L'amichevole cinefilo di quartiere

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Joker (film 2019)


“Ride bene chi ride ultimo” (proverbio popolare, origine sconosciuta): mai cantar vittoria prima dell’epilogo di una vicenda; meglio ridere o gioire di un evento quando lo stesso si è concluso, onde evitare spiacevoli sorprese.

TRAMA: 1981. In una Gotham City sempre più preda del degrado e della disuguaglianza sociale, Arthur Fleck è un individuo profondamente alienato che vive in un appartamento dei bassifondi: oltre a una perenne depressione, l’uomo soffre di un raro disturbo che gli provoca improvvisi e incontrollabili attacchi di risate…

RECENSIONE:

Diretto da quel Todd Phillips che si è fatto un nome principalmente nell’ambito delle commedie demenziali, Joker è un’efficace cinecomic che cinecomic non è, essendo estremamente sui generis e non possedendo praticamente nulla di fumettoso se non i nomi di personaggi celebri.
Joker opta infatti per una scelta molto coraggiosa in proporzione al clamore trasportato dal suo stesso nome: sostituire il materiale per sua natura camp dell’opera cartacea con un interessantissimo spaccato sociale che va a mostrare un assunto tanto banale quanto veritiero.

L’ambiente influenza enormemente l’individuo.

La società che vede come suo campo di battaglia la caotica e degradata Gotham City è infatti un bieco Victor Frankenstein ormai preda dei propri deliri megalomani: prima gioca con le sue creature tentando di spingere la propria stessa capacità creatrice e plasmatrice verso nuovi ed estremi orizzonti, per poi additare gli abbietti figli di tale opera contro natura come “mostri”, esseri da evitare ed emarginare per la salute degli individui “normali”, concetto quantomai relativo.

Ed è proprio qui che va ad inserirsi il protagonista del film.

Il buffone allo sbando Arthur Fleck è un’anima in pena che lo stesso concilio dei propri simili non tenta di risollevare dal un destino apparentemente segnato di grettezza e sciatteria.
Piagato dai propri patemi psicofisici (corpo debole ed emaciato come a simboleggiare l’assenza della vir necessaria ad un riscatto umano, mente dipendente dagli psicofarmaci e di conseguenza non in possesso della lucidità necessaria per anticipare coerentemente il pensiero all’azione) e costretto in un mondo che in fondo non gli appartiene, Arthur soffre.

Soffre perché svolge un lavoro che adora visceralmente, ma che gli preclude sbocchi per una carriera migliore.
Pur portando gioia ai piccini in un ospedale infantile, Arthur sogna il palco, le luci, la ribalta; il suo desiderio più vivido è che la sua arte comica possa arrivare al maggior numero di persone possibile, e che il suo scopo nel piano dell’esistenza diventi quello di portare felicità e gioia al prossimo.

Soffre perché è emarginato: dagli altri clown suoi colleghi, che lo considerano uno svitato inquietante; dalle donne, che per ovvi motivi non lo inquadrano come individuo attraente; da sua madre, che lo confina in uno stato quasi infantile nel suo costringerlo suo malgrado a starle vicino nella malattia; infine dal suo stesso idolo, che vede come obiettivo siderale irraggiungibile.

Se il personaggio clownesco e malvagiamente ridanciano, che il pubblico ha imparato a riconoscere come nemesi di Batman attraverso decenni di lotte senza esclusioni di colpi, è solitamente rappresentato quale archetipo della follia, il Fleck di Joker è invece la manifestazione carnale della sofferenza.

Ciò porta il piano rappresentativo da quello grottesco (un criminale psicopatico che si traveste da pagliaccio, a simboleggiare il contrasto manicheo tra il bene della risata e l’empietà delle azioni malvagie) a quello empatico (un individuo angustiato e angariato, verso cui lo spettatore possa provare un sensibile trasporto emotivo.

Eccellente in tal senso si colloca una fotografia magistrale, in cui nulla viene lasciato al caso (soprattutto per quanto riguarda simmetrie ed utilizzo del colore), che azzecca il tiro rendendo la messa in scena efficace e visivamente accurata senza risultare pretenziosa.

