L'amichevole cinefilo di quartiere

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Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Gotham (episodio pilota)

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“Una serie tv su Batman senza Batman? Che idiozia!”

…sicuri?

TRAMA: Gotham City. I detective Harvey Bullock e Jim Gordon devono indagare sull’omicidio dei coniugi Wayne, membri di una ricchissima famiglia. Si ritroveranno al centro di un gioco di potere tra le varie fazioni criminali della città…

RECENSIONE: Prima di partire, qualche doverosa precisazione:

-Questa è una recensione una tantum, ciò significa che non farò anche gli altri episodi; semplicemente, questa prima puntata mi ha colpito in modo particolare e mi andava di scriverne un po’;

-Parafrasando Dominic Toretto, mantengo la mia attenzione un paio d’ore alla volta: aprire un angolo del blog dedicato alle serie tv non è previsto nel breve-medio periodo;

-A differenza di quando scrivo riguardo ai film, in questa recensione ci saranno spoiler (anticipazioni/rivelazioni sulla trama), che verteranno però solo sulla prima puntata, non su episodi successivi già mandati in onda.
Dato che siamo di fronte a una serie tv di sedici puntate (per la prima stagione) e questo è solo il primo episodio, posso abbandonarmi al racconto di tutta la sua trama senza aver paura di sviluppare elementi narrativi che si vedranno per forza di cose negli episodi a seguire.

Ergo, se non avete ancora visto il pilot, vi consiglio di fermarvi qui nella lettura.

Bene, ora possiamo cominciare.

Creata da Bruno Heller e trasmessa dalla Fox, Gotham è una serie tv che contiene una quantità enorme di spunti interessanti: mostrare gli albori di un supereroe complesso come il cavaliere oscuro e dei suoi villain più celebri consente infatti di focalizzarsi sullo scavo psicologico dei characters, dando allo spettatore versioni “light” e primitive di personaggi che già conoscono bene.

Vai con la trama.

Pronti, via e i ricchi coniugi Thomas e Martha Wayne vengono assassinati in un vicolo. La regia non si perde in patetismi inutili e rende la scena come la rapina di strada che è: niente lotta tra i soggetti, slow motion sulle perle che cadono a simboleggiare le vita che verranno a breve spezzate, uccisione a sangue freddo della coppia e urlo straziante del figlio, il tutto in un minuto e mezzo circa.

Rapido. Cruento. Realistico.

Ciò a cosa ci porta? Alla scoperta dei nostri protagonisti, ossia il James Gordon di Ben McKenzie (seh, seh, quello di The O.C.) e l’Harvey Bullock di Donal Logue.

Qui siamo ai classici canoni delle buddy cop series (o movies): due sbirri molto diversi tra loro, ma che in qualche modo si completano e/o aiutano a vicenda arrivando a buoni risultati pratici.
In questo caso specifico il confronto è tra l’onestà e la rettitudine di Gordon, bravo ragazzo che cerca sempre di fare la cosa giusta rispettando la legge, e il pratico cinismo di Bullock, il quale pensa sì a come sbattere i criminali in cella, ma non ha remore nell’affidarsi a soggetti poco puliti per riuscirci e men che meno timore di sporcarsi le mani.

Questo duo è un ulteriore elemento interessante per futuri sviluppi narrativi. Di carne al fuoco, insomma, ce n’è parecchia.

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Ben McKenzie (James Gordon) e Donal Logue (Harvey Bullock)

E la trama?

Beh, in parte l’abbiamo già vista: i coniugi Wayne vengono uccisi e la polizia indaga.

Qual è il problema? Che a quanto pare le forze dell’ordine vogliono solo chiudere il caso il più in fretta possibile, senza preoccuparsi troppo se davvero il loro principale sospettato sia effettivamente colpevole.

La malavita, per distogliere l’attenzione dai suoi pezzi grossi, incastra quindi il classico due di bastoni con briscola denari: a Mario Pepper (padre di Ivy Pepper, ossia quella Poison Ivy il cui nome in Gotham è stato cambiato per esigenze di sceneggiatura) viene messa in casa la collana di Martha Wayne, che lo rende agli occhi di Gordon e Bullock un lampante colpevole.

