L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Dance’

Mank


«Come oratore, non ne conosco di migliori. Come molti grandi parlatori, non era in grado di scrivere altrettanto bene. I suoi problemi personali, più di ogni altra cosa, hanno distrutto la sua carriera. Aveva un carattere molto vivace e litigava spesso con i produttori e con i capi dello studio. Inevitabilmente finiva per dire a tutti quelli con cui lavorava, fossero Harry Cohn o Jack Warner, di “farsi fottere!”». (Joseph L. Mankiewicz, parlando del fratello maggiore).

TRAMA: La complessa lavorazione da parte dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz della sceneggiatura del film Quarto potere, diretto da Orson Welles e osteggiato dalla stampa a causa del soggetto protagonista.

RECENSIONE:

Scritto da Jack Fincher, padre di David, ed inizialmente programmato per essere girato a fine anni ’90 con protagonisti Kevin Spacey e Jodie Foster, Mank è un cioccolatino per i cinefili della Old Hollywood con cui Netflix continua ad accompagnare la quantità, indirizzata ai fruitori da popcorn della domenica pomeriggio, alla qualità per chi cerchi opere dal maggiore calibro artistico.

Fincher confeziona un film che è infatti un omaggio (volutamente) romanzato al grande cinema del passato, a cui il cineasta di Denver conferisce la sua peculiare impronta facendolo indissolubilmente suo.
Come Ave, Cesare! dei fratelli Cohen e il più recente C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, Mank racconta infatti uno spaccato dell’industria filmica dei trascorsi decenni offrendo al contempo eccellenti spunti di riflessione: non solo sull’ovvia contrapposizione tra passato e presente, ma anche sul confronto tra persona e personaggio, arte ed economia, produzione e risultato.

Deve essere chiaro che una pellicola non fuoriesce spontaneamente dal terreno come un fungo dopo piogge abbondanti, ma è frutto dello sforzo collettivo di decine, centinaia e talvolta migliaia di persone a vari livelli (per averne un’idea diretta basti pensare, molto banalmente, agli interminabili titoli di coda dei blockbuster): Mank abbellisce quasi di mythos le travagliate vicende che portarono alla scrittura di uno dei migliori film della storia del cinema (che appunto per la sceneggiatura vinse il suo unico Oscar) in maniera assai accattivante e rendendole di piacevole intrattenimento.

La fatica creativa di un uomo acuto nella mente quanto debole nel resistere alle tentazioni del corpo: Mankiewitz è un povero diavolo con una lingua tagliente, la quale mai nutre remore nel porsi alla mercé di un cervello tanto brillante quanto irriverente nemico dello status quo.
La genesi di un’opera artistica che è sforzo non solo mentale/teorico ma anche fisico/pratico: “Mank” è infatti un uomo non certo vecchio ma invecchiato, stanco ed indebolito dai suoi stessi vizi, che deve essere costretto a letto senza la disponibilità delle sue valvole di sfogo affinché possa risultare più produttivo.

Paradossalmente, proprio le sue pecche a livello comportamentale lo rendono l’ottimo autore quale sia, permettendogli di avere, al contrario di quanto il suo aspetto trasandato possa suggerire, un affilato stiletto celato al di sotto del cranio, che non viene arrugginito o smussato dai suoi crucci, bensì snudato della sua fodera e pronto ad affondare nelle ignari ed indifese carni dell’interlocutore.

Per quanto, ad ammissione dello stesso Fincher, gli eventi mostrati siano per la gran parte inventati a scopo puramente narrativo, Mank riesce a far immergere il pubblico in una storia interessante ed il cui generale impianto giornalistico/storico non viene intaccato da forzature inserite a fini di trama.
La Grande Depressione che attanaglia gli studios negli anni ’30 è una spada di Damocle che permette quindi al film di far comprendere al pubblico le tribolazioni dietro le quinte degli spettacoli che amano ammirare al cinema, e quanto gli ingranaggi cinematografici che ne costituiscono il complesso macchinario (avveniristico ai limiti dello steampunk) possano complementarsi tra loro per procedere verso il comune obiettivo.

Grazie ad un bianco e nero di impeccabile eleganza, che contribuisce grandemente con il suo algido fascino retrò ad accompagnarci a guisa di Virgilio attraverso il girone dei vanagloriosi, l’occhio si perde nella plastica artificiosità degli studi televisivi, votati alla grandeur e al convincere il pubblico dell’esistenza di una scimmia alta come un palazzo, quanto in una ben più umile e raccolta dependance agreste, in cui lo scrittore alcolizzato (non tu, Stephen King) viene più o meno forzatamente a costruirsi un buen retiro per maggiore produttività lavorativa.