La descensio ad inferos di un ultimo e di un disgraziato non è solo individuale ma anche collettiva, con l’individuo povero che si inserisce in un clima di tensione sociale verso i ricchi (esemplificati attraverso i vestiti eleganti e gli interessi colti come il teatro) da parte di coloro che come lui patiscono le avversità dovute alla bassezza del ceto sociale e delle relative ristrettezze economiche.

Thomas Wayne in questo senso è il moloc: un essere spietato che scruta il mondo sottostante con la superbia conferitagli dalla propria torre d’avorio, ignaro e totalmente avulso alle sofferenze di coloro grazie ai quali è riuscito a costruire l’impero economico che della sua famiglia porta il nome.

Joaquin Phoenix è magistrale nell’incarnare la debolezza fisica e mentale di un uomo trattato come un punching ball da una vita di dolori e privazioni; corpo snello e ossuto, sguardo di rara intensità emotiva, Phoenix caratterizza Fleck come un povero Cristo che la vita tramuta in bomba pronta ad esplodere: un fuoco d’artificio che aspetta solo di detonare in un’apoteosi di colore e rumore dopo un percorso rettilineo verso il cielo.

Al suo fianco una Frances Conroy fragile come un fuscello, costretta al domicilio a causa di una malattia invalidante che paradossalmente castra ancora di più Arthur, costretto quindi in una prigione casalinga.
Pur volendo molto bene al figlio, proprio il suo comportamento gli è dannoso, non capendo a fondo quale sia la via giusta per aiutare Arthur a trovare il barlume di felicità che ella stessa aneli per lui.

Robert De Niro gigione ed istrione, in un ruolo che prende palesemente spunto da Re per una notte di Scorsese (in cui il ruolo del presentatore era sulle spalle di Jerry Lewis), elemento ironico considerato quanto a sua volta Joker tragga spunto da Taxi Driver.

Joker si dimostra in conclusione un’opera maiuscola, avente come pregio principale considerare solo come un mero punto di partenza uno dei personaggi più iconici dei fumetti, utilizzandolo però senza adagiarsi sulla sua popolarità, ma per veicolare una storia dinamica mai così cruda e vera.

Non imprigionata nelle pagine patinate di una rivista, ma viva e carnale in un’esposizione cinematografica emotivamente potente quanto stilisticamente raffinata ed apprezzabile.

Consigliato.

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Il grande match

il grande matchAi miei tempi qui era tutta campagna.

TRAMA: Due vecchi pugili, rivali da decenni, decidono di sfidarsi un’ultima volta sul ring in un epico scontro. Con l’età ormai avanzata rimettersi in forma non sarà semplice.

RECENSIONE: Una delle domande che tormenta la vita di molte persone di sesso maschile è: “Cos’è che agli occhi delle donne ci rende dei VERI uomini e ci permette di conquistarle?”
Mostrare una virile determinazione in quello che facciamo? Ispirare sicurezza? Avere carisma?
No, FARE A MAZZATE.

Molti sceneggiatori cinematografici ormai si affidano in fase di scrittura alla legge socio-culturale denominata “Teorema di Spencer e Hill” (dal cognome dei due teorizzatori), che afferma che per fare colpo sulle donne devi essere fisicamente in grado di malmenare il prossimo, dimostrando in questo modo la tua superiorità fisico-biologica sugli altri.

Ora, io voglio essere chiaro.
Non sto dicendo (e non penso) che i qui presenti Stallone e in maniera molto minore De Niro (o anche altri attori del genere action) siano stupidi a curare il loro fisico anche arrivati ad un’età venerabile, questa è una loro scelta.
Anzi, in un certo senso gli fa onore, beati loro che arrivati a settant’anni riescono ancora a fare il proverbiale “culo a strisce” a un sacco di trentenni.

Ciò che ritengo francamente imbecille è che si realizzino ancora pellicole dove tali attori interpretano dei personaggi basati sul fisico.
Non pretendo (e molto probabilmente non mi piacerebbe nemmeno) che Sly, Schwarzy o altri iniziassero a fare sofisticate commedie romantiche, però neanche opere squallide come questa dove si ride palesemente e pesantemente DI loro, e non CON loro.