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Daniel Stewart Sherman (Mario Pepper)

Ciliegina sulla torta è la morte dello stesso Pepper durante l’inseguimento da parte dei due detective: un perfetto capro espiatorio che non può più parlare.

Gordon però è furbo e capisce l’inghippo. Ciò lo porta a scontrarsi con la criminale Fish Mooney (che li aveva indirizzati su Pepper), e ad essere stordito, portato in un mattatoio e lì a rischiaredi finire squartato.

Dopo essere stato salvato dal potente boss della mafia Carmine Falcone, in nome dei bei vecchi tempi in cui i criminali seguivano un codice d’onore e il padre di Gordon era procuratore distrettuale a Gotham, Jim viene messo alle strette: per aver salva la propria vita deve uccidere Oswald Cobblepot, criminale da due soldi che aveva fatto la spia alla polizia sull’innocenza di Pepper.

E qui il coup de théâtre:

Gordon andrà poi a trovare il giovane Bruce Wayne, rivelandogli la verità su Pepper ma chiedendogli di mantenere il segreto, in modo da far restare calme le acque e permettergli di indagare con calma per trovare il vero assassino.

Che dire, quindi, tirando le somme?

Gran puntata.

La regia è funzionale all’immersione nelle fredde atmosfere urbane; ottimo anche l’uso della fotografia e degli effetti di luce, che danno immagini grigie e dure come lapidi. Con una temperatura emotiva intorno ai -20° C i personaggi diventano moderni cowboy, che vagano per un deserto non materiale ma emotivo, in cui non trova posto il calore della pietà.
Una caratteristica che personalmente ho apprezzato molto di questo episodio è la pesante cappa di criminalità e corruzione che si avverte sulla città: lo spettatore ha quindi subito ben chiaro che a Gotham City la disonestà è radicata come un’edera, ed è veramente molto difficile da estirpare.
Viene quindi ad essere mostrata in maniera efficace l’ambientazione cittadina come regno di brutti, sporchi e cattivi, e si evidenzia come la scintilla della giustizia sia tanto necessaria quanto ardua da far scoccare.

Ragionando meglio sulla superficiale critica di partenza, in Gotham Batman è presente, solo che non è Bruce Wayne.

Il Batman di questa serie è Jim Gordon.

Gordon che segue il bene e l’onestà invece di farsi corrompere; Gordon che mantiene la sua umanità e la sua caratura morale quando tutto ciò che ha intorno gli urla di non farlo; Gordon che vuole un trattamento giusto ed equo anche per sospettati e criminali.

Gordon che si rifiuta di uccidere.

Il futuro commissario e alleato dell’uomo pipistrello qui ne fa inconsapevolmente le veci, preparando il terreno per la sua comparsa.

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Ancora McKenzie con David Mazouz (Bruce Wayne)

E i villain? Beh, come volto nuovo abbiamo Fish Mooney, interpretata da Jada Pinkett Smith: esso è l’unico personaggio inventato ad hoc per la serie, e per tale motivo è quello che in partenza desta forse meno interesse; spero che col passare delle puntate venga ben sviluppata in sede di sceneggiatura.

Tra i soliti noti abbiamo i già citati Carmine Falcone, Oswald Cobblepot (che diverrà meglio noto come “Pinguino”), Poison Ivy e Selina “Catwoman” Kyle bambine, oltre ad una breve apparizione di Edward “The Riddler” Nigma.

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John Doman (Carmine Falcone), Camren Bicondova (Selina Kyle), Jada Pinkett Smith (Fish Mooney), Robin Lord Taylor (Oswald Cobblepot) e Cory Michael Smith (Edward Nygma)

Proprio Nigma, nonostante compaia per non più di quaranta secondi, è reso in maniera folgorante grazie alla presenza di tutte le sue caratteristiche: intelligenza, mania per gli indovinelli e stravaganza

L’unica speranza è che anche nelle prossime puntate la serie si mantenga su questi livelli, cercando di unire una narrazione di tipo orizzontale (rappresentata dalle indagini sull’omicidio dei Wayne), con quella verticale, basata su un nuovo caso da risolvere di episodio in episodio.

Ai posteri l’ardua sentenza, per ora l’unica cosa che possiamo fare è godercela e incrociare le dita.