L’arte che viene misurata a pagine, a battute dattilografate, diventa la quantificazione di una produzione che non può per sua stessa essenza venire oggettivizzata senza correre il rischio di involgarirla e sminuirla, peccando di superficialità e cinismo.
Il tempo ed il denaro sono due compagni di gioco che prediligono gli svaghi rapidi e dalla veloce conclusione: non due scacchisti ragionati, ma due bimbi che roteano le gambette esili ma spedite verso il successo imperituro o il fallimento più cocente.

Oldman in una sua consueta prova maiuscola, aggiunge un ulteriore pittoresco personaggio del Novecento ai suoi Winston Churchill, Joe Orton, Lee Harvey Oswald e Sid Vicious.

Pur dovendo interpretare un uomo vent’anni più giovane, l’attore londinese riesce ad appropriarsi del personaggio trasponendo il passaggio degli anni attraverso le fasi di sobrietà e alcolismo di Mankiewitz senza però renderlo una macchietta ubriacona (grosso rischio quando si debba prestare volto a characters che diano del “tu” alla bottiglia).

L’utilizzo continuo di flashback porta a mostrare in maniera puntuale il rapporto causa/conseguenza tra ciò a cui stiamo assistendo e la serie di eventi che abbia portato a determinati avvenimenti (ovvio l’omaggio a Quarto potere stesso), mostrandoci l’evoluzione di determinati personaggi donando loro tridimensionalità.

Stuolo di comprimari in gran forma, tea i quali spiccano indubbiamente Charles Dance come il magnate della stampa William Randolph Hearst a cui il fittizio personaggio di Charles Foster Kane è palesemente ispirato, e Arliss Howard nei panni del Louis B. Mayer presidente dell’omonima casa di produzione Metro-Goldwin-Meyer.
Talvolta ostacoli per il genio del protagonista, talvolta spalle, talvolta semplici spettatori incapaci di salvare Mankiewitz dalla sua china autodistruttiva, essi fungono da vibranti sponde luminose per la palla da flipper che è il controverso sceneggiatore.

Bene in parte anche i ruoli femminili, con un’Amanda Seyfried probabilmente mai così matura nell’interpretazione della starlette Marion Davies e le due assai pazienti “badanti” di Mankiewitz: la stenografa di Lily Collins e la povera ma assai combattiva moglie di Tuppence Middleton.
Figure quasi materne nella loro amorevolezza non stucchevole per il nostro, esse dimostrano che non solo dietro ad un grande uomo si trova una grande donna, ma senza la grande donna non ci sarebbe stato il grande uomo.

Se la vita di questo film si potesse spiegare con una sola parola, essa sarebbe “consigliato“.

Godzilla II – King of Monsters

Ah, non è importante come lo si usa?

TRAMA: Alcune enormi ed antichissime creature si risvegliano, mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sulla Terra. L’agenzia cripto-zoologica Monarch tenta di fronteggiare gli incredibili mostri.

RECENSIONE:

Sequel della pellicola diretta da Gareth Edwards nel 2014, Godzilla II  – King of Monsters non è un film.

Godzilla II – King of Monsters è un gigantesco pene eretto.

Un fallo in tiro di trenta metri che il regista Michael Dougherty utilizza non solo per distruggere l’ambiente circostante in un florilegio di morte e macerie, ma anche per sbriciolare ogni qualsivoglia parvenza di decenza cinematografica.

PAM! PAM! PAM! PAM!

Utilizzando un membro come una clava.

Simbolismo da quattro soldi ne abbiamo?

Nel 2014 vi siete lamentati perché l’enorme iguana frutto degli esperimenti nucleari nel Pacifico veniva inquadrata assurdamente poco e la storia era fin troppo incentrata sulle noiosissime vicende dei piccioncini Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen?

Bene, sarete contenti di sapere che cinque anni dopo si vira in direzione totalmente opposta: mostri, mostri, e mostri sempre, e fortissimamente mostri.

Che si prendono a mazzate sui denti per due ore e un quarto.

E io pago.

Non che ci si dovesse aspettare granché di particolare da un’opera dichiaratamente impostata verso un Deathmatch tra colossali creature antidiluviane, ma il plot di fondo, che dovrebbe fornire base per lo svilupparsi di questo scontro, è semplicemente ridicolo.

Il Rod Serling in The Twilight Zone a cui ci troviamo ad assistere è una trama stupida quanto giocare a bocce in salita, fondata su personaggi che definire sconclusionati o idioti sarebbe eufemisticamente riduttivo e che provoca nello spettatore una disperata brama della lotta tra titani non tanto per la spettacolarità delle loro scene, ma per quanto sia dolorosamente imbecille assistere alle vicende degli umani.

In questo fotogramma ci sono tre Nomination agli Oscar.