Per la regia di Peter Segal, Il grande match diventa quindi più che una “operazione nostalgia” una “operazione tristezza a palate”, con vecchie glorie del cinema che si trascinano stancamente; due baldanzosi vecchietti che nonostante la loro età anagrafica consigli di segarli a metà per contarne gli anelli concentrici si comportano da giovanotti.
Tipo Piero Pelù praticamente.

Per cui tutti sul ring, incuranti di acciacchi e malanni come il nervo sciatico in fiamme, l’osteoporosi galoppante, la prostata grossa come una pallina da ping pong, il gomito del tennista, le ginocchia della lavandaia e il polso del solitario (no, a questo non penso abbiano problemi visto il fisico e il conto in banca).

rocky la motta

Come erano…

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… e come sono. Stessa roba, no?

Nel dettaglio Stallone (1946) si mette in gioco all’interno di un genere, la commedia, che si confà molto di più al collega Schwarzenegger, recentemente assieme a lui in Escape Plan – Fuga dall’infernoSly si muove piuttosto imbarazzato e imbarazzante, penalizzato anche da un lifting che rende il suo viso una maschera indecifrabile.
De Niro (1943), recentemente in American Hustle Cose nostre – Malavita è molto più sciolto e gigione, ma il suo problema è il confronto, che viene immediato nella mente degli spettatori, tra le sue pellicole migliori e questo filmetto senza arte né parte.

Comprimari simpatici come ormai è scontato secondo gli standard delle commedie americane.
Alan Arkin è l’acqua della vita del film e il suo personaggio è come sarebbero dovuti essere i due protagonisti: un vecchio acido, sarcastico e pragmatico che costituisce continua fonte di risate; la femme fatale, anch’essa aged, Kim Basinger (chiedo scusa a tutti i suoi amanti ma non faccio parte della generazione 9 settimane e ½) ha un personaggio con lo spessore psicologico del domopak, il Jon Bernthal di The Walking Dead fa presenza e poco più e Kevin Hart è il Chris Tucker del discount.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i film con protagonisti stagionati, magari che fanno cose inadatte alla loro età: I mercenari e relativo seguito (2010-2012) vanno benissimo. O meglio ancora gli “originali” Rocky (1976) e Toro Scatenato (1980).

Cose nostre – Malavita

cose-nostre-malavitaCazzo.

TRAMA: Giovanni Manzoni è un ex gangster mafioso che si è pentito e ha testimoniato contro i suoi capi; per questo motivo lui e la sua famiglia vivono sotto copertura grazie al programma di protezione testimoni dell’FBI. Trasferitisi in Normandia cercheranno di svolgere una vita tranquilla e normale…

RECENSIONE: Adattamento cinematografico del romanzo Malavita del francese Tonino Benacquista, il film è diretto, scritto e prodotto da Luc Besson, che quando non perde tempo a dirigere pellicole tratte dai suoi stessi libri (!) dimostra di essere un buon cineasta.

Accantonato infatti Arthur e il popolo di ‘sta ceppa, Besson porta sullo schermo un atto d’amore nei confronti delle pellicole gangsteristiche anni ’70, ’80 e ’90 con alla base italoamericani fumantini, nuclei familiari numerosi e tanti interessi illeciti da difendere. Gli omaggi sono evidenti ma il regista francese aggiunge un tocco d’estetica personale che non rende Cose nostre – Malavita solo un pallido facsimile ma un’opera divertente e frizzante, che scorre liscia come l’olio d’oliva intrattenendo lo spettatore per 110 minuti senza annoiarlo.

L’inchino di fronte a maestri come Scorsese, in particolare in una scena, è permeato dal rispetto nei confronti dei Grandi della settima arte, e per un cinefilo costituisce una vera chicca per gli occhi. L’appassionato ringrazia e si può considerare lo spezzone come la ciliegina sulla torta che continua il leitmotiv del film: prendersi sul serio ma non troppo, riconoscendo che le pellicole che hanno scolpito la storia del cinema sono sempre fonte di ispirazione indipendentemente dal tempo che passa.
Un vero peccato che la tendenza degli anni Duemila sia di buttare tutto ciò che è passato cercando una continua fonte di novità, la quale non potrebbe però sussistere senza le fondamenta date da indovinate cosa? Sì, proprio dal passato.