E le mie sono strettissime.

Queste sono le mie opinioni, voi che ne pensate di questa nuova serie?

Vi è piaciuta la prima puntata oppure no?

Non vedete l’ora di guardare i prossimi episodi o vi ha fatto tornare in mente il pessimo Smallville, con la sua sceneggiatura approssimativa e il suo Lex Luthor perennemente di spalle rispetto alla porta del suo studio?

Se vi va, lasciate un commento qui sotto.

Red 2

red 2Arrivano i rossi, arrivano i rossi.

TRAMA: Qualcuno vuole incastrare alcuni ex agenti della CIA che hanno lo status di “Red” (Retired Extremely Dangerous); essi dovranno sventare un complotto internazionale grazie anche ad alcuni loro omologhi russi.

RECENSIONE: Seguito di Red (2010), divertente film d’azione su super agenti segreti in pensione, che riesce ad unire l’azione alle risate scanzonate. In questa pellicola la formula rimane la medesima, ossia un road movie con parecchi personaggi secondari e tante sparatorie, caratterizzate comunque da una marcata ironia di fondo.

La regia di Dean Parisot riprende le caratteristiche di quella di Robert Schwentke, regista del primo film. Abbiamo quindi un’abbondanza di primi piani, molte scene d’azione concitate e qua e là inserti fumettosi che rimandano alla graphic novel della DC Comics da cui questi due film sono stati tratti. La sceneggiatura di Erich e Jon Hoeber prende molto spunto da classici dello spionaggio come Ian Fleming e Tom Clancy, essendo basata su complotti, doppi giochi, e passati burrascosi (nonché parecchio intrecciati tra loro) dei protagonisti.

Nel cast tornano le vecchie (pardon, “diversamente giovani”) conoscenze del primo episodio. Bruce Willis conferma di essere il più (auto)ironico tra gli eroi muscolari tutto esplosioni e battute fighe. John Malkovich nei panni dello schizzato è comodo e a suo agio come una casalinga in pigiama e pantofole e le sue espressioni facciali sono impagabili. Helen Mirren e Mary-Louise Parker costituiscono una presenza femminile che male non fa; glaciale la prima, più ingenua la seconda contribuiscono a rendere ancor più pittoresco il gruppone di esagitati.

Pezzi da novanta che appaiono in questo seguito sono la bellissima e magnetica Catherine Zeta-Jones, patrimonio nazionale del Galles insieme al laverbread, e Sua Maestà Anthony Hopkins, che suppongo non si sia letto la sceneggiatura del film 250 volte come fece per Il silenzio degli innocenti ma è godibile nei panni di uno scienziato svitato.

Un piccolo appunto. Siamo nel terzo millennio, epoca in cui con le moderne tecnologie tutti possono rimanere in contatto con tutti e ognuno può conoscere notizie riguardanti ogni parte del globo terracqueo. Un’epoca in cui le distanze geografiche sono state abbattute e rese relative. Detto questo, davvero si sente il bisogno di inserire nei film tutte le Cristo di volte un asiatico bravo con le arti marziali? Dubito che tutte le persone nate a est degli Urali non sappiano fare altro che distribuire calci in faccia e armeggiare con i computer, e allora perché non abbandonare questi luoghi comuni triti e ritriti?

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: il suo predecessore Red (2010) e film polizieschi con tante risate, come la serie Beverly Hills Cop con Eddie Murphy o Arma letale con Mel Gibson e Danny Glover.

L’uomo d’acciaio

È un uccello? È un aereo? No, è una recensione!

TRAMA: Scampato alla distruzione di Krypton, suo pianeta natale, un bambino cresce sulla Terra adottato da una coppia di agricoltori.
Scoperti i suoi straordinari poteri e divenuto adulto, dovrà affrontare un vecchio nemico di suo padre.

RECENSIONE: Riassumendo:
– Basato su Superman, personaggio della DC Comics (mamma anche di Batman, Flash, Wonder Woman e altri tizi improbabili con le tutine attillate) nato dalla penna di Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1932.
– Diretto da Zack Snyder (suoi il tanto divertente quanto ignorante 300, il prolisso Watchmen e il “figa e legnate” Sucker Punch).
– Sceneggiatura dello stesso Snyder con David S. Goyer, scrittore di tutti i Blade e di Batman Begins.
– Produce Christopher “Ho-resuscitato-Batman-dopo-quell’aborto-di-Batman & Robinerigetemi-una-statua” Nolan, autore anche del soggetto insieme al già citato Goyer.

