepire… Non oso dirtelo, nessuno può saperlo e continuare a vivere! Gran Dio, non avrei mai immaginato QUESTO!».

Di nuovo silenzio, a parte il mio torrente di domande incoerenti e paurose. Poi la voce di Serenate, nell’abisso della più nera costernazione: «Per l’amor di Dio, alzati e scappa finché sei in tempo! Presto, lascia perdere tutto e corri via da qui… è la tua unica possibilità! Fai come ti dico e non chiedermi di spiegarti!».


Avevo sentito, eppure non riuscii a far altro che ripetere le mie domande concitate. Ero circondato dalle locandine, dai tavolini e dalle sedie; al di là di quella sala d’attesa covava un pericolo che andava oltre il potere dell’immaginazione umana. Ma il mio amico correva rischi maggiori dei miei, e nonostante la paura provai il rimorso che potesse giudicarmi capace d’abbandonarlo in quelle circostanze. Altri disturbi, poi un grido pietoso di Serenate: «Squagliatela! Per l’amor di Dio, metti giù quella lastra e squagliatela!».


C’era qualcosa, nello slang infantile di quell’uomo evidentemente fuori di sé, che stimolò le mie facoltà. Presi una decisione e gridai: «Serenate, coraggio! Vengo anch’io!». Ma a questa proposta il suo tono degenerò nella disperazione: «Non farlo, non puoi capire! È troppo tardi ed è colpa mia. Alzati e scappa… non c’è nient’altro che tu o chiunque altro possa fare!».

Il tono cambiò di nuovo, acquistando stavolta toni più moderati; sembrava rassegnato, al di là di ogni speranza, ma ancora capace di preoccuparsi per me. «Fai presto, finché sei in tempo!» Cercai di non dargli retta, di vincere la paralisi che mi stringeva e mantenere la promessa di aiutarlo. Ma il suo prossimo bisbiglio mi trovò ancora imprigionato dalle catene dell’orrore. «Fai presto! È tutto inutile… devi andare… Meglio uno che due… il blog…» Una pausa, altri disturbi e poi la voce debolissima di Serenate: «Ormai è quasi finita… non rendere le cose più difficili… alza quel maledetto culo e salvati la vita… Stai perdendo tempo… Addio, non ci rivedremo più».


Qui i sussurri di Serenate si trasformarono in un lamento, poi il lamento diventò un urlo carico del terrore di tutti i tempi… «Maledizione a quelle cose infernali… legioni… Mio Dio! Squagliatela, squagliatela, squagliatela!»


Poi fu il silenzio.

Non so per quanti secoli rimasi impietrito dov’ero, borbottando o gridando al telefono. Più volte, in quel periodo interminabile, sussurrai, implorai, urlai: «Serenate! Serenate, rispondimi, sei là?».

Poi venne l’orrore supremo, la cosa inconcepibile e quasi irriferibile.


Ho detto che dopo l’ultimo urlo di Serenate sembrarono passare secoli e che solo le mie grida rompevano l’orribile silenzio. Ma dopo un poco il ricevitore trasmise un’altra vibrazione e io tesi le orecchie per ascoltare. Gridai ancora: «Serenate, sei là?» e in risposta sentii la frase che mi ha oscurato il cervello.

Signori, non cercherò di spiegare cosa fosse, a chi appartenesse quella voce, né cercherò di descriverla bene, perché le prime parole mi fecero perdere conoscenza e crearono un vuoto mentale che si dissolse un poco solo quando mi ripresi in ospedale.


Dirò che era profonda, rauca, tremolante, remota, ultraterrena, inumana, scorporata? A che servirebbe? Fu la fine della mia esperienza, come è la fine di questa storia.


La sentii e persi contatto con il mondo, la sentii mentre stavo pietrificato in quel cinema conosciuto, fra i cartonati cadenti e i poster rovinati, i bicchieri di Pepsi marciti e la puzza di popcorn.


La sentii con chiarezza, dal profondo della maledetta sala aperta, mentre guardavo ombre amorfe e necrofaghe danzare sotto un’orribile falce di luna. E questo è ciò che disse:




«MA CHE È ‘STA CAFONATA?!»

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