Vergognatevi.

La sceneggiatura riesce ad unire l’atmosfera malavitosa con quella intima del focolare, rimanendo relativamente classica ma senza risultare eccessivamente scontata. Molto presente l’ironia, con tantissime battute e qualche gag ricorrente che portano una piacevole atmosfera di convivialità ai personaggi.

Robert De Niro torna a ciò che più gli compete (basta commedie romantiche e film d’azione ignoranti!) e offre un’interpretazione crepuscolare dotata di una buona dose della già citata ironia. Perfettamente a suo agio nei panni del capofamiglia italoamericano duro ma dal cuore tenero, il neo più famoso del mondo (con Marilyn) aggiunge una pellicola che, insieme a Il lato positivonobilita l’ultima parte della sua carriera, in cui sono purtroppo presenti molti scivoloni.

La dama Michelle Pfeiffer, sempre più affascinante e magnetica, è ottima qui nel ruolo di matrona con gli attributi. La ventisettenne Dianna Agron, ex Glee, penso e temo sia stata presa più per la (notevole) bellezza che per le sue doti recitative ma non è neanche così male come ci si potrebbe aspettare. Tommy Lee Jones è nato per fare il poliziotto cazzuto ed offre un’ottima spalla ai battibecchi in stile vecchietti davanti al cantiere con il nostro Bob.

Molto buona la fotografia di Thierry Arbogast.

Nota per i distributori del Bel paese: tradurre il titolo originale del film The Family ne La Famiglia era chiedere troppo? Sarebbe rimasto comunque un rimando alla doppia dimensione famigliare/mafiosa senza che sembrasse troppo radicato in Italia. O senza che ci fosse un’assonanza con la stupida espressione “mie cose”/”sue cose” che si riferisce a…

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i film “seri” dello stesso genere. Riprendere quindi Coppola e Scorsese, che non fa mai male.

Il lato positivo – Silver Linings Playbook

L+.

TRAMA: Una giovane vedova e un uomo con disturbo bipolare cercano di aiutarsi a vicenda per superare i rispettivi problemi personali e non.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick questo è un buon film che raffigura in maniera ironica ma allo stesso tempo sensibile e toccante il tema della diversità dal punto di vista mentale. La pellicola non si pone mai in un’ottica di giudizio, e ciò è un bene, mantenendo sempre un occhio lucido ed empatico nei confronti dei personaggi e dei loro piccoli e grandi problemi. Ciò consente allo spettatore di relazionarsi meglio con loro mentre li osserva, non rimanendo passivo davanti ad uno schermo ma “spiritualmente” partecipe delle loro scelte. La regia e la sceneggiatura di David O. Russell, che due anni prima ha diretto The Fighter con sette nomination agli Academy Awards, sono entrambe buone. Per quanto riguarda la prima si concede qualche cliché, comunque perdonabile e funzionale alla storia, dando molto corda agli attori e cercando di focalizzarsi il più possibile su di loro con un largo uso di campi stretti. Per quanto riguarda la seconda, buona l’alternanza tra i vari momenti emotivi e la caratterizzazione dei personaggi, con qualche piccolo stereotipo ma senza mai cadere nel ridicolo involontario, e tutto ciò giova al film. Bradley Cooper quando non è drogato da Zach Galifianakis agli addii al celibato dimostra di essere un buon attore anche sul versante più serio e drammatico, reggendo bene il film per due ore. Jennifer Lawrence, meritatamente premiata con l’Oscar è una delle maggiori attrici emergenti e si spera che non si perda con gli anni: il suo personaggio è molto intenso e lei lo rende sempre mantenendo l’equilibrio tra carica erotica e intensità interiore. Robert DeNiro ritorna ai film di qualità e alla Nomination agli Oscar dopo stronzate inenarrabili e si rivede pure Chris Tucker, che faceva coppia con Jackie Chan nell’innocua ma godibile serie Rush Hour. Dal punto di vista del pubblico è costato 21 milioni e finora ne ha incassati oltre 200, per quanto riguarda la critica otto Nomination agli Oscar 2013 (quelli nella cui cerimonia Seth MacFarlane ha cantato “We saw your boobs”) di cui uno vinto.

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