Bene, usando un lessico ricercato e pregno di contenuti tecnici, questo film è una delle più colossali boiate che occhio umano possa incrociare. Una pellicola realizzata veramente male sotto molti aspetti, alcuni dei quali addirittura elementari, che affoga le pochissime cose buone in un mare di ridicolo involontario e scempiaggini tecniche.

Partiamo dalla regia. Snyder evidentemente ha perso il suo tocco dopo il trasferimento al Galatasaray, perché ciò che si salvava (almeno esteticamente) nelle sue opere prima citate qui non si trova, con scelte di ripresa senza un senso compiuto e con sequenze da far impallidire un viso pallido.
La parte iniziale ambientata su Krypton è in particolare uno dei segmenti narrativi più campati per aria che potessero mostrare, e come se non bastasse è impreziosita da riprese che paiono realizzate con una fastidiosa ed inutile telecamera a mano. Probabilmente stava per arrivare sul set un tirannosauro, perché l’effetto traballante si nota molto, e ciò è dannoso per il film, facendolo scadere nel ridicolo già dopo i primi minuti.

Dato che chi ben comincia è a metà dell’opera Hack-a-Zack continua a deliziare il pubblico con flashback sparati contro lo spettatore completamente (e sottolineo COMPLETAMENTE) a caso, anch’essi senza un senso logico e tra l’altro non cronologici.
La regola numero 1 del cinema stabilisce che tu possa mostrare tutto ciò che vuoi, a patto però che ciò che mostri abbia un minimo di senso compiuto. E ne L’uomo d’acciaio sono dolori.
Non si salvano neppure le scene di combattimento, che di solito forniscono il salvagente-paperella anche al peggior film immaginabile, perché qui sono di una lunghezza esagerata e sfiancante, essenzialmente costituite da scazzottate più o meno elaborate e con, dulcis in fundo, una ripetitività che sfiora il replay.

In questo lago di letame il peggio del peggio è lo stupro anale che viene perpetrato da questi criminali della settima arte nei confronti di uno degli avvenimenti più importanti per la formazione del giovane Superman.
Per non fare spoiler non posso dire di cosa si tratti nello specifico e in che modo viene consumato il delitto artistico, ma penso che anche impegnandosi non avrebbero potuto renderla così tanto insensata e ridicola.

La scena sembra un incrocio tra Il mago di OzThe Day After Tomorrow.

Pensate di aver capito quanto questa cosa faccia schifo? Non ci siete neanche vicini.

In un obbrobrio del genere, sugli attori non c’è da dire molto.
Henry Cavill è un Superman diverso da quello interpretato da Christopher Reeve (1978, 1980, 1983, 1987), più tormentato e riflessivo. Esteticamente è bene nella parte, ma questa ciofeca se la gioca con il raccapricciante Superman Returns del 2006, per cui il rischio che si BrandonRouthizzi è alto.
La coppia dei padri Russell Crowe – Kevin Costner è penalizzata tantissimo dalla scarsa qualità del film, che non riescono a sollevare ma anzi sono vettori di ulteriore affossamento.
Michael Shannon non è il Terence Stamp di Superman II (ma proprio no, qui sembra un incrocio tra Roberto D’Agostino e Pippo Pancaro) e alla fine della fiera il suo Zod risulta piuttosto anonimo. Probabilmente per dare un giudizio più affidabile avremmo dovuto vederli in un film almeno sufficiente.

Paragrafo Lois Lane: opinione personale, ma a me come personaggio non è mai piaciuto.
L’ho sempre vista come una che teoricamente dovrebbe essere forte, determinata e indipendente ma che in pratica è l’enorme stereotipo della donzella da salvare, perennemente in pericolo senza l’intervento risolutivo dell’alieno con la S sul torace.
Ad interpretarla c’è Amy Adams, statunitense cresciuta a baccalà e polenta, gran brava attrice e gran bella donna che paga però il fatto di non azzeccarci nulla con il personaggio.
La penalizza inoltre la scelta del film di mostrare in maniera esagerata quanto Lois sia cazzuta: tra le altre cose dialoghi sopra le righe con un colonnello, scotch buttati giù a goccia e intraprendenza che sfiora l’autodistruzione contribuiscono a fare di lei non la protagonista femminile, ma una irritante e inverosimile macchietta.