Anche in un popcorn movie di grana gigantesca come questo si dovrebbero comunque utilizzare le vicende degli homo sapiens per imbastire una costruzione narrativa che provochi effettiva empatia nei confronti delle persone: ad esempio una matura rappresentazione delle reazioni emotive ad un’apocalisse apparentemente inarrestabile e degli sforzi che comuni Cristi compiano per fermare il disastro in atto.

E invece no: quattro coglioni bi-dimensionali spessi come la carta igienica che vagano senza meta da un luogo di risveglio all’altro di ‘sti bestioni.
Senza un costrutto, senza un’esplorazione introspettiva, senza nulla di quanto potrebbe effettivamente renderli characters appetibili per l’attenzione di un pubblico che non sia composto di ottenni.

Un rettile alto cento metri trattato dai protagonisti come il golden retriever di “Air Bud”. Ditemi voi.

I mostri sono sì enormi, sì potentissimi e sì con poteri devastanti, ma forse addirittura TROPPO.

Non si riesce a comprendere il rapporto di forze tra le creature, tanto gargantuesche e mortifere da rendere apparentemente inutile qualsiasi impegno dei personaggi umani, meri spettatori di una lotta situata ben oltre la loro ridotta portata.
Il problema è che se gli uomini sono inutili anche la storia lo diventa, perché viene banalizzata all’assistere a enormi bestioni aggressivi l’uno verso l’altro senza che questo elemento sia in qualche modo in relazione con ciò che gli si trovi intorno.

Un combattimento tra galli da 130 minuti, che una CGI molto buona non riesce a salvare dalla superficialità e dal tedio.

Complimenti.

A reggere le sorti del mondo ci sono il bietolone Kyle Chandler, che mi stava simpatico finché possedeva il giornale  del giorno dopo o allenava i collegiali nel football, e Ken Watanabe già recentemente visto in Detective Pikachu e che si conferma ormai abbonato al ruolo di “vecchio giapponese intelligente”.

Che tristezza.

Vera Farmiga interpreta uno dei personaggi che non mi pento nel definire tra i più idioti nella storia del cinema: raramente si assiste ad un individuo che qualsiasi cosa faccia, dica o pensi sia intelligente come tentare di uccidere le zanzare con una granata.

Sua “figlia” Millie Bobbie Brown attraversa la tipica fase attoriale della ragazzina che cerca di affrancarsi da un personaggio per bambinotti attraverso un altro character puberale ma più vicino all’età adulta.
In questo caso la scelta è di farle sparare parolacce a raffica, perché secondo gli sceneggiatori del film, che evidentemente non hanno superato lo stadio evolutivo dei crostacei, è questo che fanno gli adulti: sacramentare tutto il giorno, quindi artisticamente è una direzione vincente.

Cazzo, figa, merda: datemi il Pulitzer, stronzi.

Terribilis in fundo, dispiace infinitamente assistere al macroscopico spreco di un grande attore come Charles Dance, impelagato in un imbarazzante cazzatona come questa.

Un leone non partecipa mai ai film di una capra.

Da dimenticare.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Pillole di cinema – Dracula Untold

Dracula_Untold_man_ITAÈ l’uomo pipistre-elloooo… / È Dra-culaaaa…

TRAMA: 1400. Il valoroso principe Vlad di Valacchia fa un patto con una creatura delle tenebre per salvare la propria famiglia e il proprio popolo dai turchi, guidati dal sultano Maometto II.

Pregi:

È breve: si parla sempre di “film di disimpegno”, di “film leggeri” e poi sono delle sbrodolate da due ore e mezza che mi fanno venire l’orchite. Questo almeno dura 90 minuti e poi chi si è visto si è visto.

Il background storico: scricchiola più delle articolazioni di un centenario, ma almeno ci hanno provato senza lasciarsi andare alle solite scempiaggini. Tentativo apprezzabile.

Effetti speciali: molto ben realizzati.

Difetti:

È comunque un film leggero come l’acqua: se volete un’opera che scavi introspettivamente nella figura di Vlad III di Valacchia non andate a vederlo. Dal trailer questa cosa è chiara come il sole, ma ho notato che molti hanno un rapporto piuttosto conflittuale con tale forma di promo, quindi è meglio essere espliciti.

È un one-vampire show: i personaggi secondari sono poco più che comparse, caratterizzati malino ed inutili o quasi ai fini della narrazione.

Ci sono buchi nella sceneggiatura: la già citata brevità si paga in fase di accuratezza dello script.

I dialoghi: per la maggior parte non propriamente intelligenti e talvolta sfocianti nel ridicolo involontario.

Luke Evans: faccio molta fatica a vedere Dracula con un aspetto giovane/fighettino/sbarazzino; discorso che vale anche per Rhys-Meyers nella serie omonima.

Consigliato o no? Per una serata caratterizzata dallo spegnere il cervello sì, per qualcosa di più profondo cercare altri lidi.

Cloud dei tag