In tre parole? Un film inguardabile.

CURIOSITÀ:

Per Amy Adams questo non è il primo incontro con Superman: nel 2001 infatti comparve nel settimo episodio della prima stagione di Smallville, serie tv che racconta l’adolescenza di Clark Kent.

E in confronto a questo film pure Dawson’s Creek con i superpoteri ha il suo perché.

Il cavaliere oscuro

O muori da eroe o vivi tanto a lungo da scrivere recensioni.

TRAMA: Grazie a Batman e Harvey Dent, nuovo procuratore distrettuale di Gotham City, il crimine organizzato è in grossa difficoltà.
La situazione cambierà radicalmente con l’arrivo di Joker, uno psicopatico senza regole che getterà la città nell’anarchia…

RECENSIONE: Cosa dire del film che ha probabilmente raggiunto una delle più grandi vette del cinema supereroistico e che costituisce un ottimo prodotto anche come lungometraggio in senso ampio?

Beh, che è una vera bomba.

Diretto, come il primo capitolo (Batman Begins, 2005) da Christopher Nolan, Il cavaliere oscuro è probabilmente uno dei migliori punti di contatto tra due mondi che si pensavano incompatibili: da un lato il cinema d’azione tutta cagnara e grosso budget, dall’altro la pellicola qualitativamente di alto livello e realizzata come Dio comanda.
Unire successo di pubblico e di critica è un’impresa ardua come fare sette pranzi di nozze consecutivi (più per l’ignoranza del primo che per l’ottusità della seconda), ma grazie a quest’opera l’uomo pipistrello ha scolpito ancor di più il suo nome nell’immaginario collettivo del grande pubblico, diventando una gigantesca macchina da soldi e mantenendo allo stesso tempo l’amor proprio.

Invece di vendere il fondoschiena a prezzo di saldo al mercato rionale come alcuni importanti franchise hanno ahimè fatto (vero, Guerre Stellari?) qui si pensa sì ai verdi pezzi di carta con le effigi dei presidenti, ma senza tralasciare una lavorazione dignitosa alle spalle, che possa dare allo spettatore un prodotto dalla qualità importante.
Tutto infatti è ben curato: l’atmosfera della cupa Gotham City, con i suoi vicoli sporchi e malfamati tipici delle periferie delle grandi metropoli; i gadget spettacolari con cui l’eroe sgomina il crimine, che sono al contempo realistici (molti di essi infatti esistono anche nel mondo reale, seppur come prototipi); più in generale, il vasto universo del supereroe della DC Comics è stato portato su schermo in maniera ottima, mantenendo lo stile di Nolan per quanto riguarda l’uso delle inquadrature, dei colori freddi e delle scenografie.

Ottimo il cast, con ancora protagonista un Christian Bale sempre più massiccio e imponente: egli riesce con lo sguardo a trasmettere la propria emotività, formata principalmente da rabbia, senso di distacco e consapevolezza di dover proteggere i propri cari pur avendo debolezze.
Veramente notevole anche il cast di contorno, in gran parte ripreso dal primo film; seppur in maniera diversa rende una buona interpretazione anche Maggie Gyllenhaal, che sostituisce Katie Holmes come intraprendente fiamma del protagonista.
Per quanto riguarda i nuovi ruoli aggiunti, straordinario Heath Ledger, che prende spunto dai Joker precedenti (dal Cesar Romero nella serie con Adam West di metà anni ’60, fino al Jack Nicholson del film diretto da Tim Burton nel 1989) amalgamando il tutto e aggiungendo la propria visione del personaggio.
Degno di nota anche Aaron Eckhart nei panni di Harvey Dent, personaggio la cui evoluzione psicologica è stata resa magistralmente e che ha finalmente avuto il giusto spazio dopo quella specie di cialtrone saltellante di Batman Forever del 1995, interpretato da un Tommy Lee Jones evidentemente indietro con le bollette.

Da questi ultimi elementi si può capire perché Il cavaliere oscuro sia il capitolo dell’omonima saga preferito da molti: se si prende un supereroe come Batman, che ha circa una quarantina di nemici, e si inseriscono nella stessa pellicola i due più carismatici vuol dire che ti piace vincere facile.

A voler trovare difetti, una (piccola, dai) pecca del film è che nell’ultima parte la sceneggiatura si incaglia un po’ su se stessa, essendo presenti forse troppe sottotrame ed elementi che appesantiscono un po’ il plot, e ciò è un peccato. Sarebbe forse servita una conclusione più diretta, ma essendo il film basato sul concetto di caos chiudiamo un occhio e prendiamolo come un elemento voluto.

In conclusione un’opera veramente notevole.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno

Che la fine cominci.

TRAMA: A otto anni da quando Batman è diventato fuorilegge per essersi preso la responsabilità della morte di Harvey Dent, grazie a una speciale legge la criminalità a Gotham è stata sgominata.
L’improvviso arrivo della ladra Selina Kyle e di Bane, un terrorista mascherato, portano Bruce Wayne a uscire dall’esilio.

RECENSIONE: Dopo Batman Begins (2005) e Il cavaliere oscuro (2008) si conclude con questo capitolo la saga del supereroe con il super conto in banca, ed è una grande conclusione.

Per la regia di Christopher Nolan (oltre ai precedenti due capitoli della saga regista anche dello straordinario Memento, che personalmente considero il suo capolavoro e di Inception) questo film riesce ad avere una durata quasi da opera lirica (pregate che i posti del cinema siano comodi) ma ad essere allo stesso tempo avvincente ed entusiasmante, oltre che semplice da seguire, nonostante come sempre la sceneggiatura del fratello di Christopher, Jonathan Nolan, sia molto articolata (anche senza i salti nel tempo tanto cari alla coppia) e ricca di personaggi, eventi e situazioni che si intersecano.

Questo fattore è evidenziato anche dal montaggio, molto ben curato sia nelle sequenze puramente d’azione (cosa abbastanza normale per un film su supereroi, dato che anche le porcate puntano a quello non avendo altro) sia per quanto riguarda i dialoghi, qui veramente molto intensi e profondi e che rivelano l’umanità dei personaggi; ciò dimostra un lavoro molto accurato nei confronti di tutti gli elementi della sceneggiatura, Deo Gratias.

Per quanto riguarda gli attori, Bruce Wayne è interpretato ancora da Christian Bale (già in The Prestige, sempre di Nolan, in cui era assieme a Michael Caine, qui nei panni di Alfred), che mette in pratica la sua grande duttilità fisica per prendere e perdere chili, rappresentando le varie fasi del suo personaggio, qui particolarmente in evoluzione.
Uno dei grandi lati positivi della saga, infatti, è che a differenza di molti film dello stesso genere anche l’alter-ego normale del personaggio è sviluppato in modo approfondito: ciò non significa far vedere Bruce Wayne al supermercato, bensì creare un approfondimento interiore e psicologico che non sia da “La Psicologia insegnata agli idioti”.
Bane, il personaggio mascherato (no, non quello vestito da pipistrello, l’altro) è Tom Hardy (nel già citato Inception e La talpa con Gary Oldman, qui Gordon); veramente grosso e incombente (fatto accentuato dalle numerose riprese dal basso) riesce a mantenere furia e vigore trasmettendoli solo con lo sguardo, cioè la parte più debole del corpo.
Selina, la ladra mascherata (no, non quello con la maschera antigas sulla bocca, l’altra) è Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada, Rachel sta per sposarsi), su cui come Catwoman, personaggio storicamente ambiguo, scaltro e provoca – erezioni, non avrei scommesso una banconota da sei euro, vedendola ancora in versione Susanna tutta panna (Pretty Princess, film di una melensaggine irritante), e che invece riesce a rendere molto bene la donna gatto come movenze, dialoghi e atteggiamenti.

Scenografie eccezionali sia per quanto riguarda gli spazi aperti sia per le riprese della città, molto esplorata, forse più che nei precedenti due film, uso del sonoro intelligente e molto adatto alle situazioni.

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